In Sicilia dove l’Islam è Occidente dell’Oriente

  Copertinadi Antonino Cusumano

«E poi c’è quest’Isola, che ha un effetto magico su tutti quelli che vi mettono piede, indipendentemente dalla religione a cui appartengono. Motivi geografici e ambientali ci distinguono da tutte le altre terre e, nazareni o credenti, ci conformiamo alle condizioni del luogo. La geografia di quest’Isola plasma il nostro carattere e in cinquant’anni o poco più – credenti o nazareni – non sarete più in grado di cogliere la differenza tra di noi. Di fronte agli stessi problemi diventiamo tutti siqilliyani». Così parla Idrisi, il famoso geografo e cartografo arabo, amico e consigliere del re normanno Ruggero II, protagonista del bel romanzo storico di Tariq Ali, Un sultano a Palermo, edito in Italia dieci anni fa. Il diventare tutti siqilliyani, al di là delle appartenenze etniche, religiose o linguistiche, è il frutto della straordinaria forza di acculturazione esercitata dall’Isola, crocevia di attraversamenti umani e di stratificazioni cumulative di popolazioni e civiltà diverse. Qui tutto  confluisce e viene indigenizzato, trasfuso, declinato e tradotto in una originale e individuale cifra autoctona e territoriale.

“Terra senza Crociati” è stata non senza ragione definita la Sicilia da due eminenti storici, Francesco Giunta e Umberto Rizzitano, studiosi di quel Medioevo che conobbe nell’Isola una esemplare stagione di feconda e pacifica convivenza interetnica. Quell’Islam, “Occidente dell’Oriente” di cui ha scritto Lévi-Strauss, si ritrova nelle emergenze architettoniche e monumentali come nelle eredità lessicali e alimentari, si può leggere nel soffitto della Cappella Palatina a Palermo e nel coevo e prezioso mantello imperiale di Ruggero II ove si sovrappongono e si intrecciano i segni dello sfarzo del potere normanno e i caratteri cufici delle scritte ricamate ai bordi che ci informano della provenienza dal tiraz reale e della lavorazione eseguita nell’anno 528 del calendario egiriano corrispondente al 1134. d.C.

Se è vero che esiste e persiste tanto Islam in Sicilia, è ancor più vera e ampiamente accertata la presenza di tanta Sicilia nell’Islam, nonostante la generale rimozione della memoria storiografica e culturale. Nella dimensione transfrontaliera del Mediterraneo, nei traffici commerciali come nella vita quotidiana l’ibridismo di Oriente e Occidente ha a lungo parlato una lingua franca che mescolava l’arabo e il siciliano. Nelle pagine del Decamerone di Boccaccio si ha notizia di comunità di pescatori trapanesi che vivevano e lavoravano nella musulmana Ifrìqiyyah, l’odierna Tunisia. Durante la guerra da corsa, prìncipi e uomini di affari, tonnaroti e corallari, poeti e perfino vescovi siciliani, passati per disgrazia nella terra degli infedeli, vi si sono lungamente trattenuti fino ad eleggerla a loro seconda patria. A Lampedusa, più volte contesa e al centro ieri come oggi di rotte, approdi e traversate, era una grotta sacra dedicata alla vergine Maria dove, fino alla metà del secolo XVI, marinai cristiani e musulmani offrivano preghiere ed ex voto. Perfino, dunque, nelle pratiche di culto la Sicilia ha conosciuto significative esperienze di accoglienza e di tolleranza.

A quanti sostengono l’incompatibilità delle culture, la irriducibile inconciliabilità tra Islam e Occidente, va probabilmente ricordata l’esperienza della civiltà arabo-normanna che nella storia siciliana costituisce la pagina più nobile e più illustre. Va sicuramente richiamata la lezione di Michele Amari che ci ha insegnato che l’Islam non è l’Altro, essendo stato a lungo parte costitutiva di quell’amalgama felice che ha prodotto l’irripetibile koinè culturale trapassata nella filosofia, nell’arte, nella letteratura e nelle scienze.

foto 1Nella consapevolezza che nell’incontro tra culture nulla si cancella del tutto e, nel tempo lungo delle generazioni,  le differenze si rielaborano e si riplasmano attraverso un originale processo di lenta negoziazione e di splendido sincretismo, Amari ha voluto significativamente definire la presenza degli arabi non già semplicemente “in Sicilia” ma “di Sicilia”. E arabi siciliani ovvero siciliani arabi, o più precisamente siquillyani, furono i costruttori di quella specifica immagine universale dell’Isola, che fece dire a Sciascia che i siciliani cominciarono a comportarsi da siciliani solo dopo la conquista araba. Lo stesso Amari si chiedeva: «Perché rinnegare le glorie degli arabi, se i francesi tengono tanto a quelle dei franchi, gli inglesi a quelle dei sassoni, e anche l’origine longobarda è un vanto in Italia? Or la Sicilia senza arabi forse sarebbe restata quel che fu ed è la Calabria (…). Gli arabi – arabi e berberi uniti in un’unica nazione –  occuparono questo suolo, vi si stabilirono, s’incorporarono una parte dei vinti; si suddivisero in piccoli principati, e così diminuirono la forza politica, ma accelerarono i progressi della civiltà e poi, riannodati di nuovo sotto un principato straniero e cristiano, ne costituirono la principale forza. Perché Palermo fu la capitale della Sicilia e dei domini continentali? Perché Palermo era l’importanza della Sicilia musulmana e non altro. Sia dunque un po’ meno nemica degli arabi».

Così scriveva Amari più di cento anni fa, ma sembrano le sue parole rivolte a noi contemporanei e a noi siciliani in particolare, e assumono il significato di un monito, di un’esortazione. Se la Sicilia non è soltanto Occidente ma è prima di tutto Mediterraneo, lo abbiamo appreso dal padre degli arabisti, che ha ampiamente e definitivamente documentato il radicamento dell’Isola nella casa dell’Islam (dar al-islam), alle porte dell’Oriente. A rileggere oggi la sua Storia dei musulmani di Sicilia, che Vittorini definì «una seduzione del cuore», si disvela in tutta la sua complessità l’intensa trama di relazioni che attorno all’Isola araba e normanna si sono diramate, per almeno cinque secoli, lungo le vie del Mediterraneo. Nella storia narrata da Amari la Sicilia, più della Spagna, ha avuto in quei secoli un ruolo centrale di crocevia.

Quando in pieno Ottocento l’attenzione per le civiltà orientali era influenzata dagli interessi coloniali della borghesia occidentale per le economie dei Paesi extraeuropei, Amari seppe guardare a quel mondo senza il gusto per l’esotico allora dominante, senza l’atteggiamento etnocentrico che caratterizzava le ricerche degli orientalisti dell’epoca. Sul suo magistero è germogliata la tradizione di studi dell’arabistica italiana. E sulla sua scia si sono posti intellettuali e storici dell’Isola che hanno individuato e illustrato l’apporto della civiltà arabo-islamica nella formazione della cultura mediterranea e di quella siciliana in particolare.  «L’Arabismo e l’Islam, come vive forze sociali e culturali, durarono in Sicilia quanto durarono gli Altavilla, che pure avevano strappato l’Isola al loro politico dominio». Questo giudizio storico di Francesco Gabrieli, maestro di più generazioni di orientalisti italiani, è valso a sancire definitivamente quanto fosse penetrante e determinante  l’influsso dell’elemento arabo nella vita e nella società siciliana.

 Palermo, San Giovanni degli Eremiti

Palermo, San Giovanni degli Eremiti

Dell’Arabismo e della ampia letteratura che ha contribuito alla costruzione di immagini, percezioni e rappresentazioni del mondo islamico, ha descritto inediti percorsi di lettura Antonino Pellitteri nel suo ultimo libro, Sicilia e Islam. Tracciati oltre la storia (FrancoAngeli 2016), pagine interessanti che si collocano pienamente nel solco della tradizione degli studi e riannodano i fili di un discorso e di un dibattito che in Sicilia  aveva con lungimiranza avviato il suo maestro, Umberto Rizzitano. Pellitteri riprende in mano le fonti di Amari, rilegge criticamente opere e documenti, decostruisce tesi e interpretazioni attraverso l’esame parallelo degli scritti di autori siciliani e musulmani. Un approccio per certi aspetti antropologico che tende a decentrare lo sguardo per mettere in risalto un «certo modo di vedere l’Altro», di incarnare e rappresentare l’alterità, nell’orizzonte ideologico che oppone eternamente l’Oriente all’Occidente.

«Di storia dell’Islam in Sicilia si scrive poco anche nei libri di testo scolastici italiani, che riportano scarne notizie e talvolta malamente trattate». Da questa giusta e amara constatazione muove la ricerca dell’autore che intende proporre un metodo storiografico nuovo, attento ad esplorare più ampi campi d’indagine, ad utilizzare più numerosi e diversi materiali di documentazione, tenendo conto delle scoperte archeologiche più recenti, dell’edizione di testi arabo-islamici prima sconosciuti, delle ricognizioni scientifiche prodotte in campo sociale ed economico. Si tratta, in fondo, di riarticolare e riorganizzare la memoria della Sicilia medioevale che fu araba restando latina e normanna rimanendo araba. Nella prospettiva braudeliana della lunga durata –  dal tempo di Asad Ibn al Furàt che ha aperto la strada all’occupazione araba fino all’età di Federico II che ha dato vita alla dominazione sveva –  l’Isola ha conservato la sua centralità nell’area mediterranea, con la sua eminente funzione di mediazione, in continuità con la remota antichità, di fondamentale cerniera e «anello di giunzione tra aree comunicanti», di ponte e frontiera (thaghr) tra mondi, passaggio aperto, paesaggio vivificato da intensi processi osmotici.

Pellitteri mette insieme in dialogo e in contrappunto gli storici siciliani e quelli arabi, le parole e le testimonianze dei coevi medioevali e degli scrittori d’epoca moderna, le cronache dei viaggiatori musulmani, le relazioni dei geografi,  i versi dei poeti ismaeliti, le memorie dei padri missionari e le voci degli eruditi isolani dell’Ottocento. Passa in rassegna le immagini della Sicilia che affiorano dalle fonti più diverse, alcune del tutto ignote ad Amari: dall’opera di Qadi al-Nu’man, vissuto in Ifrìqiyyah nel X secolo con importanti carichi giurisdizionali, a quella dei governatori kalbiti che amministrarono la regione alla fine del decimo secolo. Preziosi contributi alla conoscenza più oggettiva e approfondita delle vicende politiche e culturali del califfato dei fatimidi, sottratte alle polemiche storiografiche provocate sia da parte musulmana che da certa produzione orientalistica europea.

 Palermo, Cappella Palatina

Palermo, Cappella Palatina

La più larga parte dell’attenzione dell’autore è volta alla ricostruzione critica di quel dibattito che dal Cinquecento all’Ottocento si è sviluppato sulla rappresentazione della Sicilia quale essa si manifestava nello snodo cruciale della sua transizione dal potere musulmano a quello normanno. Pellitteri ricorre alle pagine degli scrittori siciliani, tra cui Tommaso Fazello, Antonino Mongitore e Saverio Scrofani, alle considerazioni di Niccolò Palmeri e a quelle di Gioacchino Di Marzo, il quale tra l’altro a proposito degli Arabi scrive che sono «popoli più civili tra quelli che allora popolavano l’Europa». Come ad un processo in tribunale, sono chiamati a testimoniare le figure di intellettuali note e meno note che descrivono una società abbastanza aperta, plurale, composita e in alcuni momenti e per non pochi aspetti sostanziamente amalgamata.  Di «una leggiadra e armonica fusione del genio arabo, del bizantino e del normanno» si legge nella bella Guida pratica di Palermo del 1882 di Enrico Onufrio, il quale ebbe a definire la Cappella Palatina  «poema di marmo e di porfido» e il Chiostro dei benedettini di Monreale «l’Alhambra cristiano».

La “voglia di Oriente” e la finzione letteraria hanno influenzato, come si sa, lo sguardo e la scrittura di quanti hanno mutuato la visione dell’Ottocento romantico nella rappresentazione di quel mondo, indubbiamente più complesso e meno idillico delle immagini dal gusto estetizzante espresso nelle diverse arti alla fine del secolo. Per avere un’idea della fascinazione esercitata dal tòpos dell’Oriente misterioso e selvaggio basterà un frammento della pagina citata da Pellitteri tratta dal resoconto da viaggiatore e pellegrino alla Mecca del siciliano Paolo Emiliani-Giudici:

 «a star seduti un paio d’ore presso la porta di un caffè si vede passare tutto l’Oriente coi suoi colori, i suoi odori, le sue voci, l’Oriente sempre vario che non annoia mai. Echi di terre lontane, profumi di luoghi remoti, visioni indimenticabili di paesi sconosciuti, trascorrono senza tregua».

Spingendo l’orizzonte oltre l’orientalismo che è – in tutta evidenza – frutto vago ed ambiguo dell’esotismo eurocentrico, qualsiasi riflessione sulla Sicilia arabo-normanna deve muovere dall’assunto che quella esperienza storica non fu una parentesi effimera ed episodica ma un dato e un sostrato culturale sostanziale, costitutivo e pervasivo dell’identità siciliana, una eredità ineludibile incorporata nella sua stessa “seconda natura”. Liberata dai cascami del mito e delle fughe metastoriche, la convivenza delle diversità che nell’Isola hanno sempre trovato ospitalità e accoglienza, pur nel disordine delle mille contraddizioni in cui si è inverata, può farsi risalire a quella stagione, a quella lezione, a quella memoria involontaria che permane nonostante gli sforzi compiuti per rimuoverla. In questo senso, il libro di Antonino Pellitteri ha il merito di ricercarne le ragioni profonde, di tornare a intrecciare i fili di un discorso e di un dialogo interrotto, di interrogarsi sulle questioni ancora aperte, attingendo alle fonti originali della letteratura e della storiografia.

Negli ultimi due saggi si offrono al lettore due illuminanti esempi di concezione ideologica e di rappresentazione culturale. Il primo descrive Maometto nella visione degli arabisti siciliani da Amari a Rizzitano. La figura e l’opera del profeta sono riscattate dal giudizio sprezzante e polemico che ha a lungo pesato nelle interpretazioni più diffuse dell’Occidente cristiano. A secondo delle contingenze politiche, Muhammad appare legislatore che seppe mutuare «apporti diversi dal Giudaismo e dal Cristianesimo, adattando il tutto ai bisogni degli Arabi», ovvero impareggiabile «capo di Stato (destinato) a formare e a rigenerare una nazione col compito di abbattere i decadenti imperi del tempo, sassasnide e bizantino». Apostolo o uomo politico, condottiero leggendario o fulgida guida spirituale, Maometto è stato, per usare le parole di Rizzitano, l’uomo che ha «impresso al mondo una nuova svolta», «artefice di un impensabile processo storico», consapevole «di avere offerto all’umanità un’alternativa in fatto di fede», padre fondatore cioè non solo di una religione diversa dalle precedenti ma anche di una civiltà che ha dato all’Europa un originale e prezioso patrimonio di contributi nelle lettere come nelle scienze, nell’arte come nella vita materiale.

 Monreale, Chiostro dei Benedettini

Monreale, Chiostro dei Benedettini

L’ultimo saggio è dedicato ai racconti “arabi” della scrittrice Annie Messina ovvero Gamila Ghali, nata in Sicilia nel 1906 e vissuta  per lungo tempo in Egitto: un caso letterario che incarna il sincretismo di più culture essendosi l’autrice nutrita delle sensibilità mediterranee assimilate nella città cosmopolita di Alessandria. Nulla dunque di esotico e di estetizzante si coglie nelle trame dei suoi romanzi, nessuna eco colonialista ma piuttosto l’equilibrata sintesi di elementi e motivi narrativi di origine ellenistica, persiana, latina e arabo-semita. A leggere le sue pagine, dove Oriente e Occidente coabitano felicemente, tanto da evocare una atmosfera di sospensione tra mondi e di commistione di simboli, sembra trovare conferma quanto ebbe a scrivere un intellettuale druso libanese, l’emiro Sakib Arslan (1869-1946):

 «la storia non ha conosciuto epoca che sia rimasta immune dal rapporto degli orientali con gli occidentali, dalla compartecipazione degli occidentali con gli orientali, dall’annullarsi a vicenda e dal prendere a prestito scambievolmente: prendere e restituire, riflusso ed espansione fin dalle epoche più remote».

Nella trasmigrazione di oggetti, idee, immagini e parole, da epoca ad epoca, da sponda a sponda, la memoria di quel periodo che, se non fu aureo come certa retorica ha celebrato fu tuttavia senza alcun dubbio ricco di vitalità e creatività culturale, è giunta a noi frammentata, sbiadita, tradita, mutilata. Tornare a guardare o a ripensare a quella storia, come ci suggerisce Pellitteri, anche alla luce delle tumultuose temperie contemporanee, significa riappropriarsi di un pezzo del Rinascimento siciliano, non per compiangerlo nostalgicamente ma per riaffermare nella drammatica attualità di decadenza e di conflittualità interetnica il valore universale di un modello e di un esempio. Non sappiamo se l’età che chiamiamo arabo-normanna fu l’ultima delle civiltà classiche o forse la prima delle civiltà moderne. Sappiamo che quel trattino univa ciò che oggi teniamo separato, faceva dialogare mondi che ci ostiniamo a dichiarare inconciliabili, rappresentando la prova inconfutabile che le civiltà non sono incompatibili ma se mai incomparabili.

In una calda giornata d’agosto del 1960 si tenne a Mazara del Vallo un convegno di studi italo-arabo. Vi partecipò uno dei massimi studiosi dell’arabistica, Francesco Gabrieli, insieme ad una folta delegazione di intellettuali tunisini ed egiziani. La Regione aveva da poco ripristinato la cattedra d’arabo all’università di Palermo affidata a Umberto Rizzitano. La città dove l’Islam aveva cominciato la sua avventura di occupazione e di espansione vide quel giorno rievocata la memoria di quell’evento storico straordinario, ancora orgogliosa e fiera, come scrisse allora Gabrieli,

«come d’un blasone di nobiltà per il ricordo che associava il nome della piccola patria alla  più illustre storia dell’Isola e del Mediterraneo. L’invasione saracena  non era più sentita medioevalmente come una  iattura della fede, e una pur temporanea rottura col mondo occidentale; ma come un germe fecondo di vita nuova, di materiale e spirituale arricchimento nella storia secolare della Sicilia: quella che è appunto la visione moderna, da Amari ad oggi, e che oggi si tende ad allargare ancora in una più ampia visione   “unitaria”  della civiltà del Mediterraneo su tutte le sue sponde».

Dalle parole di Gabrieli è passato più di mezzo secolo. L’arabistica in Italia sembra essersi indebolita sia sul piano accademico che su quello politico-culturale. Nel frattempo le popolazioni arabe sono tornate vicine a noi, sbarcano sulle nostre coste senza armi e senza valigie, con la loro lingua, la loro religione, i loro costumi. Non cercano terre da conquistare né crociati da convertire. Chiedono riparo e accoglienza. C’è da augurarsi che si realizzi davvero quell’«ampia visione “unitaria” della civiltà del Mediterraneo su tutte le sue sponde» di cui parlava Gabrieli e, alla fine, la Sicilia che per vocazione converte tutti i suoi abitanti, qualunque sia la loro origine, in siqilliyani possa rivendicare l’eredità e trasmettere la memoria di quel modello esemplare di pacifica convivenza di uomini e culture.

Dialoghi Mediterranei, n.23, gennaio 2017
________________________________________________________________________________
Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia.

________________________________________________________________

Se vuoi condividere l'articolo sui Social Network clicca sulle icone seguenti:
Questa voce è stata pubblicata in Cultura, Letture. Contrassegna il permalink.

Una risposta a In Sicilia dove l’Islam è Occidente dell’Oriente

  1. antonietta sammartano scrive:

    Molto interessante questa analisi dell’apporto della cultura araba nel tessuto complesso della Sicilia “latina”, e molto vera la constatazione che sempre meno si studiano i fenomeni attuali di osmosi andando in profondità, mentre ci si lascia trascinare da giudizi affrettati e, spesso, devianti. Mi fa piacere ricordare che mio padre, Nino Sammartano, quando diede vita alla temeraria impresa di fondare negli anni difficili del dopoguerra una casa editrice, la Società Editrice Siciliana, volle inaugurare le pubblicazioni con La Storia degli Arabi in Sicilia di Michele Amari e più tardi inserì una raccolta poetica di Ibn Hamdis per la traduzione di Francesco Gabrieli nel catalogo della S.E.S.

Lascia un Commento

L'indirizzo email non verrà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *

È possibile utilizzare questi tag ed attributi XHTML: <a href="" title=""> <abbr title=""> <acronym title=""> <b> <blockquote cite=""> <cite> <code> <del datetime=""> <em> <i> <q cite=""> <strike> <strong>