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In ricordo di Bruno Caruso


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Bruno Caruso nello studio di Giuseppe Modica (ph. Dino Ignani, 2000)

di Giuseppe Modica

È già passato un anno dalla sua scomparsa, il 4 novembre 2018, e in quella occasione avevo preferito non scrivere per evitare di fare coincidere l’ennesima nota di memoria di amici artisti con la loro scomparsa. Avevo fatto giusto in tempo a dargli un ultimo saluto quindici giorni prima all’ospedale di San Giovanni dove era ricoverato.

Con Bruno eravamo legati da una lunga amicizia e debbo a lui, nel mio trasferimento da Firenze a Roma nel 1986, una ottima accoglienza nell’ambiente artistico della città. In occasione della  mia prima mostra personale romana del 1985, presso la galleria Incontro d’Arte di Giulia Lodigiani, accompagnata da un suo testo penetrante ed illuminante (era anche un fine scrittore d’arte), ho avuto modo di entrare in contatto con quella che era la scena artistica di quegli anni e ricordo fra i critici: Franco Simongini, Dario Micacchi, Guido Giuffrè, Enzo Bilardello, Domenico Guzzi, Cesare Vivaldi, Lorenza Trucchi, Maria Teresa Benedetti, Claudio Strinati, Giuliano Briganti, Maurizio Fagiolo.

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Bruno Caruso, Autoritratto, 1986

Nello studio di Bruno ho incontrato Vivi Maggio, sua prima moglie, mitica gallerista che dirigeva la celebre “Tavolozza” di Palermo con la quale ho avuto la fortuna di collaborare per diversi anni.

Il suo studio, in un prestigioso palazzo dell’Ottocento con le finestre sul Colosseo, era una specie di museo sorprendente. Ricordo alle pareti la collezione di quadri del Seicento, di incisioni di Durer, Rembrandt e Goya, di stampe giapponesi, le antiche maioliche arabe e persiane e dell’estremo Oriente e  quella straordinaria di marmi dell’antica Roma coltivata attraverso l’amicizia con Santo Mazzarino (ordinario di Storia romana alla Sapienza). Girando per quelle stanze delle meraviglie trovavi frammenti e piccole sculture di granito rosso dell’alto Egitto, porfido rosso, nero e verde,  alabastro, breccia verde, giallo antico, cipollino, rosso antico della Grecia e rosso di Verona. Ricordo una collezione eccentrica,  custodita in una stanza segreta (che lui apriva a pochi amici), composta da un vasto inventario di sculture di pregiata artigianalità e dipinti di teschi e vanitas di varie epoche e provenienze nei materiali più svariati: marmo, bronzo, ceramica, terracotta, avorio, legno. Altra vasta collezione era quella di pugnali e coltelli antichissimi.

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Bruno Caruso, Incantatore di insetti, 1985

Il suo studio era sempre aperto, bastava suonare il campanello e la sua accoglienza era sempre calorosa. Incontravi da lui le persone più interessanti e vivaci del mondo culturale italiano: scrittori, poeti, storici dell’arte, collezionisti, galleristi, giornalisti, editori: da Fabrizio Clerici a Giorgio Soavi, Maurizio Fagiolo, Claudio Strinati, Leonardo Sciascia, Vincenzo Consolo, Stefano Malatesta, Dieter Kopp, Giulio Einaudi e molti altri.

Nell’ultimo periodo della sua vita, oltre alle pesanti complicazioni dei problemi di salute, Caruso ha sofferto anni di angoscia e dolore dovuti a laceranti questioni familiari che hanno provocato la dispersione e lo smembramento di larga parte della sua collezione personale. Ora per fortuna i problemi sembrano superati grazie alla presenza solerte e affettuosa del nipote Jenner, per il quale Bruno stravedeva, che sta dando un suo prezioso contributo per ricreare l’armonia tra i figli, presupposto necessario per conservare e salvaguardare la figura artistica del nonno.

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Bruno Caruso, Il mondo alla rovescia, 1954

Caruso è stato una personalità poliedrica e vulcanica: artista, disegnatore, pittore ed incisore tra i più noti del secondo Novecento. Scrittore finissimo ha collaborato con quotidiani come L’Ora e l’Unità e ha fondato egli stesso nel 1953 la rivista “Sicilia”. È stato autore di spessore e valore internazionale, i suoi interlocutori sono stati scrittori come Paolo Volponi, Elio Vittorini, Vincenzo Consolo, Leonardo Sciascia, Gesualdo Bufalino; fotografi come Enzo Sellerio e Brassai; pittori come Renato Guttuso, Fabrizio Clerici e Ben Shahn; storici dell’arte come Maurizio Fagiolo dell’Arco, Claudio Strinati, Enzo Bilardello e Lorenza Trucchi, studiosi della psiche come Franco Basaglia.

3-bruno-caruso-manicomio-edizioni-della-colonna-infameCaruso, lontano dalla prevedibilità delle mode, è stato autore “fuori campo”, una voce fuori dal coro e nel panorama della ricerca artistica italiana ed internazionale si è caratterizzato subito come disegnatore graffiante e perturbante. In sintonia e in continuità con l’oggettività tedesca di Grosz e Otto Dix, ma anche con Schiele, Klimt ed Ensor, ha reinventato un linguaggio personale in cui entravano in scena soggetti ed elementi, espressi in vasti cicli di opere, che scandagliano, con attento sguardo civile, pungente ironia e sferzante satira, le vicende storico-sociali del nostro Paese. Tutto è filtrato da una sorta di sicilitudine che trova riscontro in un suo personale villaggio della memoria ed in un suo bagaglio di cultura vivificato da una profonda intelligenza. Le sue sono memorie che tradiscono un vissuto esistenziale di vasta portata culturale e di levatura internazionale e frequenti sono stati i suoi viaggi in Persia e in Oriente dove ha studiato la calligrafia, la miniatura e le antiche stampe giapponesi.

Parallelamente allo sguardo realista, si affianca una vena di straniante surrealtà e di disorientante metafisicità che con tratti di divertita e irriverente ironia attraversa tutto il suo lavoro. Memorabili i cicli sui manicomi, in particolare sulla palermitana “Real Casa dei Matti”; quelli dedicati alla Colonna Infame ed alla Guerra in Vietnam. Significative le opere grafiche di denuncia politica contro la mafia, i soprusi, le ingiustizie e le sopraffazioni.  A proposito del Manicomio di Palermo, trovo interessante proporre una intensa e chiarificatrice testimonianza che Caruso scrisse molti anni fa:

«L’antico Manicomio di Palermo detto “La Real Casa dei Matti” sorse alla fine del Settecento per volontà del Barone Pisani, un aristocratico illuminato che riteneva di poter curare o alleviare i tormenti della follia con la musica e la gentilezza. Santi propositi! Ma l’utopia non durò a lungo e le inesorabili condizioni del manicomio presero il sopravvento e lasciarono i poveri ricoverati in balìa di se stessi. Il manicomio tornò ad essere uno dei luoghi più terribili della città, peggio dell’Ucciardone, il carcere cittadino. Ma la città stessa divenne un manicomio, tormentata dalla miseria, dalla violenza e dalla fame. Sono trascorsi tanti anni da quando, in tempo di guerra, i B-52 bombardavano Palermo, da quando tutto il manicomio tremava sotto le deflagrazioni delle bombe e tutti i malati rinchiusi fra quelle grigie mura tremavano anche loro fra i violenti sussulti, senza capire cosa stesse accadendo. S’era creato attorno a loro, dopo tanta indifferenza e altrettanta violenza, un clima di vibrante solidarietà. E io stesso mi trovai sospinto da forze sconosciute ad andare a dare una mano, a collaborare con i medici volenterosi proprio mentre si sperimentavano gli psicofarmaci in sostituzione delle camicie di forza, dei letti di contenzione e delle celle di rigore. Si capì che non ce n’era bisogno o che si poteva fare di meglio. Palermo visse la sua follia nei catoi, nei quartieri cittadini della Vucciria, del Capo, di Ballarò, di Danisinni e la cinghia si stringeva sempre più. Il Manicomio tornò ad essere quel che doveva essere: un luogo di reclusione senza speranza. A chi non stava bene, camicia di forza, letto di contenzione o cella di rigore. Finché non si aprì uno spiraglio con le cure degli psicofarmaci.
Entrai alla fine del 1953 e vi rimasi quattro anni, finché ce ne fu effettivamente bisogno; facevo disegnare i malati per capire attraverso la buona riuscita dei disegni se la cura aveva un buon effetto: s’era creato un clima di strana simpatia e solidarietà. Questi disegni rappresentano un semplice documento del mio transito attraverso il manicomio e una testimonianza del clima di solidarietà che si era creato e, alla fine, un atto di amore verso gli altri».
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Bruno Caruso, ciclo della Real Casa dei Matti, 1955

È dall’esperienza vissuta sulla propria pelle e dall’incontro umano con questi malati che sono nati disegni straordinari di straziante verità e “bellezza”, senza finzioni edulcoranti, compiacimenti o estetismi di sorta. Una teoria incessante di figure doloranti, un succedere di espressioni teatrali e allucinate di una umanità ferita e dalla dignità umiliata. Nascono, dunque, una serie di disegni e acquerelli: Teatro in manicomio 1954, Il coro del manicomio 1954, Il mondo alla rovescia 1954, Il sergente Campanella 1954, Punizione 1954, Sciopero della fame 1956, Malato di mente 1956, Camicia di forza 1968, Manifesto contro l’uso della camicia di forza 1960, Letto di contenzione 1958, L’armadietto pedagogico 1953, L’impiccato 1968, Ballerina del manicomio 1955, I pazzi del manicomio (che mimano la corrida) 1955, Povero e pazzo 1975 (acquaforte), Napoleone 1955, Caos 1993 (acquaforte), Interno del manicomio 1959.

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Bruno Caruso, Il ficus di Piazza Marina, 1980

Del resto l’adolescenza di Bruno era già stata segnata da quella follia collettiva che aveva voluto a tutti i costi il secondo conflitto mondiale. Aveva diciotto anni quando assistette ai disastri e all’immane catastrofe dei bombardamenti che si abbatterono su Palermo. Sono esperienze di un vissuto esistenziale che segneranno in maniera indelebile il suo sguardo e la struttura espressiva del suo linguaggio artistico. A testimonianza, ci sono disegni di desolata drammaticità come Bombardamento di Palermo 1943 e numerosi Macerie del 1945 che rappresentano una singolare produzione artistica di insostituibile valore civile, da porre a fianco alle immagini della documentazione fotografica dell’epoca. Bruno Caruso è, nel panorama nazionale, il primo artista a lasciarci questa straordinaria testimonianza drammatica con un particolare espressionismo di tagliente esattezza ed impietosa verità.

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Bruno Caruso, Piccola natura morta sotto il ficus, 1971 (da: bruno-caruso.com)

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Bruno Caruso, Cassetta con le conchiglie, 1984

Accanto all’attenzione ai temi civili e politici espressi con satira tagliente, Caruso pose una dimensione magica ed incantata. Si vedano a tale proposito la serie delle serre, dell’orto botanico, delle farfalle, delle conchiglie. O dei Ficus di piazza Marina degli anni ‘70, sospese visioni magico-surreali realizzate con un neopuntinismo vibrante e brulicante di stupefatti bagliori e rifrangenze.

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Bruno Caruso, Ritratto di Leonardo Sciascia a Villa Igea, 1971

Altra dimensione, non trascurabile, della pittura di Bruno, a partire dai primi anni Ottanta, fu la meditazione sulla storia dell’arte e sul mito. Mise a punto significative opere di intensa visionarietà fantastica nelle quali entravano in scena, come in un teatro della memoria, Perseo e Medusa, Caravaggio e Antonello ma venendo più avanti anche de Chirico, Guttuso e Sciascia. Sono opere che nella loro indiscutibile e autonoma cifra stilistica erano in sintonia, anche in leggero anticipo, con il clima postmoderno della Pittura Colta, teorizzato da Maurizio Calvesi e Italo Mussa, che vede sulla scena artisti come Franco Piruca, Carlo Maria Mariani e Stefano Di Stasio, Alberto Abate. Qui entra in gioco una componente fondamentale e fondante della poetica di Bruno: la Memoria.

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Bruno Caruso, Albero della vita, 1989

Bruno Caruso stesso ha scritto:

«La memoria è stata per me la chiave per entrare nei territori sconfinati dell’arte e l’intelligenza, il mezzo per muovermici dentro agevolmente. Tutto quello che ho fatto come pittore, l’ho fatto a memoria, naturalmente dopo aver guardato con attenzione il modello, ma cercando di non farne mai una mera copia proprio perché la memoria, che ne aveva fermato nello schermo del cervello l’immagine, la restituisse modificata dal mio modo di vedere; alterata dunque, influenzata e corretta da tutte le altre memorie che con essa nel cervello avevano coabitato…»
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Bruno Caruso, Ritratto di Giorgio De Chirico, 1994

Memoria antropologica, culturale e memoria personale mescolate insieme costituiscono dunque un mondo immaginario e poetico.

Con la scomparsa di Bruno Caruso, e un mese prima di Guccione e qualche lustro fa di Fabrizio Clerici, Augusto Perez, Renzo Vespignani, Lorenzo Tornabuoni, Nino Cordio, Franco Francese, Giangranco Ferroni, Riccardo Tommasi Ferroni e più recentemente di Leonardo Cremonini, Bruno Canova, Alberto Sughi, Ugo Attardi, Alberto Gianquinto,  Karl Plattner, Armando De Stefano, Paolo Vallorz, Giuseppe Zigaina, tramonta quasi definitivamente quella “ristretta schiera”, ma anche quella straordinaria epopea, di pittori figurativi e visionari, d’impegno civile e d’impronta lirico-esistenziale che hanno tanto animato il dibattito artistico del secondo dopoguerra e che non sempre  hanno avuto la giusta attenzione che meritano. Complice tutto di ciò è una dilagante insipienza, il vuoto delle istituzioni preposte alla salvaguardia dei beni culturali. Ma l’Italia, sappiamo, è il Paese delle diatribe litigiose, delle dispute fra Guelfi e Ghibellini, che assieme al trionfo della cultura dell’ignoranza creano indifferenza ed elusione di responsabilità nei confronti di un prezioso patrimonio della memoria culturale che andrebbe, invece, salvaguardato e valorizzato.

Dialoghi Mediterranei, n. 40, novembre 2019
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Giuseppe Modica, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Firenze, nel 1986 si è trasferito a Roma, dove attualmente vive e lavora ed è titolare della cattedra di Pittura all’Accademia di Belle Arti. Autore “metafisicamente nuovo”, occupa un posto ben preciso e di primo piano nella cultura pittorica contemporanea. Ha esposto in Italia e all’estero in prestigiose retrospettive e rassegne museali, apprezzato da critici come Fagiolo, Strinati, Janus, Giuffrè, Sgarbi e da letterati come Sciascia, Tabucchi, Soavi, Onofri, Calasso. Si segnalano le mostre: nel 2004 “Riflessione” come metafora della pittura a cura di Claudio Strinati; nel 2008 Roma e la città riflessa a cura dello stesso Strinati; nel 2015 Luce di Roma, a cura di Roberto Gramiccia, e nello stesso anno una personale sul tema della mediterraneità alla Galleria Sifrein di Parigi: La melancolie onirique de Giuseppe Modica; nel 2016  a cura di Donatella Cannova e Sasha Grishin una mostra a Melbourne, in Australia, promossa dall’Istituto di cultura di Sidney. Sue opere sono state recentemente esposte in una mostra personale Phoenix Art Exhibitionhe a Fenghuang, nel sud-est della Cina, e a Pechino, Light of memory, organizzata a cura di Giorgio Agamben e Zhang Xiaoling, con il patrocinio dell’Accademia Nazionale Cinese di Pittura.

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