Nel destino di Gerusalemme il dialogo possibile tra le religioni

Gerusalemme

Gerusalemme

di Vincenzo Meale

Prima questione legata ai tre monoteismi: come dialogare tra i tre e contem- poraneamente all’interno di ciascuno dei tre? Ipotizzando un edificio comune, quanto dovrà essere grande per contenere ambienti destinati alle varie espressioni delle tre religioni? Si dialoga meglio condividendo un edificio o condividendo le esperienze di vita? Condividendo un edificio o disarmando le menti?

Ogni gruppo umano tenta di dialogare con l’Invisibile e l’Indicibile, e, per dialogare, in qualche misura tenta di definirlo. Contemporaneamente deve gestire i rapporti al suo interno e quelli con gli altri gruppi umani: deve gestire il potere. Chi si assume questo ruolo, tanto desiderato ma un po’ sgradevole, può trovare sostegno nell’alleanza con chi si pone come interlocutore dell’Imponderabile perché allora il potere non è più nudo (e valutabile, talvolta in tutta la sua ferocia, molto più spesso in tutta la sua indifferenza per i deboli e gli sconfitti), ma è rivestito di abiti belli perché sacri.  Da questo abbraccio mortifero la religione viene sclerotizzata, perde la propria vitalità, smette di essere apertura verso l’ignoto, si riveste di certezze, condanna il relativismo della verità, non capendo che è la realtà a essere una sola, e  le verità che ne conseguono sono tante quanti sono i punti di vista di chi cerca di comprenderla.

Questo irrigidimento è accaduto, e accade ancora, all’ebraismo, quando scambia il Dio di Adamo ed Eva con il Dio etnico, il Dio di un solo popolo, arrivando a scrivere, come parole da Lui pronunciate, «Quando il Signore, tuo Dio, ti avrà introdotto nella terra, dove tu stai andando per prenderne possesso, e avrà cacciato numerose nazioni innanzi a te, […] distruggili completamente. Non stipulare alcun patto con essi e non usare loro grazia.» (Deuteronomio 7,1-2)

È accaduto poi al cristianesimo quando progressivamente andò diminuendo il rapporto con il messaggio di amore ma anche di prevalenza della coscienza sulla legge; e l’intolleranza, già presente nel dibattito teologico, fu rafforzata da Costantino, che accettò la nuova religione nell’impero ma volle che fosse teologicamente univoca convocando il concilio di Nicea; e il concilio approvò, a maggioranza, il Credo, spostando l’identità cristiana dal cuore (con cui si può recitare quella bellissima non-preghiera che è il Padrenostro) allo pseudo-intelletto delle verità considerate realtà. E, peggio ancora, qualche decennio dopo, l’imperatore Teodosio non solo convocò e presiedette il 2° concilio ecumenico che dette la forma, a tutt’oggi in vigore, al dogma della Trinità, ma addirittura inserì quel dogma nel proprio codice di leggi accanto alla pretesa «che tutti i popoli sottomessi al nostro governo professino la religione che l’apostolo Pietro ha trasmesso ai romani» [1]. E da allora il connubio tra potere e altare in Europa non è mai venuto meno del tutto e per tanti la Buona Notizia è diventata foriera di sfruttamento e di morte.

È accaduto infine all’Islam, al suo nascere, con la necessità di proclamare una concezione di Dio e al tempo stesso gestire il potere per aggregare politicamente le varie tribù della penisola araba. E il connubio con il potere permane ancora, in un subcontinente in cui le aspirazioni nazionali cercano di liberarsi di lacci e laccioli dovuti a un secolo di interventi stranieri. Non a caso sia nella Mezzaluna fertile che in Libia la struttura militare del “Califfato” è fornita innanzitutto dai reduci del laico Saddam Hussein (aveva come ministro degli esteri un cristiano) e di Gheddafi che i fondamentalisti li metteva in carcere. In guerra qualsiasi bufala torna comoda se scalda gli animi e li predispone a combattere.

Solo liberandosi del vincolo con il potere, solo accettando il dubbio sulle proprie credenze si può veramente dialogare tra le varie religioni e all’interno di ciascuna di esse. E solo così si potrà evitare che la caduta degli steccati tra le tre religioni vada a detrimento del dialogo con le altre.

Ma allora, si dirà, si dialoga con chiunque e si accetta qualsiasi verità altrui? C’è, a mio modo di vedere, un discrimine: dialogare con tutti, ma proseguire il cammino, pur pieno d’incoerenza e di viltà, solo con chi dimostra nei fatti di amare il prossimo e di amare ancor di più Adonai-Dio-Allah negli emarginati e nei perseguitati. E questo a prescindere da credenze e ideologie, che si possono conservare solo sapendo che sono il nostro punto di vista, e non necessariamente la comprensione della realtà.

E qui mi sarei fermato. Ma un particolare della proposta di cui si discute mi fa vedere la questione in un’altra ottica, e mi fa dire che qui non si pone una questione religiosa, ma una questione ideologica. 

Autorità di Israele e un bambino palestinese nella città vecchia di Gerusalemme (Reuters, Ronen Zvulun)

Autorità di Israele e un bambino palestinese nella città vecchia di Gerusalemme (Reuters, Ronen Zvulun)

L’ideologia

È già discutibile l’idea di una soluzione urbanistica, ma perché a Berlino?  [2] È vero che un muro è caduto ma ora ne stanno nascendo molti altri tutt’intorno. Inoltre che c’entra con un dialogo tra tre religioni che hanno in comune molti simboli e quindi molte località, ma non Berlino? E soprattutto hanno in comune Gerusalemme. Una città dove attualmente i musulmani, se vogliono andare a pregare nella grande moschea, devono passare sotto le “forche caudine” dell’esercito israeliano; una città che ha nelle vicinanze un muro sorto dopo la caduta di quello di Berlino, un muro che non spacca la città non per rispetto delle diversità ma perché i palestinesi di Gerusalemme (in maggioranza musulmani) sappiano che prima o poi di là se ne dovranno andare.

E, badate bene, non è una controversia tra ebrei e musulmani o tra israeliani e palestinesi, o non solo. È innanzitutto un frutto avvelenato dell’Europa e della sua megalomania, dell’Europa e del suo antisemitismo.

Il sionismo, che ha prodotto lo Stato d’Israele, è un prodotto della cultura europea dell’Ottocento, antisemita e a un tempo esaltatrice delle nazionalità e colonialista, convinta che nel resto del mondo vi fossero popoli barbari che dovevano essere eterodiretti e, se necessario, potevano essere spostati da un luogo ad un altro perché non erano “nazioni”. La storia d’Israele non è solo un revival della nazione ebraica, è anche e soprattutto la storia di una colonia europea divenuta indipendente prima di aver risolto i problemi con i nativi. È la ripetizione della storia degli Stati Uniti d’America, inclusa la composizione dei gruppi di europei disposti a trasferirsi nella nuova terra (soprattutto emarginati o per motivi religiosi o per reddito) e incluso, una volta nato il nuovo Stato, il ruolo dei coloni mandati avanti a destrutturare il popolo preesistente per devitalizzarlo e poi rinchiuderne i superstiti nelle riserve.

Il messianismo politico nell’Ottocento avrebbe potuto esservi a prescindere dalle condizioni di vita, ma non si può ignorare l’esistenza dei pogrom nei Paesi dell’Europa orientale, pogrom che significavano sangue e distruzione e fecero sì che molti ebrei, nel secolo delle nazionalità, avessero difficoltà a sentirsi polacchi, o russi, o romeni; e cominciassero a sentirsi solo ebrei, e in alcuni casi ad emigrare in Palestina costituendovi delle comunità il più possibile autosufficienti. A questo si aggiunga, tra il 1894 e il 1898 nella Francia figlia dei lumi, l’ “affaire Dreyfus”, l’ufficiale accusato di tradimento perché, si affermava, un ebreo non poteva essere un buon francese, e si capisce come nel pieno di questa polemica il giornalista Theodor Herzl possa aver convocato nel 1897 a Basilea il primo congresso mondiale del movimento sionista. E che l’ispirazione non fosse il messianismo religioso è dimostrato dal fatto che all’inizio le ipotesi d’insediamento furono varie: non solo la Palestina, ma anche terre africane e americane. Ciò che contava era che fosse una terra “selvaggia” poco abitata e fuori d’Europa, in modo che, spostati gli “indigeni”, potesse diventare la patria del popolo ebraico (come si vede, un’idea prettamente europea, dell’Europa delle nazionalità e della supremazia sugli altri).

Il fenomeno trovò maggior possibilità di svilupparsi con la fine dell’impero ottomano e l’affidamento della Palestina all’amministrazione inglese. Infine, l’antisemitismo raggiunse in Germania, ma anche in altri Paesi europei, l’acme negli anni trenta e quaranta del Novecento spingendo altre centinaia di migliaia di ebrei europei verso la Palestina, dove le strutture socio-economiche ebraiche andavano sempre più delineando la nascita d’uno Stato. Lo Stato è nato e sono seguiti anni di guerre e tregue.

Quando poi sembrava che si potesse raggiungere la pace con i palestinesi grazie agli accordi di Oslo, arrivò l’atto terroristico che ha cambiato la storia: un nazionalista israeliano uccise il primo ministro Rabin, e i governi israeliani successivi smisero di seguire il calendario pattuito per arrivare alla nascita dello Stato palestinese a fianco a quello israeliano. E i nostri governi, sulle due sponde dell’Atlantico, cosa hanno fatto? Hanno timidamente chiesto a Israele di rispettare i patti; poi, di fronte al rifiuto, hanno continuato ad avere un rapporto privilegiato con la parte di origine europea fino ad arrivare, nel caso dell’Italia, ad esercitazioni congiunte delle due aviazioni militari nel poligono sardo.

Ecco perché l’unica città adatta ad accogliere un grande luogo d’incontro per le tre religioni e le loro numerose variabili non è ancora disponibile.  E finché là non vi sarà  pacifica convivenza è meglio che le iniziative di riavvicinamento siano itineranti.

Dialoghi Mediterranei, n.22, novembre 2016
Note
[1] Marcello Craveri, L’eresia, Mondadori, Milano 1996: 79.
[2] Si allude al progetto ipotizzato nell’articolo di M. Ventura di costruire a Berlino un luogo di culto interreligioso sul sito di un’antica chiesa distrutta.
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Vincenzo Meale, laureato in Scienze Politiche, per trenta anni ha insegnato geografia economica negli Istituti tecnici e professionali. Partecipa da sempre alla vita della comunità cristiana di base di San Paolo, di cui è  stato uno dei fondatori assieme all’abate Franzoni. Ha contribuito alla nascita del settimanale Com, da cui, in seguito alla fusione con il settimanale valdese Nuovi Tempi, è nato l’odierno mensile Confronti.

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