Italiane in Egitto tra ’800 e ’900. Il baliatico come risorsa economica

Cairo-1940

Cairo, 1940

 di Sonia Salsi

È noto che l’emigrazione italiana nel mondo è pagina di storia largamente rimossa eppure centrale nella definizione della identità della nostra nazione. Sicuramente molti Paesi hanno conosciuto flussi migratori di grande portata ma difficile trovarne altri come il nostro, per intensità e per estensione nel tempo. Lo spostamento della popolazione coinvolse milioni di persone di diversa provenienza geografica e d’estrazione sociale. Studiosi di differenti discipline hanno constatato che tra il 1876 e il 1915 espatriarono dall’Italia 14 milioni di persone, tra cui 2 milioni 600 mila donne. Le partenze più massicce in questo lasso di tempo si effettuarono dai luoghi rurali del Veneto, Friuli Venezia Giulia, Campania, Toscana, Marche, Calabria Sicilia, Piemonte e Valle d’Aosta. La componente femminile si aggirava attorno al 20% del totale, per crescere poi successivamente fino a raggiungere un picco del 27% nel 1888 (Paolucci, 2016).

Le vicende delle balie italiane all’estero non sempre sono state a tutt’oggi sufficientemente approfondite ed esplorate come fenomeno. Alcuni aspetti che hanno caratterizzato l’esodo di massa sono iniziate ad emergere grazie a studiose come Olimpia Gobbi, Ada Lonni e Adriana Dadà che attraverso le loro ricerche e pubblicazioni hanno sottolineato l’importanza dell’esercizio del baliatico da parte delle donne italiane emigrate in Egitto (Dadà, 1999, Gobbi, 2011, Lonni, 2000: 441-468). Partenze di donne le quali grazie al loro mestiere riuscirono ad emanciparsi sia a livello sociale che economico, distinguendosi una volta ritornate, per aspetto e mentalità dalle loro connazionali rimaste in patria.

Dalla interessante ricerca svolta dalla Dadà a Ponte Buggianese risulta che la notevole partecipazione delle donne nelle migrazioni nei primi anni del Novecento non incrinò affatto il loro ruolo centrale nella gestione domestica e nella economia familiare causata dall’emigrazione temporanea al maschile. Già nell’Ottocento le donne partirono da sole. In quell’epoca, per esempio, era risaputo che presso il mondo rurale italiano le donne, consapevoli della ricchezza del proprio latte materno, ne sfruttavano la risorsa per trarne guadagno: allattavano i figli delle ricche signore locali, o si prestavano a nutrire i bambini abbandonati presso istituzioni di carità come gli orfanotrofi, destinati alla morte senza la presenza delle balie. «Una consuetudine che nel nostro Paese si è protratta per molti secoli fino alla sua scomparsa a metà del Novecento, quando le mutate condizioni di vita, il calo della natalità e la possibilità dell’allattamento artificiale portano le madri ad occuparsi direttamente dei propri figli» (Dadà, 1999).

Angela Frulli Antioccheno racconta che «nelle famiglie contadine, le donne appena partorite o prossime al parto partirono a far da balie in città, oppure ricevevano in casa un bambino altrui per allattarlo. Furono ampiamente criticate, avendo scelto di lasciare i propri figli a sorelle e madri per far fronte ai bisogni di famiglia. Non c’è dubbio che aspiravano ad un regime e ad uno stile di vita meno faticoso e più remunerativo di quello a cui erano destinate in campagna. Erano poi le famiglie stesse una volta individuata la balia a presentare la donna al medico o ad alcune levatrici o mammane locali, che a loro volta facilitavano l’incontro tra domanda e offerta, spesso dietro pagamento di una tariffa» (Antioccheno, 2003).

Esistevano radicate convinzioni che rapportavano l’aspetto fisico delle donne (preferibilmente alte e prosperose) alle loro capacità e di conseguenza al loro trattamento economico. «Una volta individuata la famiglia di destinazione, la balia doveva partire appena effettuata la richiesta. Il periodo di lavoro durava dai 12 ai 14 mesi, tranne i casi in cui il bambino affidatole non morisse o lei non perdesse il latte. Poteva tuttavia capitare che, una volta ultimato l’allattamento, la balia passasse ad altra famiglia o restasse nella stessa come domestica o serva» (Antioccheno, 2003).

1Si usavano mediatori privati per contattare le balie, il cui lavoro era regolamentato da leggi soprattutto sanitarie, ampiamente e sistematicamente eluse dalle famiglie ospiti. Al loro arrivo in famiglia c’era un medico a verificare lo stato di salute, mentre ad un fiduciario locale (prete, sindaco, levatrice) si chiedevano garanzie sulla correttezza morale delle persone candidate al lavoro. I contratti erano quasi sempre verbali e la garanzia era data dall’enorme differenza sociale dei due contraenti, per cui la famiglia della balia non poteva dubitare della parola e del denaro, di una famiglia per bene. Era d’interesse principale della famiglia e del figlioccio mantenere la balia in buona salute fisica e mentale per ottenere del buon latte ovvero un “latte tranquillo” come veniva solitamente definito. Alla balia «veniva pagato il viaggio verso le località dove era richiesta la sua prestazione, con la promessa di un salario mensile variabile a secondo della situazione economica della famiglia ospitante» (Antioccheno, 2003). Se era rispettata dalla famiglia di accoglienza, poteva ricevere regali e omaggi in funzione della sua bravura e del rapporto che si stabiliva tra lei e la famiglia del bambino. In ogni caso restava la sicurezza che per molti mesi non avrebbe sofferto la fame, accolta in case belle e confortevoli.

«Nel 1887, per mettere ordine in tutto questo viavai femminile e limitare i rischi per i bambini, un regolamento (la Circolare Nicotera) stabilì che per esercitare il mestiere di balia era necessario un certificato che attestava il buono stato di salute. Per evitare brutte sorprese, le famiglie andavano a casa dell’aspirante balia o inviavano il proprio medico di fiducia per valutare la qualità del latte: una procedura umiliante, cui si aggiungeva la richiesta di referenze» (Giammatteo, 2016). Le balie – scrive l’antropologa Daniela Perco (1984) – da un lato furono osteggiate dal clero che vedeva nella baliomania delle contadine un attentato alla maternità, dall’altro lato molti benpensanti accusavano le balie di maternità mercenaria, considerata vicina al meretricio.

Le più ricercate erano le balie toscane, perché parlavano un italiano corretto. Durante l’Impero asburgico, le donne in Italia dovettero frequentare obbligatoriamente le prime otto classi di scuola. Il loro superiore livello di istruzione le rese ben presto ambite presso tutte le famiglie della borghesia alessandrina, dove venivano pagate il triplo rispetto a chi le precedeva. Andavano a lavorare, guadagnando più di quello che alla fine del mese, a casa, riuscivano a mettere da parte i loro genitori, fratelli, mariti. È appena il caso di precisare che le giovani madri garantivano una perfetta salute e ottime capacità di allattamento.

Antonio Cortese, ex direttore centrale dell’Istat, in un recente saggio pubblicato in “Altreitalie” (Cortese, 2016) segue le tracce dei percorsi migratori di molte donne che lasciarono i luoghi remoti ed isolati della nostra penisola per prestare servizio in famiglie altolocate, soprattutto di origine inglese, trapiantate in Egitto nel XIX secolo. Attraverso una lettura sovraregionale del fenomeno, l’autore individua le aree di partenza (centri rurali di collina e di montagna) e quelle di destinazione: l’Egitto meta soprattutto di lavoratrici domestiche, la Francia meridionale di operaie tessili.

Le città come il Cairo e Alessandria rappresentarono per anni un potente polo di attrazione per il flusso migratorio femminile. La costruzione del Canale di Suez, avviata nel 1864 e conclusa nel 1869, attirò la presenza di tecnici e personale di fama internazionale che insieme alle loro famiglie contribuirono a trasformare l’Egitto in una realtà multiculturale, una calamita occupazionale per le nostre giovani connazionali. La città di Alessandria, in particolare, essendo un porto molto favorevole, offriva una ambiente cosmopolita che con i capitali investiti dall’élite europea desiderava collaborare al progetto di modernizzazione del Paese. Non è senza significato che la città divenne meta di una diaspora multireligiosa e multietnica, un polo di attrazione per molti artigiani dei Paesi mediterranei, specie la Grecia e l’Italia e per singoli soggetti che praticavano mestieri modesti, come ad esempio i lavori domestici (Verginella: 165).

2Da Vigonovo e da Ranzano di Fontana Fredda, ai confini con il Veneto, e in parte anche da Aviano,  nei primi anni del secolo scorso, partirono numerose balie dirette al Cairo e Alessandria d’Egitto per lavorare presso famiglie benestanti europee dell’allora cosmopolita città africana (Musoni, 1902: 368). Il viaggio in piroscafo da Venezia ad Alessandria d’Egitto durava sei giorni (Grossuti, 2016: 305-332). Anche dalle Marche emigrarono le donne destinate a fare da balie alle famiglie dei coloni europei in Egitto. Così da Ripatransone, da Force, da Montalto e da San Benedetto del Tronto. Tra il 1900-1913 tornarono più volta al paese, sia per non rendere troppo lunghe le assenze sia per meglio governare le relazioni familiari. I ritorni presso i luoghi nativi servirono poi per allargare i benefici della propria esistenza ai parenti, attivando in questo modo collegamenti a catena.

A partire erano donne di tutte le età, la fascia più cospicua era compresa tra 22 e 32 anni. Più delle volte si spostarono autonomamente e al di fuori dalla rete protettiva dei familiari. Nelle migrazioni verso l’Egitto non mancava, per esempio, la presenza di una compaesana con funzione di intermediaria fra le balie in partenza e i futuri datori di lavoro (Gobbi, 2011: 15). Talvolta le successioni delle partenze furono aperte dalle madri che a loro volta richiamavano le figlie maggiori. La presenza maschile nelle migrazioni verso l’Egitto rimase tuttavia marginale. Gli uomini emigrarono appresso alle donne precedentemente emigrate che su richiamo diedero la possibilità ai consorti di inserirsi con una certa facilità sul suolo egiziano (idem: 11-13).

Presso la ricca borghesia le donne richiesero la pratica dell’allattamento a nutrici fidate proprio per non interrompere la loro vita mondana e per non rovinare il proprio corpo. In pochi casi la richiesta era dovuta alla mancanza di latte. Questi furono i motivi peculiari per cui le balie italiane, in generale, godevano di notevoli benefici, tra gli altri, un guardaroba fornito e con pretese di eleganza. Erano sovente letteralmente “rivestite” e a loro spettava un corredo dalle sei alle dodici unità, composto da: indumenti intimi, vestiti da casa, vestaglie, grembiuli, pettorali ricamati con trine. Portavano cuffie o cappelli caratteristici, ma anche gioielli, soprattutto di corallo, pietra portafortuna, i cosiddetti “gioielli da balia”, propiziatori a conservare il latte buono ed abbondante (Dadà, 1999).  

3Conclusioni

Il baliatico è stato un fenomeno sociale che ha segnato la storia dell’emancipazione femminile. Se da un lato ha provocato gioie e dolori ai figli naturali e alla famiglie d’origine, dall’altro lato ne hanno tratto vantaggio i figli della ricca borghesia, sia in Italia che all’estero. L’esperienza lavorativa e di vita vissuta in Egitto da parte delle italiane ha modificato notevolmente il modo di pensare di queste donne, a differenza delle loro compaesane rimaste in terra d’origine. Le Alexandrinke (Makuk, 2006), una volta ritornate, acquisirono un differente modo di approcciarsi nelle relazioni interpersonali, una maggiore apertura mentale soprattutto nei confronti dei propri figli. Queste donne che in Egitto avevano assorbito abitudini, comportamenti e idee delle famiglie borghesi straniere, una volta ristabilite in Italia si resero conto di essere visibilmente differenti dalla gente del contesto rurale della realtà di origine. Oltre ad avere la pelle chiara e non consumata dal lavoro nei campi, portavano vistosamente i gioielli “regalati”, gli spilloni nei capelli, e venivano guardate con sospetto dalla gente locale. La loro maggiore autonomia personale tuttavia si dimostrò nel tempo capace di apportare positivi benefici nello sviluppo economico, contribuendo attraverso la pratica della baliomania allo sviluppo economico e sociale dei vari territori italiani da dove provenivano. Donne, come ha sostenuto P. Rumiz, che all’ombra dei minareti hanno paradossalmente gustato il sapore della libertà, hanno assorbito una cultura sincretica, si sono emancipate e hanno realizzato i propri sogni.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

 

Riferimenti bibliografici
Antioccheno 2003, Angela Frulli Antioccheno, le contadine (le balie) in Mestieri da donna, le balie, in MeDea, 2003 (online), in DomoDama, 2011, online
Chemotti 2009, Saveria Chemotti (a cura di), Madri naturali, madri di latte: sofferenza, costrizione e gioia nell’esercizio del baliatico, in La maternità tra scelta, desiderio e destino, Il Poligrafo, Padova.
Cortesi 2016, Antonio Cortese, Il baliatico nell’emigrazione italiana tra Ottocento e Novecento in “Altre Italie”, 5 (luglio-dicembre).
Dadà 1999, Adriana Dadà (a cura di), Il lavoro di balia. Memoria e storia dell’emigrazione femminile da Ponte Buggianese nel 900, Pacini edizioni, Pisa.
Gobbi 2011, Olimpia Gobbi, Emigrazione femminile: balie e domestiche marchigiane in Egitto fra Otto e Novecento, in “Proposte e ricerche. Economie e società nella storia dell’Italia centrale”, Università degli studi di Camerino, Chieti-Pescara, Macerata, Perugia, San Marino, Università Politecnica delle Marche, anno XXXIV, n.66.
Giammatteo 2016, Claudia Giammateo, Balia, professione, in Focus Storia, 2016 (online).
Lonni 2000, Ada Lonni, Protagoniste della propria storia. I movimenti migratori femminili nell’esperienza italiana, in: “Mélanges de l’Ecole francaise de Rome. Italie et Méditerranée”, tome 112, n°1: 441-468.
Grossuti 2016, Javier P. Grossuti, Friulane all’estero e in patria nel primo novecento, le donne come protagoniste e garanti dell’esperienza migratoria in Lontane da casa, a cura di S. Lucconi, M. Varricchio, Edizioni Accademia University Press, pubblicato in Open Edition Books, Torino: 305-332
Makuk 2006, Dorica Makuk, Aleksandrinke, Editore Goriska Mohorjeva 2006.
Musoni 1902, Francesco Musoni, Sull’emigrazione, specialmente temporanea, dal Veneto e più particolarmente dal Friuli, in Atti del IV Congresso Geografico Italiano, Milano, Stabilimento Tipografico P.B. Bellini, 1902: 361-373.
Paolucci, 2016, Giorgio Paolucci, Storie. Balie, la via del latte dall’Italia all’Egitto, in Avvenire.it, 2016 (online)
Perco, 1984, Daniela Perco (a cura di), Balie da latte: Note e testimonianze su alcune esperienze di lavoro, in Balie da latte. Una forma peculiare di emigrazione temporanea, Comunità Montana Feltrina, Feltre., Quaderno n. 4: 15-30.
Ribezzi 1987, Tiziana Ribezzi, (a cura di), Condizione professionale e abbigliamento: Il caso delle balie da latte, in Per lo studio dell’abbigliamento tradizionale, Civici Musei, Udine: 43-45.
Rumiz 2005, P. Rumiz, L’antica rotta delle badanti, “La Repubblica”, 28 agosto .
Tirabassi 1993, Maddalena Tirabassi, Italiane ed emigrate, in “Altreitalie” n.9.
Verginella, Marta Verginella, Le Aleksandrinke tra mito e realtà, Università di Lubiana, in Accademia Edu (online)
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Sonia Salsi, nata e cresciuta in Belgio da genitori italiani, nel 2010 si è laureata in Scienze antropologiche presso l’Università di Bologna con una tesi sulla storia dell’immigrazione italiana in Belgio verso i bacini minerari del Limburgo. Nel 2014 consegue la laurea magistrale in Progettazione e gestione dell’intervento educativo nel disagio sociale con una tesi sulle donne rifugiate e richiedenti politici a Bologna. A dicembre 2015 ottiene un Master Interculturale di primo livello nel campo della salute, del welfare, del lavoro e dell’integrazione presso l’Università di Modena e Reggio Emilia. Attualmente è iscritta al primo anno di Lingua e cultura italiane per stranieri, laurea magistrale a Bologna. Conduce ricerche nell’ambito del lavoro in miniera in Europa, uno studio di genere nei processi migratori, su lavoro e famiglia in contesti multiculturali tra ieri e oggi.

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