Letteratura di migrazione e giochi identitari

copertina lahiri

di  Annamaria Clemente

Che la letteratura sia anima gemella dell’antropologia è dato accettabile a dispetto delle critiche e delle mozioni che una tale affermazione potrebbe provocare. Studi che attraversano varie discipline: dalla critica letteraria, passando per la neonata narratologia e non ultima la neuroscienza,  spiegano in tutta evidenza come la radice che accomuna le due discipline sia intrinseca e intimamente costitutiva della stessa natura umana: l’attitudine narrativa.

È noto come lo studio dei prodotti letterari può costituire una fonte di dati antropologici utili in ragione del fatto «[…] che, costituendo essa stessa l’espressione di una cultura, l’opera letteraria incorpora forme di vita e rappresentazioni tipicamente culturali – tanto realistiche quanto fantastiche – che hanno per destinatari coloro che di quella cultura fanno parte e che possono essere da loro intese»1. E a ben riflettere la letteratura cos’è se non un desiderio dell’Altro, di tutto quello che non c’è ma che potrebbe esistere, un’antropologia negativa e del rovescio che per contrasto e riflesso completi il reale restituendo un’immagine di noi stessi?

Se è vero che oggi le frontiere sono labili e i confini sfumano sensibilmente, se è vero che assistiamo alla creazione di sovra-luoghi dove proliferano i processi di creolizzazione e di ibridismo culturale, allora le questioni identitarie divengono terribili crocicchi in cui tutto può accadere. Globalizzazione, processi migratori, esodi di massa, si presentano come fenomeni perturbanti, in grado di stravolgere la fisionomia del mondo e attivare processi di misconoscimento, di impossibilità da parte dell’uomo nel fissarsi in una forma e definire in modo univoco un’identità, un’appartenenza culturale. In questo guazzabuglio postmoderno le coordinate tradizionalmente tracciate dalle scienze sociali non orientano abbastanza e la letteratura potrebbe, in questo senso, indirizzare verso nuove aperture, dischiudere vie di uscita, soprattutto quel particolare tipo di letteratura che va sotto la dicitura “di migrazione”, la quale per la peculiare materia si pone come serbatoio spontaneo ed utile per cogliere quei moventi consci e irriflessi che agiscono nel delicato gioco identitario.

Di fronte a questi nuovi eventi, l’antropologia necessita di strumentazioni alternative, nuovi modi di guardare al mondo, traiettorie oblique, penetranti strabismi e decentramenti dello sguardo. Come colto e sottolineato da Sobrero l’antropologia, negli ultimi decenni, accoglie la singolar tenzone e sembra incrociare più assiduamente la strada della letteratura soprattutto riguardo quei soggetti-autori che vivono l’esperienza della migrazione e della diaspora2. Nella dimensione dell’autoetnografia e della biografia, ritroviamo testi antropologici che si spostano verso la dimensione narrativa, forma che meglio si adatta al tipo di interrogativi che sollevano tali situazioni, e narrazioni che interrogano l’antropologia come risposta alla propria personale inquietudine, al proprio personale spaesamento3. Che siano antropologi di professione o scrittori non importa, ci troviamo di fronte a soggetti che accomunati dalle medesime esperienze vivono sospesi in una dimensione altra, la cui difficoltà maggiore consiste, non nell’adattarsi al luogo in cui si approda, come banalmente si potrebbe pensare, ma piuttosto nel ri-costruire e gestire un’identità che viene sradicata e decostruita continuamente, processi che richiedono una pazienza certosina come quella richiesta agli artisti impegnati nella realizzazione di un mosaico, dove ogni tassello definisce una diversa appartenenza ma l’accostamento non facile concorre a dare la visione di un disegno unico e irripetibile.

De Angulo, Gosh, Condè, Naipaul, Amado, solo per citare qualche nome di questa lunga schiera, sono scrittori dotati di un particolare animo, sguardo, tocco e sensibilità. Scrittori di confine che, per la loro stessa condizione di amorfità e liminarità, sono inclini a definire e far emergere gli anfratti, le pieghe, le identità, gli imponderabili motivi che muovono il comportamento umano. Tra queste voci di confine c’è quella di una donna che si staglia dall’indistinto grazie alla rara capacità introspettiva ed alla trasparenza linguistica: Jhumpa Lahiri. Scrittrice londinese, di origine bengalese, impiantata stabilmente a New York e negli ultimi anni italiana d’adozione: non è difficile intuire quanto la lettura dei suoi romanzi possa essere densa di stratificazioni e suggestioni. La prima raccolta di racconti L’interprete dei malanni catalizza l’attenzione della critica e delle comunità scientifiche valendole il premio Pulitzer per la narrativa nel 2000. Nove racconti che restituiscono l’immagine di un’ India caleidoscopica, abitata da personaggi che affrontano situazioni diverse e variegate, in bilico tra chi affronta per la prima volta l’esperienza straniante e pericolosa del contatto con l’Altro e chi, invece, impegnato a definire l’identità di immigrato di seconda generazione si districa tra modernità e tradizione. L’editore Guanda, in Italia, ne pubblica i romanzi. Ricordiamone i titoli: L’omonimo, da cui la regista Mira Nair ha tratto il film Il destino nel nome - The Namesake, e Una nuova terra, nel 2008. Di recentissima uscita è il nuovo romanzo La moglie (trad. it. M.F. Oddera, Guanda, Parma, 2013,  pp. 430).

Un romanzo definito da Khaled Hosseini bellissimo e che nel giro di pochissimi giorni sta suscitando ampi consensi fra la critica e le patinate riviste di quotidiani e periodici. L’autrice indiana dichiara, in un’intervista per Vanity Fair4, di affrontare un tema nuovo per lei, quello della politica, e come il romanzo sia in realtà nato da una rifrazione della sua stessa identità-mosaico: due frammenti identitari che prendono vita dalle pagine. Il plot narrativo segue le vicende di due fratelli nati in un sobborgo di Calcutta, a distanza di quindici mesi l’uno dall’altro, durante gli anni delle rivolte filomaoiste, quando falsi miti di libertà e coraggio agitavano gli animi di innumerevoli giovani indiani in cerca di indipendenza. Udayan porta il nome del sole che dona la vita, senza ricevere nulla in cambio, e Subhash il fratello maggiore, satellite luna, vive nell’ombra una realtà diversa. E se il destino è nel nome, come la scrittrice ha già insegnato, è facile comprendere come i due fratelli siano diversi e speculari contemporaneamente. Il gioco di specchi emerge immediatamente dall’incipit: «Un tempo, all’interno del quartiere, c’erano due stagni oblunghi, uno accanto all’altro». Identici nell’aspetto tanto da essere spesso confusi dai parenti ma profondamente diversi, uno brucia continuamente quanto l’altro pondera costantemente, talmente identici però che, alla fine, è impossibile per il secondo vivere nel medesimo luogo occupato dall’Altro e così emigra in cerca di una forma propria ed individuale. Subhash trova il proprio luogo in America dove, nonostante l’inevitabile processo di adattamento richiami, nel gioco della differenza-somiglianza, la natia patria finisce per definirsi ed occupare un luogo suo: il Rodhe Island. Parallelamente a Calcutta le cose precipitano, Udayan rimane sempre più invischiato nei rapporti con il partito Naxalita fino all’epilogo: un altro spostamento, diverso dal primo e in ragione della violenza stessa che caratterizza il carattere del personaggio, si avvia la migrazione definitiva, il viaggio ultimo, il raggiungimento del non-luogo per antonomasia. Da qui il romanzo si apre verso scelte ed esiti non comuni e prevedibili.

Ma l’assenza di banali o lieti fini, di esiti torbidi o incompiuti è costante della letteratura di migrazione. Interrogarsi sui motivi che spingono l’autore alla percorrenza su strade tortuose potrebbe rivelarsi interessante. Sembra che l’uso di un dispositivo narrativo distopico si attagli meglio alla natura degli scrittori di confine. Il valore portato ad oltranza, dalla critica letteraria, della letteratura di migrazione è quello di restituire ai soggetti outsider una voce per raccontare qualcosa che viene messo a tacere, qualcosa di inquietante per sé, che si scontra con un mondo plurimo, confuso e postmoderno, che contribuisce a frammentare e a mettere continuamente in discussione le poche certezze acquisite dall’individuo. Se nel processo di costruzione del personaggio lo scrittore mette in atto una simulazione del proprio gioco identitario, conoscendolo e domandolo attraverso la composizione e la ricomposizione dei personaggi, con i finali simula possibili vie per la propria definizione ultima, e se la scelta naufraga nella mancata ricomposizione, nella “Distopia”, il motivo non può che essere legato alla mancanza di una forma che sintetizzi le diverse appartenenze. Una scelta narrativa connessa al sentimento della nostalgia, al dolore del ritorno, non attuato nella prassi ma cauterizzato nella poiesi grazie ad un meccanismo propiziatorio di tipo negativo. Finali, che pur rimanendo monchi o infelici, risultano comunque utili per la definizione e la conoscenza del proprio sè. Una costruzione certamente individuale, ma che potremmo traslare nella dimensione collettiva se trasferissimo la questione al campo della fruizione del mancato finale positivo. Se è vero che questa si pone come scelta catartica per lo scrittore, contemporaneamente lascia un amaro effetto di ingiustizia e di spaesamento premendo il lettore, messo di fronte alla narrazione, all’indugio, alla profondità analitica, a contrapporsi necessariamente all’altro da sé, a contrastare nei fatti la cattiva sorte segnata nella finzione.

La letteratura di migrazione sembra guadagnare così un valore aggiunto, oltre ai già segnalati meriti in ambito di arricchimento linguistico e creolizzazione, di svecchiamento di topoi narrativi grazie ai meccanismi di straniamento messi in opera dallo sguardo multiprospettico dello scrittore. Essa potrebbe fregiarsi del titolo di letteratura come presenza attiva nella storia5, una letteratura che negli orizzonti postumi stimola il pensiero trasformandosi in strumento critico, posizionando gli uomini di fronte agli uomini, spronandoli a misurarsi con gli Altri occultati spesso dalle generalizzazioni scientifiche, prestando la giusta lente al microscopio per quei penetranti strabismi, le traiettorie oblique, i decentramenti dello sguardo che necessitano le nostre discipline sociali.

Il romanzo di Jhumpa Lahiri offre in questo senso elementi buoni da pensare con personaggi che riescono a vincere il gioco identitario e finti antagonisti che perdono ma lasciano sul campo mosse e contromosse da ricordare a lungo. Il viaggio ultimo di Udayan stravolge la vita dei personaggi che si trovano a dover fare i conti con distanze impercorribili e irraggiungibili. Assenze dense, ma che, paradossalmente, sono in grado di rendere ragione delle presenze. Percorsi della memoria, discese nell’Io per accorciare le distanze, per comporre e ricomporre continuamente la propria identità, per giungere a verità scomode ma ultime. E nel denudare i meccanismi del gioco identitario Jhumpa Lahiri esibisce la propria abilità di giocoliera nella figura della moglie: Gauri. Se i due fratelli sono il sole e la luna, Gauri rappresenta il Tempo, il contesto entro cui si alternano i due astri: il sole che rischiara rendendola consapevole, e la luna incapace di emettere luce opacizzandone la visione e assorbendola nell’oblio del sé. La mancata socializzazione del lutto la priva della possibilità di andare avanti, di separare il mondo dei vivi da quello dei morti, esiliandola nel limbo temporale della mente che non ammette il ritmo della vita e la possibilità di ricrearla. Sospesa nel tempo, intrappolata in un eterno presente che continua a lampeggiare, né morto e né vivo, arranca cercando risposte nella filosofia. Nell’eccesso comunicativo con il proprio sé, estranea a se stessa, smarrita nel territorio psichico e iperuranico, perde i punti cardinali e gli elementi naturalmente costitutivi del genere, l’essere donna e l’essere madre. Rifiuta il ruolo di madre, non sceglie un nome negando alla bambina un riconoscimento simbolico, distrugge i legami con il passato attraverso un taglio netto dei capelli, si de-femminilizza indossando una forma quasi androgina. Gauri è incomprensibile, alienata, irriconoscente, cattiva madre, Gauri turba. Il turbamento nasce dalla capacità della scrittrice di creare un personaggio sovrasaturo di umanità, conferita non da effetti di realismo ma dalla lucidità nella descrizione dei comportamenti capaci di riflettere tutti gli effetti e le sintomatologie di chi subisce un trauma pregresso all’evento migratorio e deve far fronte all’inserimento in una nuova dimensione.

Nel romanzo non abbondano episodi rivelatori o relativi alle precarie condizioni del migrante, sono presenti però alcuni topoi come gli accenni alle reti familiari presenti sul territorio aventi il compito di sussidiare e di corroborare il processo di inserimento nella nuova società. Così si ribadisce la consuetudine di consumare pasti tradizionali nonostante l’ampia scelta di pietanze disponibili; la sensazione, pur avendo raggiunto negli anni il pieno riconoscimento sociale da parte della categoria del Noi, di essere comunque portatori e portatrici di un marchio di alterità indelebile. Ricco di grandi suggestioni simboliche, il romanzo evoca e dà forma a numerose metafore. Si pensi all’interesse nutrito da Subhash per gli uccelli migratori, alla insistita descrizione degli alberi di mangrovie, alberi che crescono sui litorali e presentano radici interne ed accessorie, palpabili e visibili, quasi a voler richiamare un bisogno di maggiore stabilità. Si pensi ancora al valore primigenio dell’acqua come simbolo di vita e di morte, al processo di apprendimento linguistico della piccola Bela che impara a dominare il mondo ed offre significativi esempi alla scrittrice per riflettere criticamente sulle categorie di spazio e tempo, e sullo scarto di significato tra i significanti inglese/bengalese.

Il romanzo di Jhumpa Lahiri articola una storia densa e stratificata, una mirabile costruzione narrativa che rivela tutte le sfumature dei colori dell’India, degli odori, dei sapori, unitamente al realismo crudo di chi conosce il mondo: l’America. Tradizione, innovazione, esotismo, filosofia, politica, ogni tassello risulta perfettamente incastrato nella trama di una vicenda familiare costruita con la sapiente capacità affabulatrice tipica del mondo orientale. Nel gioco identitario Jhumpa Lahiri offre prospettive affascinanti e coordinate indispensabili, non rintracciabili sulle normali carte geografiche, ma in grado di definire una geografia del cuore e dell’animo umano.

Dialoghi Mediterranei, n.4, novembre 2013
Note

1. Fabietti U., Malighetti R., Matera V. (2000), Dal tribale al globale. Introduzione all’antropologia, Bruno Mondadori, Milano: 198

2. Sobrero A. M. ( 2000), Perchè gli antropologi scrivono romanzi?, in “ Il gallo silvestre”, n. 13: 172

3. Ibidem

4. L’India divisa di Jhumpa lahiri, intervista di Laura Pezzino, Vanity Fair del 6 Settembre 2013, disponibile al sito: http://bookfool.vanityfair.it/2013/09/06/lindia-divisa-di-jhumpa-lahiri/

5. Calvino I. (1980), Una pietra sopra, Einaudi, Torino: 12

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