La comunità siciliana di Tunisia: La Goulette, un esempio di tolleranza

 

Contadini di Tunisia, 1906

Contadini siciliani di Tunisia, 1906

di   Alfonso Campisi

Fino alla metà del XIX secolo, la comunità italiana in Tunisia è costituita da ricchi mercanti ebrei toscani e italiani catturati durante le operazioni di corsari tunisini attraverso il Mar Mediterraneo. Possiamo dividere in varie fasi della storia la presenza italiana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo.

Tra il 1815 e il 1861, la comunità italiana è composta da diverse migliaia di attivisti politici, massoni, intellettuali, dalle regioni centrali e settentrionali della penisola, rifugiantesi nella Reggenza di Tunisi. Ci sono tentativi di organizzare la prima scuola italiana (1821), una prima tipografia (1829), un giornale in lingua italiana, Il corriere di Tunisi (1838).

Tra il 1861 e il 1881 la popolazione italiana aumenta, questa volta con l’arrivo di immigrati non qualificati provenienti da diverse isole (Sicilia, Pantelleria, Sardegna, Procida, ecc.) e da altre regioni svantaggiate del Mezzogiorno. Nella Reggenza di Tunisi, la colonia italiana, attraverso le sue istituzioni – scuole, giornali, società filantropiche ecc. – svolge un ruolo politico attivo, per contrastare la crescente influenza della Francia che impone il Protettorato nel 1881. La comunità siciliana continua a crescere e nel 1896, quando l’accordo franco-italiano conferma lo status quo degli italiani così come era stato definito dal trattato italo-tunisino del 1868, i rapporti tra le due comunità sembrano rilassarsi fino alla fine della prima guerra mondiale. Tra il 1870 e il 1885, gli emigrati siciliani aumenteranno del 400 per cento.

Gli Italiani continuano a sfidare il protettorato francese col pretesto della vicinanza geografica, ma anche per motivi storici, e soprattutto per il peso di una colonia che era numericamente di gran lunga più importante tra tutte quelle presenti in Tunisia: nel 1901, ci sono 72 mila italiani in Tunisia contro solo 24.000 francesi. Il periodo che va dal 1925 al 1943 ha visto la fascistizzazione della diaspora italiana, che rafforza gli antagonismi politici. Solo dopo il 1943, dopo gli sconvolgimenti della seconda guerra mondiale e post-coloniale la comunità italiana scompare quasi del tutto.

La colonia di espatriati italiani in Tunisia si caratterizza per l’eterogeneità dei suoi cittadini, l’ambivalenza del loro rapporto nei confronti della madrepatria e dei colonizzatori francesi. Attori reali della colonizzazione del paese o semplicemente rifugiati economici e politici, apolidi o beneficiari passivi della manna del colonialismo? Perseguitati dai colonizzatori francesi o eroi sfortunati dell’imperialismo italiano? Ritratti diversi possono essere offerti in base allo sguardo dell’osservatore. Albert Memmi, per esempio, nel suo celebre Portrait du colonisé, assimila gli italiani di Tunisia ai “mistificati” del colonialismo:

«La povertà degli italiani è tale che può sembrare ridicolo parlare di privilegi. Tuttavia, se sono spesso miserabili, gli infimi privilegi che gli vengono accordati, a volte non volutamente, aiutano a differenziarli, e a separarli seriamente dal colonizzato. Più o meno avvantaggiati rispetto alle masse colonizzate, tendono a stabilire con loro dei rapporti di colonizzatore-colonizzato [...] Resta inteso che per quanto miseri essi siano, avranno nei confronti del colonizzato diverse linee di condotta comuni a quelle del colonizzatore».

Memmi non menziona però la presenza di un’ élite italiana in cui emerge precocemente una componente ebraica. Se questi ebrei italiani sono una minoranza – sono solo 1333 su 4744 nazionali italiani nel 1871 e 1867 su 67.420 nel 1900 – tuttavia rimangono influenti nella Tunisia coloniale e in posizione di quasi parità con i colonizzatori francesi. Ma era davvero vergognoso essere italiano? Se ci atteniamo alla testimonianza di Cesare Luccio che scrive per dimostrare che gli italiani non sono una sottospecie di uomini, si è tentati di rispondere affermativamente: «Dopo i francesi non c’è nulla, poi ancora tre volte nulla, e infine volendo veramente scavare più in fondo, scopriamo una sorta di popolo italiano, che mette al mondo degli individui pieni di pidocchi e abitanti nei tuguri» (La Tunisie dans la littérature et presse italienne dans «Les relations tuniso-italiennes dans le contexte du protectorat», Tunis 1999). La spiegazione risiede probabilmente nelle animosità intercomunitarie, che vedono opporsi gli ebrei tunisini abitanti del ghetto della Rara a Tunisi (il Touensa), da cui proviene Memmi, e gli ebrei italiani (Grana), che, come gli altri Italiani benestanti, mostrano una mancanza di considerazione per gli altri.

Adrien Salmieri parla di una sorta di frattura nella colonia italiana, a livello sociale e culturale, tra una minoranza di insegnanti, dirigenti, artigiani e commercianti che orbitano intorno al Consolato italiano e l’associazione culturale Dante Alighieri, che si rivendica italiana a tutti gli effetti, e una massa popolare indifferente, spesso dalle identità fragili, sradicati e disorientati, potenziali candidati alla naturalizzazione francese, perché trova in seno alla nazione del colonizzatore i mezzi per soddisfare le necessità quotidiane che vengono loro negate. Ma a parte la grande massa di lavoratori non qualificata e proletaria in tutti i settori, i pochi italiani che beneficiano della situazione economica più avvantaggiata, sono a capo di reti associative, scuole, banche e ospedali italiani creati in Tunisia alla fine del XIX secolo.

Infine Memmi sottolinea che la condizione degli italiani è in qualche modo a metà strada tra il “colonizzatore” e il “colonizzato”. Nel dilemma tra l’essere fedeli alla nazione italiana, che spesso appare loro molto distante e l’assimilazione francese imposta dal colonialismo, 1′italo-tunisino si ritrova diviso tra la sua corrente nazionalista che lo spinge verso un patriottismo intransigente, addirittura alla gallofobia, e il protettore francese che vuole invece imporre la sua influenza nel paese, nel tentativo di aumentare la propria presenza demografica con una politica di incoraggiamento alla naturalizzazione di tutti gli europei.

Se la colonia italiana di Tunisia è caratterizzata da un ibridismo identitario, essa subisce più particolarmente una forte influenza da parte della cultura francese, percepita in concorrenza con la propria. Nella comunicazione quotidiana il parlare siciliano locale moltiplica i prestiti linguistici dall’arabo popolare diventando così la lingua di una buona parte della comunità, costituendosi come gergo popolare adottato nei luoghi pubblici dove ʺtutti parlano a modo loro e tutti si capisconoʺ.

II mélange comunitario, religioso, culturale e linguistico è particolarmente evidente a La Goulette, città costiera a pochi chilometri da Tunisi. La Goulette è la trascrizione francese dell’italiano Goletta, che proviene dall’arabo HALQ AL-OUED (Goulet-Gola). La popolazione della Goulette è inizialmente composta esclusivamente da turchi e mori, a cui si aggiungono italiani e maltesi che vengono a stabilirvisi nel quartiere che sarà chiamato La Petite Sicile. Gli Italiani sono quasi esclusivamente dei piccoli artigiani e pescatori siciliani, che provengono per la maggior parte dalla Sicilia occidentale e in particolare dalla zona di Trapani, le isole Egadi, Marsala, Mazara, Erice, Pantelleria.

I siciliani si mescolano con i tunisini senza grande complesso, rispetto invece ai francesi e, come afferma Adrien Salmieri, costituiscono il trait d’union tra il colonizzatore e il colonizzato. Tra il 1876 e il 1885, più di 5.000 siciliani si stabiliranno a La Goulette. Essi supereranno di gran lunga il numero degli indigeni. A questa cifra va aggiunto il numero di immigrati clandestini che arrivava in Tunisia attraverso piccole imbarcazioni per sfuggire alla giustizia italiana.

Il quartiere de La Petite Sicilie, alla Goulette, nasce intorno alla chiesa della Madonna di Trapani, celebrata dai trapanesi il 15 agosto. Secondo gli archivi da me consultati, la Madonna usciva dalla chiesa attraversando le stradine de La Goulette accompagnata da una banda musicale. La giornata si concludeva con i giochi d’artificio e un concerto sulla piazza principale. Dornier così descrive la processione: «La processione della Madonna di Trapani, a La Goulette, non è un semplice corteo dove si cammina in fila, cantando inni o recitando il rosario. La Vergine è portata su un carro da una dozzina di uomini che si alternano. E tutto intorno alla Vergine c’è una folla eterogenea, che vuole toccare la statua, chi con un fazzoletto, o chi con la mano. A questa folla si mescolano donne musulmane velate, ebrei praticanti, che erano venuti anch’essi a pregare la Madonna. Alcuni seguono la processione scalzi per esaudire un voto, andando da La Goulette a Tunisi. Nelle ore serali intorno alle 20:30, saranno le prostitute accompagnate dai loro protettori, a fare il rito chiamato Le rite de la Madeleine prostrandosi ai piedi della croce …».

Un altro elemento molto importante che univa le tre comunità principali della Goulette, la musulmana, 1′ ebraica e la cristiana, era la cucina. Le feste religiose, più importanti, come il Natale, la Pasqua ebraica o L’Aid e il Ramadan musulmano, venivano seguite da tutte le comunità e si concludevano con la degustazione di pietanze specifiche alle tre grandi comunità, tutti riuniti per celebrare le festività di ciascuna senza che nessuno si sentisse offeso, superiore o inferiore. Per il capodanno islamico si preparano e si donano ai bambini piccole sculture di zucchero, bambole o cavalieri, colorati e dipinti a mano. È ancora possibile trovare oggi in Tunisia e soprattutto a Nabeul questi pupi di zucchero, gli stessi che i siciliani confezionano per il giorno dei morti.

Altro elemento importante comune che troviamo a La Goulette è l’architettura delle vecchie case. Gli uomini erano per lo più muratori, falegnami, ebanisti, fabbri, pescatori, meccanici… Queste case costruite da muratori siciliani possiamo trovarle un po’ ovunque in Tunisia e in particolare a La Goulette, ma anche a Bizerte e Sousse. Saranno questi muratori ad insegnare l’arte del costruire ai muratori tunisini. Ề sempre molto emozionante per me trovare le stesse piastrelle e la stessa architettura in Sicilia e in Tunisia.

Le donne, invece, erano per la maggior parte delle casalinghe o sarte, ricamatrici, modiste. Passeranno l’arte del cucito alle donne tunisine recandosi, come d’altronde accadeva in passato in Sicilia, dalla “mastra” per imparare cucito o ricamo. Secondo le testimonianze, le donne che lavoravano fuori delle loro case erano per lo più vedove, perché l’atteggiamento dei tradizionalisti italiani nei confronti delle donne, mogli, sorelle, figlie, non poteva tollerare che esse potessero avere altre attività al di fuori da quelle domestiche e familiari.

Vale la pena, in conclusione, segnalare queste poche righe tratte dal manoscritto di una sarta siciliana originaria di Trapani, una certa Francesca Tranchida:«Lavoravamo dalle otto a mezzogiorno e dalle due alle sei. La mastra ci dava da dormire anche in boutique, aveva le brande e si poteva anche cucinare. La maggior parte di noi era vedova e di grande età. Io ero fra le più piccole. Poi andavamo a fare le commissioni, comprare tutto, i tessuti e il filo che lo vendevano gli ebrei e il sabato non si poteva comprare…Per tingere i tessuti invece andavamo dagli arabi, che erano bravissimi, tutto con colori naturali. Noi siciliane eravamo brave, le migliori forse per cucire anche se tutti i modelli arrivavano dalla Francia e la mastra li riproduceva. Ma quello che è sicuro, è che non avremmo mai potuto avere questo successo senza gli arabi e senza gli ebrei…».

Dialoghi Mediterranei, n.5, gennaio 2014

 

 

 

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5 risposte a La comunità siciliana di Tunisia: La Goulette, un esempio di tolleranza

  1. Antonio scrive:

    Ottimo. Ho vissuto 18 anni a La Goulette.

  2. Rose Marie scrive:

    Mio padre è nato a la Goulette e io a Tunisi. I miei nonni venivano da Trapani e vivevano a La Goulette . Io mi ricordo la mia infanzia come un periodo stupendo e questo articolo è veritiero e scritto davvero bene. Mi sono venute le lacrime agli occhi per l’emozione. Grazie. Davvero.

  3. Giuseppina scrive:

    Mia nonna è nata a La Goulette nel 1908, da genitori provenienti dalla provincia di Palermo nel 1900; mio nonno è nato a Tunisi nel 1905. Si sono conosciuti a Casablanca in Marocco, perché entrambe le famiglie si erano spostate lì per lavoro.
    Il padre di mia nonna era un costruttore e con lui lavoravano 5 figli maschi: le condizioni note, anche della Sicilia del 1900, non gli consentivano di lavorare tranquillamente, per cui decise di emigrare; e tra gli Stati Uniti d’America ed il Nord-Africa scelse il luogo più vicino. La loro storia è molto bella ed istruttiva: i racconti dei miei nonni sono parte del mio dna.

    • Giuseppe scrive:

      60° anniversario di matrimonio per i coniugi Andrea Sciarrino e Vita Bruno
      la rinnovata promessa sarà celebrata da Monsignor Eusebio Regge, parroco della chiesa Madonna di Lourdes del Rione Concordia, il 25 novembre 2007, alle ore 10,30

      Storia
      Andrea Sciarrino nasce a El Aouina ( aeroporto di Tunisi ) il 6 febbraio 1923 da genitori siciliani originari di Carini ( Prov. di Palermo). Fu il nonno paterno, Giuseppe, a stabilirsi tra il 1890 ed 1900 nella zona trasformandosi da commerciante di cavalli ad agricoltore. Nel 1940, all’entrata in guerra dell’Italia, tutti gli italiani tra i 17 e 50 anni residenti in Tunisia, furono deportati nei campi di concentramento, essendo questo paese una colonia francese. Andrea diciassettenne, fini a Le Kef, città situata poco lontano dal confine con l’Algeria, dove rimase per circa 45 giorni. L’armistizio siglato dalla Francia con la Germania, permise ad Andrea di fare ritorno a casa. Compiuti i diciott’anni, viene chiamato alle armi. Tra il 2 aprile ed il 13 maggio 1943, gli alleati conquistano la capitale Tunisi. Andrea, prigioniero insieme ad altri migliaia di soldati, viene trasferito in Algeria, sotto gli inglesi, dove svolge mansioni di meccanico e di interprete per la sua conoscenza dell’arabo e del francese.
      Inizialmente i prigionieri dovevano essere trasferiti in Inghilterra e negli Stati Uniti, ma dopo l’affondamento nel mediterraneo di alcune navi inglesi, era stato sospeso tale trasferimento. La fine della guerra in Italia si avvicina ed allora gli inglesi inviano i prigionieri in Italia. Imbarcato ad Alger, scende dopo due giorni di navigazione a Napoli. Da Napoli viene condotto a Castellamare di Stabia dove rimane per circa 9 mesi e nei giorni seguenti raggiunge Selbagnone ( Forlimpopoli FC). Sempre al seguito delle truppe inglesi, mentre segue in moto un automezzo militare, gli succede un incidente nei pressi di Ravenna. Liberato alcuni giorni dopo, chiede il trasferimento al distretto militare di Trapani, dove spera di
      porre fine a questo vagabondaggio per l’Italia: Andrea ha circa ventidue anni. Durante questo soggiorno a Trapani, e venuto a conoscenza che a Mazara del Vallo risiedeva un certo Vito Bruno, carrista ad El Alamei
      prigioniero conosciuto in Algeria, volle incontrarlo.
      E fu così che nel 1945, Andrea, invitato da Vito Bruno, conobbe la sorella Tina (Vita), allora diciottenne: fu amore a prima vista. Ma la famiglia Bruno, inizialmente non vedeva di buon’occhio Andrea detto lo “STRANIERO”, ed inviarono la figlia Tina in

      campagna al fine di farla distrarre e dimenticare il suo innamorato. Ma le informazioni assunte dal padre di lei, attraverso un parente residente in Tunisia, alla Soukkra, lo convinse ad accettare la relazione e così Andrea sposò Vita Bruno il 22 novembre 1947, nella chiesa Madonna della Porta a Mazara del Vallo.
      Andrea , sempre in attesa di ricevere l’auspicato congedo ed il permesso dal governo francese di rientrare a Tunisi, svolge diverse attività nella cittadina siciliana: da autista a motorista sui pescherecci, da bracciante agricolo ad operaio edile.
      Nel 1951, giunto l’auspicato congedo i coniugi Sciarrino, con due figli a carico, Giuseppe (Jo), nato nel 1948 e Silvestro, nel 1950, fanno ritorno a Tunisi. Ma la guerra ha distrutto case e raccolti, parti delle terre confinanti con l’aeroporto vengono espropriati per il suo ampliamento. Nel 1952, nasce Sergio ma Silvestro, affetto di leucemia, scompare nel 1952. Nel 1957 nasce un altro figlio, Silvio, ed infine Maurizio nel 1961. Le difficoltà economiche ed un futuro incerto per i figli, fanno maturare il pensiero di lasciare la Tunisia, dopo una permanenza di tre generazioni. E così, nel mese di settembre 1962, venduto quanto possibile la famiglia Sciarrino, composta da sei persone, si allontana tristemente da quella terra. La nave, dopo due giorni di navigazione, giunge a Napoli; a mezzo autobus, insieme ad altri “profughi”, Andrea, con la famiglia, raggiunge la località Fuorigrotta, dove, in un caserma in disuso viene alloggiato. Qui rimane per circa un mese; alla fine, sempre tramite Vito Bruno, poliziotto a Vercelli, si trasferisce nel capoluogo, lavorando per vent’anni presso la Caterpillar come meccanico.

      L’Amore e la Fede sono stati gli elementi determinanti per i 60 anni di vita coniugale. Nonostante le ristrettezze economiche e le avversità incontrate, essi hanno con notevoli sacrifici, spronato i figli a conseguire un titolo di studio, a prepararli alla loro strada, lasciando loro un certa quale indipendenza, vegliando e rassicurandoli quando sbagliavano. Ancora, oggi, cercano di non far pesare ai figli la loro vecchiaia, grazie anche alle discrete condizioni di salute.
      Un esempio per tutti noi!!!!

  4. ho avuto modo di conoscere e verificare il lascito storico della presenza italiana in Tunisia, che si rinnova tuttora, nonostante le difficoltà odierne nel Paese nordafricano

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