La religione come fondamento delle relazioni sociali

 

Sacrificio greco, part. cratere attico a figure rosse, 430 a.C.

Sacrificio greco, part. cratere attico a figure rosse, 430 a.C.

di Antonino Buttitta [*]

Religione è un termine che comprende una gamma di credenze e comportamenti talmente estesa che perfino l’autore della monumentale Fenomologia della religione, Van der Leeuw, malgrado le molte pagine, non riesce a tracciarne una mappa completa anche se orientativa. Del resto, a pensarci bene, i Latini da cui abbiamo derivato la parola, davano a essa un significato assai esteso e complesso, per certi aspetti anche contraddittorio. Il primo lo troviamo in Cicerone: “justitia erga Deos religio dicitur”. C’è molto da discutere su questa associazione tra justitia e religio, ma non è questo il luogo. Ricordo comunque che con religio i Romani indicavano tanto le pratiche cultuali quanto gli stessi dèi: fatto assai significativo ai fini di una riflessione esaustiva su quello che essi intendevano con una parola che fra l’altro implodeva anche l’idea di scrupolo, di rispetto, di ordine, di consapevolezza, di coscienza e infine anche di sacralità.

«Eripere religionem a domo sacra»: Cicerone, per esempio, usa questa espressione per indicare la violazione di un tempio, dunque la sua sacralità. Bene, se una società comprende nella stessa parola cose apparentemente diverse e con estensione semantica assai estesa, deve esserci una ragione. Il linguaggio non serve per generare confusione ma per creare, attraverso discreta verbali, strumenti di conoscenza e ordinamento della nostra rappresentazione della realtà. Se vogliamo capire quanto stiamo discutendo, dobbiamo fare riferimento, all’unico grande filosofo che ha avuto il nostro Paese, Gian Battista Vico. È questo pensatore, grazie al suo essere antropologo, a indicarci la strada per arrivare a sciogliere il nodo di cui stiamo discutendo.

Nella sua Autobiografia, ai più sconosciuta, anche ai suoi studiosi, Vico fa affermazioni trancianti in ordine al significato di sapere e di scienza. Dice: «Sapere è cercare connessioni tra cose tra di loro lontanissime». È questo il percorso che dobbiamo seguire per un discorso persuasivo, in ordine al nostro problema. Seguendo Vico, dobbiamo preliminarmente considerare che quando parliamo di religione, non stiamo pensando a una qualunque tessera del mosaico linguistico umano ma di un fatto costitutivo del pensiero umano.

Leggiamo nei Princìpi di una Scienza Nuova intorno alla comune natura delle nazioni:

«Osserviamo tutte le nazioni così barbare come umane, quantunque per immensi spazi di luoghi e di tempi tra loro lontane, divisamente fondate, custodire questi tre umani costumi, che tutte hanno qualche religione, tutte contraggono matrimoni solenni, tutte seppelliscono i loro morti, che – continua Vico – per la degnità che idee uniformi nate tra popoli sconosciuti tra loro debbono avere un principio comune di vero, deve essere dettato a tutte, che queste tre cose e attraverso queste tre cose, tutta l’umanità cominciò la civiltà, e sono queste tre cose universali e comuni a tutti gli uomini che dobbiamo santissimamente custodire affinché il mondo non si infierisca e si rinselvi di nuovo. Ecco perché abbiamo indicato in questi tre costumi, il fondamento ed il principio di questa Nuova Scienza».

Tralasciamo di affrontare un problema più volte posto da Vico, cioè che idee uniformi, nate presso popoli tra di loro sconosciuti, debbano avere un motivo comune di vero. È più importante e decisivo ragionando dell’uomo, riflettere sul rapporto tra religione e verità. Ratzinger in Ragione e fede sostiene che esse sono chiamate alla reciproca chiarificazione: affermazione decisamente vera. Dobbiamo ricordare però, con il rispetto che si deve a un massimo rappresentante della Chiesa, che il ritenuto erroneamente ateo Voltaire, aveva già risolto il rapporto: fede, ragione, verità. Si chiedeva infatti nel Dizionario filosofico: «Che cosa è la fede? Credere quello che è evidente? No! Per me, è evidente che esiste un Essere necessario, ma questa è una verità di ragione». Il più grande razionalista, il maestro del pensiero razionalista ci sta dicendo che credere in Dio è un fatto “razionale”.

Giove, Giunone e altre divinità, bassorilievo 250 d. C

Giove, Giunone e altre divinità, bassorilievo 250 d. C

Per approfondire questo complesso problema dobbiamo intraprendere un percorso, non meno problematico, che porti ad individuare nella varietà dei culti le loro verità comuni. Solo così possiamo intendere la loro diversità: in particolare la diversità sostanziale, almeno apparente, forse solo apparente, tra religione popolare tradizionale e l’attuale religione che chiamerei mediatica.  È intanto necessaria una precisazione. Scontato che ogni fenomeno religioso è un fatto culturale, non dobbiamo dimenticare che esso, non diversamente da ogni altro fatto della realtà, non è un sistema rigido, ma, come ci ha insegnato Einstein, un sistema-processo; il che significa che si tratta di un fenomeno che ai fini della sua riconoscibilità e persistenza nel tempo, ha bisogno di conservare una relazione costante fra i suoi elementi costitutivi, pur consentendo nel persistere delle relazioni al variare degli elementi. Dunque, non dobbiamo affermare, come fanno alcuni, a fronte di comportamenti religiosi di oggi, che non appartengono alla religiosità. Qualcuno addirittura dice che la religione con questo non ha nulla a che fare. È un’idea nella Chiesa e nella Cristianità non nuova. Cominciò a manifestarsi già al primo affermarsi del Cristianesimo, orientando sin dalle origini, rispettabili uomini di Chiesa a assumere un atteggiamento ostile nei confronti delle credenze non riconducibili ai modelli ufficiali.

Ancora nel ’600 il pio abate J. Baptiste Thiers (ben noto non solo nella sua diocesi) rilevava con amarezza il persistere di quelle che lui chiamava superstizioni e a cui attribuiva addirittura un carattere diabolico, adoperandosi, come tutti gli altri uomini di Chiesa, in misura diversa anche con violenza, per sradicare tali ‘diaboliche superstizioni’ non riconoscendo loro valore religioso. Contadini e pastori sentivano tuttavia l’ineludibile esigenza di esercitare una qualche forma di controllo sulla “sacralità” della natura. Non bastavano loro la erezione di croci e la costruzione di edicole. Avvertivano l’esigenza di praticare forme cultuali e rituali di controllo dello spazio e del tempo considerati gia sacri.

Dobbiamo ricordare che rispetto a uomini di Chiesa come Thiers, diverso era l’atteggiamento del papa Gregorio Magno. Avvertiva la necessità di una progressiva cancellazione delle pratiche tradizionali, invitava tuttavia gli uomini di Chiesa a muoversi con massima cautela. I pontefici non sempre vengono ascoltati, tanto che l’abate Tiers e molti altri religiosi non seguirono e non seguono, ancora oggi, il suo magistero. Non lo seguì Martino di Praga, autore di un’opera celeberrima che i medievisti conoscono bene, il De correctione rusticorum, il quale, anticipando Tiers di alcuni secoli, non solo non riconosceva carattere religioso alle pratiche cultuali tradizionali, ma addirittura le considerava manifestazioni del Diavolo.

Come mai malgrado l’agguerrita ostilità di certi settori della Chiesa per sradicare talune pratiche religiose, esse sono ancora vive? La verità è che a differenza dei comportamenti religiosi attuali, almeno delle fasce giovanili, che non hanno alcun rapporto con i cicli naturali, le feste tradizionali persistono perché è con la natura che i loro soggetti attivi avevano e hanno ancora rapporto. Erano e sono riti intesi a propiziare l’ordinata scansione dei cicli stagionali da cui dipende il buono o il cattivo esito dell’anno agrario. Nulla al pari della sopravvivenza della specie è sottoposto a ritmi naturali. Dalla loro annuale e regolare iterazione dipende la vita delle comunità. Ciascuna festa deve pertanto essere celebrata in un tempo preciso, nel momento in cui, in dipendenza dei mutamenti stagionali, si passa da un’attività all’altra. Aratura, potatura, semina, raccolta dei prodotti della terra si inscrivevano e si inscrivono quindi in un orizzonte sacro. Le feste religiose assolvevano e ancora assolvono la funzione di sacralizzare il tempo e lo spazio. È grazie a questo che, malgrado l’accanimento supponente di alcuni parroci, continuano a perdurare tra il popolo le credenze e le pratiche religiose tradizionali, determinando spesso nel Sud contenziosi tra autorità religiose, confraternite e comitati organizzatori delle feste. D’altra parte è difficile far capire ad un sacerdote che si è formato in una certa tradizione teologica il valore religioso del lancio di “pani votivi” durante le processioni. Di religiosità tuttavia si tratta, perché la pratica vuol essere un’affermazione di vita contro la morte.

Madonna della Misericordia, Domenico Ghirlandaio, 1472

Madonna della Misericordia, Domenico Ghirlandaio, 1472

Alla negazione di valore religioso alle credenze e alle pratiche cerimoniali tradizionali, oggi si associa analogo disconoscimento alla partecipazione giovanile a eventi religiosi. Si dice da parte di intellettuali, convinti di essere depositari della verità, che le decine di migliaia di giovani partecipanti a tali manifestazioni sono indotti a farlo dalla forza persuasiva dei media e dal piacere di stare insieme. Non è da negare che la comunicazione è un fatto decisivo, soprattutto quando si serve di mezzi potenti come la televisione, né da ignorare l’importanza dei comportamenti personali diretti ad affermare la propria presenza attraverso l’associarsi comunitario. È evidente il desiderio di esserci e di apparire, in queste manifestazioni. Non si tratta comunque di un fenomeno nuovo. Della propaganda, sia pure con mezzi diversi e più modesti, si sono da sempre serviti alcuni ordini religiosi per diffondere il culto di alcuni santi e per orientare ed estendere l’afflusso di pellegrini verso determinati santuari. È da chiedersi: è solo la loro forza persuasiva, resa oggi più penetrante dal mezzo televisivo, a determinare la partecipazione di massa a certi accadimenti religiosi?

Costringere la religiosità, in un modello ne varietur, che poi è sempre quello nostro, è un errore. Se restringiamo la religiosità ai nostri schemi, allora dobbiamo necessariamente e coerentemente dare ragione a quegli uomini di Chiesa che non ritenevano, e sia pure in tono minore ancora oggi non ritengono, appartenere alla sfera religiosa le pratiche popolari. Dobbiamo considerare, nel giusto, chi pensa di non qualificare religiose certe forme di partecipazione di massa a eventi culturali. Appartenendo la religione socialmente all’umano, il nostro concetto di religione deve essere infatti tanto più esteso quanto più ne possa e debba contenere. L’idea errata, che ha avuto grande successo fino a qualche anno fa, che il progresso avrebbe portato obbligatoriamente alla scomparsa dei culti religiosi, si spiega sulla base di un concetto restrittivo di religiosità. La verità invece è che un certo progresso ha determinato e determina il manifestarsi di attese religiose, in certi ambienti e società, in termini molto più forti che nel passato. Si è scritto e si sostiene giustamente che una delle ragioni che ha portato Bush al successo è proprio il fatto che gli elettori si sono riconosciuti nella sincerità della sua passione religiosa. Se gli elettori gli hanno dato il loro consenso è perché nel loro animo di fatto agiva altrettanta passione. L’attuale conflitto tra Occidente e Mondo islamico è sicuramente motivato da ragioni economiche e politiche. Se da un lato si insiste a enfatizzare le radici giudeocristiane dell’Occidente  e dall’altro ci si richiama ostinatamente alla predicazione di Maometto, ci sarà pure tuttavia una motivazione che con l’economia e la politica ha poco a che fare.

Per capire quello che accade intorno a noi, per intendere il persistere da un lato della religiosità tradizionale, dall’altro lato il manifestarsi di nuove forme di partecipazione dei giovani a eventi religiosi, dobbiamo costruire un diverso modello per intendere la religione. Possiamo fare una prima grande distinzione: 1) religioni dominate dalla ricerca dell’aldilà temporale e spaziale nella quale i comportamenti individuali e sociali sono finalizzati e funzionali al solo raggiungimento di questo fine; 2) religioni invece dirette a riportare l’aldilà nell’aldiquà.

Caltagirone, domenica di Pasqua

Caltagirone, domenica di Pasqua (ph. A. Annaloro)

Mentre nelle prime l’oltranza è misura del presente, nelle seconde è il presente a farsi misura dell’aldilà. Nelle prime il ruolo del rito è importante ma non decisivo (il sentimento religioso si può risolvere anche solo in un fatto interiore); nelle seconde, al contrario, il rito, la partecipazione collettiva, rivestono un ruolo decisivo e hanno bisogno, anche con clamore, di manifestarsi socialmente.

Possiamo comunque, arbitrariamente, non considerare religiosi comportamenti dai loro attori vissuti come tali? Da chi e da che cosa siamo legittimati a farlo? La verità è che, riflettendo con misura più aperta sull’uomo e sui comportamenti umani, dobbiamo necessariamente riconoscere che, sì, le forme sono diverse, ma manifestano tutte comunque bisogni di natura religiosa e ricerca del sacro. Non siamo dunque in presenza di comportamenti a cui attribuiamo valore religioso e altri che pur qualificandosi come religiosi non lo sono. Non possiamo non riconoscere che si tratta di forme diverse di esprimere un’attitudine universalmente presente nell’uomo così come pensava Vico. Forme che pur diversissime debbono essere tenute insieme da quell’unico collante, cioè dal misterioso sentimento che chiamiamo fede.

È un sentimento, come sappiamo, sul quale si è sprecata una sterminata letteratura. Lo dico col massimo rispetto nei confronti di coloro che si sono impegnati in questa direzione. Nessuno di loro tuttavia è riuscito a definire la fede meglio di Paolo: «La fede è fondamento delle cose che si sperano e prova di quelle che non si vedono». Una sciabolata intellettuale tanto efficace che il Principe dei poeti, proprio richiamandosi all’Apostolo, nella 24a cantica del Paradiso scrive: «Fede è sustanza di cose sperate e argomento delle non parventi». Naturalmente non si tratta di credere in qualcosa di generico e astratto, ma di credere in fatti ritenuti veri. È sempre Paolo a insegnarcelo: «Se Cristo non è risorto allora è  vana la nostra fede» (1 Cor 15, 17).

Intendiamo a questo punto bene che il discrimine tra i comportamenti che si qualificano come religiosi, non sono le manifestazioni esterne, le loro pratiche visibili. Non si può sulla base di comportamenti visibili distinguere tra ciò che è religioso e ciò che religioso non è. Il discrimine infatti è la fede nell’invisibile. È un paradosso ma di questi paradossi si nutre l’universo religioso proprio perché chiamato a sublimare e annullare le contraddizioni irresolubili della prassi. Almeno nell’orizzonte cristiano, la risposta su cosa intendere per religione è allora chiara: religione è la fede nella certezza di sconfiggere la morte, dunque nella possibilità di convertire il divenire in essere: una impossibilità convertibile in fattualità solo a condizione di identificare il nostro personale divenire temporale e molteplice in un essere unico ed extra-temporale, dunque a sottometterlo a sistemi di regole, a modelli di comportamento che essendo giusti verso Dio, per ritornare a Cicerone, lo saranno necessariamente anche verso gli uomini: l’amore verso i quali ne costituisce l’essenza.

Devozione a san Calogero

Agrigento, devozione a san Calogero (da Siciliafan)

Da qui la parità dei credenti e l’obbligo della loro solidarietà. È un carattere costante riscontrabile con maggiore o minore evidenza in tutte le religioni. Lo specifico che segnatamente insiste nella tradizione religiosa giudeocristiana è l’amore verso gli altri accettandone la diversità. Lo ritroviamo ribadito, più o meno esplicitamente, in tutti i testi. Di fatto sacralità e socialità si interelazionano fino a identificarsi in Dio. Basti leggere Giovanni (4, 11): «Carissimi, se Dio ci ha amato così, anche noi dobbiamo amarci gli uni gli altri. Nessuno ha mai visto Dio; se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e l’amore di lui è perfetto in noi. In questo si conosce che non rimaniamo in lui ed egli in noi: egli ci ha donato il suo Spirito. E noi stessi abbiamo veduto e attestiamo che il Padre ha mandato il suo Figlio come salvatore del mondo. Chiunque confessa che Gesù è il Figlio di Dio, Dio rimane in lui ed egli in Dio. E noi abbiamo conosciuto e creduto l’amore che Dio ha in noi. Dio è amore; chi rimane nell’amore rimane in Dio e Dio rimane in lui. In questo l’amore ha raggiunto tra noi la sua perfezione: che abbiamo fiducia nel giorno del giudizio, perché come è lui, così siamo anche noi, in questo mondo. Nell’amore non c’è timore, al contrario l’amore perfetto scaccia il timore, perché il timore suppone un castigo e chi teme non è perfetto nell’amore. Noi amiamo perché egli ci ha amati per primo. Se uno dice: “Io amo Dio” e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello».

Dialoghi Mediterranei, n.24, marzo 2017
[*] Inedito

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Antonino Buttitta, docente emerito dell’Università di Palermo dove ha insegnato Antropologia culturale e Semiotica. È stato preside della Facoltà di Lettere e Filosofia dal 1979 al 1992. Ha fondato e diretto numerose riviste, tra le quali: Uomo&Cultura, Nuove Effemeridi, Archivio Antropologico Mediterraneo. Tra le sue opere si segnalano: Cultura figurativa popolare in Sicilia (1961); Ideologia e folklore (1971); La pittura su vetro in Sicilia (1972); Pasqua in Sicilia (1978); Semiotica e antropologia (1979); Il Natale. Arte e tradizioni in Sicilia (1985); Percorsi simbolici (1989) L’effimero sfavillìo. Itinerari antropologici (1995); Dei segni e dei miti. Un’introduzione all’antropologia simbolica (1996), Il mosaico delle feste (2003); Orizzonti della memoria. Conversazioni con Antonino Cusumano (2015); Mito, fiaba, rito (2016).

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