Immigrazione e criminalità: pregiudizi, dati e interpretazioni

copertinadi Paolo Iafrate-Franco Pittau

Negli anni successivi alla grande crisi del 2008 è stata forte, in tutti gli Stati Membri dell’UE la preoccupazione nei confronti della criminalità, della sicurezza e della immi- grazione. Anche in Italia, come evidenziato da diverse ricerche sul campo, è diffusa la propensione a considerare gli immigrati più un pericolo da cui difendersi piuttosto che dei nuovi cittadini da integrare.

La criminalità degli immigrati non è una questione di poco conto perché costituisce un serio ostacolo alle prospettive di integrazione. Tuttavia proprio per questo è necessario affrontarla con cautela ed essere prudenti non solo nei confronti delle posizioni pregiudizialmente a sfavore dei cittadini stranieri ma anche delle interpretazioni comparative che attribuiscono agli stranieri un tasso di criminalità più alto, ritenendo la cosa scontata perché essi incidono per un terzo sulle denunce con autore noto, pur essendo meno del 10% tra i residenti. Si arriva addirittura a pensare che a immigrare da noi siano in prevalenza delinquenti, così come si diceva degli italiani negli Stati Uniti alla fine dell’Ottocento.

L’approfondimento socio-statistico sulla criminalità, condotto tradizionalmente dal Centro Studi e Ricerche Idos in uno specifico capitolo del Dossier Statistico Immigrazione (negli ultimi anni curati congiuntamente dagli autori di questo articolo) ridimensionano questa diffusa convinzione.

L’usuale associazione tra immigrazione e delinquenza spesso è dovuta, più che a una riflessione sulla materia, a un senso di paura (specie dopo l’aumento degli sbarchi e la difficile ripresa del sistema economico) e, per di più, la sindrome del “capro espiatorio” si diffonde più facilmente tra una popolazione, che è soggetta a un processo di invecchiamento e di diminuzione e assiste a un sensibile aumento della popolazione immigrata.

In questo articolo cercheremo di mettere il lettore al corrente di quelli che sono i veri termini della questione, cercando di unire rigore metodologico e semplicità di esposizione, e arrivando alla conclusione che anche la criminalità degli immigrati è una questione seria, mentre sono da ritenere esagerati i toni con i quali la si enfatizza.

I primi due paragrafi riguardano, rispettivamente, l’evoluzione della criminalità nell’Italia del Dopoguerra (caratterizzata da ultimo anche dalla componente straniera) e la presentazione degli archivi specifici dai quali si desumono i dati statistici sulla criminalità. Seguono due paragrafi che presentano due opposte correnti di pensieri: la prima ravvede negli immigrati un più elevato tasso di criminalità rispetto agli italiani: la seconda (nella quale si inserisce anche questo contributo) ritiene, invece, che ciò non si può sostenere sulla base di una rigorosa interpretazione dei dati. Quindi le conclusioni, citando anche altri elementi qui non presi in considerazione nel loro dettaglio, rinnova l’invito a non identificare immigrazione e criminalità, orientamento che sarebbe di grave pregiudizio a qualsiasi strategia di integrazione.

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Evoluzione del fenomeno della criminalità in Italia

In Italia il forte aumento della criminalità (furti, cessione e traffico di stupefacenti, rapine ed omicidi) è iniziato negli anni ’70, nel decennio successivo al “miracolo economico” realizzato nei due decenni precedenti, ed è continuato negli anni ’80, consolidandosi all’inizio degli anni ’90 [1].

Questo decennio, in cui è andata aumentando la presenza immigrata, è stato caratterizzato da una debole programmazione, da una forte pressione migratoria e da ricorrenti regolarizzazioni (1990, 1995, 1998) e ha visto l’incidenza degli immigrati sulle denunce mantenersi tra il 4% e il 9% fino al 1996, per poi superare il 10% e arrivare al 19% tra il 1997 e il 2000. Nel decennio successivo è continuata la pressione migratoria, con le relative regolarizzazioni (2002, 2009, 2012) ma anche con un incremento dei flussi programmati, che però sono poi andati diminuendo fino alla quasi soppressione (fatta eccezione per gli stagionali) a partire dal 2014.

Nel 2014 il numero complessivo delle denunce di delitto è diminuito del 2,7%, passando da 2.892.155 a 2.812.936 (negli anni precedenti la tendenza è stata di segno contrario: 2.621.019 nel 2010, 2.763.012 nel 2011, 2.818.834 nel 2012): questo trend positivo va tenuto nella dovuta considerazione quando si danno giudizi sull’andamento della criminalità nel Paese [2].

La componente straniera, che all’inizio degli anni ‘90 influiva per pochi punti percentuali sulle denunce, ha superato da anni l’incidenza del 30%, mentre sono di valore percentuale ancora più alte le incidenze riguardanti i condannati e i carcerati. Queste incidenze vanno lette nel contesto di un notevole aumento della popolazione immigrata regolare (tra ingressi regolari, regolarizzazioni e da ultimo presenze per motivi umanitari) e regolarizzazioni, specialmente nel corso del nuovo secolo. Specialmente nelle grandi aree urbane si assiste a spaccio di droga, prostituzione, strozzinaggio, atti molesti, furti, borseggi, aggressioni (definiti cosiddetti “strumentali” perché finalizzati a raggiungere un utile economico).

Non mancano altri reati, quali lesioni volontarie, violenze sessuali ed omicidi, i quali si configurano come violenze spesso impulsive che esprimono la difficoltà nella gestione dei rapporti familiari e sociali. Nei fatti di sangue spesso è di nazionalità straniera (per lo più connazionale) anche la vittima, per cui gli immigrati non sono solo fonte di rischio ma anche soggetti a rischio (così avviene non solo negli omicidi ma anche nei casi di tratta degli esseri umani a fini sessuali o per sfruttamento lavorativo).

Inoltre, gli stranieri sono i naturali protagonisti dei reati legati alla normativa sugli stranieri e allo sforzo di entrare nella legalità (fuga, false generalità, falsi documenti, reati di resistenza all’arresto, oltraggio a pubblico ufficiale, falsità, ecc.) e la maggioranza degli addebiti penali riguarda le persone sprovviste dell’autorizzazione al soggiorno [3]. Gli stranieri iniziano a essere attivi anche nella criminalità organizzata, che spesso assume la sua manovalanza tra gli immigrati irregolari, ma le loro organizzazioni operano solitamente in maniera coordinata con quelle italiane, che continuano a occupare i livelli più alti.

I reati denunciati in Italia sono attualmente ascrivibili alle prime generazioni di immigrati, mentre rimane da decifrare quello che sarà il comportamento delle seconde generazioni: recenti ricerche, ad esempio negli Stati Uniti (Kristin Butcher e Robert Sampson), sottolineano che gli immigrati di prima generazione sono più motivati a inserirsi positivamente e perciò hanno un tasso di criminalità più basso.

Negli anni Duemila la presenza immigrata, oltre a essere diventata più consistente, si è caratterizzata per la tendenza a un insediamento familiare e di lungo periodo, mentre, per quanto riguarda la devianza si rileva l’emergere, accanto alla criminalità comune, di quella organizzata e ha maggiore rilevanza, nelle statistiche penali, seppure riferibile a determinati gruppi nazionali

Al policentrismo “etnico” delle presenze, caratteristica dell’immigrazione in Italia (seppure attenuata nel corso degli ultimi anni per la forte consistenza assunta, nell’ordine temporale, dalle collettività marocchina, albanese e romena), non corrisponde un policentrismo criminale e spiccano su tutte le altre alcune collettività, mentre altre sono implicate solo marginalmente in ambito penale. Va precisato che sulle tre grandi collettività prima ricordate nelle edizioni Idos sono apparse degli studi che ridimensionano la tesi di “collettività canaglia”.

L’Istat cura da anni uno specifico indicatore, che permette di misurare la percezione da parte delle famiglie italiane del rischio di criminalità, quantificando l’incidenza percentuale di quelle che avvertono “molto o abbastanza” tale rischio nella zona in cui vivono. Citiamo di seguito i dati fino al 2014, un anno in cui gli sbarchi sono stati 170 mila ed è iniziata la fase dei “grandi sbarchi”. Anche se questa rilevazione, ripartita per regione, è disponibile a partire dal 1995, come anno di riferimento per verificare la variazione intervenuta, noi abbiamo scelto il 2007, l’anno prima dello scoppio della grande crisi economica mondiale. Nel periodo 2007-2014, a livello nazionale le famiglie coinvolte in questa percezione negativa sono passate dal 34,6% al 30,6%. Nel biennio 2013-2014 questa percezione è risultata in aumento a livello nazionale.

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Gli archivi italiani sulla criminalità degli stranieri

Solo a partire dal 1988 si è iniziata a rilevare la presenza degli stranieri nelle statistiche giudiziarie penali, mentre già in precedenza erano registrate per cittadinanza le persone detenute. Attualmente, le principali fonti informative relative alla criminalità sono:

  • il Ministero dell’Interno (denunce);
  • il Ministero della Giustizia (denunce, condanne, carcerazioni);
  • l’ISTAT (che sottopone i dati del Ministero della Giustizia i ad ulteriori elaborazioni).

I dati del Ministero della Giustizia sulle denunce pervenute alle Procure per l’inizio del procedimento penale (e quindi si tratta solo di una parte di quelle registrate dal Ministero dell’Interno) e sulle condanne penali (elaborati, come precisato, dall’ISTAT), sono un indicatore più attendibile della delittuosità di questo gruppo, ma non consentono di seguirne con tempestività l’andamento e di attuare una distinzione tra i cittadini stranieri autorizzati a insediarsi in Italia (in quanto iscritti in anagrafe, titolari di permesso di soggiorno o di un visto) e gli altri stranieri venuti in esenzione di visto.

Le statistiche giudiziarie dell’ISTAT trattano i dati sulle denunce (solo di quelle che hanno dato seguito a un’azione giudiziaria) e sulle condanne trasmessi dal Ministero della Giustizia, distinguendo tra italiani e stranieri, ma a loro volta senza essere in grado di distinguere se la loro presenza in Italia sia regolare o meno.

Il Ministero dell’Interno cura l’archivio SDI (Sistema di indagine), costituito presso la Direzione Centrale della Polizia Criminale (a composizione interforze). Qui confluiscono le denunce pervenute alle forze di polizia e anche i reati emersi a seguito dell’azione investigativa delle forze dell’ordine, che vengono elaborate con tempestività e con la possibilità di evidenziare il possesso o meno del permesso di soggiorno (di fatto questa disaggregazione è stata comunicata solo fino al 2015 incluso). Anche questi dati risentono di una certa approssimazione, perché sono condizionati dalla predisposizione della popolazione alla denuncia (non sempre riscontrabile tra le persone offese in considerazione degli inconvenienti burocratici che ne derivano o di altri fattori) e dall’efficacia investigativa delle forze di polizia (che può variare nel tempo). L’archivio del Ministero dell’Interno, a partire dal 2004, si avvale di un nuovo sistema di rilevazione, che coinvolge non solo la Polizia di Stato e l’Arma dei Carabinieri ma anche altre forze di polizia; inoltre, poiché nel 2004 le modifiche hanno riguardato anche la tipologia dei delitti, i confronti con le statistiche degli anni precedenti vanno effettuati con le dovute cautele.

L’analisi delle denunce riguardanti gli autori noti (circa un quarto di quelle totali), consente di attuare una distinzione tra gli italiani e gli stranieri. I dati, che l’archivio Sdi del Ministero dell’Interno mette a disposizione, sono disaggregati per le tipologie di reato ritenute più significative ai fini della sicurezza: attentati, stragi, omicidi volontari consumati, tentati omicidi, omicidi preterintenzionali, omicidi colposi, lesioni dolose, percosse, minacce, ingiurie, violenze sessuali, atti sessuali con minorenni, corruzione di minorenni, furti, ricettazione, rapine, sequestri di persona, associazione per delinquere, riciclaggio e impiego di denaro sporco, truffe e frodi informatiche, danneggiamenti a seguito di incendio, contrabbando, stupefacenti, sfruttamento della prostituzione e pornografia minorile. Altre tipologie di reato, come le violazioni della normativa sull’ingresso e il soggiorno, pur di una notevole consistenza numerica, non vengono prese in considerazione [4].

Nel periodo 2004-2014 le denunce complessive sono passate da 3.215.842 a circa 3,5 milioni. Quelle presentate contro autori noti sono passate complessivamente da 691.860 nel 2004, a 734.159 nel 2005, 781.765 nel 2006, 843.560 nel 2007, 871.690 nel 2008, 851.415 nel 2009, 850.191 nel 2010, 879.344 nel 2011, 933.895 nel 2012 e 897.144 nel 2013 e 980.856 nel 2014.

L’incremento delle denunce dipende dall’attività criminale commessa, dalla capacità delle forze di polizia di intercettarla, dall’eventuale aumento della popolazione di riferimento (così è stato per gli stranieri) o dalla sua diminuzione (così è stato per gli italiani). Bisogna inoltre tener presente che i delitti con autore noto sono appena un quinto del totale, ma si può ragionevolmente ipotizzare che la ripartizione tra italiani e stranieri sia simile anche per le denunce contro ignoti.

Tra il 2004 e il 2014 (a partire cioè dall’anno in cui l’archivio Sdi è stato ristrutturato) le denunce sono aumentate del 32,1% per gli italiani (da 209.614 a 672.876), nonostante essi siano diminuiti (da 56.060.218 a 55.781.175), e del 34,3% (quindi in misura più contenuta) per gli stranieri, sebbene essi nel frattempo siano più che raddoppiati (i residenti sono passati da 2.402.157 a 5.014.437) e siano esposti a un maggior numero di norme penali.

Sulle denunce con autore noto gli stranieri hanno inciso nel 2004 per il 32,3% (239.243 su un totale di 709.614), mentre nel 2014 per il 31,4% (307.978 su un totale di 980.854): anche sotto questo aspetto, seppure in misura contenuta, l’andamento è stato positivo. L’incidenza delle denunce contro stranieri sul totale di quelle con autori noti (in media del 31,4%, come si è visto) conosce notevoli variazioni: A livello territoriale i valori sono più alti nel Nord-Ovest (42,3%), nel Nord-Est (42,0%) e nel Centro (39,3%) e più bassi nel Sud (15,0%) e nelle Isole (15,5%). La differenziazione sembra il riflesso sia della diversa situazione economica che caratterizza il Centro-Nord rispetto al Meridione, sia del maggiore controllo esercitato localmente, non tanto dalle forze dell’ordine (per le quali l’impegno si presume uniforme ovunque) quanto dalle organizzazioni criminali, diversamente disposte ad accettare il protagonismo degli immigrati autoctoni, per assicurarsi il controllo delle attività delittuose più lucrative. Per i delitti a carattere personale, che non fanno capo a organizzazioni criminali, l’analisi dei singoli contesti necessita di essere basata, oltre che sulla situazione personale e familiare, anche sulle condizioni di insediamento, anche per principali collettività, che possono avere una ricorrenza nelle statistiche penali.

Le 35 fattispecie delittuose per le quali vengono forniti o dati disaggregati, coprono il 57,7% delle denunce presentate contro italiani e il 61,6% di quelle sporte contro stranieri. Tra gli italiani prevalgono con riferimento al 2014, i seguenti delitti: furti (9,3% di tutte le denunce), truffe e frodi informatiche (8,7%), minacce (7,2%), ingiurie (6,2%), lesioni dolose (5,5%), danneggiamenti (3,1%), ricettazione (2,7%), rapine (2,0%), percosse (1,2%), estorsioni (1,1%). Tra gli stranieri questi i delitti più ricorrenti: furti (20,1% delle denunce complessive), ricettazione (5,8%), lesioni dolose (5,5%), minacce (3,8%), rapine (2,9%), ingiurie (2,4%), associazione per delinquere (1,1%).

Colpisce la maggiore ricorrenza per i cittadini stranieri dei furti (incidenza più che doppia rispetto agli italiani) e il rilevante peso delle denunce per ricettazione, mentre la percentuale è identica per quanto riguarda le lesioni dolose. Di contro, gli italiani sono più esposti, rispetto agli stranieri, alle denunce per truffe e frodi informatiche.

ITALIA. Denunce totali e solo contro stranieri per province e principali nazionalità (31.12.2014)

Province

Totale (italiani + stranieri)

di cui str.

%

Piemonte

70.411

24.705

35,1

Valle d’Aosta

1.993

694

34,8

Liguria

29.529

12.062

40,8

Lombardia

140.116

64.828

46,3

Nord Ovest

242.049

102.289

42,3

Bolzano

7.147

2.991

41,8

Trento

5.960

2.312

38,8

Trentino Alto Adige

13.107

5.303

40,5

Veneto

65.567

26.793

40,9

Friuli Venezia Giulia

16.314

6.471

39,7

Emilia Romagna

72.766

31.808

43,7

Nord Est

167.754

70.375

42,0

Toscana

65.342

26.730

40,9

Umbria

15.296

6.384

41,7

Marche

23.428

7.825

33,4

Lazio

93.313

36.634

39,3

Centro

197.379

77.573

39,3

Abruzzo

18.511

5.105

27,6

Molise

4.685

649

13,9

Campania

98.359

13.174

13,4

Puglia

65.653

9.324

14,2

Basilicata

10.185

1.201

11,8

Calabria

39.989

6.261

15,7

Sud

237.382

35.714

15,0

Sicilia

94.014

15.088

16,0

Sardegna

24.528

3.318

13,5

Isole

118.542

18.406

15,5

n.c.

17.748

3.621

20,4

Totale*

980.854

307.978

31,4

* Si riscontra, alla fonte, un lieve scostamento numerico tra le denunce contro stranieri registrate per territorio e quelle registrate per nazionalità.
FONTE: Centro Studi e Ricerche IDOS. Elaborazioni su dati SDI/SSD

 

La tesi del sociologo Barbagli sulla criminalità degli immigrati (1998)

foto1Nel 1998 è uscita, presso le edizioni Il Mulino di Bologna, la prima edizione del volume Immigrazione e criminalità, scritto dal sociologo Marzio Barbagli, di cui qui di seguito riassumiamo il contenuto. L’aumentato tasso di criminalità degli immigrati deve essere considerato un tratto essenziale del nuovo processo di inserimento degli immigrati terzomondiali nelle società occidentali e in quelle europee in particolare, Italia compresa? Questo è inizialmente il preoccupante interrogativo e quindi la conclusione di Marzio Barbagli, basata su questi motivi:

- la nuova immigrazione è ormai più di espulsione che di attrazione;

- è aumentato il tasso di criminalità non solo tra gli irregolari ma anche tra i regolari;

- come illustra la teoria della tensione e della privazione relativa, gli immigrati sono abbagliati dal successo e dai conseguenti agi del nostro modello societario e vogliono raggiungere tali mete, non importa per quali vie.

Mentre nel passato gli immigrati erano meno delinquenti rispetto agli autoctoni, da una ventina d’anni a questa parte le cose andrebbero ormai diversamente.«In Italia gli immigrati della seconda generazione non esistono ancora e quelli della prima commettono più spesso reati degli autoctoni nelle classi di età più giovani e in misura maggiore nelle regioni centro-settentrionali che in quelle meridionali» (Barbagli 1998: 125).

Il volume reca sulla fascetta questa scritta. “Una coraggiosa indagine empirica su un tema che ci divide”. In effetti l’opera, di grande impegno per i dati acquisiti e i relativi commenti, suscitò molte polemiche. Ad avviso di Barbagli l’immigrazione irregolare seleziona sempre più spesso persone particolarmente orientate alla devianza, né d’altra parte i provvedimenti di regolarizzazione mettono al riparo da questo rischio. Pertanto, non è fondato vedere negli immigrati tutto il bene e sostenere lo spessore della loro criminalità sia dovuto all’atteggiamento discriminatorio delle forze dell’ordine, maggiormente portati a fermare gli stranieri per controlli [5].

La tesi sostenuta in questo libro, seppure ricco di dati e molto argomentato, non è stata ritenuta convincente dal Centro Studi e ricerche Idos, sostanzialmente perché non è disponibile una base attendibile di confronto per calcolare il tasso di criminalità degli stranieri dal momento che, mentre degli italiani è conosciuto il numero dei cittadini residenti (e cioè la totalità della popolazione che possono delinquere), non lo è quello della popolazione straniera.

Infatti, l’archivio dei residenti stranieri (reso disponibile dall’Istat a partire dal 2002) non include tutti gli stranieri muniti di permesso di soggiorno in quanto per molti di essi è eccessivamente lunga la pratica di iscrizione nelle anagrafe comunali (in diversi anni si è trattato di diverse centinaia di migliaia di casi) [6]. Inoltre, vi sono cittadini stranieri autorizzati all’ingresso e alla permanenza in Italia a seguito di visti rilasciati per motivi di breve permanenza che non comportano il rilascio del permesso di soggiorno (per affari, visite, manifestazioni sportive e culturali, e così via). Ma non mancano i turisti stranieri di diverse nazionalità che possono venire in Italia in esenzione del visto. A tutti questi si aggiungono quelli che, entrati regolarmente in Italia, si sono trattenuti oltre il tempo consentito, come anche quelli che sono entrati irregolarmente, il cui numero è impossibile da quantificare.

Ad avere un’idea di questa massa di stranieri è d’aiuto l’indagine campionaria condotta annualmente dalla Banca d’Italia, secondo la quale l’ingresso annuale di oltre 50 milioni di persone in provenienza dall’estero, in prevalenza turisti destinati a fare almeno un pernottamento in Italia, può fare incorrere nel rischio di devianza. Un caso esemplare al riguardo è quello di Rimini, provincia dalla forte attrazione turistica per italiani e stranieri, dove è elevato il numero delle denunce senza che se ne possa dedurre una più elevata tendenza al crimine dei riminesi.

Della criminalità straniera si conosce il numeratore (il numero delle denunce) ma non il denominatore (la popolazione di riferimento). Stando così le cose, non risulta metodologicamente corretto addebitare le denunce contro stranieri solo a quelli di cui si conosce il numero di quanti sono registrati nell’archivio dei soggiornanti e dei residenti. Il tasso di criminalità così calcolato è sovradimensionato e perciò fuorviante

Se un corriere della droga, con regolare visto per turismo, viene intercettato dalla polizia; se un turista venuto senza visto commette un furto in un supermercato e viene denunciato; se un uomo d’affari entrato regolarmente si dedica a traffici oscuri e viene scoperto dalle forze dell’ordine: in questi e in altri casi si afferma, indebitamente, che uno straniero (intendendo con tale termine una persona stabilitasi in Italia) ha violato la legge.

Le conoscenze di cui si dispone non consentono neppure di stabilire il tasso di criminalità degli stranieri in generale (a prescindere dal fatto che siano residenti o soggiornanti in Italia o solo di passaggio) perché, come accennato, si conosce il numero delle denunce ma non con esattezza la popolazione di riferimento. Di conseguenza, secondo Idos, l’approfondimento sulla criminalità degli stranieri così impostata è inconcludente.

La ricerca sulla criminalità del Centro Studi e Ricerche Idos (2009)

foto2Un confronto sul tasso differenziato di criminalità tra gli italiani e gli stranieri (una parte ben distinta di essi: i residenti) è stato condotto dal Centro Studi e Ricerche Idos con il supporto dell’agenzia di informazione Redattore Sociale, a distanza di una decina d’anni, con una conclusione opposta a quella di Barbagli [7].

Per contestualizzare la ricerca va ricordato che nel 2015, sulla base dei dati Istat (addebiti penali che hanno avuto un seguito giudiziario), il numero delle denunce contro cittadini italiani (420.130) è rimasto pressoché stabile rispetto al 2001 e tale è stato anche il livello dei residenti italiani, collocatisi poco al di sopra dei 56 milioni. Invece, le denunce contro stranieri, aumentando del 45,9% in questo periodo, sono diventate 130.458 e hanno inciso per il 23,7% sul totale delle denunce con autore noto; a sua volta, tra il 2001 e il 2005, la popolazione straniera residente è raddoppiata, passando (da 1.360.049 a 2.670.514 (e a 3.035.000 secondo una stima più complessiva curata da Idos, inclusiva anche dei soggiornanti non ancora registrati come residenti) [8].

I dati utilizzati per la ricerca si riferiscono al 2005, sono di fonte Istat e hanno riguardato le denunce che hanno dato seguito a un’azione giudiziaria. Nel 2005, delle 550.590 denunce con autore noto, 130.458 hanno riguardato gli stranieri, ma di esse solo il 28,9% (37.709 denunce) riguardano stranieri con un regolare permesso di soggiorno. La ripartizione percentuale delle denunce tra stranieri con un permesso di soggiorno e gli altri stranieri è stata fornita dal Ministero dell’Interno sulla base dell’archivio Sdi ed è stata considerata applicabile anche alle denunce di fonte Istat, e Idos l’ha ritenuta valida (da notare che successivamente il Ministero dell’Interno non ha più reso nota questa disaggregazione)

I reati, pur non avendo tutti la stessa gravità, per il fatto che non si possa procedere in pratica a una loro valutazione ponderata (complessa ma teoricamente possibile sulla base delle pene edittali) sono stati presi in considerazione cumulativamente e rapportati alle rispettive popolazioni per calcolarne il tasso di criminalità in percentuale. Tale tasso è dello 0,75% per gli italiani e, per gli stranieri regolarmente presenti, dell’1,41% se rapportato ai residenti e dell’1,24% se riferito a quelli complessivamente presenti, stimati da Idos. Come si vede, già a questo punto della ricerca, risulta che il tasso di criminalità tra le due popolazioni è differente ma non eccessivamente distante.

Quindi questi tassi di criminalità sono stati ripartiti per classi di età, rilevati non dall’archivio delle denunce (dove non è disponibile) ma dall’archivio delle 239.391 condanne del 2004 (delle quali 62.236 riguardanti stranieri), ritenendo sostanzialmente fondata questa trasposizione. La fascia di età a più elevato potenziale di devianza è quella di 18-44 anni (78,6% dei casi) e, in misura ridotta, lo è quella di 45-64 anni (17,9%). Le ali estreme sono comprensibilmente poco rappresentate: fascia di 15 e i 18 anni (1,1%, ad esclusione dei reati di competenza della giustizia minorile) e anziani (2,4%).

Per gli stranieri è notevole la concentrazione nella classe di età 18-44 anni (92,5% dei casi), mentre per gli italiani il valore è consistente ma non così elevato (73,7%). Al contrario, gli adulti italiani di 45-64 anni hanno una rilevanza penale ben più ampia rispetto ai coetanei stranieri (22,3% rispetto al 5,3%).

Ripartite le denunce del 2005 secondo le percentuali proprie di ciascuna fascia e riferite le stesse alle rispettive quote di popolazione, si ricavano i tassi comparativi di criminalità:

  • per la fascia di età 18-44 anni, tasso di 1,50% per gli italiani e 2,14%/1,89% per gli immigrati (solo 1,89% riferito alla popolazione immigrata stimata da Idos);
  • per la fascia di età 45-64 anni, tasso di 0,65 per gli italiani e 0,50%  per gli immigrati; (solo 0,44% riferito alla popolazione immigrata stimata da Idos);
  • per la fascia di età 65 e più anni, tasso di 0,12 per gli italiani e 0,14% per gli immigrati (solo 0,12% riferito alla popolazione immigrata stimata da Idos);

La differenza tra italiani e stranieri si concentra tra i ventenni e i trentenni, il periodo in cui gli immigrati iniziano a vivere la loro vicenda migratoria e sono soggetti al massimo sforzo per il loro inserimento, mentre dai 40 anni in poi, essendo già avviato il processo di integrazione ed essendo forte il desiderio di inserimento proficuo, gli stranieri hanno un tasso di delinquenza più basso degli stessi cittadini italiani. A partire dai 65 anni, il tasso di criminalità degli stranieri è sostanzialmente uguale a quello degli italiani. Vengono così ridimensionati i toni eccessivi utilizzati a riguardo della criminalità degli immigrati.

Estrapolando i reati connessi alle infrazioni delle leggi sugli stranieri, il tasso di delinquenza degli immigrati diventa del tutto equiparabile anche nella fascia più giovane di età (18-44 anni). Si può aggiungere che il tasso di criminalità degli italiani diventa più elevato se in questa fascia di età essi vengono raggruppati nella stessa misura in cui sono raggruppati gli immigrati, attuando cioè un confronto per popolazioni omogenee.

Inoltre, nell’affrontare il tema della criminalità degli immigrati, bisogna tenere conto delle più sfavorevoli condizioni socio-economiche-familiari degli immigrati (livello di istruzione, situazione occupazionale, ricongiungimento con la famiglia, condizioni economiche), come talvolta è stato fatto in alcune indagini sul campo).

foto3Conclusioni

Sulla base di queste precisazioni la devianza degli immigrati resta un problema grave, ma perde quella caratteristica di abnormità con la quale spesso viene presentato, rischiando così di equiparare immigrazione e delinquenza. Vi sono anche altre argomentazioni che ridimensionano l’eccessiva enfasi sulla criminalità degli stranieri.

Un aspetto fondamentale, sul quale diversi studi hanno insistito (Banca d’Italia, Lavoce.info, Idos) consiste nel sottolineare che le denunce nei confronti degli stranieri sono aumentate in misura minore rispetto all’aumento della loro presenza, senza che si possa stabilire una correlazione diretta ed equivalente tra i due fattori; tra il 2004 e il 2014 le denunce nei confronti degli italiani sono cresciute del 40,1% e quelle nei confronti degli stranieri del 34,3%, nonostante la popolazione italiana sia risultata in leggera diminuzione e quella straniera più che raddoppiata nello stesso periodo. Di conseguenza l’incidenza degli stranieri (residenti, irregolari, di passaggio, turisti) è diminuita di un punto percentuale, attestandosi sul 31,4% sulle denunce totali

Vi è anche un altro aspetto statisticamente rilevante. È stato provato che l’aumento della criminalità tra gli immigrati è inferiore all’incremento della loro presenza, per cui è esclusa una diretta correlazione. I nuovi immigrati del periodo 2005-2008 hanno un carico penale inferiore rispetto alla popolazione residente (italiani e stranieri). Questa conclusione viene sostenuta nel VII Rapporto Cnel su Gli indici di integrazione degli immigrati, curati da Idos nel mese di giugno 2010, per cui viene messa in discussione la tesi che la nuova immigrazione, regolare e irregolare debba essere considerata con il suo comportamento deviante la principale causa dell’insicurezza in Italia.

L’immigrazione, essendo anch’essa esposta alla devianza, ha indubbiamente introdotto delle modifiche nel panorama italiano della criminalità. Ma, andando oltre questo rilievo scontato, si è arrivati a stigmatizzare gli stranieri come delinquenti e a qualificare i nuovi arrivi come una continua fonte di inquinamento. Questo è di grave pregiudizio al governo del fenomeno e al conseguimento dell’integrazione, obiettivo impossibile se le migrazioni non verranno accreditate come un fenomeno sociale positivo, senza che per questo si debba rinunciare alla prevenzione del crimine e al suo contrasto.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017
Note
[1] Sugli anni di straordinario dinamismo del “miracolo economico italiano”, cfr. Coccia B., Pittau F., “La società italiana ai tempi del Trattato di Roma”, in Idos e Istituto di Studi Politici S. Pio V, La dimensione sociale dell’Europa. Dal Trattato di Roma ad oggi, Edizioni Idos, Roma, 2017: 42-49.
[2] I dati più aggiornati sulla criminalità sono desunti in Idos, Confronti, Dossier Statistico Immigrazione 016, Edizioni Idos, Roma, 2016.
[3] Un ampio commento delle diverse fattispecie è stato recentemente curato dal sociologo dell’Università La Sapienza di di Roma Luigi Maria Solivetti (Immigrazione, integrazione e crimine in Europa, Il Mulino, Bologna, 2013]
[4] Le denunce per violazioni alla normativa sul soggiorno e nel 2009 sono risultate pari al 17,7% degli addebiti registrati contro i cittadini stranieri, come precisato nel Rapporto Annuale Istat 2012. Non abbiamo trovato dati su questo aspetto per gli anni successivi, ma si può ipotizzare che l’incidenza sia alta specialmente a partire dal 2014 con l’intensificarsi dei flussi irregolari. Nel 2016 sono stati depenalizzati alcuni reati tra i quali l’ingiuria (art.594 c.p), le falsità in scrittura privata e in fogli firmati in bianco (artt. 485 e 486 c.p.);
[5] I dati citati da Barbagli sugli automobilisti fermati sono stati criticati come non convincenti perché tra gli stranieri i motorizzati sono di meno e anche a quel livello, oltre che si sposta a piedi, l’accanimento sarebbe maggiore nei confronti degli stranieri.
[6] Cfr. F. Pittau, “Riflessioni sul fenomeno della criminalità tra gli immigrati in Italia alla luce di alcune recenti studi”, in Rassegna italiana di criminologia (numeri 3-4 del 1999: 501-520; Idem, “Immigrati e criminalità. Cosa dicono i dati”, in Etnografia e ricerca qualitativa,1/2010: 119-125.
[7] Cfr. F. Pittau, S. Trasatti, “Immigrati e criminalità: i dati e le interpretazioni”, in Dossier Statistico Immigrazione 2009, Edizioni Idos, ottobre 2009: 208-217; Idem, “La criminalità degli immigrati: dati, interpretazioni, pregiudizi”, in Agenzia Redattore Sociale, Guida per l’informazione sociale. Edizione 2010, Redattore Sociale, Capodarco di Fermo, novembre 1999: 580-603. Cfr. L. Maria Solivetti, Immigrazione, integrazione e crimine in Europa, Il Mulino, Bologna 2013.
[8] Il differenziale di aumento tra popolazione straniera e denunce contro stranieri viene ripreso anche nelle conclusioni di questo articolo.
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Paolo Iafrate, ha conseguito il dottorato presso l’Università degli Studi di Roma Tor Vergata in Sistema Giuridico Romanistico ed Unificazione del Diritto – indirizzo Diritto Musulmano e dei Paesi Islamici. Si occupa delle problematiche di diritto penale e diritto dell’immigrazione, sia come ricercatore che come avvocato. Numerosi sono i suoi contributi sulle denunce presentate contro i cittadini stranieri e sulla metodologia da seguire per pervenire a una loro retta interpretazione. È attivamente impegnato, quale componente del Consiglio Scientifico presso il Centro Ricerche Economiche e Giuridiche (CREG), nonchè in qualità di docente e componente del comitato scientifico all’interno del Master in Economia Diritto e Intercultura delle Migrazioni (MEDIM) presso l’Università di Tor Vergata.
Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche ed è attualmente presidente onorario del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico.

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