La periferia orizzontale Un modello di etnografia collaborativa a Barcellona

copertinadi Eugenio Giorgianni 

A metà dello scorso, torrido mese di agosto, un furgoncino percorre a zigzag la Rambla di Barcellona, uccidendo 13 passanti e ferendone 80. La nuova emergenza del terrorismo islamista in Europa ripropone il copione ormai consueto: il commando di terroristi ragazzini, la commozione pubblica, le libertà occidentali sotto attacco.

Barcellona catalizza l’attenzione del mondo: sullo sfondo della tragedia, la città multiculturale del turismo e del divertimento, la Sagrada Familia e l’architettura fantastica del modernismo, la gente che grida in catalano di non avere paura tra le vie del centro. Le strategie dell’ISIS, la giunta progressista di Ada Colau, e le testate giornalistiche di mezzo mondo concordano appieno su quali sono – e quali devono essere – i luoghi simbolo della città, questa meravigliosa capitale mediterranea della contemporaneità. Non è una coincidenza da sottovalutare: rispetto all’importanza dell’impatto mediatico, la differenza tra colpire e pubblicizzare si assottiglia.

Negli interstizi tra i monumenti, e negli enormi spazi urbani fuori dal centro, si trovano tante altre Barcellona, altrettanto contemporanee anche se forse meno concilianti rispetto alla vetrina turistica. Sembra il momento meno adatto per parlare di queste storie, per rivolgere l’attenzione ai conflitti interni di un modello urbano che i media occidentali stanno unanimemente esaltando come esempio di crescita plurale e sostenibile. Invece, vi proponiamo proprio una di queste altre Barcellona, dove esiste un altro modo di essere migranti in Europa, prima che le strategie del cordoglio mediatico e della memoria unica la condannino all’oblio.

La città orizzontale di Stefano Portelli (Monitor edizioni, 2017) racconta una storia che «si colloca all’estrema periferia, tanto sulla mappa della città come nell’ordine del discorso». Lo scenario è quello delle casas baratas di Bon Pastor, quartiere popolare della seconda periferia barcellonese. I protagonisti sono uno sparuto gruppo di abitanti,riuniti attorno a un fuoco nel mezzo di un quartiere fantasma; fino a pochi anni fa erano fieri figli del proletariato, oggi sono gente con pochi soldi e con un sacco di guai. Sono gli ultimi eredi di una cultura e di un modo di vivere la città che non esistono più. Rappresentano un piccolo intoppo, un’obiezione subito respinta in uno dei grandi processi del mondo contemporaneo: la modernità dell’abitare, la riqualificazione urbana, la razionalizzazione della città, la gentrificazione; in altre parole, l’uccisione della strada, e della sua cultura.

Bon Pastor è uno dei più antichi quartieri di edilizia popolare della capitale catalana. Fondato nel 1929, il progetto prende spunto dalle sperimentazioni urbanistiche di inizio secolo scorso ispirate all’idea di città-giardino operaia. Il risultato è un reticolo di case unifamiliari a un piano, a ridosso del fiume Besós. Il razionalismo delle periferie di stampo lecorbusieriano, pensate per “uccidere la strada”, si cortocircuita tra le calles senza nome di Bon Pastor, e sortisce l’effetto opposto a quello desiderato: sarà proprio la griglia di vie identiche tra loro a determinare la vita del quartiere, a fornire un elemento di identità comune a gente che non condivideva altro che una vita ai margini.

Portelli prende le distanze da qualsiasi determinismo urbanistico: nessun paradigma etnoarchitettonico può essere stabilito tra spazi fisici e organizzazione sociale. Le dinamiche dell’abitare umano sono le principali forze che compongono la realtà viva della città, dilatando il disegno bidimensionale dell’architetto, a volte anche sovvertendone il piano iniziale. L’attenzione del ricercatore è tutta rivolta agli abitanti, alle loro storie.

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Il quartiere Bon Pastor e in prospettiva il centro di Barcellona, anni Trenta

Quelli di Bon Pastor sono un caleidoscopio di esistenze alle quali è stato negato qualcosa. Vengono dalle campagne, da Murcia, dall’Andalusia, da tutte le terre colpite dalla fame, dalle carestie, dalla miseria, dalla repressione politica negli ultimi cento anni della storia spagnola. Sono i baraccati, gli sfrattati dal centro storico, i gitanos, i migranti nordafricani e latinoamericani. Sono cittadini incompleti, accomunati dalle stesse condizioni di vita precarie, da un senso di appartenenza dovuto all’isolamento, e dal fatto di vivere in un quartiere in cui la solidarietà tra vicini e la vita di strada collettiva sono gli unici antidoti alla miseria e all’ostilità degli agenti esterni. Insieme costituiscono un gruppo umano strettamente legato al territorio abitato, il cui racconto ha senso solo se connesso alle emergenze locali; eppure nella loro storia si riflette la grande partita dell’ingegneria sociale novecentesca. L’estrema periferia è il punto di vista ideale per osservare la costruzione della città capitalista, la progettazione della marginalità, e per cogliere le contraddizioni tra la retorica ufficiale e le dinamiche di mercato. Gli abitanti dei margini diventano i migliori cronisti delle trasformazioni urbane in corso, operate da interessi che agiscono in modo più evidente laddove l’opinione pubblica ha meno strumenti per elaborare discorsi critici.

La città orizzontale è la radiografia di un processo particolarissimo: lo smantellamento di un quartiere di edilizia popolare in una città europea post-industriale. Quando la squadra di ricercatori coordinata da Manuel Delgado, di cui Portelli fa parte, entra a Bon Pastor, l’amministrazione barcellonese ha già decretato il piano di demolizione delle casas baratas. La ricerca, durata quasi dieci anni, nasce come inchiesta condotta porta a porta per comprendere le opinioni degli abitanti sul progetto di demolizione del quartiere, a partire dalle proteste dell’associazione Avis del Barri. Ne viene fuori un appassionato esperimento di etnografia collaborativa, in cui i ricercatori, prima di essere tali, sono attivisti contro la speculazione edilizia, solidali con chi si oppone alla violenza istituzionale della remodelación urbana. La ricerca etnografica non è l’unico scopo del progetto; l’obiettivo è mettere in discussione la retorica ufficiale che presenta la demolizione delle casas baratas e il trasferimento degli abitanti nelle palazzine come un insindacabile miglioramento delle condizioni di vita del quartiere, mosso unicamente dal perseguimento del bene comune.

La ricerca mette in luce la violenza intrinseca di processi formalmente democratici quali la costruzione del consenso, la consultazione della volontà popolare, la stampa libera. L’etnografia si sobbarca l’ingrato compito di restituire la complessità e le contraddizioni del reale, oscurate dalla monotonia del discorso ufficiale, e di raffreddare gli entusiasmi della retorica di regime, che propone come vittorie della collettività dinamiche sociali che nascondono un costo elevato, pagato come sempre dalle classi più deboli. Il libro progettato ed elaborato come discorso collettivo è il  prodotto dello sforzo congiunto di abitanti e ricercatori per far affiorare una lettura e una cronaca dello spazio urbano dall’interno, contrapposta a una narrazione negativa proposta da istituzioni e mezzi di comunicazione esterni al quartiere. Sullo sfondo c’è il tentativo ancora più gravoso di comprendere l’entità delle perdite, la portata del danno antropologico causato dalla distruzione dei luoghi e della loro memoria, e dalla deportazione forzata degli abitanti. La città orizzontale è un lavoro di archeologia urbana, scritto mentre le rovine del paesaggio sono ancora fumanti, ancora abitate da ricordi e da esseri umani, sebbene definitivamente condannate alla necrosi.

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Il quartiere Bon Pastor negli anni Trenta

Bon Pastor, come tante estreme periferie europee, vive una condizione ultra- marginale rispetto alla città. I residenti erano ‘gli altri catalani’ negli anni ’30, e continuano a esserlo tuttora, con la stessa estraneità alla maestosa bellezza e modernità raccontata dal ‘modello Barcellona’. Portelli esplora questa condi- zione di alterità dall’interno, a partire dall’esperienza di chi la vive: l’analisi che ne consegue ribalta lo stereotipo negativo della marginalità urbana, trasforma la rivendicazione quantitativa incentrata sulle carenze – più servizi, più vicinanza al centro, più presenza istituzionale – in uno scarto qualitativo.

Come nella visione di Clastres, la società contro lo Stato diventa società senza Stato: l’assenza istituzionale e la ‘povertà’ secondo i parametri della società capitalista lasciano grandi spazi di libertà antropologica, di partecipazione comunitaria, di abbondanza nei rapporti umani e di consapevolezza socio-politica. A dispetto dello stigma che grava sul quartiere sin dalla sua fondazione, Bon Pastor e il resto della seconda periferia barcellonese appaiono nella descrizione del libro come luoghi ricchi di aspetti positivi, inconciliabili con l’alternativa verticale dei palazzi-dormitorio. Portelli non propone una visione idealizzata: parte dai discorsi degli abitanti, dalle pagine di un giornalino scolastico degli anni ’30 fino alle testimonianze di chi è stato costretto a lasciare le casas baratas. Nel farlo, compie una scelta di campo tranciante: aderisce alla posizione e alle storie di vita della minoranza di residenti – quattro famiglie in tutto – che si oppongono strenuamente al piano di demolizione e di ricollocazione degli abitanti nei nuovi palazzi. La scelta ha un senso preciso: Portelli vede chiaramente la natura conflittuale della remodelación, sebbene le autorità lo presentino come un processo democratico di allargamento del diritto di cittadinanza e di miglioramento dei servizi urbani.

Gli abitanti di Bon Pastor, anche quelli favorevoli all’abbattimento delle casas baratas, vivono invece la fine del loro quartiere come un feroce conflitto, che incrina per sempre l’armonia tra i vicini, che dilania la coscienza dei singoli e delle famiglie, che spezza la continuità tra i ricordi e l’esperienza di vita del quartiere e la prospettiva futura di abitare in appartamento. Portelli racconta questa storia dal punto di vista di chi incarna il conflitto, lo accetta fino alle sue estreme conseguenze, e ne vive il dramma con più intensità. È la scelta più naturale per lui, quella di unire la sua voce a chi si batte per il sogno della città orizzontale.

È un processo inarrestabile, quello della speculazione edilizia, che in un paio di decenni ha stravolto il tessuto socio-urbano di tutte le metropoli della sponda settentrionale del Mediterraneo. Cambiano i luoghi e le dinamiche, ma gli interessi economici del mattone non conoscono ostacoli, intrecciano gli interessi della borghesia con quelli delle mafie, mettono d’accordo anche i più acerrimi nemici politici. Di conseguenza, il discorso ufficiale che legittima di volta in volta il progetto urbanistico appare coerente, inattaccabile, fondato sull’interesse comune, orientato verso il futuro. Qualunque voce si opponga al ‘progresso’ della città è destinata a restare ai margini: infatti, questo libro racconta – e sposa – una causa persa in partenza.

Casas baratas del Bon Pastor en  Barcelona

Casas baratas del Bon Pastor, scritte di protesta prima della demolizione  (ph. Portelli)

Il conflitto è la chiave del libro. Bon Pastor è il quartiere ribelle, un territorio-resistenza che, secondo Portelli, mantiene la matrice dell’anarcosindacalismo e dell’autogestione popolare che animavano i suoi primi abitanti. Cento anni di storia del quartiere vengono attraversati dalla prospettiva della resistenza politica e della controcultura, dai comitati anarchici di inizio XX secolo alla resistenza anti- franchista, fino all’odierno associazioni- smo di quartiere. La coscienza di classe pone un freno all’alienazione della periferia: i quartieri di casas baratas diventano i centri pulsanti della guerra popolare contro l’avanzata del fascismo, e sono le aree che pagheranno il prezzo più alto della repressione, subendo i bombardamenti italiani del 1937, le fucilazioni, l’esodo dei dissidenti verso la Francia, la miseria. L’emarginazione diventa la migliore arma di resistenza: il fitto reticolo di relazioni sociali e di alleanze familiari tiene lontani poliziotti e spie, difende tanto il ladro quanto il rivoluzionario, rende il quartiere impermeabile alla propaganda reazionaria e xenofoba. Il quartiere resta un luogo di accettazione e di integrazione della diversità culturale, in cui la collettività assiste gli individui nel momento del bisogno e amministra lo spazio in modo acefalo e anomico.

La comunità di Bon Pastor ha resistito a tutto: bombe, epurazioni, polizia, astuzie politiche, eroina, crisi economica. Ad annientarla in pochi anni è bastata la promessa di una casa di proprietà in un palazzo con l’ascensore, e di una fermata della metro. È la nemesi del quartiere ribelle: l’orco della remodelación, il sogno effimero di conquistare a buon mercato status symbols di seconda mano senza poterne sostenere i costi di mantenimento, sgretola la coesione popolare, spacca la comunità tra favorevoli e contrari. La frattura non verrà più sanata; le demolizioni non fanno che constatare la morte del quartiere. La scena con cui si apre il testo, ossia il falò di San Juan, è emblematica: da rituale di rifondazione della comunità, il falò diventa pira funeraria, veglia funebre. La stessa scena si ripete in conclusione: il sole sorge sulle braci fumanti tra le macerie e i rifiuti, salutando le famiglie resistenti e i ricercatori seduti in cerchio nell’ultimo, inverosimile baluardo della città orizzontale. Dopotutto, siguen viviendo.

I piani speculativi legati alla remodelación di Bon Pastor si accompagnano a una retorica che stigmatizza i valori dell’orizzontalità urbana come marchio di arretratezza e di emarginazione. L’etnografo si indigna davanti alla negazione del valore della cultura popolare da parte del discorso ufficiale, e vi rintraccia una continuità diretta con la retorica monoculturale fascista. Come lo smantellamento dell’impianto tradizionale del villaggio Bororo in Tristi Tropici, l’attacco al tessuto urbano di Bon Pastor viene letto come una strategia coloniale di alienazione e di conquista. L’antagonismo sottoproletario di quartiere è visto alla stregua di una cultura indigena; gli abitanti condividono il destino degli altri dannati della terra, soggiogati da un potere ostile, piegati dal controllo istituzionale fin nei propri desideri e nell’agire quotidiano.

La città orizzontale è un canto di requiem per un quartiere, un peana per un modello di vita urbana senza padroni, in cui il disagio e l’emarginazione diventano punti di forza contro il controllo istituzionale. Portelli dedica la prima metà abbondante del testo a descrivere la storia di Bon Pastor come incarnazione geografica di questo luogo ideale, come baluardo della lotta di classe e della cultura popolare, prima di raccontarne la dissoluzione. Quando la narrazione arriva ai giorni nostri, e il flusso storico si sovrappone al resoconto della ricerca sul campo, l’idillio della comunità rude e libertaria cede il passo alle aspre contraddizioni della realtà concreta.

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Nuovi palazzi progettati per dare un alloggio agli abitanti del quartiere (ph. Portelli)

La città orizzontale emerge come mito fondatore della ricerca, come sistema di pensiero più che come dato etnografico. L’immagine di uno spazio popolare anarchico, irriducibile alla retorica di potere, ai valori del capitalismo, ai metodi polizieschi, spinge Portelli, insieme agli okupas di Barcellona, a identificare Bon Pastor come modello ideale delle proprie rivendicazioni politiche, a sposarne la causa, a conoscerne gli abitanti. Il quartiere diventa spazio di ricostruzione dell’identità: è questo il grumo di emozioni che muove il progetto scientifico, la visione che accende la passione del ricercatore. Come i pionieri delle scienze contemporanee, Portelli sa che la creatività e l’immaginazione fanno parte del processo scientifico, e servono a potenziarne gli esiti.

La città orizzontale è l’Eldorado della ricerca: l’etnografo si muove nello spazio urbano, dialoga con l’umanità che lo popola, sonda le memorie degli abitanti alla ricerca di spazi culturali autonomi, di concezioni plurali della vita sociale, di strumenti di azione collettiva. La visione diventa approccio: La città orizzontale è un saggio di antropologia orizzontale, diventa parte integrante dei fenomeni che descrive, segue linee discorsive concertate con la gente che anima la ricerca. È un’antropologia che si becca le manganellate e i fermi di polizia, che alza barricate e occupa le case, che si mette in gioco, accetta la diffidenza, conquista la fiducia, usa i suoi strumenti culturali a vantaggio della comunità in cui lavora. Il ricercatore decodifica l’ambiguo linguaggio istituzionale a beneficio di chi ci è sempre finito intrappolato, si sforza di mettere in dialogo le parti in conflitto, si becca gli insulti degli uni o degli altri quando non ci riesce. Accetta la sfida in un corpo a corpo che è resistenza ma anche ribellione, risignificazione del suo ruolo scientifico prima ancora del merito della sua indagine.

Il libro tocca l’apice della vivacità narrativa con la cronaca della lotta contro la remodelación: le descrizioni si arricchiscono, i soggetti della ricerca diventano veri e propri personaggi, il resoconto etnografico tocca corde vive dell’esistenza umana, colorando di mille sfumature contraddittorie l’agire dei corpi individuali e sociali. L’etnografia diventa letteratura del reale. Di fronte alla drammatica complessità delle dinamiche di quartiere, Portelli non tentenna: le contraddizioni aggiungono spessore umano alla ricerca, il corpo e la mente del ricercatore sostituiscono il quartiere immaginato con gli stimoli e le sfide dello spazio vissuto.

È una realtà violenta, quella descritta nel testo, che in parte riproduce lo stigma sociale di cui soffre, schernisce la borghesia ma sogna di apparire tale, allevia il senso della propria emarginazione additando chi sta un gradino più in basso nella scala sociale, esclude gli anticonformisti. Le descrizioni sono densissime, affondano in una partecipazione totale del ricercatore al territorio e alla vita dei suoi abitanti, che si intrecciano inestricabilmente con il suo percorso esistenziale. Il tono, però, non è mai sdolcinato, la scrittura si mantiene lucida e non indugia troppo in questioni legate al posizionamento sul campo. I protagonisti della ricerca hanno adottato il testo come strumento delle loro rivendicazioni; di conseguenza, la prosa rifugge da ogni sensazionalismo, sottolineando gli aspetti di normalità e le emergenze positive del quartiere, con l’esplicito intento di controbilanciare gli stereotipi negativi propagandati dai mezzi di comunicazione di massa.

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Cariche della polizia sugli abitanti del quartiere durante il primo sgombero il 19 ottobre 2017 (ph. Portelli)

Qui sta a mio parere un limite del testo: nei capitoli dedicati alle storie dei protagonisti, le descrizioni tendono a glissare gli aspetti più scomodi del degrado urbano, restituendo un’immagine che, se non censurata, appare parzialmente edulcorata. Le descrizioni si fanno più graffianti nei brani dedicati ai personaggi secondari della ricerca – ad esempio i giovani –, in cui emergono le atrocità e la violenza sistemica della vita in periferia. È una storia tragica, ma non triste. I profili dei protagonisti appaiono quasi eroici, tra le ruspe e gli scheletri di case ridotte a fondale per la vernice delle bombolette, costretti come sono a occupare abusivamente gli edifici che abitano da generazioni. Hanno combattuto la legge e i potenti, e hanno irrimediabilmente perso. Ne sono usciti sconvolti; sono stati costretti ad allearsi con i nemici di sempre e a voltare le spalle ai compagni di una vita, sono stati intrappolati loro malgrado nella lotta tra poveri, per poi finire comunque catapultati nell’alienazione di un quartiere dormitorio. Eppure sono sopravvissuti, e dopo lunghi giorni di lutto, sono tornati ad affacciarsi sull’uscio dei loculi dove sono stati rinchiusi.

La loro storia non si conclude in nessun modo. Portelli non li costringe in uno scenario futuribile: non li condanna al genocidio culturale, né gli prospetta una riconquista della strada. La vita reale di Paca, Sandra e gli altri supera qualunque sforzo di fantasia, qualunque previsione pseudoscientifica. Hanno accettato il conflitto e sono rimasti vivi, così come fa la gente a Bon Pastor, da generazioni.

Triste appare il destino della maggioranza degli abitanti del quartiere, che si sono opposti alla protesta, che hanno emarginato le famiglie resistenti, nonostante condividessero le stesse esigenze e motivazioni. Abbagliati dalla promessa di un angolino di mondo borghese, hanno abbracciato il progetto del patronato e dell’amministrazione comunale; anche se a malincuore, hanno permesso ai politici e ai palazzinari di presentare l’abbattimento delle loro case come una scelta condivisa dalla popolazione.

Il libro non biasima, esplora le ragioni della maggioranza, riporta le testimonianze di chi sceglie di credere in un quartiere migliore, avvilito dall’impossibilità di opporsi a un piano già deciso. È questo l’elemento di tristezza: non riconoscere a se stessi la possibilità di scegliere, esprimersi con le parole dei vincenti per avere rinunciato a esprimersi. Portelli ritrae gli abitanti nelle loro nuove case, con balconi che fanno venire le vertigini, ascensori e scale interne occupate da spacciatori che non conoscono, persi in marciapiedi deserti, ancora più lontani dal centro. Hanno fatto la scelta giusta, eppure hanno perso anche loro, con l’amarezza di essere stati complici del disastro.

Il libro svela un conflitto che ufficialmente non è esistito, trasforma notizie di cronaca in bollettini di guerra, restituisce coerenza logica a rivendicazioni presentate come miserabili tentativi di rosicchiare qualche briciola in più. Portelli rivendica l’importanza sociale del fare antropologico come riflessione critica sul sistema dominante, a partire dai fenomeni più urgenti e spinosi della contemporaneità. È l’antropologia che crea vicinanza con gli umili, con i deboli, con le forme di esistenza precarie, le organizzazioni sociali libertarie.

Il testo ribalta la condizione di marginalità scientifica dei saperi antropologici, e la debolezza istituzionale diventa un punto di forza del ricercatore precario: la penuria di finanziamenti e sbocchi occupazionali lascia enorme autonomia ai giovani antropologi rispetto ai centri di ricerca pubblici. La riflessione ha un’importanza epocale per tanti di noi che collaboriamo con Dialoghi Mediterranei, tagliati fuori dalle istituzioni culturali che ci hanno formato. La critica attiva, sul campo di ricerca e sulla tastiera, dei meccanismi di dominio dell’uomo sull’uomo, e la decostruzione del punto di vista della società dominante, diventano oggi più facili, e più doverosi, per i giovani scienziati. In caso contrario, si finisce per difendere un sistema di rapporti umani che non ci difende, e di riproporre modelli di approccio alle culture diverse vecchi di decenni. L’etnografia collaborativa diventa sempre più un modello di riferimento imprescindibile per le scienze del contatto umano; altrimenti, l’antropologia corre il serio rischio di tornare a essere collaborazionista.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017

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Eugenio Giorgianni, laureato in Antropologia Culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha recentemente completato il Master of Arts in Visual Anthropology presso The University of Manchester. Tra il 2011 e il 2012 ha condotto, con il supporto della Universidad de Granada, una ricerca etnografica presso la comunità dei migranti in transito a Melilla (Spagna africana). Tra i suoi interessi di studio temi e questioni relativi all’antropologia dello spazio. In questa direzione ha condotto una ricerca sul quartiere palermitano di Ballarò.

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