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Incontri con Cirese, una pietra miliare nell’etnografia abruzzese-molisana

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di Emiliano Giancristofaro

Il mio incontro con Alberto Mario Cirese si è sviluppato nel tempo attraverso il suo lungo saggio (confluito in seguito nel volume Cultura egemone e culture subalterne) pubblicato negli anni ’60 sulla rivista “De homine”, che ebbi modo di visionare nella biblioteca del Liceo Scientifico di Vasto, in cui allora insegnavo di prima nomina. Grazie alla lettura di quel saggio, a Roma, in piazza Esedra, nelle bancarelle dei libri usati, acquistai alcuni fascicoli de “La Lapa”, che Cirese nel Molise dirigeva; ricordo in un fascicolo la polemica tra Ernesto De Martino e Paolo Toschi sul concetto di folklore.

Ma quello che più ricordo con piacere è che, lavorando per conto della Rai Abruzzo e Molise, trovandomi ad Acquaviva Collecroce nel Molise per una etnografia sul folklore, incontrai una equipe di studiosi di Spalato che cercava tracce del “verde Giorgio”, un rituale di primavera per implorare la pioggia, ancora diffuso in Croazia, dove il 22 aprile, vigilia di S. Giorgio, un giovinetto ricoperto di frasche verdi va di casa in casa cantando l’arrivo di maggio e viene bagnato con catini di acqua a simboleggiare la caduta della pioggia in un evidente rituale magico propiziatorio.

L’usanza era già stata trattata da Cirese nel 1955 nell’articolo “La pagliara del primo maggio nei paesi slavo-molisani” sulla rivista “Slovenski etnograf”, che io riuscii ad avere per mano dello stesso Cirese, che mi incoraggiò a continuare gli studi sul terreno e in archivio intorno a quel rituale per l’arrivo della primavera (in Molise il rituale è chiamato “Pagliara” e “Majo”).

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Festa del Majo a San Giovanni Lipioni (Chieti)

Il rituale era presente anche in altri paesi dell’altra sponda dell’Adriatico che festeggiano l’arrivo di maggio con rituali che servono a “svegliare maggio”, e che spesso innalzano un albero di ciliegio decorato e implorano la pioggia particolarmente benefica in questo mese, necessaria per ottenere un buon raccolto.

Fu questo il mio primo incontro con Cirese, a cui seguirono due lunghe lettere e altri incontri, in Abruzzo, in Molise e all’Università La Sapienza di Roma. L’ultimo incontro fu nel Museo delle Genti d’Abruzzo di Pescara, un paio di anni prima che ci lasciasse; in questa occasione ricordammo il Verde Giorgio e la nascita della nostra amicizia. Cirese, anche nel mio modesto cabotaggio di studi sul terreno, rimane una pietra miliare.

Dialoghi Mediterranei, n. 50, luglio 2021

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Emiliano Giancristofaro, docente di Storia e Filosofia nei Licei (in pensione dal 1996) e docente a contratto di Storia delle Tradizioni Popolari presso la Facoltà di Lettere dell’Università “G. D’Annunzio” di Chieti, in Abruzzo e Molise ha condotto una intensa attività di documentazione del folklore e di salvaguardia del patrimonio culturale e naturale. Negli anni ’60 è stato co-fondatore della prima sezione abruzzese di Italia Nostra, quella di Lanciano, di cui sarà presidente regionale dal 1994 al 2003, restando presidente onorario. Ha diretto dal 1963 fino al 2020 la Rivista Abruzzese, un trimestrale di cultura regionale. Ha collaborato con la rivista di etnologia «Lares» e dal 1972 al 1994 è stato direttore editoriale della casa editrice lancianese Rocco Carabba, della cui rinascita era stato promotore. Ha scritto oltre 600 saggi su ambientalismo e patrimonio culturale. Tra i suoi volumi, si segnalano Il Mangiafavole, inchiesta diretta sul folklore abruzzese, (Olschki 1972; Totemajje (Rai-Carabba, 1977); Cara moglia, lettere di emigranti abruzzesi (Lanciano 1982); Tradizioni popolari abruzzesi (Newton Compton, con pref. di Alfonso M. Di Nola, 1996); Le superstizioni degli abruzzesi (Lanciano 2004); Porco bello (Lanciano 1998); Il rituale di S. Domenico a Cocullo (a cura, Lanciano 2007). Nel 1997 a Cocullo, in provincia dell’Aquila, con Ireneo Bellotta e Nicola Risio ha fondato il “Centro di documentazione della culturale popolare A. Di Nola”, realizzando convegni di studio e attività sul patrimonio naturale e culturale.

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