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Il vanto dell’escluso. Crociate americane e storia del futuro

Moschea di Victoria, Texas, 20 gennaio 2017

Moschea di Victoria, Texas, 20 gennaio 2017

di Valerio Cappozzo

Ultimamente stiamo assistendo a dichiarazioni politiche che sembrano provenire da un altro mondo. Se un alieno dovesse osservare il nostro pianeta dallo spazio, con il suo occhio più fine di quello umano, noterebbe che la Grande Muraglia Cinese è la prima opera artificiale visibile dall’orbita terrestre. Imparando che il muro contraddistingue la civiltà umana sin dalle periferie dell’atmosfera vedrebbe, atterrando, il Vallo di Adriano, taglio netto tra la Britannia e la Scozia. Se l’alieno fosse interessato a sapere quale sia il luogo più vicino al Dio delle religioni monoteiste mediterranee, dovremmo indicargli il Muro del Pianto, il confine occidentale del Monte del Tempio a Gerusalemme. In questo luogo praticano il loro credo gli ebrei, i musulmani e i cristiani. Questa congiunzione di fedi e l’intensità del luogo sacro, fa sì che quel muro sia ritenuto da secoli la linea di demarcazione tra l’umano e il mondo celeste del divino.

Durante la sesta crociata l’imperatore del Sacro Romano Impero Federico II e il Sultano curdo ‘Al-Malik al-Kāmil, concordarono a Gerusalemme che il Tempio di Salomone con la Cupola della Roccia e le mura intorno, tra cui quella del Pianto, rimanessero luogo di culto per le tre religioni libere dal controllo imperiale e ayubbide. Di conseguenza Castel del Monte verrà progettato dall’erede di Francesco d’Assisi, frate Elia, su base ottagonale come la Cupola della Roccia, con l’aggiunta delle otto torri anch’esse ottagonali. L’ottagono è la figura geometrica intermedia tra il quadrato, simbolo del terrestre e il cerchio, simbolo dell’unità e perfezione di Dio. L’aggiunta delle otto torri ottagonali a ognuno degli otto vertici della struttura del castello federiciano, permettono la moltiplicazione perpetua di questo numero, che assume il significato di passaggio intermedio e transizione dalla verticalità al perfetto e all’infinito.

Tornando a terra e all’oggi da tempi assai lontani, come prima l’alieno da altri sistemi solari, osserviamo che la situazione odierna riapre la discussione sul concetto di muro nella sua funzione più concreta e offensiva. Qui in America da un mese si respira un’aria molto diversa dal solito. Il cambiamento politico si traduce in una sottile tensione sociale che intrica i rapporti tra noi immigrati e gli americani. Fa sentire chi viene dal di fuori come meno benvenuto, mentre gli aborigeni – certo intendendo coloro che si sono imposti sulle popolazioni indiane originarie – si sentono generalmente a disagio, oppure il nazionalismo di alcuni viene stimolato con più convinzione, il patriottismo di chi non ha una storia sufficientemente antica da poter capire o immaginare quali conseguenze può avere questo scontro tra civiltà.

Sembra ormai una ricetta d’altri tempi, ma viaggiare nel tempo sui libri di storia porta a nuove consapevolezze che, col loro fascino dell’antico, dovrebbero stimolare la mente e generare una pausa di riflessione in cui l’umiltà e l’insegnamento dei propri errori porterebbero, quanto meno, a una riconsiderazione del tempo presente. Dimenticando il male lo si riabilita, e diventa sempre più difficile fermarlo. Diventa difficile anche osservarlo e saperne cogliere il vero aspetto, la direzione che sta prendendo e gli effetti che potrà portare.

The Washington Post, gennaio 2017 (The White House, State Department, Refugee Processing Center)

The Washington Post, gennaio 2017 (The White House, State Department, Refugee Processing Center)

Questo sta succedendo in America negli ultimissimi tempi e ci fa pensare che nasca da un vanto, da una protezione ideologica che trova la sua ragione nell’essere esclusi dalla storia dei secoli, e quindi da una parte fondamentale della civilizzazione umana. Chiudendosi, e quindi escludendosi con l’inasprimento delle frontiere, gli statunitensi cercano di proteggere il loro modo di vivere, la loro vita quotidiana coperta da un velo di tranquillità e apparente sicurezza resa possibile dalla lontananza dal resto del mondo. Ma sono essi stessi i loro più grandi nemici, e nelle statistiche annuali gli omicidi da arma da fuoco negli Stati Uniti superano in numero ogni attentato terroristico. Esclusi dalla storia pre-moderna, e dunque con la mancanza di una storia autonoma e sedimentata nei secoli, il continente nord americano sente meno la responsabilità del passato, ma vive nella proiezione del futuro perché, in fondo, è lì che avrà luogo la sua storia.

«Non vogliamo ridurci come voi…» ha esclamato il nuovo presidente e avrebbe ragione se solo prendesse in considerazione il passato e con questo abbellisse la frase per farla concludere con un senso pieno di crescita umana: «…per non commettere gli stessi errori», per esempio. Invece no, dietro a questa e alle altre migliaia di dichiarazioni e di provvedimenti che si stanno prendendo c’è un senso di rivalsa che esclude la riflessione e la considerazione sia del passato che del presente. Il tutto rasentando l’illegalità. Dinamica molto ben conosciuta e storicamente attestata ciclicamente in ogni epoca e in ogni società, non ci meraviglia più di tanto, ma siamo preoccupati soprattutto perché si sta toccando un conflitto assai delicato che noi europei ci portiamo dietro da molto prima che venisse scoperto il continente americano, e a causa del quale abbiamo commesso per primi l’errore più spregevole che l’uomo possa compiere verso un altro uomo, mettendo in discussione la fede e lo stile di vita altrui. La conseguenza di questo atteggiamento, sappiamo bene, è stata e continua a essere una tensione perenne della quale si sono perse le motivazioni nel corso di tredici secoli di storia. La guerra tra Occidente e Medioriente interessa il bacino mediterraneo e ora attraversa le Colonne d’Ercole.

Tornando indietro nel tempo vediamo che l’inizio della frattura religiosa e culturale tra Cristiani e Musulmani, che più avanti porterà alle crociate, risiede nell’invasione araba dell’VIII secolo d. C., tesa alla conquista dell’impero Romano d’Oriente con l’entrata a Costantinopoli. Fallito il primo tentativo gli arabi prepararono una nuova e maestosa invasione per destabilizzare l’impero occidentale, penetrando nel mondo cattolico dall’Andalusia, dopo essersi rafforzato nei Paesi islamici del Nord-Africa ed essersi stanziati nel meridione d’Italia. L’obiettivo era quello di attraversare la Spagna per arrivare in Francia, raggiungerne i centri dell’Impero d’Occidente per poi marciare verso l’odierna Istanbul e chiudere il cerchio ideale della loro invasione fondando l’Impero Islamico che sarebbe sorto dopo aver assorbito quello Romano.

Questo tentativo ha segnato una ferita profonda che non si è mai rimarginata, e le otto crociate che si sono succedute con una certa costanza dall’XI al XIII secolo, sono la risposta all’offesa del popolo musulmano. Le guerre sante mosse dal Papa e dall’Imperatore miravano a liberare il Santo Sepolcro, la terra natìa di Cristo dagli invasori pagani e blasfemi ed educarli alle regole della cristianità, oggi della democrazia, prendendone le ricchezze minerarie per sostenere economicamente il proprio Impero e finanziare le guerre. Gli episodi di violenza, come la distruzione della moschea a Victoria in Texas avvenuta all’alba del “Muslim ban” di Donald Trump il 20 gennaio, ne è l’esempio concreto così come l’omicidio di sei persone nella moschea di Québec City in Canada il 30 gennaio, per mano di un sostenitore franco-canadese del presidente neoeletto.

.Icona bizantina di La Scala del Paradiso di S. Giovanni Climaco

Icona bizantina di La Scala del Paradiso di S. Giovanni Climaco

Oggigiorno, dicevamo, svegliarsi nel continente nord americano è più difficile. Aprire gli occhi di fronte alle evidenze richiede uno sforzo considerevole. Avere il coraggio di alzarsi e prendere una propria posizione verso gli accadimenti contemporanei sembra più difficile se non impossibile per gran parte dei ragazzi statunitensi. Gli studenti universitari, generalmente, non hanno gli strumenti atti a formare delle forti coscienze individuali che si sanno confrontare con la propria storia e con quella nazionale e mondiale. Non hanno gli strumenti che non gli sono stati dati durante il percorso educativo primario e secondario e si ritrovano all’università o al college, a scontrarsi con la violenza della storia di cui la cultura è reazione e testimonianza. Sono perplessi e quando si tratta di diventare elettori hanno molte difficoltà a valutare le conseguenze delle proprie scelte [1]. Detto questo sappiamo anche che accostarsi agli studi sulle influenze arabe nel mondo latino durante il Medioevo comporta una serie di problematiche legate a due fattori storiografici: la complessa reperibilità delle fonti e la distorsione ideologica, politica e religiosa, che nei secoli ha confuso anche alcune evidenze.

Per quanto ci si sforzi di cercare i nessi dei rapporti tra arabi e cristiani, sembra sempre sfuggire qualcosa, un qualche ingranaggio senza il quale il discorso sembra non funzionare e viene facilmente messo in discussione dalla critica. Conosciamo bene la storia della ricostruzione delle influenze islamiche nella Divina Commedia, il dibattito che dal 1919 continua ad andare avanti tra diverse difficoltà pur se approfondito da lavori importanti che indagano i punti di contatto con la tradizione letteraria del Mi‘rāj, il racconto del viaggio ultraterreno di Maometto [2]. La storia contemporanea non facilita affatto un approccio, diciamo, riflessivo verso il Medioriente e negli ultimi mesi la situazione va peggiorando. Eppure tornando alle origini dello scontro tra religioni, ci sembra di notare talvolta una maggiore apertura al dialogo e al compromesso, pur all’interno di crociate estremamente cruente. Ma ancora ci sono degli elementi di scambio che si concretizzano nei secoli finali del Medioevo e che troveranno nel Rinascimento mediceo la possibilità della libera circolazione e traduzione della filosofia araba insieme a una maggiore diffusione delle scienze islamiche. Come nel caso dell’incontro tra Francesco d’Assisi, Federico II e il Sultano al-Kāmil, il dialogo diplomatico e politico tra queste personalità ha lasciato dei segni nella storia che, seppur non sempre rintracciabili negli archivi manoscritti a eccezione di alcune cronache, sono tramandati dalla letteratura, dagli affreschi dei pittori e scolpiti sui marmi delle chiese o nelle architetture dei castelli [3].

Bisognerebbe aprire di più gli occhi per cogliere le evidenze che ci circondano con tutte le loro connessioni e rapporti multiculturali, per esempio, in Sicilia, terra profondamente caratterizzata dall’incontro e scontro con i musulmani. Qui svariati e validissimi studi si conducono su questi argomenti e sono stati scritti libri che aiutano a capire, o meglio a intendere, le relazioni umane e intellettuali tra est e ovest, come l’importante testo di Aurelio Pes, Ager Sanguinis [4]. In questa isola del Mediterraneo, intorno al 1225, gli ambasciatori mandati dal Sultano egiziano alla corte palermitana di Federico II, sorpresi dall’apertura mentale dell’Imperatore, cominciarono a intratttenere un rapporto di fiducia reciproca che porterà a un genuino confronto intellettuale tra le due civiltà. Le questioni siciliane rivolte dall’imperatore a Ibn Sab‘īn intorno al 1237-42, sono una prova lampante della diplomazia culturale dell’epoca [5]. Questo è stato possibile grazie agli accordi politico-militari che i due reggenti stipularono garantendo i reciproci interessi con l’incoronazione del primo a Re di Gerusalemme e con la divisione degli Stati sotto il dominio ottomano.

Giotto, San Francesco davanti al sultano, Storie di San Francesco, Assisi, Basilica superiore.

Giotto, San Francesco davanti al sultano, Storie di San Francesco, Assisi, Basilica superiore.

Ma il Medioevo è un periodo storico in cui l’allegoria prevale sulla storiografia come la intendiamo oggi. Attraverso il racconto simbolico si trascendeva il dato oggettivo a favore di una maggiore interpretabilità e, se non si è capaci di decifrare i simboli, si rischia la confusione e il fraintendimento. L’iconografia francescana offre un chiaro esempio di quanto stiamo dicendo: gli incontri tra il frate di Assisi e il Sultano vengono raffigurati coerentemente, già nel Due- Trecento, con la presenza di un fuoco tra i due, simbolo generalmente inteso come prova del frate a dimostrazione della purezza spirituale, come si può vedere in una delle Storie di San Francesco dipinte da Giotto nella Basilica Superiore di Assisi, altro progetto architettonico di frate Elia [6]. Riconsiderata la metafora cristiana del fuoco come figura del battesimo purificatore e letta questa scena in un senso più letterale, vediamo che la prova del fuoco può significare sia l’ammissione della propria innocenza che – ed è questo il caso – una situazione particolarmente difficile e rischiosa com’è stata quella di aspettare tre mesi tra le file dell’esercito crociato a Damietta per incontrare il capo politico islamico. La raffigurazione dell’incontro, allora, ci apparirebbe in tutta la sua valenza storica.

Il poverello di Assisi è famoso anche per la sua capacità di parlare con gli animali, attitudine al dialogo molto particolare che se leggiamo come metafora del saper dialogare con l’Altro, di cui il suo incontro con il Sultano ne è dimostrazione, scorgeremo dietro alla leggenda un importante aspetto della predicazione francescana. Uno degli appellativi dato ai Saraceni durante il basso Medioevo è “lupi”. Il cap. XVI della Regola non bollata di San Francesco, scritta al ritorno del viaggio in Egitto e titolata Di coloro che vanno tra i Saraceni e gli altri infedeli, recita: «Dice il Signore: “Ecco, io vi mando come pecore in mezzo ai lupi” (Matteo 10) […] Perciò qualsiasi frate che vorrà andare tra i Saraceni e altri infedeli, vada con il permesso del suo ministro e servo». Anche in questo caso vediamo che la metafora e il simbolismo in ambito medievale, se considerati da diverse prospettive di lettura, ci restituiscono differenti livelli di comprensione, per accedere ai quali sta a noi fornirci degli strumenti adatti.

Per fare un esempio al quale ci limiteremo in questa sede, oltre a tenere a mente la citata multiculturalità della corte normanna di Palermo che sin da Ruggero II fu caratterizzata dalla coesione tra le culture, greca, saracena, ebraica e latina, e la simbologia attribuita a San Francesco, frutto di una censura ecclesiastica con l’eliminazione di tutte le biografie non ufficiali dal 1266, leggiamo un capitolo della seconda versione della Vita di San Francesco di Tommaso da Celano, la prima scritta a uso dei frati Minori su richiesta di frate Elia intorno al 1230, appena riscoperta dallo studioso francese Jacques Dalarun in un unico esemplare sfuggito alla distruzione [7]. Qui si legge un passaggio assai interessante sull’incontro con il Sultano che ha addirittura fatto meritare le stigmate al frate. Pur se firmata dal biografo autorizzato dalla Chiesa, questa vita fu eliminata perché, presumibilmente, troppo diversa e riassuntiva. In realtà questa riduzione «si rivela essere una reductio nel senso teologico del termine: non riduzione materiale, ma riconduzione all’essenziale, reductio ad Christum» (Dalarun 2015: 26).

«Il Santo di Dio Francesco non riusciva a stare in pace senza portare a compimento in modo fervente il beato proposito. Il tredicesimo anno della sua conversione [1219], si recò nella terra di Siria, dove quotidianamente si conducevano aspre guerre tra cristiani e Saraceni. Nei dintorni di Damietta, disprezzando la morte, si gettò tra le braccia dei pagani; consumato da molte percosse e maltrattato con molte ingiurie, scampò tuttavia dalle mani scellerate, e con altrettanto coraggio arrivò sino al sultano. Chi potrebbe narrare con quanta costanza di spirito discuteva con lui e con quanta di quella forza d’animo annunciava Cristo? Il sultano fu commosso dalle sue parole e, siccome lo ascoltava volentieri, cercò di onorarlo con molti e preziosi doni. Il fatto che lui disprezzasse ogni cosa come sterco meravigliò gli infedeli, che lo ammiravano in modo diverso dagli altri. E tuttavia il Signore non compì il suo desiderio di martirio, decidendo di onorarlo successivamente con la singolare gloria delle sue sacre stimmate» [8].

Leggendo questo capitolo troviamo conferma della prova del fuoco efferata che il frate dovette subire per raggiungere il suo scopo, quello di commuovere anche il capo musulmano, il lupo per eccellenza, e istituire con lui un dialogo che, insieme agli incontri del Sultano con l’Imperatore Svevo, porterà al trattato di pace decennale, fatto unico nella storia delle crociate. Ma un passaggio in particolare ci interessa ora, il gran rifiuto di ogni dono offertogli, del rigetto di «ogni cosa come sterco», gesto che, a quanto leggiamo, lo fece ammirare da parte degli infedeli e che gli fece meritare la gloria delle stimmate, elemento particolare e unico di questa seconda Vita.

Anche qui ci troviamo di fronte a una distorsione significativa della biografia del Santo e, di conseguenza, a una ideologizzazione della sua vicenda umana e del dialogo con il Sultano: dunque dei motivi e degli effetti di questo incontro. La Chiesa ha voluto si mentisse su un elemento la cui conseguenza paghiamo ancora oggi, escludendo una verità fondata sul rispetto reciproco e la riconoscenza umana. Nella Basilica Inferiore di San Francesco d’Assisi, trionfo architettonico della celebrazione francescana, è conservato un corno d’avorio che si ritiene essere un dono del Sultano al-Kāmil.

 Corno regalato dal Sultano al-Malik a San Francesco, Assisi, Basilica inferiore di San Francesco, reliquiario.

Corno regalato dal Sultano al-Malik a San Francesco, Assisi, Basilica inferiore di San Francesco, reliquiario.

Questo corno è conservato nel reliquiario dell’Antica Sala Capitolare della Basilica, con la didascalia: «Corno e bastoncini d’avorio. Segno della simpatia di Meleck-El Kamil, Sultano d’Egitto, verso il Santo che lo visitò nel 1220». Oltre agli errori descrittivi –  i bastoncini sono di legno e non d’avorio – e all’ortografia del nome del Sultano, vogliamo riflettere su questo dono niente affatto sfarzoso o particolarmente prezioso. Innanzitutto notiamo che la montatura in argento è stata apposta successivamente intorno al 1350 su cui è incisa la scritta: «Cum ista campa[na] Sanctus Franciscus populum ad predicationem convocabat et cum istis baculis percutiendo silentium ein (sic) ynponebat» [9]. Dubbia è l’autenticità o meno del regalo, ma è sull’uso che ci interessa soffermarci. La chiamata alla preghiera con l’utilizzo del corno o, come scrive lo stesso Francesco al ritorno del suo viaggio in Medio-Oriente, «mediante un banditore o qualche altro segno» [10] e l’invito al silenzio della meditazione tramite il battere delle bacchette di legno, sono un segno di apertura all’ecumenismo interreligioso che, proprio come il muezzin, ha introdotto nella preghiera francescana la separazione dei tempi di preghiera in diverse fasi del giorno.

Su queste note vorremo concludere tenendo a mente le allusioni alle quali abbiamo fatto riferimento. Nel Duecento due elementi sono di importanza cruciale: il desiderio di un rapporto più totale con la natura, e quindi con il creato, e la ricerca di una spiritualità profonda in cui sono unite etica e morale. In questa ottica i viaggi di San Francesco e di Federico II –  abbiamo già ripetuto –  hanno il valore simbolico di soddisfare quella sete di conoscenza che trova nell’Altro la possibilità del riscoprire se stessi. Viaggi non solamente verso un luogo geografico, ma piuttosto acquisizione di nuovi strumenti di indagine intellettuale e spirituale. La rinnovata visione dell’uomo che si avrà attraversando il Duecento e che porterà attraverso l’età comunale a Dante, trova le sue basi nella necessità dell’interpretazione personale delle Sacre scritture e della natura stessa. Da questo punto di vista, il Duecento è un momento unico nella storia del passato, dove si cominciano a costruire le basi della società moderna anche se, a quanto pare, la nostra epoca dimentica tutto ciò che l’ha preceduta, rischiando di inaugurare un futuro del quale non fa parte quella storiografia del passato che tanto ci aiuterebbe a comprendere gli errori già commessi.

Dialoghi Mediterranei,  n.24, marzo 2017
 Note

[1] Sull’esito delle elezioni americane e sulle considerazioni del suo elettorato, rimando a un interessante articolo di Alessandro Orsini apparso nella rubrica Atlante de «Il Messaggero», domenica 5 febbraio 2017.
[2] Nel 1919 furono pubblicate le tesi di Miguel Asín Palacios sulle influenze islamiche nella Divina Commedia. Nel 1949 fu effettivamente scoperto Il libro della Scala di Maometto, il racconto del viaggio ultraterreno del Profeta, che portò negli anni cinquanta, poi negli anni settanta e primi ottanta, gli studiosi a formulare tesi sulla vicinanza dei due mondi islamico e latino fornendo prove convincenti. Seguirono invettive critiche al limite dell’insulto, ma queste date corrispondono sempre a momenti storici in cui il confronto con il Medioriente non permise di affrontare l’argomento con spirito libero da responsabilità storiche. Sono temi complessi che mettono in difficoltà alcune evidenze socio-politiche e culturali, complicando di conseguenza il poterne parlare in maniera dinamica. Sulla questione delle fonti arabe nella Divina Commedia, si vedano: Miguel Asín Palacios, Dante e l’Islam. L’escatologia islamica nella Divina Commedia, Parma, Nuove Pratiche Editrice, 1994; Enrico Cerulli, Il “Libro della Scala” e la questione delle fonti arabo-spagnole della Divina Commedia, Biblioteca Apostolica Vaticana, Città del Vaticano, 1949; Andrea Celli, Le fonti islamiche nella storiografia novecentesca, Carocci, Roma, 2013; Brenda Deen Schidgen, Dante e l’Oriente, Salerno Editrice, Roma, 2016.
[3] Per una lettura più approfondita degli incontri con il Sultano e della reazione storiografica dell’arte, mi permetto di rimandare a: Valerio Cappozzo, The Falcon and the Preacher: Middle Eastern Journeys of the Emperor Frederick II and St. Francis of Assisi, «Hadeeth ad-Dar» 42 (2016), Kuwait City: 23-27 (in inglese e con traduzione in arabo).
[4]  Aurelio Pes, Ager Sanguinis: Federico II  Stupor Mundi, Novecento, Palermo, 2008.
[5]  Ibn Sab ‘īn, Le questioni siciliane. Federico II e l’universo filosofico, a cura di Patrizia Spallino, Officina di Studi Medievali, Palermo, 2002.
[6] La bibliografia sull’incontro tra Francesco e il Sultano è abbastanza fornita e negli ultimi anni si sta intensificando. Per ora si segnalano: Gwenolé Jeusset, Francesco e il Sultano, Jaca Book, Milano, 2008; John Tolan, Il santo dal sultano. L’incontro di Francesco d’Assisi e l’Islam, Editori Laterza,Bari, 2009; Francesco e il Sultano. Atti della Giornata di Studio (Firenze, 25 settembre 2010), Studi Francescani, Firenze 2011.
[7]  Jacques Dalarun, La Vita ritrovata del beatissimo Francesco, Edizioni Biblioteca Francescana, Milano, 2015. Questo ritrovamento cambia l’ordine delle diverse redazioni delle vite di San Francesco scritte da Tommaso da Celano, rendendo terza quella che era considerata la seconda versione.
[8]   Ivi, cap. LVI: 80-81.
[9]  Per una descrizione accurata del corno, si veda: Pacifico Sella, Corno con bacchette di San Francesco, in L’arte di Francesco, a cura di Angelo Tartuferi e Francesco D’Arelli, Giunti, Firenze, 2015: 166.
[10] Dalla lettera di Francesco Ai reggitori dei popoli, per la quale si veda: Fonti francescane, a cura di Ernesto Caroli, Editrici Francescane, Padova, 2004: 146.
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Valerio Cappozzo, direttore del Programma di Italiano e Professore di letteratura italiana medievale all’University of Mississippi. Specializzato in critica letteraria e filologia materiale, si occupa principalmente di trasmissione manoscritta dei manuali d’interpretazione dei sogni islamici e latini durante il Medioevo, con particolare riferimento alla letteratura italiana delle origini, su cui è in uscita il suo Dizionario dei sogni nel medioevo. Il Somniale Danielis in manoscritti letterari per la casa editrice Leo S. Olschki. Studioso di poesia del Novecento ha curato il volume Lezioni americane di Giorgio Bassani (Giorgio Pozzi Editore 2016) e Storia e storiografia di Carlo Michelstaedter (Romance Monographs, University of Mississippi 2017).

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