Kali Jones o la trasversalità dello sguardo

rev104279(1)-ori

 

di  Vincenzo Maria Corseri

L’arte di Kali Jones è una silenziosa dichiarazione di fedeltà alla vita. Il suo bisogno di comunicare per immagini sottende una singolare capacità di sentire le emozioni e di disciplinarne il senso attraverso la linea sottile che compone, e supera, l’inafferrabile dicotomia tra visibile e invisibile. Comunicare per immagini vuol dire simbolizzare la realtà, concreta o immateriale che sia, determinando un percorso che unisce l’uomo al mondo; questo per Kali Jones è possibile, invigilando sulla propria creatività con eleganza e passione in modo da cercare nella stessa tela (che è l’Urtext per antonomasia: il luogo dell’interpretazione in cui lo spazio si relativizza e tutto è permesso) l’intreccio e l’ambiguità inscindibile fra la condizione della passività (in altre parole, il sensibile) e la dimensione dell’attività (l’intelligibile) che solo all’artista è permesso cogliere.

Diventa, pertanto, prioritaria l’«esperienza dell’icona», ovvero la capacità di mettere insieme la motilità dello sguardo e il suo segno che diventa textus, allorquando acquisisce una sua configurazione materica. Si può dire, quindi, che Kali Jones nelle sue opere intreccia questioni concernenti il corpo, lo sguardo, l’immagine e il mondo che l’artista, in maniera immediata e contingente, deve tentare di interpretare con la sua arte per risignificarne il senso (fig. 1).Figura 1

Il percorso creativo della poliedrica artista canadese, nata nel 1970, inizia in Francia, dove conosce il pittore Paul Courtin, che le insegna ad educare lo sguardo all’osservazione e la spinge a dare forma alle sue intuizioni attraverso un dialogo costante con la «vita vivente» (Vladimir Jankélévitch) e con l’agire concreto dell’uomo. Quest’esperienza giovanile la porterà a confrontarsi, direttamente e indirettamente, con alcuni artisti e/o pensatori che ne influenzeranno in maniera determinante lo stile creativo, favorendo in lei una vera e propria vocazione all’ascolto di una dimensione «ineffabile» della natura umana, inafferrabile dalla ragione ma profondamente spirituale. L’elenco di questi suoi interlocutori spazia da Rumi a Lao Tzu, da Alberto Giacometti a Francis Bacon, da Zao Wou Ki a Richard Avedon, per arrivare a Francesca Woodman e ad Aldo Palazzolo, artista, quest’ultimo, col quale Kali Jones ha intessuto, negli ultimi anni, un intenso sodalizio.

L’interesse verso le differenti culture la porta ad attraversare il mondo, dalla Cina all’Europa, al Medio Oriente, in una continua riflessione sulla parola scritta (pensiamo alla calligrafia araba o a quella cinese), intesa sia come allegoresi della speranza sia come metafora dei limiti conoscitivi dell’uomo. Fondamentale sarà, a tale proposito, la lettura dei testi poetici di Edmond Jabés, che hanno un loro nucleo genetico nella pagina bianca pensata come «indistruttibile substratum della lettera» (Massimo Cacciari). E fondamentale sarà anche l’incontro con il poeta e saggista di origini siriane Adonis.

Ne La certezza dell’ombra, un’opera, ispirata al mito della Caverna in Platone, che Kali Jones realizza, insieme a Maurizio Ruggiano, nel 2011, il volto di Adonis (fig. 2) Figura 2 - Adonis in un ritratto di Kali Jonesviene «raccontato» in una videoinstallazione in cui si alternano delle schermate di bianco e di grigio granuloso ad intermittenza, che si susseguono a ritmo naturale come pulsazioni, con inquadrature sgranate e, spesso, luminose al punto da abbagliare quasi lo spettatore .

Intenzione dei due artisti è proprio quella di interrogare l’immagine del volto del poeta e di integrarla asincronicamente con la lettura che lui stesso fa dei suoi versi. La cornice iniziale del video è la metafisica coltre di cemento bianco che si dispiega sul fianco scosceso della montagna su cui sorgeva la vecchia città di Gibellina: il Cretto di Alberto Burri, uno dei luoghi-simbolo della Sicilia contemporanea, tra i più amati dal poeta siriano. Il volume che, complementarmente al suddetto video, Giulia Ingarao, la curatrice del progetto, ha preparato con la collaborazione di Maurizio Ruggiano e Kali Jones (Gruppo Editoriale Kalós, Palermo 2011), riporta al suo interno una densa intervista, rilasciata dal poeta ai due artisti in un incontro parigino avvenuto nell’ottobre del 2010. Adonis, in questa conversazione, articola un raffinato ragionamento su alcuni frame concettuali che caratterizzano la sua poetica: la luce, l’infinito, la vita e la morte, l’esilio, l’identità, il destino, la memoria, l’uomo e l’universo ecc. Il suo discorso vibra per spontaneità e coraggio intellettuale. Il poeta parla della centralità del corpo nel processo di rivalutazione del mondo attraverso i linguaggi dell’arte, sostenendo provocatoriamente che, per tornare al corpo e alla fisicità della vita quotidiana, è necessario liberarsi da qualsivoglia visione religiosa e, in particolare, dai monoteismi: «tutte le religioni monoteiste hanno quasi lo stesso punto di vista, il corpo è il luogo del peccato, il corpo dunque è maledetto. Una cosa maledetta, luogo del peccato, non si può comprendere, quindi si tende sempre ad evitarla. Il problema è che il nostro corpo, in questa ottica, è un impedimento per vivere meglio. Ma noi possiamo vivere solo con il corpo e il nostro corpo è essenziale. La religione ci dice di no, ci dice che l’essenziale è qualche cosa che si chiama anima o spirito. Ma lo spirito non esiste senza il corpo. L’essenziale è il corpo. Bisogna riabilitare il corpo per vedere questo continente straordinario di conoscenza, di sensazioni e di apertura. Il corpo è la vita. È attraverso la pelle che si sente la vita e che amiamo; amiamo attraverso il corpo e attraverso il corpo andiamo verso ciò che si chiama spirito. Ogni estasi passa attraverso il corpo» (p. 69).

Sono suggestioni, quelle avanzate da Adonis, che Kali Jones fa sue indagando i limiti della corporeità, spesso con una forza quasi visionaria, non solo attraverso le videoinstallazioni ma anche nella sua attività fotografica e nella sua pittura. Attualmente, le sue indagini iconiche la stanno spingendo ad esplorare le reti di connessione e le continue metamorfosi che avvicinano il mondo umano a quello animale e vegetale (fig.3).Figura3 - Connections2

In una sua recente realizzazione, Bianco su bianco, presentata all’interno di una mostra collettiva, Tracce, a cura di Aldo Palazzolo (Siracusa, ottobre 2013), la carta è l’elemento peculiare di un particolare canto a più voci, in cui l’artista si limita a suggerire delle forme in grado di arginare qualsiasi tipo di violenza discorsiva. La carta – materiale su cui Kali Jones torna a lavorare periodicamente – viene volutamente sovrapposta su due registri che si coappartengono, generando al contempo, in un rapporto dialettico sensuale e tensivo, un movimento che è in sé armonioso ed essenziale.

La semplicità delle composizioni che Kali Jones sa donarci, la ricerca di forme quasi impalpabili, ma allo stesso tempo profondamente poetiche, che contraddistingue la sua attività, è un grido di speranza posto a baluardo contro la mediocrità del nostro tempo, un vento sottilissimo che rianima le sperdute coscienze, un gioco che si rinnova con commovente, ineffabile serietà.

Dialoghi Mediterranei, n.4, novembre 2013

 

 

 

Se vuoi condividere l'articolo sui Social Network clicca sulle icone seguenti:
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Immagini. Contrassegna il permalink.

Una risposta a Kali Jones o la trasversalità dello sguardo

  1. antonino tobia scrive:

    una bella e colta pagina di critica estetica.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>