L’amicizia al tempo di Cicerone e ai nostri giorni

COPERTINA .    di Virginia Lima

Se provassimo a cercare il termine amicizia su un qualsiasi vocabolario della lingua italiana troveremmo più o meno sempre la medesima definizione: «vivo e scambievole affetto tra due o più persone, ispirato in genere da affinità di sentimenti e da reciproca stima». Si tratta, in effetti, di un sentimento in cui almeno una volta nella vita a tutti, piccoli e adulti, è almeno sembrato di credere. L’amico, o il presunto tale, allevia la sofferenza, condivide i segreti e le esperienze, partecipa le gioie e le pene, ma, se tradisce, se inganna o se delude è capace allo stesso tempo di provocare un dolore pungente.

In quanto elemento specifico della cultura umana, l’amicizia è stata nel corso degli anni soggetta ad un’evoluzione semantica e rappresentativa, così che oggi sempre più spesso si tende ad estendere tale nobile concetto anche alla maggior parte dei rapporti umani: parlare di amici rimanda subito ai social, a facebook in cui gli “amici” sono solo conoscenti, semplici contatti privi di qualunque dimensione affettiva. Sovente, inoltre, soprattutto gli adolescenti tendono a misurare la propria popolarità sociale attraverso il numero di contatti-amici sostituendo la qualità alla quantità. Uno strumento di comunicazione diventa pertanto soltanto uno strumento di controllo virtuale, un elemento con cui osservare, spiare e purtroppo anche farsi osservare e controllare, con tutti i pericoli che ne derivano.

Oltre che di amore liquido, conseguenza della società liquida di cui tanto ha scritto Bauman, si potrebbe, dunque, parlare anche di amicizia liquida, quella tessuta per via elettronica. Il cambiamento della società, infatti, connotato da flessibilità, incertezza e precarietà conduce ad un conseguente cambiamento dei rapporti che diventano anch’essi precari, incerti e instabili. L’amicizia come l’amore è a portata di click: si crea e si cancella premendo un semplice tasto. Dopo tutto siamo ormai entrati nell’era dei selfie, del consumismo barbaro e ignorante in cui paradossalmente, sebbene siamo sempre più connessi, comunichiamo meno ripiegandoci sempre più su noi stessi. A tal proposito, in un’intervista di qualche anno fa rilasciata a La Repubblica, Bauman afferma che i legami interpersonali «sono stati sostituiti dalle connessioni» in quanto «mentre i legami richiedono impegno, “connettere” e “disconnettere” è un gioco da bambini» [1]. In Consumo quindi sono, il sociologo sostiene che il passaggio dalla società dei produttori a quella di ottusi consumatori ha portato alla costante ricerca di una felicità – anch’essa precaria – che ci spinge a ritenere possibile avere “tutto e subito” e che di conseguenza ci obbliga a pensare che sia possibile comprare qualsiasi cosa, anche l’amore o l’amicizia. Vittorio Zucconi non è così catastrofico a riguardo. Egli, infatti, in un articolo del 2010 di La Repubblica scrive che «la trasformazione dell’amicizia fisica in questa forma fluida e virtuale che Internet ha moltiplicato oltre ogni forma comprensibile a Dante, a Hobbes, a Dalla, a Charlie Brown, e anche ai primi sociologi, come Emile Durkheim che un secolo fa studiarono i meccanismi della rete umana, ha prodotto i soliti spaventi da “signora mia dove finiremo”» [2].  L’uomo, continua Zucconi, in quanto essere sociale ha da sempre cercato l’altro per abbattere l’individualismo, per evadere dal proprio microcosmo e ciò anche prima dell’invenzione delle varie chat e dei vari social network. In altre parole, i vari Mark Zuckerberg hanno semplicemente digitalizzato e applicato un’esigenza spontanea e naturale dell’uomo, quella della socialità, che già era conosciuta e messa in atto, sebbene in modi totalmente diversi, nei millenni e nei secoli scorsi.

Fiumi di parole, di note, di colori in libri, musica e opere d’arte che si sono succeduti nel corso dei millenni a testimonianza proprio della familiarità di tale elemento all’uomo di ogni tempo: dalle dediche di Cicerone ad Attico, alle canzoni pop, passando per Dante. Infatti, a differenza dei moderni social network, l’amicizia è sempre esistita, ha sempre sollecitato le riflessioni di poeti, filosofi, scrittori e pensatori di ogni epoca, ma anche di semplici cittadini che ne hanno sperimentato gioie e dolori.

Achille piange la morte di Patroclo, di Niklai Ge, 1855

Achille piange la morte di Patroclo, di Niklai Ge, 1855

Lungi dal volere delineare il mondo antico come età dell’oro e dal volere condannare e demonizzare gli strumenti di comu- nicazione contemporanei che, se usati adeguatamente, sono un valore aggiunto per la società, non si può non guardare al modo estremamente attuale e intelligente in cui il tema è trattato in epoca classica. Già Aristotele, infatti, aveva inteso l’amicizia, a cui aveva dedicato ben due libri dell’Etica Nicomachea, come il più sublime dei sentimenti, definendola cosa non solo bella, ma anche necessaria. Si tratta così di una di quelle categorie universali che attraversano il tempo e lo spazio, che mutano, certamente, senza tuttavia declinare. Ecco perché l’amicizia, nonostante possa essere tema banalizzato, sovraccaricato e abusato, è universale: cambia il concetto, si evolve, muta accezione secondo il contesto di riferimento.

Se facessimo un tuffo nel passato e in particolare nella cultura latina ai tempi della crisi della Repubblica, avremmo modo di osservare una prospettiva sorprendentemente attuale. Uno degli aspetti che più colpisce chi si approccia allo studio della cultura romana è il pragmatismo, l’accezione utilitaristica e strumentale di molti elementi, anche della vita quotidiana e perfino dei rapporti umani. Eppure, Cicerone, che noi tutti abbiamo conosciuto per la rigidità e la serietà oltre che per l’autorità letteraria e retorica, rappresenta l’amicizia non nell’ottica utilitaristica ma, potremmo dire, in chiave sentimentale, senza tuttavia tralasciare la funzione pedagogica. Nel 44 a.c., nel pieno della crisi repubblicana, Cicerone compone un trattato, De Amicitia, dedicato all’amico Attico, in cui affronta l’essenza dell’amicizia attraverso la forma dialogica. È sull’invito di Scevola e Fannio che Lelio, infatti, espone il suo personale concetto. Scipione, fedelissimo amico di Lelio, è morto da poco e sullo sfondo c’è una Roma nel pieno di un stravolgimento politico a causa dei disordini graccani del 129 a.C. Il protagonista del dialogo assume dunque il diritto di essere portavoce proprio in quanto exemplum di amicus e di sapientia e, per l’alto valore etico rappresentato da quest’ultimo, i generi Fannio e Scevola si rivolgono proprio a lui per comprendere il vero significato del sentimento: «E voi, io vi esorto ad attribuire alla virtù, senza la quale non può esservi amicizia, un valore così grande, da ritenere che, al di fuori di quella, niente vi sia meglio dell’amicizia» (Cicerone, 2015: 104) dirà al termine della trattazione Lelio.

Tuttavia, l’evoluzione che caratterizza non solo gli elementi naturali, ma anche quelli culturali ha fatto in modo che, in determinati contesti, perfino questo bene supremo assuma un’accezione negativa. Essa ha finito così per indicare i rapporti clientelari che possono degenerare nella  connivenza mafiosa quando si spinge a cercare la raccomandazione e a praticare l’ingiustizia: attraverso l’amico, sinonimo di “conoscenza” si supera un esame universitario, un concorso pubblico, si trova un lavoro, si viene promosso ad un grado superiore. Cicerone invece non parla «dell’amicizia volgare o della mediocre, la quale tuttavia pure piace e giova, ma della vera e perfetta, quale fu quella di coloro che son pochi e famosi» (ibidem: 17). Insomma, come spiega Alberoni, l’amicizia ha diversi gradi e assume significati diversi a seconda dei contesti e delle situazioni, ma già in Cicerone, e ancor prima in Aristotele, era chiaro che la vera amicizia è quella che si basa sulla virtù e non sulla convenienza. L’amicizia esiste, e quella vera è contraria alla simulazione e all’adulazione:

«l’amicizia […] sembra piuttosto sorta dalla natura che dalla indigenza, più per l’inclinazione dell’anima con un ceto suo senso d’amore, che per riflessione sulla utilità che essa avrebbe poi avuto» (ibidem: 27).
Achille medica Patroclo, coppa, ca 500 a.C.

Achille medica Patroclo, coppa ceramica rossa, ca 500 a.C.

Impossibile non notare poi lo stretto legame, prima di tutto, etimologico tra amore e amicizia che riporta appunto al valore disinteressato del rapporto: «di fatti, entrambi traggono il loro nome da amare; amare è poi niente altro, se non volere bene a colui che si ama, senza pensare ad alcun bisogno da soddisfare, ad alcuna utilità da ricevere; la quale tuttavia spontaneamente fiorisce dall’amicizia, an- che se non si sia andati spontaneamente a cercarla» (ibidem: 100). L’amicizia è un sentimento spontaneo, naturale, che esclude l’assecondare comportamenti scorretti: «si sancisca dunque nell’amicizia questa legge: che né chiediamo noi cose turpi, né richiesti, le facciamo» (ibidem:  40).

Cicerone tenta di scardinare il pensiero strumentale ed utilitaristico che investiva tutti i settori della cultura romana, individuandola come quella virtù che consegna alla città, allo Stato concordia  e ricchezza. L’amicizia diventa un’arma politica, non tuttavia nel senso di strumento utilitaristico e di convenienza, bensì di presupposto per il benessere dello Stato e del governo in linea con il principio della concordia omnium che caratterizzava il pensiero politico ciceroniano. Qualche secolo prima anche il filosofo greco Aristotele aveva interpretato l’amicizia con la stessa chiave di lettura:

«l’amicizia sembra anche tenere unite le città e i nomoteti paiono darsi maggior pena per essi che per la giustizia: la concordia sembra essere una cosa simile all’amicizia ed è a questa che essi mirano soprattutto e più che possono scacciano la discordia, perché è cosa nemica» (Aristotele, L’Etica Nicomachea, VIII).

Se per il filosofo greco l’amicizia è fonte di giustizia e pace, oggi il termine è usato anche nel contesto politico per indicare gli alleati di partito, gli amici di governo, anche in una cinica logica di trasformismo e di opportunismo politico: si cambia partito, si cambia movimento purché si possa mantenere ben salda la propria poltrona, i propri interessi economici e di privilegio. Lo stesso Cicerone è consapevole che trovare l’amico, quello vero, è bello quanto raro; l’amicizia autentica supera le difficoltà e i dissidi: «non c’è difatti peste più grande per l’amicizia che nei più la brama di denaro, nei migliori la lotta per le cariche pubbliche e per la gloria; dalla quale spesso inimicizie grandissime sono sorte fra uomini che erano amicissimi» (Cicerone, 2015: 33). Un esempio, tratto ancora una volta dalla cronaca politica italiana è quello che qualche anno fa ha interessato l’allora Presidente della Camera Gianfranco Fini e il Presidente del Consiglio dell’epoca Silvio Berlusconi, il cui scontro ha sancito la fine di un idillio politico. Ma anche nei rapporti tra la gente comune spesso si assiste ad un allontanamento che finisce per pregiudicare il legame, tanto da mettere in discussione il rapporto e da suscitare il dubbio serio sulla reale esistenza dell’amicizia. I trasferimenti da una città ad un’altra inevitabilmente comportano un allontanamento fisico dall’amico, producono altri incontri, conoscenze ed esperienze così che si finisce per dimenticare la persona che fino a qualche mese prima era, appunto, amica.

Eurialo e Niso, di J.B. Roman, 1827

Eurialo e Niso, di J.B. Roman, 1827

Il trattato latino ci offre ancora una volta un esempio di come sebbene siano cambiati i modi di comunicare e i luoghi d’incontro,  l’amicizia, contrariamente ai pensatori catastrofisti, ai cinici e ai pessimisti, è un sentimento reale e duraturo: «l’amicizia invece tiene in sé uniti moltissimi beni: dovunque tu vada, la trovi; da nessun luogo è esclusa, non è mai intempestiva, non è mai molesta; sicché non dell’acqua, non del fuoco ci serviamo, come si dice, in più occasioni che dell’amicizia» (ibidem: 20). È assolutamente sor- prendente come leggendo un testo che apparentemente è così lontano dai nostri giorni ci si  accorge, oltre che dell’universalismo della categoria amicizia, del fatto che Lelio metta sempre in primo piano il ricordo dell’amico scomparso che l’accompagnerà negli ultimi anni di vita. Ed è proprio quel ricordo che l’aiuta a sopportare il dolore per la morte dell’amico:

«ma, tuttavia, così mi godo il ricordo della nostra amicizia, che mi sembra d’aver vissuto felicemente, perché sono vissuto con Scipione, col quale ho condiviso le cure pubbliche e private, col quale ho avuto in comune la casa e la vita militare, e, cosa in cui è tutta l’essenza dell’amicizia, il massimo accordo delle volontà, delle propensioni, delle opinioni» (ibidem: 15).

Chi leggesse il testo e non avesse mai sperimentato il supporto di un amico, proverebbe quasi invidia nello scoprire la grandezza di tale sentimento. Lelio, infatti, sebbene ricordi Scipione quale eccelso uomo, quale saggio e grande stratega, ricalca il proprio ricordo sulla scia non tanto della sapienza quanto proprio dell’amicizia: «quindi, non tanto codesta fama di sapienza, che testè ha ricordato, mi fa piacere […] quanto la speranza che la memoria della nostra amicizia durerà in eterno» (ibidem). Lelio, dunque, è certo che la sua amicizia con Scipione sarà annoverata tra quelle che sono passate alla storia, come quella tra Achille e Patroclo, Oreste e Pilade, Teseo e Piritoo e, aggiungeremo noi, anche quella che si realizzerà più tardi tra Eurialo e Niso, i giovani troiani compagni di Enea, affratellati nella morte contro i cavalieri rutuli e resi indistinguibili nell’abbraccio mortale. Alto e nobile era il culto per l’amicizia presso i Greci e i Romani, un sentimento spirituale profondo, più forte anche della morte, ci dice Cicerone; tutto passa e cambia, cambiamo casa e lavoro, cambiamo città e compagnie, ma nonostante tutto l’amicizia rimane salda:

«ma poiché le cose umane sono fragili e caduche, si deve sempre cercar qualcuno da amare e che ci ami; tolti infatti l’affetto e la simpatia ogni gioia è tolta alla vita. […] E, invero, di tutte le cose che o la fortuna o la natura mi ha dato, nulla ho che io possa paragonare all’amicizia di Scipione. In essa c’era l’accordo sulle questioni politiche, in essa il consiglio sugli affari privati, in essa infine un riposo colmo di dilettevoli svaghi» (ibidem: 102).

In definitiva, l’amicizia è un bene supremo, figlia della virtù e dell’onestà, necessaria all’uomo, alla concordia e al benessere, non solo sociale, ma anche politico. Si può rimanere certamente scottati, delusi e feriti, ma il sentimento dell’amicizia accompagnerà l’uomo fino alla fine della sua esistenza nonostante la virtualizzazione dei rapporti umani e nonostante la fluidità precaria di una società sempre più incentrata sul singolo. Non sono, infatti, i social network a minacciare i rapporti e a renderli deteriorati, quanto l’uomo stesso che, nel suo arrogante individualismo, è sempre più ripiegato in se stesso, deprivato della concretezza dei sensi e delle esperienze. Se il migliore amico dell’uomo è l’uomo, allora si potrebbe anche affermare che egli è allo stesso tempo il peggiore nemico di se stesso, quando resta segregato nelle forme di una comunicazione autistica e di una relazione simulata. Eppure, nell’orizzonte di tutte le culture, non c’è sentimento più nobile dell’amicizia, saldo vincolo morale e virtù ancor più preziosa dell’amore. Nell’accettare il consiglio di Cicerone di mettere in primo piano l’amicizia, in quanto bene supremo, l’augurio è quello di potere sperimentare anche noi quell’amicizia profonda che lega Lelio e Scipione, che rende perfino più dolce la separazione grazie all’effetto benefico del ricordo. Perché la forza degli affetti amicali, nonostante tutto, resiste e vince sul trascorrere di anni, secoli e millenni.

Dialoghi Mediterranei, n.19, maggio 2016
Note

1  (http://www.repubblica.it/speciali/repubblicadelleidee/edizione2012/2012/11/20/news/bauman_le_emozioni_passano_i_sentimenti_vanno_coltivati-47036367/).
2  (http://ricerca.repubblica.it/repubblica/archivio/repubblica/2010/01/30/amicizia-liquida.html).
 Riferimenti bibliografici
            Francesco Alberoni, L’amicizia, Rizzoli, Milano 2009.
            Aristotele, L’Etica Nicomachea, collana a cura di C. Natali, Laterza, Roma 2005.
            Zygmunt Bauman, L’amore liquido, Laterza, Milano 2006.
            Zygmnunt Bauman, Consumo quindi sono, Laterza, Roma, 2008.
            Marco Tullio Cicerone, L’amicizia, edizione a cura di Emanuele Narducci, Rizzoli, Milano 2015
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 Virginia Lima, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici e specializzata in Antropologia culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha orientato parte dei suoi interessi scientifici verso l’antropologia del mondo antico, approfondendo la funzione culturale del prodigium inteso non solo come momentanea rottura dell’ordine cosmico ma anche come strumento della memoria culturale del popolo romano.

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