L’effervescenza culturale dell’Albergheria tra arte e mercato

 L'Albergheria vista dall'alto dalla Torre di San Nicolò (foto Dell'Orzo)

L’Albergheria vista dall’alto della Torre di San Nicolò (foto Dell’Orzo)

  di Valeria Dell’Orzo

Stretto nella morsa dell’abbandono, della incuria e dello spopolamento, il quartiere palermitano dell’Albergheria, negli anni, ha pian piano ripreso a vivere grazie all’inclusione di immigrati che hanno gradualmente colmato il vuoto comuni- tario che stava affliggendo questo spaccato urbano, relegato dalle istituzioni al nulla di un vasto, concettuale, quarto spazio. Anno dopo anno è stato reso meno vivibile e quindi meno vissuto da parte di chi vi era nato e cresciuto, da parte di chi aveva lavorato da sempre in quelle strade, nella dimensione di un quartiere microcosmo, ma che non poteva continuare a sostenere il peso e il rischio di una vita domestica di assoluta precarietà, cedendo con dolore a quel processo di espulsione che spiana la strada agli affari spregiudicati dei vertici.

«Uno spazio così povero da non servire a niente, uno spazio che non vale neanche la pena squattare o riusare per fare performance artistiche o happening chic… un luogo di “non-uso” non è l’oggetto voyeristico e minimalista di un necrofilo dello spazio a caccia di left over. Il quarto spazio è qualcosa che per esistere non va riempito» (Meschiari 2010: 214). Questa sembrava essere l’ingloriosa fine designata per l’Albergheria, una morte lenta e vuota, fatta di crolli e solitudine, una fine che in agonia sembrava precipitare per il progressivo affievolirsi dell’io collettivo, per lo smorzarsi costante del respiro corale. Ma non è andata così.

L’arrivo dei migranti ha infatti scatenato un processo di ripopolamento e riempimento, e dunque di ritorno, di attaccamento a un luogo che altri avevano scelto, toccando le silenziose corde dell’appartenenza, dell’orgoglio, del legame con quei vicoli e quel basolato scivoloso che aveva fatto parte del proprio percorso fisico ed esistenziale. La dignità ostracizzata è tornata allora a battere il pugno per riprendere il suo ruolo collettivo.

«L’incontro di etnie, di lingue e di racconti della differenza nella postmodernità non avviene in un contenitore astratto (…) L’interazione conflittuale o armonica tra popoli vecchi e nuovi s’innesta in un tessuto più concreto, quello che sul piano internazionale è la geopolitica, e sul piano locale è in senso proprio e metaforico il paesaggio (…) come se il paesaggio fosse il sostrato pieno di nervature che crea spazi di incontro, di scorrimento, di dispersione nelle dinamiche complesse degli spostamenti, dei popoli e della voce» (Meschiari 2010: 199)

In un’area di così stretto e inevitabile contatto, humus perfetto del conoscersi, si è costruito un reciproco sentimento di appartenenza e si è andata alimentando la scintilla di una fierezza, di una dignità comune, si è acceso il moto brulicante della rivendicazione, della riappropriazione di una umanità troppo a lungo soffocata, derisa, emarginata.

da Terradamare, cooperativa turistica

da Terradamare, cooperativa turistica

Quella della Albergheria è una realtà sfruttata e minacciata dai bassi livelli della mafia, brutalizzata dalle istituzioni e dai controlli miopi che tolgono ma non offrono, dagli scoop di un tragicomico giornalismo d’assalto di facile mercificazione mediatica, da quella parte di società che, arricciando il naso o trovando very cool la trascuratezza di questa nicchia di bonssauvages autoctoni e non, ha attorniato di perbenismo rozzo un’anima urbana profonda e ricca, storicamente densa di culture e mescolanze, straripante di saperi, di arte, di codici socioculturali ispirati ai valori di una vita povera di mezzi strumentali e ricca di capitale umano. È però lungo queste strade di quartiere che l’occhio inciampa su bordure maiolicate da palazzi diroccati, sulla cima di una torre medievale, fiera e salda sulla città intera, su cupole di suggestiva bellezza, sugli stucchi che si inseguono di chiesa in chiesa, così come sulle tende del rosso sbiadito di un mercato secolare che è colato, goccia a goccia, nell’intima essenza di Palermo.

Quello che ha attraversato l’Albergheria è stato un processo lento, passato dalla resa al decadimento e all’emarginazione, fino al rinvigorirsi di quella dignità esasperata e avvilita da una cornice urbana troppo fumosa e ingrata. Di nevralgica importanza è stata la presenza delle varie comunità di immigrati che ha contribuito a creare quel fermento propulsivo tipico della cultura in movimento, mantenuta viva e fervida dal contatto, dalla scoperta e dal riconoscersi reciproco.

Annichilire uno spaccato urbano di tale complessa ricchezza è vessare una cultura intera, la cultura trasversale delle stratificazioni, dell’incontro, dello scambio, dell’arrivo e delle origini.

da Terradamare

da Terradamare

Nella centralità marginale dell’Albergheria un crescendo di collaborazione, di ampio respiro, ha messo in moto il risorgere vitale collettivo, attraverso una rete di attività, impegni e riqualificazioni, oggi ufficialmente protese verso il resto della città che, nel silenzio dell’ignavia, aveva voltato le spalle al quartiere abbandonandolo al degrado umano e sociale. Oggi invece, quella stessa città accorre al richiamo dell’intrattenimento e animazione socioculturale, dell’attivismo polivalente che, in quelle vie, ribolle di basola in basola attraverso l’impegno, l’estro, la passione di tutti gli attori in scena sul palcoscenico di un quartiere intero, diventato un grande, splendido teatro di vita a cielo aperto.

«Lo spazio inteso come contenitore geometrico stabile è un’astrazione. Solo muovendoci in esso possiamo percepirlo e pensarlo. Anzi, lo spazio esiste solo in relazione al movimento, e l’esperienza cinestetica… è centrale, perché l’azione dinamica influenza in modo determinante la percezione» (Meschiari 2010: 101).

da Terradamare

da Terradamare

L’effervescenza socioculturale che attraversa, freme e scuote tutto il quartiere ha alle spalle una corale presa di coscienza, l’operosità creativa, la forza della comunione di SOS Ballarò, un’assemblea estesa, che opera e coopera all’ideazione e alla realizzazione di attività di recupero e valorizzazione delle risorse umane e culturali del territorio: dai laboratori ludici agli itinerari che portano alla scoperta del quartiere, dall’adozione reciproca tra artisti e mercanti, alla condivisione del pasto nello spazio ricreato di Piazza Mediterraneo, fino alle richieste di interventi igienico-sanitari, di sicurezza urbana, di regolarizzazione e  regolamentazione complessivamente accantonati da quelle istituzioni che dovevano occuparsene e che hanno invece contribuito, attraverso un costante disimpegno, a complicare e aggravare i disagi del quartiere.

SOS Ballarò è una realtà eclettica e duttile, viva e articolata come il luogo in cui agisce, aperta ai singoli e alle associazioni culturali, alle cooperative turistiche, alle parrocchie, al Terzo Settore nelle sue poliedriche forme di intervento. Ha con sé un largo impegno, una forte sensibilità al bello, alla storia e all’innovazione artistica, una fiera voglia di dignità, che dal singolo si estende a tutta la dimensione umana e urbana della collettività. Il fermo impegno, duro ma sorridente, contro l’opera di depauperamento cieco delle istituzioni ha riecheggiato di quartiere in quartiere, portando molti a divenire, in qualità di attori o di ammirati spettatori, parte di questo grande progetto di recupero e ancor di più di riappropriazione di identità e  onore per anni mortificati. Il crescente attivismo ha finito con l’imporre alle amministrazioni il dovere di posare lo sguardo su quello spazio che veniva trattato come una fossa urbana e che è invece un sorprendente paesaggio di umanità, un ricco semenzaio di cultura, arte e storia. Un crocevia di incontri e cammini, di popoli e di vite.

Dialoghi Mediterranei, n.17, gennaio 2016
Riferimenti bibliografici
M. Meschiari, Terra sapiens. Antropologie del paesaggio, Sellerio, Palermo, 2010.
SOS Ballarò: http://www.sosballaro.it/

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Valeria Dell’Orzo, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee e, in particolare, del fenomeno delle migrazioni e delle diaspore, senza mai perdere di vista l’intersecarsi dei piani sincronici e diacronici nell’analisi dei fatti sociali e culturali e nella ricognizione delle dinamiche urbane.

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