La Madonna dei Cappuccini dei piccoli a Palermo. Sulle tracce di Pitrè

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Processione della varicedda,1991 (Archivio famiglia Russo)

di Valentina Richichi

Nel calendario cristiano-cattolico l’assunzione in cielo della Vergine Maria si celebra il 15 di agosto. Per i Siciliani questa è la festa dell’Assunta, preceduta per tradizione da quindici giorni di pratiche devozionali preparatorie. La “Madonna di Mezz’agosto” (a Maronna i Menz’austu) si festeggia tuttora a Palermo con la “quindicina” (chinnicina), caratterizzata da digiuni e preghiere giornaliere che si svolgono sia nelle chiese che presso le abitazioni dei devoti, per culminare nelle processioni serali del 15 agosto.

In passato, la prima metà del mese era però anche rallegrata da riti meno ufficiali, che avevano per protagonisti gruppi di bambini fra i sei e i tredici anni. Questa pratica “infantile” viene così descritta nel 1881 dall’etnologo palermitano Giuseppe Pitrè:

«Al cominciare d’agosto sogliono i fanciulli palermitani condurre certe loro barette per le vie più popolate della città; e sopravi, circondata da molti ceri accesi, una Madonna detta di mezz’agosto, con alla testa uno stellario, e ai piedi una mezzaluna sotto i sandali. A quando a quando innanzi a qualche uscio o balcone, nel quale sieno persone a guardare, fermano al suono d’un campanello portato dal padrone della baretta, ovvero da altro amico cui quello abbia in affetto, la bara, e uno dei compagni alza la voce argentina cantando qualche strofetta d’una laude sicilianizzata che, sebbene di origine letteraria come per lo più sono i canti religiosi, tutto il popolo conosce, e alcuni leggono stampata. Il canto si alterna fra due o tre; e mentre uno dice: Quannu Diu la vosi vidiri / Ntra la sua sagrata spera, / Diu la vitti tutta ntera / La santa Trinità; l’altro soggiunge: La santa Trinità / Fu tempiu sagratu, / Fu specchiu prigiatu / Chi Diu si nnamurò. Il padrone con un piattello o un bossolo va raccogliendo qualche moneta da fare le spese dei quindici giorni di festa; indi al nuovo segnale dato dal conduttore si riprende via cantando a coro versi come questi: Li bummi pi l’aria, / La bella armunia, / Evviva Maria / E chi la criò! Storpiatura dell’originale inteso in altro modo: Rimbombi per l’aria / La bella armonia: / Evviva Maria / E chi la creò! Notevole è questa strofetta, che non è nella stampa: Li Turchi e li Francisi / Nni vonnu arruinari; / A Maria âmu a chiamari: / Idda nn’ajutirà. Questo spettacolo innocente di fanciulli e di bare cessa alla vigilia dell’Assunta, siccome cessano tutte le penitenze e le astinenze che durante la quindicina si son fatte» [1].
 Varicedda, inventario del Museo etnografico Pitré

Varicedda, dall’ inventario del Museo etnografico Pitré

In un precedente volume Pitrè osserva lo sfondo agonistico entro cui si colloca l’azione dei giovanissimi devoti: «Tra di loro si ripetono in piccolo le grandi gare, alle quali mette per lo più fine il padroncino della immagine» [2]. A queste descrizioni etnografiche si possono inoltre associare cinque varianti del Cantu di li variceddi (Canto dei piccoli fercoli) trascritte nei primi del Novecento dal musicista Alberto Favara [3].

La documentazione storica del rito trova infine proficua integrazione nel filmato Mestieri per le strade realizzato nel 1956 da Mario Verdone. Così il regista ricorda l’esperienza vissuta a Palermo:

«La questua dei ragazzi si ricollega con la prossima Festa della Madonna di Ferragosto. A Via dei Bambinai, dove si fabbricano ninnoli per i bambini, i bottegai si sono specialmente dedicati, in questi giorni, alla fabbricazione di “stellari”. Sono ornamenti a forma di stella, di carta colorata e argentata, grandi quanto un grosso ventaglio, che vengono apposti sugli altarini eretti dai ragazzi in onore della Madonna e portati in giro, a mo’ di processione, per la città. A notte i ragazzi continuano la loro processione. L’altare è ornato di candeline accese. Più che altarini sono bare, “vare”, “varicedde”: le bare della Madonna che sta per essere assunta in cielo; ma bare piene di colore, festose. Uno davanti e uno dietro, due ragazzi portano la bara. Un altro suona un campanello, uno accatta offerte per l’altare, uno canta» [4].

Fino ai primi anni Settanta del secolo scorso le variceddi percorrevano ancora le strade palermitane. Nel 1991 l’etnomusicologo Sergio Bonanzinga ne documenta la vitale memoria attraverso una testimonianza rilevata in un rione popolare:

«Al Borgo Vecchio erano numerose le famiglie che per voto allestivano le variceddi, in tutto somiglianti a quelle descritte da Pitrè. I giri di questua si effettuavano lungo tutto l’arco della giornata nelle prime due settimane di agosto. Oltre alle offerte in denaro da destinarsi ai festeggiamenti (consistenti in fuochi artificiali, giochi, spettacoli, ecc.), venivano spesso donati anche ex-voto d’argento che poi venivano conservati nella chiesa di Sant’Anna al Borgo. […] Queste notizie apprendiamo da Onofrio Aucello, abile suonatore di tammurinu (tamburo bipelle a bandoliera) e attuale priore della confraternita di Sant’Anna, che da bambino partecipava ai giri delle variceddi per la “quindicina” dell’Assunta (31 luglio-14 agosto). Grazie alla sua testimonianza è stato possibile ricostruire la sequenza delle espressioni orali che connotavano questa pratica devozionale: a) canto, durante gli spostamenti per annunciare il passaggio della Madunnuzza; b) poesia, preceduta da scampanellio ed eseguita in ginocchio in attesa delle offerte; c-e) canti e acclamazioni, in funzione di ringraziamento dopo l’offerta. Evidenti trasformazioni rispetto al passato sono l’assenza della componente agonistica e l’inserimento di una puisìa dedicata alla Madonna (vi vengono ricordati i santi, il Signore, il Sacramento, la Trinità e, più ampiamente, la patrona di Palermo santa Rosalia). Il metro poetico (versi brevi raggruppati in quartine) e il contenuto dei canti – con riferimenti alla “mezzaluna”, allo “stellario” e al “turco infame” – sono invece analoghi alle attestazioni precedenti (alcune strofe sono uguali a quelle riportate da Favara) [5].

Nello stesso rione del Borgo Vecchio ho raccolto nel 2010 un’ampia testimonianza riguardo alle modalità con cui si svolgeva il rito delle Variceddi, particolarmente centrata sulle ragioni che motivavano i piccoli protagonisti. Giovanni Mineo, nato nel 1926, riferisce la consuetudine di costruire piccoli fercoli quando era bambino e di averli portati in processione per le vie del quartiere insieme ad altri coetanei, cantando e facendo la questua, accompagnata dal suono di una campanella. Dalla sua testimonianza emerge in particolare che la finalità della questua era raccogliere il denaro per l’acquisto dei materiali necessari a costruire piccoli fercoli che venivano poi venduti ad altri bambini, generando una vera e propria circolazione di questi singolari manufatti devozionali da un quartiere all’altro.

Le indagini che ho condotto su questo particolare rito infantile palermitano mi hanno permesso di rilevare attraverso altre testimonianze che il rito pare scomparire del tutto tra gli anni Settanta e Ottanta, per riemergere nel 1989, quando un bambino di nome Sisto Russo chiede ai propri familiari un piccolo fercolo da condurre in processione, secondo quanto aveva appreso dai racconti del padre e del nonno. La famiglia Russo risiede nel quartiere della Zisa, dove il culto dell’Assunta è legato alla chiesa di Santa Maria della Pace.

Sebbene la processione della varicedda abbia subìto un arresto per circa un ventennio, la famiglia non ha mai sospeso l’allestimento e la cura del fercolo grande: a vara, ovvero la “bara”, come si usa dire in Sicilia. Una volta adulto, Sisto Russo ha proseguito la tradizione familiare, occupandosi lui stesso del fercolo grande, ma al contempo ha cercato di riproporre la processione della varicedda coinvolgendo prima i bambini della sua famiglia e poi richiamando l’attenzione di famiglie residenti in  altri quartieri della città. La processione che ho documentato nel 2014 ha avuto il seguito dei residenti del quartiere Zisa, ma soprattutto una cospicua partecipazione di bambini e genitori provenienti dal vicolo di San Mercurio, situato nei pressi del mercato storico di Ballarò.

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Varicedda, 2014 (ph.Angelo Cucco)

Nel quartiere della Zisa la pratica rituale si è pertanto riattualizzata a partire da una iniziativa individuale che in seguito si è estesa a numerosi devoti lieti di coinvolgere i propri figli in un “gioco” destinato a trasmettere valori di ordine sacrale. Non è quindi difficile intendere la funzione iniziatica di questo com- portamento che, come rileva Alfonso Di Nola, dispiega una vera e propria strategia di «pedagogia sociale imitativa dei comportamenti degli adulti» [6]. I bambini, in numero variabile tra sei e dieci, conducono un fercolo che è la riproduzione esatta della vara grande. Nonostante la varicedda sia provvista di ruote per facilitarne il trasporto, i piccoli portatori imbracciano le aste come per sollevarla, riproducendo la gestualità degli adulti. Questi difatti recano a spalla durante l’intero percorso il fercolo dell’Assunta, sollevando le aste verso l’alto per rappresentare il momento dell’Ascensione, oppure abbassandole per evitare urti durante l’uscita dalla chiesa. Quest’ultima azione è imitata dai bambini nonostante non sia necessaria, date le piccole dimensioni del fercolo: «nella concezione imitativa la competenza può derivare solo dalla pratica» [7], e attraverso essa è possibile la trasmissione del sapere rituale all’interno dell’iter festivo.

Lo spazio della festa non è unicamente quello entro cui si snoda il percorso processionale: ciò che viene sacralizzato al passaggio del fercolo è anche l’ambito della quotidianità delle famiglie che prendono parte alla celebrazione. La festa dell’Assunta è il culmine di un ciclo devozionale: quindici giorni di intensi preparativi che vanno dall’allestimento dell’altare alla vestizione del simulacro. Il digiuno, la preghiera e l’attesa della festa in passato coinvolgevano tutti gli abitanti del quartiere. Oggi solo poche bancarelle animano la piazza antistante alla chiesa e le botteghe della zona sono tutte serrate per il ferragosto durante la processione dell’Assunta. Con la costruzione dei mega-condomini e la progressiva dispersione delle famiglie del luogo in altri quartieri della città, le maglie del tessuto sociale un tempo tenute insieme anche dal culto, sono venute allentandosi, e con esse la ricorrenza annuale delle celebrazioni.

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ph.  Angelo Cucco

Nonostante questo notevole sfilacciamento del tessuto sociale, appare significativo che nella città di Palermo si rilevi una forte ripresa delle feste religiose rionali, soprattutto grazie all’attività delle confraternite laicali che custodiscono e curano le immagini sacre nelle chiese sia del centro storico sia dei rioni periferici. Le forme della devozione popolare si pongono quindi in continuità col passato, pur nel mutato contesto della vita attuale. In questo quadro spicca proprio il coinvolgimento dei bambini: i “novizi” che dovranno perpetuare la tradizione dei padri. Tale peculiare aspetto della vita rituale palermitana offre per queste ragioni un fecondo quanto inatteso terreno di ricerca per l’antropologia dalla contemporaneità.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017 
Note
[1] Pitrè Giuseppe (1881), Spettacoli e feste popolari siciliane, Pedone Lauriel, Palermo: 356-358.
[2] Pitrè Giuseppe (1870-71), Canti popolari siciliani, 2 voll., Pedone Lauriel, Palermo, vol. I: 44.
[3] Favara Alberto (1957), Corpus di musiche popolari siciliane, 2 voll., a cura di O. Tiby, Accademia di Scienze Lettere e Arti di Palermo, Palermo: 629-633.
[4] Verdone Mario (1999), Il documentario: teoria e pratica, in S. Gesù, La Sicilia della memoria. Cento anni di cinema documentario nell’Isola, Giuseppe Maimone Editore, Catania: 30.
[5] La testimonianza è contenuta nel libretto allegato al CD “Documenti sonori dell’Archivio Etnomusicale Siciliano. Il ciclo dell’anno”, a cura di S. Bonanzinga con la collaborazione di R. Perricone, Centro per le Iniziative musicali in Sicilia, Palermo (il canto delle variceddi si può ascoltare alla traccia 22).
[6] Di Nola Alfonso Maria (1991), La festa e il bambino, Eri Edizioni RAI, Torino: 19.
[7] Bruner Jerome (2001), La cultura dell’educazione. Nuovi orizzonti per la scuola, Feltrinelli, Milano 2001: 66.

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Valentina Richichi, laureata in Beni demoetnoantropologici presso l’Università di Palermo e specializzata in Antropologia culturale presso l’Università degli studi di Milano-Bicocca, si interessa di educazione nelle classi multietniche, di processi migratori e retoriche geopolitiche. Ha svolto ricerca nel contesto dell’accoglienza ai migranti e si occupa di progetti di cooperazione internazionale. È attualmente impegnata in uno studio sulla fotografia in età coloniale e sull’emigrazione siciliana negli Stati Uniti.
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