L’Occidente e l’Islam: interrogativi sul dialogo interreligioso

COPERTINAdi Adelkarim Hannachi

Dal punto di vista teorico, il dialogo interculturale in generale e quello interreligioso in particolare favoriscono la conoscenza reciproca, sfatano gli stereotipi e i pregiudizi, promuovono l’inclusione sociale e l’integrazione culturale e contribuiscono alla lotta contro il razzismo e la discriminazione. L’intento di questo modesto contributo, quindi, non è quello di mettere in discussione l’importanza del dialogo interreligioso di per sé, cioè dal punto di vista teorico, ma di interrogarci sul suo impatto nella realtà concreta e sulla sua utilità per raggiungere i fini per cui è stato reso necessario. Tenteremo di farlo ponendoci degli interrogativi sulle motivazioni, gli obiettivi, gli interlocutori e l’esito del suddetto dialogo.

Da premettere che: 1) quando parliamo di dialogo interreligioso, il riferimento, implicito, quando non è esplicito, è al dialogo con l’Islam; 2) Vista la serietà dell’argomento, tenteremo qui di essere all’altezza della tragicità della realtà concreta, senza filosofare o sfoggiare erudizione, perché tale esercizio intellettuale – se rimane soltanto teorico – rischierebbe di offendere la concreta e infinita sofferenza delle vittime del terrorismo, dovunque esse siano; 3) non c’è spazio per la diplomazia per affrontare un tema del genere, perché il linguaggio politicamente corretto rischierebbe di alterare il ragionamento e di impedire la corretta argomentazione; 4) è superfluo aggiungere che chi vuole capire un conflitto non può essere di parte, quindi la nostra preoccupazione qui non è quella di difendere l’Occidente o l’Oriente, l’Islam o le altre religioni; l’unico che va difeso è l’uomo, dovunque sia e a qualunque mondo, cultura o religione appartenga.

Primo interrogativo: motivazioni e obiettivi?

Perché oggi ci preoccupiamo e ci occupiamo del dialogo interreligioso? La risposta sembra ovvia: il mondo sta vivendo un periodo molto drammatico, le nostre vite sono minacciate da un terrorismo che uccide senza pietà. Terroristi che affermano di essere i veri musulmani e rivendicano di agire in nome dell’Islam. Questo terrorismo alimenta accese discussioni politiche e infiniti dibattiti televisivi, fa scorrere fiumi di inchiostro nell’editoria, fa dell’Islam una religione sbattuta continuamente sulle prime pagine dei giornali, sollecita riflessioni su temi come l’incompatibilità culturale tra Islam e Occidente, la difficoltà di integrazione degli immigrati di origine islamica, la minaccia dell’invasione e il pericolo dell’islamizzazione, lo scontro di civiltà (Samuel P. Hungtington). Nonostante l’ovvietà di questa risposta, l’ipotesi va senza dubbio verificata perché spesso nell’evidenza si nasconde l’equivoco o l’inganno, lo stereotipo o il pregiudizio.

Siamo sinceri con noi stessi e diciamocelo francamente, non sono il mero lusso interculturale e la pura condivisione spirituale che muovono il dialogo interreligioso. In parole povere, vogliamo salvarci la pelle e quella dei nostri simili e, se possibile, crearci un clima di sicurezza e di serenità.

La prima preoccupazione dei promotori del dialogo è quella di vivere in un mondo, senza guerre e senza terrorismo, sia a livello locale che a livello internazionale. È vero che ci sono troppi conflitti armati, paesi totalmente distrutti con centinaia di migliaia di vittime innocenti soprattutto in Medio Oriente, ma finché a morire sono gli altri – cioè i non occidentali, anche se vengono uccisi da strumenti di morte fabbricati in Occidente, poi venduti o regalati agli assassini, siano essi bande terroristiche o governi riconosciuti che praticano il terrore sulla propria popolazione o su altri popoli – la questione non desta tanta preoccupazione. Dal momento in cui la morte inizia a minacciarci qui in Occidente e centinaia di migliaia di profughi arrivano da noi con tutti i problemi di convivenza e non solo che la loro presenza pone, allora il problema diventa anche nostro.

Siccome si è affermata la convinzione – alimentata da famosi scrittori e studiosi, partiti politici, giornali, tv etc. – che tutto questo inferno è dovuto ad una intrinseca violenza nell’Islam e al mancato dialogo interreligioso, le soluzioni prospettate sono tre: 1) i guerrafondai dichiarano di essere in guerra (chi fa la guerra agli altri da secoli scopre finalmente di essere in guerra), e propongono di rispondere con altri bombardamenti, invasioni e diverse forme di ingerenza, ma non escludono totalmente il dialogo interreligioso; 2) i “moderati” oscillano tra la necessità della risposta armata e l’importanza del dialogo; 3) i pacifisti sono contrari all’opzione militarista e preferiscono il dialogo. In tutte e tre le opzioni, il dialogo è quello condiviso da tutti.

Il Papa incontra a Beirut lo sceicco Hani Fahs

Il Papa incontra a Beirut lo sceicco Hani Fahs

Secondo interrogativo: quale interlocutore?

Se il principale interlocutore è l’Islam, dobbiamo chiederci con quale Islam bisogna dialogare. Con l’Islam o con l’islamismo? Entrambi i vocaboli sono, per i dizionari italiani, sinonimi, nonostante siano due significanti diversi. L’Islam è la religione mentre l’islamismo, che dal punto di vista lessicale e semantico, è una errata analogia al Cristianesimo, è una corrente politica dell’Islam che vuole che la sharia sia la fonte del diritto e che ha come obiettivo l’istaurazione di uno Stato islamico.

Il nostro interlocutore è l’Islam sunnita o quello sciita? Quello dei musulmani o quello degli islamisti? Quello degli islamisti con tutte le loro forme e livelli di fondamentalismo o con l’islamismo jihadista puro e duro? Quello dei moderati? Quello dei modernisti? Quello wahabita saudita? Quello degli islamisti tunisini che si sono convertiti alle regole democratiche al punto di accettare – per un Paese islamico – una Costituzione senza il riferimento alla sharia? Quello degli immigrati musulmani laici e integrati o quello di coloro che si sono isolati per mantenere la purezza della loro religione e salvare sé stessi e i membri della propria famiglia dall’occidentalizzazione?

Se l’interlocutore del dialogo è così indefinibile, con chi bisogna dialogare? Chi rappresenta questa religione che non ha né pontificato né clero? I “capi religiosi” come gli imam e i mufti oppure le autorità politiche, cioè i re e i presidenti? L’imam, che per alcuni dizionari italiani è una autorità politica e religiosa dei musulmani sunniti, o addirittura «Il sovrano della monarchia universale musulmana, ossia il califfo dei musulmani ortodossi o sunniti» (Vocabolario Treccani on line) non è, oggi, un’autorità religiosa e non è equiparabile a nessuna figura del clero della Chiesa cattolica. È colui che si mette davanti agli oratori per guidare la preghiera. Viene scelto per la sua preparazione e le sue conoscenze religiose dal gruppo di fedeli che frequentano la moschea o il luogo di culto e, se non dimostra di essere all’altezza del compito, può essere sostituito anche il giorno dopo. La sua nomina non è ufficializzata, legittimata, riconosciuta da nessuna autorità. In alcuni Paesi islamici, è il ministero degli affari religiosi che lo nomina con l’obiettivo di controllare o orientare la sua attività e il suo sermone del venerdì e di conseguenza per controllare le moschee e le menti dei fedeli.

Anche il mufti non è un’autorità religiosa ma un dotto in teologia islamica a cui, grazie alla sua preparazione, viene riconosciuto o affidato il compito di giureconsulto. Egli fornisce risposte e formula pareri, giuridici e non, per la comunità, le istituzioni o lo Stato, su questioni che non sono esplicite nelle fonti islamiche e che quindi richiedono uno sforzo di interpretazione.

I re, nelle dinastie arabe, hanno un potere assoluto ma non sono l’espressione della volontà popolare. Inoltre, si erigono in difensori dell’Islam per racimolare consensi e legittimare il loro potere politico.  Anche i presidenti dei Paesi arabo-islamici, nella maggior parte dei casi, non sono l’espressione della volontà popolare, lo si è visto con la cosiddetta Primavera araba. Essi non sono rappresentativi dei loro popoli in politica, a maggior ragione in materia di spiritualità e di fede, anche se, in realtà, molti strumentalizzano la religione per motivi elettorali, per guadagnare consenso e popolarità o persino per giustificare scelte politiche.  

FOTO2Terzo interrogativo: qualche esito?

Considerando questi interrogativi, il dialogo sembra molto difficile ma, grazie alle iniziative promosse dalla Chiesa, dall’associazionismo, dai governi nazionali in Europa, dall’U.E e dall’UNESCO, il dialogo, già avviato da diversi decenni, continua. Gli interessati troveranno tonnellate di materiale da sfogliare: libri, articoli di giornale, documenti ufficiali, rapporti, convegni, programmi televisivi e radiofonici, siti internet, etc. E chi legge l’arabo, troverebbe altrettanto materiale persino nei programmi ufficiali di educazione islamica nelle scuole.

Nonostante tutte queste attività educative e le lodevoli iniziative politiche o culturali a tutti i livelli, scolastico, associativo, nazionale, europeo e mondiale, il terrorismo di matrice islamica è cresciuto e ha raggiunto il parossismo dell’orrore. Il mondo regredisce e non solo per quanto concerne il dialogo interreligioso: ci sono più poveri, più arrabbiati, c’è più ingiustizia, meno diritti e meno diritto internazionale, più muri, più xenofobia e islamofobia, più conflitti e più guerre. L’islamofobia cresce parallelamente alla crescita delle iniziative volte a promuovere il dialogo con i musulmani.

Qual è stato l’impatto del dialogo? Che cosa non ha funzionato? Che fare? Tante sono le domande che ci assillano, che sorgono spontanee in modo disordinato, vista la tanta confusione sotto il cielo, e a cui non possiamo dare una risposta in questo breve scritto poiché meriterebbero un trattato ad hoc; ma a qualcuna dobbiamo almeno accennare. In questo groviglio di parole e di passioni, a chi dobbiamo chiedere aiuto? Dobbiamo credere a La rabbia e l’orgoglio di Oriana Fallaci o a La paura e l’arroganza di Franco Cardini? Al Lo scontro di civiltà di S. P. Hunghtinton o al Lo scontro dei fondamentalismi di Ali Tariq?

Se il dialogo non ha avuto l’impatto voluto, è doveroso chiederci almeno chi sono i destinatari dei messaggi che questo dialogo intende trasmettere? E soprattutto chi è interessato al dialogo? Trattandosi di dialogo interreligioso, i promotori più preposti sono soprattutto coloro che, in un modo o nell’altro, hanno una qualche responsabilità politica o religiosa oppure hanno, direttamente o non, un legame con la religiosità dei fedeli. Occorre dire che questi diretti dialoganti non sono in conflitto religioso e non hanno questioni spirituali in sospeso da risolvere; anzi, sono generalmente studiosi o personalità politiche e religiose che non avrebbero bisogno di dialogare. Essi pensano piuttosto di poter trasmettere messaggi agli altri fedeli che al dialogo non partecipano, non sono interessati né sono al corrente di questi incontri e di queste iniziative. Il fedele comune ha altre priorità e preoccupazioni, pensa a garantire la sua sopravvivenza e quella della sua famiglia. Dopo una dura giornata di lavoro, un praticante musulmano non vede il motivo per cui deve pregare insieme a fedeli di altre religioni, visto che vive in pace con loro. Se escludiamo i dialoganti da una parte e il miliardo e mezzo di musulmani che, non vedendo la necessità del dialogo, non ne sono interessati, gli uni e gli altri già convinti che la convivenza pacifica tra le diverse religioni è un dovere etico e religioso oltre ad essere una convenienza per tutti, rimangono fuori da questa categorizzazione i fondamentalisti jihadisti. Questi ultimi che sono, senza ombra di dubbio, la motivazione, la causa e i veri destinatari di queste azioni, non sono assolutamente disposti a partecipare a questo tipo di dialogo.  

Activists from a Muslim group hold placards during a protest rally against the Paris attacks in KolkataUltimo interrogativo: dove sta il problema?

Il dialogo sembra un rimedio inventato allora per curare le persone sane. Si dà la medicina ai malati sbagliati mentre le persone malate continuano ad ammalarsi e sono incurabili. Allora quale è la causa della loro malattia? In altre parole, quali sono le cause del terrorismo che ci costringe a dialogare?

Alcuni sostengono che la causa è proprio l’Islam che è una religione violenta e, a dimostrazione di ciò, citano alcuni versetti del Corano dimenticando i versetti ancora più violenti del Vecchio Testamento. Altri si spingono ad affermare, con tanto di argomentazione scientifica, che l’Islam è una religione falsa, che il Corano è stato copiato dai testi sacri precedenti e che Muhammad è un impostore. Supponiamo che tutto questo sia scientificamente provato, resta totalmente irrazionale e amorale offendere milioni di fedeli in quello che hanno di più intimo e sacro. Un atteggiamento del genere non solo provocherebbe immediatamente la rottura di ogni forma di dialogo ma sarebbe una sorta di dichiarazione di guerra. È totalmente irrazionale provare a convincere un miliardo e mezzo di persone a cancellare la loro identità, la loro storia, le loro convinzioni più intime. Le religioni si dichiarano portatrici di verità assolute che non possono essere messe in discussione; quindi l’unico rapporto possibile tra i fedeli di diverse religioni è quello dell’accettazione, del rispetto reciproco ed eventualmente della condivisione ecumenica. E la prima regola del rispetto è quella di non arrogarsi il diritto di interpretare i testi sacri degli altri.

Tornando alle cause del terrorismo, per gli uomini intellettualmente onesti e ben informati, i conflitti che hanno prodotto l’estremismo religioso sono di natura economica, politica e geostrategica. La strumentalizzazione dell’Islam subentra successivamente e si alimenta dell’arretratezza delle mentalità, del tribalismo, del comunitarismo e delle forme di religiosità conservatrice, retrograda e fondamentalista.

Le guerre e i conflitti nei Paesi islamici e gli atti terroristici commessi in Occidente in nome dell’Islam non sono la conseguenza del conflitto culturale, del cosiddetto scontro di civiltà o di un ipotetico odio tra le fedi. Tutto questo è il prodotto di un insieme complesso di fattori: la colonizzazione del Medio Oriente e gli accordi Sykes-Picot, le varie forme di imperialismo, l’ingerenza occidentale nel mondo arabo-islamico, il cinismo del profitto e il fondamentalismo economico, la creazione dello Stato di Israele, l’assenza dello Stato e il caos successivo alla catastrofica Primavera araba. Il tutto risulta esasperato dall’ideologia salafita, dai conflitti interni e dalle guerre intestine tra le varie correnti della stessa religione, dalle fratture sociali, dalle crisi d’identità, da una religione in bilico tra la modernità e la conservazione, la sharia e la costituzione, il diritto islamico e i diritti universali.

Se i problemi sono questi, allora questi sono i temi di un dialogo che non potrà chiamarsi “dialogo interreligioso”.

Dialoghi Mediterranei, n.22, novembre 2016
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Adelkarim Hannachi, docente di lingua araba presso l’Università Kore di Enna, tiene conference e corsi in materia di immigrazione e intercultura in Italia e negli USA. Inoltre, è impegnato in un lavoro di promozione dell’inclusione degli immigrati attraverso attività di promozione sociale e di ricerca collaborando anche con il Centro Studi e Ricerche Idos che pubblica ogni anno il Dossier Statistico Immigrazione. Precedentemente è stato consulente del programma televisivo “Nonsolonero”, rubrica del TG2 (RAI 2) che si occupava di immigrazione; membro del Comitato direttivo della Rete Europea contro il Razzismo che ha sede a Bruxelles;membro della Consulta Nazionale per i problemi degli stranieri immigrati e delle loro famiglie presso il Dipartimento per gli Affari Sociali della Presidenza del Consiglio dei Ministri; componente del Comitato Scientifico dell’Osservatorio Nazionale per l’intercultura presso il Ministero della Pubblica Istruzione.

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