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L’emigrazione italiana in Egitto: una lezione storica

Carta geografica dell'Egitto con l'indicazione delle principali città.

Carta geografica dell’Egitto con l’indicazione delle principali città

di Zenab Ataalla 

Precisiamo, a mo’ d’introduzione, che questo breve saggio ha voluto approfondire da vicino l’articolazione che si è data la comunità italiana in Egitto, avviatasi decisamente a diventare stanziale, dopo la prima fase commerciale durata secoli, a partire dalla prima metà dell’Ottocento. Di questa articolazione risaltano congiuntamente sia l’amore per l’Italia, sia quello al Paese di accoglienza. All’Egitto, infatti, gli italiani hanno lasciato un prezioso apporto d’italianità in svariati settori, sia attraverso personaggi di eccezionale spicco, sia attraverso il personale di livello esecutivo, parimenti prezioso, e anche attraverso le innumerevoli iniziative nel campo socio-culturale, un tratto distintivo dell’emigrazione italiana.

Tuttavia, anche se tale aspetto non ha costituito oggetto del presente saggio, sullo sfondo risalta anche il ruolo dei governanti egiziani (i khedivè), che con un’apertura straordinaria hanno facilitato l’inserimento degli italiani in tutti angoli della vita del Paese, inclusi quelli della pubblica amministrazione. L’artefice principale di questa apertura fu il khedivè Mohammad Alì che, pur avendo ancora legami con l’Impero ottomano, di cui l’Egitto faceva allora parte e, pur dovendo confrontarsi con la crescente influenza delle potenze europee, riuscì a far valere la sua tesi: un Paese, interessato a modernizzarsi, deve avvalersi senza riserve nazionalistiche, delle competenze e degli esperti provenienti da quei Paesi che si erano in precedenza già avviati sulle vie del progresso.      

Richiamata l’attenzione su questi aspetti, entriamo ora nel merito del saggio. La formazione della presenza italiana in Egitto si inserisce nella lunga trama dei rapporti sviluppatisi nel Mediterraneo nel lungo corso della storia. Prima ancora che si definissero le forme moderne dell’emigrazione, le coste, i porti e i centri urbani del bacino mediterraneo erano attraversati da scambi commerciali e culturali, da circolazione di persone e da trasferimenti di competenze. L’Egitto occupava in questo sistema una posizione particolare per la collocazione geografica, per il ruolo dei suoi porti e per l’intensità degli scambi mediterranei.

In tale spazio, mercanti, lavoratori e specialisti potevano stabilire rapporti che non coincidevano necessariamente con un trasferimento definitivo, ma che potevano condurre a soggiorni prolungati, inserimenti professionali e successive forme di radicamento. La presenza italiana in terra egiziana va quindi osservata all’interno di un ambiente già caratterizzato dalla pluralità di contatti e di appartenenze diversi che hanno origini lontane.

Nel Medioevo, i rapporti commerciali tra l’Egitto e le principali repubbliche marinare italiane, in particolare Venezia, Genova e Pisa, e in una fase precedente Amalfi, favorirono la circolazione di mercanti e merci, senza produrre automaticamente una comunità italiana omogenea. Un passaggio decisivo si verificò all’inizio dell’Ottocento durante il governo di Mohammad Alì.

Figura 1. Mohammad Alì, il grande riformatore dell'Egitto che nell'Ottocento cambiò il volto del paese.

Mohammad Alì, il grande riformatore dell’Egitto che nell’Ottocento cambiò il volto del Paese

La sua azione riformatrice e modernizzatrice contribuì a rafforzare il carattere cosmopolita dell’Egitto e ad aprire il Paese verso l’esterno. La riorganizzazione dell’amministrazione, dell’economia e delle infrastrutture richiedeva infatti competenze diverse, non sempre disponibili all’interno del sistema locale. L’inserimento di personale straniero non fu un fenomeno marginale, ma si collegò ai processi attraverso i quali l’Egitto cercava di ridefinire le proprie strutture di governo, le attività produttive e le comunicazioni [1]. Così la domanda di competenze favorì l’arrivo di italiani impegnati in ambiti tecnici, amministrativi e culturali.

Il processo di modernizzazione generò anche occasioni di lavoro per commercianti, artigiani e lavoratori, mentre la crescita dei centri urbani e delle opere infrastrutturali moltiplicò le attività legate all’edilizia, ai servizi e agli scambi. La mobilità italiana fu così collegata a una pluralità di bisogni della società egiziana, dalla gestione amministrativa alla costruzione di opere architettoniche, dal commercio alle attività domestiche, senza dimenticare che le tensioni politiche della penisola italiana, fino alla sua unificazione, costituirono un ulteriore elemento di questa storia.

Nel corso dell’Ottocento, la presenza italiana in Egitto assunse caratteristiche diverse rispetto alle precedenti forme di mobilità mediterranea. In una prima fase ebbero un peso significativo gli esuli politici, insieme a tecnici e professionisti che trovarono spazio anche nei programmi di riforma e modernizzazione avviati da Mohammad Alì. Con il passare del tempo, però, la composizione della collettività si fece più articolata, infatti accanto alle figure dotate di competenze specialistiche arrivarono artigiani, commercianti, piccoli operatori economici e lavoratori impiegati in diversi settori.

La presenza italiana divenne così più stabile e radicata nel territorio. Il Cairo e Alessandria d’Egitto ne furono i centri principali, ma nuclei italiani si formarono anche nelle città interessate dallo sviluppo delle infrastrutture e dei traffici, in particolare a Suez e Porto Said e, più in generale, lungo l’area del Canale di Suez. La concentrazione nei centri urbani favorì poi i rapporti tra connazionali e la nascita di associazioni e istituzioni destinate a rispondere alle esigenze di una comunità che, nel corso degli anni, andava consolidando questa presenza stabile. La crescita numerica non cancellò tuttavia le differenze interne.

Provenienze regionali, condizioni economiche, livelli di istruzione e percorsi migratori continuarono a essere diversi. Accanto a professionisti, imprenditori e commercianti vi era infatti una popolazione di lavoratori manuali, artigiani e piccoli imprenditori, spesso rimasti meno visibili nelle ricostruzioni dedicate agli italiani in Egitto.

E proprio le attività economiche riflettevano questa pluralità [2]: gli italiani operavano nell’agricoltura, industria, commercio, attività artistiche, giornalismo, medicina, educazione, nell’amministrazione e nei servizi. Tra questi ultimi merita di essere ricordato un contributo meno noto, quello degli italiani allo sviluppo e all’organizzazione dei servizi postali egiziani. Infatti il livornese Carlo Meratti avviò ad Alessandria un servizio privato di corrispondenza, successivamente sviluppato da Tito Chini e dal bolognese Giacomo Muzzi nella Posta Europea. La rete si estese progressivamente nel Paese fino a ottenere il monopolio del servizio postale, acquistato dal governo egiziano nel 1865, divenendo la base della nuova amministrazione postale statale, della quale Muzzi fu nominato direttore generale [3].

La varietà delle occupazioni consente anche di evitare una rappresentazione della presenza italiana costruita esclusivamente intorno alle personalità che raggiunsero posizioni di prestigio. Ingegneri, medici, architetti, funzionari e imprenditori costituiscono la componente più facilmente rintracciabile nelle fonti, ma accanto ad essa esisteva una presenza molto più ampia di lavoratori. I dati relativi al 1927 restituiscono efficacemente questa articolazione: gli italiani risultavano occupati nella pubblica amministrazione, come impiegati, operai e artigiani, come fabbri, falegnami, muratori, barbieri, sarti e cuochi, nel commercio, nelle professioni liberali, come medici, avvocati, ingegneri e architetti, nelle attività domestiche e anche nel settore finanziario. Ne emerge una comunità socialmente stratificata, la cui storia non può essere ricondotta a un’unica categoria sociale o professionale [4].

Il prestigio raggiunto da alcune personalità non può essere esteso all’intera collettività, così come la presenza di una consistente componente operaia non esaurisce la varietà dei percorsi italiani in Egitto. Le due dimensioni coesistettero e contribuirono entrambe alla costruzione della comunità. Lo sviluppo infrastrutturale egiziano offrì occasioni importanti a questa mobilità. La costruzione di dighe e canali, la pianificazione urbanistica e le attività legate all’edilizia, all’ingegneria e all’architettura coinvolsero tanto i lavoratori quanto i tecnici e professionisti.

Inaugurazione del Canale di Suez a Port Said.

Inaugurazione del Canale di Suez a Port Said

Un passaggio importante di questa storia è rappresentato sicuramente dall’inaugurazione del Canale di Suez, avvenuta il 17 novembre 1869. L’opera accrebbe l’importanza economica e strategica dell’Egitto e rafforzò le condizioni che favorirono la presenza di professionisti ed operai europei in Egitto. Un contributo italiano alla progettazione del Canale venne anche dagli ingegneri Luigi Negrelli e Pietro Paleocapa, entrambi membri della Commissione scientifica internazionale incaricata di esaminare i progetti per il taglio dell’istmo di Suez [5]. 

L’apertura del Canale accrebbe l’attività dei porti, dei traffici commerciali e della richiesta di servizi ad essi connessi, nonché lo sviluppo di centri urbani sorti nell’area.

Per alcuni connazionali il soggiorno rimase legato a una specifica attività o a un progetto temporaneo, mentre per altri si trasformò in un insediamento più duraturo, sostenuto dalla formazione di reti familiari, professionali e associative.

È interessante accennare come la componente femminile appartenga a pieno titolo a questa storia, sebbene le loro esperienze siano rimaste meno visibili. Molte donne italiane difatti svolsero le attività di cura della casa e ricoprirono il ruolo di balie presso le famiglie egiziane ed europee più benestanti [6].

E proprio questo punto acquisisce un valore molto importante. La presenza delle balie italiane presso le famiglie benestanti mostra, inoltre, come i rapporti tra italiani ed egiziani non si sviluppassero esclusivamente negli spazi pubblici del commercio, dell’amministrazione o delle professioni. Una parte di queste relazioni si costruiva nella dimensione quotidiana e domestica, attraverso attività di cura che ponevano le lavoratrici a diretto contatto con le famiglie presso le quali erano impiegate [7].

La progressiva stabilizzazione degli italiani e delle italiane si accompagnò a forme concrete di inserimento nella società egiziana. La loro presenza si estese anche alla pubblica amministrazione e a professioni che ebbero un ruolo importante nel contesto locale. Nel campo della medicina operarono figure come Ludovico e Antonio Colucci, nell’insegnamento universitario si distinse l’arabista Carlo Alfonso Nallino, nella musica Giovanni Bottesini, che nel 1871 diresse al Cairo la prima rappresentazione dell’Aida di Giuseppe Verdi, nell’architettura e nelle arti Pietro Avoscani, Antonio Lasciac, Ernesto Verrucci e Mario Rossi. Mentre in campo statistico ebbe un ruolo di primo piano Federico Amici Bey, che nel 1876 istituì e diresse l’Istituto Statistico egiziano [8].

Tra la seconda metà dell’Ottocento e i primi decenni del Novecento la collettività raggiunse una notevole consistenza, la quale può essere osservata con maggiore precisione attraverso le rilevazioni statistiche e, a partire dal 1882 attraverso i censimenti.

Figura 4. Antonio Lasciac, architetto italiano attivo in Egitto tra la fine dell'Ottocento e l'inizio del Novecento.

Antonio Lasciac, architetto italiano attivo in Egitto tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento

Nel 1878 una statistica ufficiale registrava 14.524 italiani, su una popolazione straniera complessiva di 68.653 persone. Nel 1882 salirono a 18.665, mentre gli stranieri erano 90.886, nel 1897 gli italiani raggiunsero 24.454 unità su 112.574 stranieri e, nel 1907, 34.926 su 147.220. La crescita proseguì nel 1917, quando furono censiti 40.198 italiani su complessivi 205.594 stranieri, fino a raggiungere il valore più elevato nel 1927, con 52.462 italiani su 225.600 stranieri. A partire dal decennio successivo la tendenza si invertì: nel 1937 gli italiani erano 47.706, mentre la popolazione straniera complessiva era scesa a 186.515 persone. Nel 1947 gli italiani risultavano 27.958 su 145.915 stranieri e, infine, nel 1960, la presenza italiana si era ridotta a 14.089 persone, a fronte di una popolazione straniera complessiva di 143.332 [9].

Questi dati non descrivono soltanto l’andamento numerico della collettività, ma mostrano anche la sua crescita che proseguì fino agli anni Venti del Novecento e un successivo ridimensionamento, che diventerà particolarmente evidente nel Secondo dopoguerra. La progressiva stabilizzazione della collettività italiana favorì anche la costruzione di una rete di istituzioni assistenziali, educative e associative.

La vita comunitaria non si esauriva infatti nei rapporti di lavoro o nelle attività economiche, ma comprendeva forme organizzate di solidarietà rivolte ai connazionali che si trovavano in condizioni di necessità. Società di beneficenza, strutture sanitarie, istituzioni religiose e scuole contribuirono, con funzioni differenti, a dare maggiore stabilità alla presenza italiana. La necessità di curare gli ammalati, assistere le persone in difficoltà, educare i giovani e le giovani e mantenere rapporti tra i connazionali produsse spazi nei quali la solidarietà si intrecciava con il senso di appartenenza alla comunità. Tra le principali strutture assistenziali statali si colloca l’Ospedale Italiano Umberto I del Cairo, la cui istituzione risale al 1903. L’ospedale divenne un punto di riferimento per la collettività, e continua ancora oggi la propria attività sanitaria rivolgendosi all’intera società egiziana.

Un ruolo importante fu anche svolto dalle istituzioni religiose e missionarie, la cui funzione non si limitò alla sola dimensione spirituale. Tra queste va ricordata l’opera avviata da Daniele Comboni, presente in Egitto già dalla metà dell’Ottocento. Nel 1867 fondò al Cairo due istituti legati al suo progetto missionario rivolto all’Africa centrale, dando origine a una presenza che proseguì anche negli anni successivi attraverso attività religiose, educative e formative. A questa esperienza si affiancò poi, sul finire dell’Ottocento, quella dei Salesiani, che si stabilirono ad Alessandria nel 1896 e successivamente al Cairo nel 1926. La loro attività univa la dimensione religiosa a quella educativa e professionale, rivolgendosi in particolare ai giovani e affiancando all’istruzione attività formative e assistenziali.

Don Bosco, fondatore dei Salesiani e tra i primi missionari arrivati in Egitto.

Don Bosco, fondatore dei Salesiani e tra i primi missionari arrivati in Egitto.

All’interno di questo più ampio processo di organizzazione sociale e culturale della collettività italiana si colloca anche la dimensione scolastica, che ne rappresentò uno degli sviluppi più rilevanti. Le scuole costituirono infatti uno dei principali luoghi di trasmissione della lingua e della cultura, ma anche spazi di incontro tra famiglie, istituzioni e generazioni diverse della collettività. La politica italiana nei confronti delle scuole all’estero assunse una forma più organica alla fine dell’Ottocento, durante i governi di Francesco Crispi [10].

Nel contesto egiziano, tuttavia, il significato delle scuole non può essere ricondotto esclusivamente alla politica dello Stato italiano. Esse assicuravano l’istruzione e contribuivano alla conservazione della lingua e della cultura d’origine, ma operavano all’interno di una società urbana plurilingue e cosmopolita, nella quale erano presenti istituzioni educative appartenenti a diverse comunità straniere e confessionali. La scuola contribuì così a dare continuità alla presenza italiana tra una generazione e l’altra.

Per le famiglie che avevano scelto di stabilirsi in Egitto, poter contare su istituzioni educative buone rappresentava anche uno degli elementi che rendevano possibile una permanenza più duratura nel Paese. 

Figura 5. Daniele Comboni, missionario e oggi santo, ricordato anche per il celebre motto «O Nigrizia, o morte!».

Daniele Comboni, missionario e oggi santo, ricordato anche per il celebre motto «O Nigrizia, o morte!».

Il fascismo, la guerra, il dopoguerra: il cambiamento della collettività italiana in Egitto

Tra le due guerre mondiali la collettività italiana in Egitto si trovava in una fase di consolidamento demografico, sociale e istituzionale. La sua consistenza numerica, la presenza di scuole, associazioni e strutture assistenziali e la partecipazione degli italiani alla vita economica e professionale del Paese avevano contribuito a renderla una componente riconoscibile della società egiziana. Proprio questa articolazione la rese anche oggetto di una crescente attenzione da parte del regime fascista.

Il fascismo attribuì infatti particolare importanza alle comunità italiane residenti all’estero, considerate non soltanto come aggregazioni di connazionali, ma anche come strumenti attraverso i quali promuovere l’immagine dell’Italia e rafforzare il sentimento di appartenenza nazionale. Anche in Egitto le istituzioni della collettività furono progressivamente coinvolte in questo processo. Ciò non significa, tuttavia, identificare l’intera comunità con il fascismo perché al suo interno continuarono a esistere orientamenti differenti e forme di opposizione al regime. La dimensione politica si sovrappose quindi a una realtà sociale assai più complessa, costituita da persone e famiglie le cui esperienze non possono essere ricondotte a un’unica appartenenza ideologica.

L’ingresso dell’Italia nella Seconda guerra mondiale, il 10 giugno 1940, determinò una frattura profonda. Gli italiani residenti in Egitto si trovarono improvvisamente nella condizione di cittadini di uno Stato nemico in un Paese nel quale la presenza militare e l’influenza britannica assumevano un peso determinante. Una comunità che per decenni aveva costruito attività economiche, rapporti professionali, istituzioni e reti familiari fu sottoposta a misure di controllo e restrizione legate alle esigenze del conflitto.

Le conseguenze interessarono diversi aspetti della vita quotidiana. Furono adottate misure nei confronti delle imprese economiche e dei beni appartenenti agli italiani, alcuni persero il lavoro e coloro che erano impiegati nell’amministrazione egiziana furono allontanati dai propri incarichi. Le restrizioni ebbero effetti sull’equilibrio economico e sociale di numerose famiglie.

L’internamento rappresentò una delle manifestazioni più gravi di questa nuova condizione. Gli arresti iniziarono già nella notte tra il 10 e l’11 giugno 1940 e interessarono progressivamente migliaia di italiani [11]. Le fonti non restituiscono una cifra unica e generalmente vengono indicati 5.000 italiani arrestati [12]. Al di là delle differenti quantificazioni, l’internamento assunse quindi dimensioni tali da incidere profondamente sulla vita della collettività e, in particolare, sulle famiglie private della presenza e del reddito degli uomini internati.

Donne, bambini e familiari degli internati furono così coinvolti indirettamente nelle conseguenze scaturite dal conflitto. L’assistenza divenne una necessità concreta e mobilitò istituzioni religiose e reti di solidarietà chiamate a sostenere nuclei familiari entrati improvvisamente in condizioni di difficoltà.

Alla fine della guerra la comunità continuava comunque ad essere presente in Egitto: il censimento del 1947 infatti registrava ancora 27.958 italiani, come abbiamo già indicato. Lo scontro bellico aveva però indebolito alcune delle basi economiche, professionali e istituzionali sulle quali si era costruito il precedente radicamento e aveva aperto una fase nella quale la presenza italiana avrebbe dovuto confrontarsi con un contesto politico profondamente diverso ed incerto. Il Secondo dopoguerra si sviluppò in un quadro politico e giuridico profondamente mutato.

Già prima del conflitto, la Convenzione di Montreux dell’8 maggio 1937 aveva sancito l’abolizione del regime delle Capitolazioni e avviato un periodo transitorio al termine del quale sarebbe cessata anche l’operatività dei Tribunali Misti. Questo lento processo si concluse nel 1949 e modificò progressivamente il quadro nel quale le comunità straniere, compresa quella italiana, avevano operato per lungo tempo.

Re Farouk e la famiglia

Re Farouk e la famiglia

Un altro passaggio decisivo si verificò il 23 luglio 1952 con la Rivoluzione degli Ufficiali Liberi, che portò pochi giorni dopo all’abdicazione di re Faruq. La monarchia non fu tuttavia abolita immediatamente, infatti la Repubblica venne proclamata il 18 giugno 1953. La distinzione tra i due momenti consente di cogliere il carattere progressivo della trasformazione istituzionale egiziana. Per gli italiani, come per altre comunità straniere, ciò significò confrontarsi con condizioni di vita differenti a quelle che avevano permesso lo sviluppo e la crescita della loro presenza in Egitto.

Le trasformazioni politiche ed economiche dell’Egitto, e nel 1956, la nazionalizzazione della Compagnia del Canale di Suez contribuirono a modificare ulteriormente le condizioni di vita. Per la comunità italiana, tuttavia, il ridimensionamento era già iniziato negli anni precedenti come dimostrano anche i censimenti già richiamati precedentemente: dai 52.462 italiani registrati nel 1927, si passò ai 47.706 italiani nel 1937, e a 27.958 nel 1947 e, infine, 14.089 nel 1960 [13].

Tra il 1950 ed il 1960 una parte consistente degli italiani residenti in Egitto si trasferì in Italia, altri emigrarono verso diverse destinazioni, tra le quali l’America del Nord e del Sud o l’Australia [14]. Dalla fine della guerra si verificarono anche rimpatri assistiti dallo Stato italiano, nell’ambito di forme di intervento e di provvidenze rivolte a connazionali provenienti dall’Egitto [15]. Il ridimensionamento della collettività fu quindi il risultato di più fattori che individuiamo nelle conseguenze della guerra, nel mutamento della posizione degli stranieri, nelle trasformazioni economiche, nelle partenze individuali e familiari, anche con l’intervento dello Stato italiano.  

La comunità italiana non cessò di esistere, ma cambiò consistenza e composizione: alcuni nuclei rimasero, altri partirono, mentre altri ancora continuarono a mantenere legami con il Paese nel quale avevano vissuto.

graficoegitto-k20d-u43150586874147xi-1224x916corriere-web-sezioni-593x443Dalla comunità storica alle forme contemporanee della presenza italiana

Il ridimensionamento della collettività storica italiana non determinò l’interruzione della presenza italiana in Egitto né dei rapporti tra i due Paesi. Come già precedentemente accennato la comunità storica degli italiani d’Egitto è legata a una lunga esperienza di insediamento, a memorie familiari, a percorsi di integrazione e a forme di appartenenza maturate nel tempo.

A questa realtà si sono affiancate nel corso degli anni presenze più recenti, spesso legate ad attività professionali, tecniche ed economiche e caratterizzate da una permanenza più limitata nel Paese. Non si tratta quindi della semplice prosecuzione della comunità formatasi tra Ottocento e Novecento, ma di una permanenza che ha progressivamente assunto forme diverse.

A restituirci una fotografia dell’epoca, oltre ai dati già citati per gli anni Sessanta, la presenza degli italiani in Egitto per gli anni Settanta era stimata in circa 6.000 persone [16]. Per i decenni più recenti è possibile ricorrere anche ai dati dell’Anagrafe degli Italiani Residenti all’Estero (AIRE), istituita nel 1988. Nel 2001 risultavano iscritti 6.655 italiani residenti in Egitto [17], mentre nel 2009 erano 4.207 [18]. Alla fine del 2014 gli iscritti AIRE residenti nel Paese risultavano 4.468 [19].

Il confronto tra queste cifre deve comunque essere considerato con cautela, poiché provengono da fonti e sistemi di rilevazione differenti. Esse mostrano tuttavia come, dopo il forte ridimensionamento della seconda metà del Novecento, la presenza italiana in Egitto non sia scomparsa, ma abbia assunto progressivamente caratteristiche diverse rispetto alla comunità storica formatasi tra Ottocento e prima metà del Novecento.

Nel frattempo, anche i rapporti economici tra Italia ed Egitto avevano assunto nuove forme. Un esempio significativo è rappresentato dalla collaborazione nel settore degli idrocarburi e dalla presenza di personale tecnico e specializzato. L’ENI opera in Egitto dal 1954 attraverso la controllata IEOC e la scoperta del giacimento di Zohr, avvenuta nel 2015, rappresenta uno degli sviluppi più importanti di questa lunga attività nel Paese.

Education and Training(Agenzia italiana per la Cooperazione)

Education and Training(Agenzia italiana per la Cooperazione allo sviluppo in Egitto)

Anche sul piano culturale ed educativo i rapporti tra Italia ed Egitto hanno continuato a svilupparsi attraverso istituzioni e iniziative dedicate alla diffusione della lingua e della cultura italiana. Tra queste troviamo l’Istituto Italiano di Cultura del Cairo che opera in questo ambito attraverso attività culturali, educative e di promozione linguistica, e la Società Dante Alighieri anch’essa impegnata nella diffusione della lingua e della cultura italiane, senza dimenticare la presenza salesiana. Gli istituti Don Bosco del Cairo e di Alessandria d’Egitto, infatti, come nel passato sono attivi ancora oggi nel campo dell’istruzione tecnica e professionale, rappresentando l’esempio vivo di come alcune istituzioni sorte all’interno della comunità storica abbiano continuato la propria attività adattandola a un contesto sociale ormai profondamente diverso.

Nel campo della formazione tecnica poi si inserisce più recentemente l’Integrated Technical Education Cluster (ITEC), sviluppato nell’ambito del Programma italo-egiziano di conversione del debito. Il progetto ha dato vita a poli di formazione tecnica e professionale, tra cui quello di Demo, nel governatorato del Fayoum, e quello di Abu Ghaleb, nel governatorato di Giza, realizzati in collaborazione con le istituzioni egiziane. L’ITEC rappresenta così una delle forme contemporanee attraverso le quali la cooperazione tra Italia ed Egitto si esprime nel settore della formazione.

In questo quadro, la lingua italiana assume un particolare valore di raccordo perché collega la memoria di una presenza sedimentata attraverso comunità, scuole e istituzioni alle relazioni che continuano a svilupparsi nel presente. La sua funzione non si esaurisce quindi nella conservazione di un’eredità culturale, ma si inserisce in uno spazio nel quale formazione, mobilità professionale, cooperazione e scambi economici continuano a mettere in contatto le due società. La lingua rappresenta così una delle tracce più riconoscibili della lunga interazione tra Italia ed Egitto e, al tempo stesso, uno degli strumenti attraverso i quali questa relazione continua a rinnovarsi.

Ritornando, in conclusione alle riflessioni formulate nell’incipit di questo saggio, mi pare fondato sostenere che le migrazioni sono state un potente fattore che giustifica l’accreditamento del Mediterraneo come un luogo di incontro tra civiltà, culture, lingue, religioni, progetti condivisi, nonostante i contrasti. Tuttavia non possiamo non ricordare che la storia è un efficace antidoto a questa deriva, ma bisogna entrare nel suo spirito, comprendere i suoi ideali, apprezzare la sua arte di mediazione, ammirare la tenacia nel continuare i progetti accertati nella loro validità. Ed è quanto, nel suo piccolo, ha cercato di fare questo saggio, collegando la situazione attuale con gli insegnamenti del passato. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] Petricioli M., Oltre il Mito. L’Egitto degli italiani (1917-1947), Milano 2007, Edizioni Bruno Mondadori.
[2] Melchionda U., Nigido R., Pittau F. (a cura di), Mediterraneo: geopolitica, migrazioni e sviluppo. Scenari attuali, dati statistici e prospettive, “Affari Sociali Internazionali”, anno III, nn. 3-4/2015, Edizioni IDOS, Roma, 2015; Cresti F., “Comunità proletarie italiane nell’Africa mediterranea tra XIX secolo e periodo fascista” in Mediterranea. Ricerche storiche, n. 12, 2008, Ed.ni Wide: 189-214.
[3] Cagni M., Egitto, Torino 1897, Carlo Clausen Editore. Consultabile on line: https://readingroo.ms/4/5/9/4/45948/45948-h/45948-h.htm?utm_source=chatgpt.com
[4] Ministero degli Affari Esteri, Censimento degli italiani all’estero alla metà dell’anno 1927, Roma, Provveditorato Generale dello Stato – Libreria, 1928 (VI): 326-327.
[5] Bono S., “Il Canale di Suez e l’Italia”, in Mediterranea. Ricerche storiche, 2006: 411-421.
[6] Melchionda U., Nigido R., Pittau F. (a cura di), op.cit.; Cortese A. “Il baliatico nell’emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento”, in AltreItalie, n. 53, 2016. Consultabile su Internet: https://www.altreitalie.it/pubblicazioni/rivista/n-53/saggi/offese-riparazioni-e-controllo-comunitario-la-giustizia-degli-immigrati-italiani-nei-nuclei-colonial/il-baliatico-nellemigrazione-italiana-tra-ottocento-e-novecento.kl”
[7] Gobbi O, “Emigrazione femminile: balie e domestiche marchigiane in Egitto fra Otto e Novecento”, in Proposte e ricerche. Economie e società nella storia dell’Italia centrale, XXXIV, n. 66, 2011: 7-24; Salsi S., “Italiane in Egitto tra ’800 e ’900. Il baliatico come risorsa economica”, in Dialoghi Mediterranei, periodico bimestrale, n. 26, 2017, consultabile on line: https://www.istitutoeuroarabo.it/DM/italiane-in-egitto-tra-800-e-900-il-baliatico-come-risorsa-economica/
[8] Balboni L.A., Gli italiani nella civiltà egiziana del Secolo XIX, Ambasciata d’Italia, Il Cairo, 2009.
[9] Amicucci D., “La comunità italiana in Egitto attraverso i censimenti dal 1882 al 1947”, in Branca P. (a cura di), Tradizione e modernizzazione in Egitto 1798-1998, Milano, 2000: 82.
[10] Salvetti P., “Le scuole italiane all’estero” in Storia dell’emigrazione italiana, II, Arrivi, a cura di Bevilacqua P., De Clementi A., Franzina E., Donzelli Editore (Roma, 2001): 535.
[11] Petricioli M., op. cit.: 405
[12] Turiano A., Viscomi J.J., From immigrants to emigrants: Salesian education and the failed integration of Italians in Egypt, 1937-1960, in Modern Italy, n.23, 2018, edizioni Cambridge University Press.
[13] Amicucci D., op. cit., p. 82; Turiano A., Viscomi J.J., op. cit.
[14] Melchionda U., Nigido R., Pittau F. (a cura di), op.cit.
[15] Legge 25 ottobre 1960, n. 1306, Provvidenze e benefici per i connazionali rimpatriati dall’Egitto, dalla Tunisia e da Tangeri, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 279, 15 novembre 1960, art. 1.
[16] Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale dell’Emigrazione e degli Affari Sociali, Ufficio VII, Rassegna della stampa italiana, italiana all’estero ed estera di problemi sociali e migratori, 1973: 131. Consultabile on line: file:///C:/Users/PC/Desktop/24_31_maggio_1973.pdf
[17] Maeci, Annuario statistico 2001.
[18] Maeci, Annuario statistico 2010.
[19] Lombardi N., Pittau F., Taddei L., “Emigrazione italiana: aspetti statistici, culturali e sociali”, in Dossier Statistico Immigrazione 2015, Centro Studi e Ricerche IDOS, Roma, 2015: 79. 
Riferimenti bibliografici
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Balboni L.A., Gli italiani nella civiltà egiziana del Secolo XIX, Ambasciata d’Italia, Il Cairo, 2009.
Bono S., “Il Canale di Suez e l’Italia”, in Mediterranea. Ricerche storiche, 2006.
Cagni M., Egitto, Torino, Carlo Clausen Editore, 1897. Consultabile online: https://readingroo.ms/4/5/9/4/45948/45948-h/45948-h.htm
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Altre fonti
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Ministero degli Affari Esteri, Direzione Generale dell’Emigrazione e degli Affari Sociali, Ufficio VII, Rassegna della stampa italiana all’estero ed estera di problemi sociali e migratori, 1973. Consultabile online: https://www.cser.it/wp-content/uploads/2024/02/24_31_maggio_1973.pdf (pagina 131 del PDF).
Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Annuario statistico 2001 e Annuario statistico 2010. 
Fonti normative
Legge 25 ottobre 1960, n. 1306, Provvidenze e benefici per i connazionali rimpatriati dall’Egitto, dalla Tunisia e da Tangeri, in Gazzetta Ufficiale della Repubblica Italiana, n. 279, 15 novembre 1960, art. 1.

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Zenab Ataalla, ricercatrice e giornalista freelance italo-egiziana da sempre interessata al tema dei diritti umani, questioni di genere, migrazioni e l’incontro tra culture diverse. Da ultimo ha perfezionato questa sua impostazione con la partecipazione al Master in economia, diritto intercultura e migrazioni (MEDIM) dell’Università di Roma Tor Vergata e ha iniziato a pubblicare alcune delle sue ricerche.

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