Immaginare nuove vite possibili. La variabile generazionale nei processi migratori

 foto1 di   Antonino Cusumano  

È indubbio che chi emigra sfugge alle guerre, alla fame, alle carestie, alle persecuzioni politiche.  E tuttavia nessuno emigra senza un sogno, una speranza, una promessa. «La terra promessa – ha scritto Enzenberger – l’Arabia felix, la mitica Atlantide, l’El Dorado, il Nuovo Mondo: queste erano le magiche narrazioni che spingevano molta gente a partire. Oggi, invece, sono le immagini ad alta frequenza, che la rete mondiale dei media porta fin nel più sperduto villaggio del mondo povero». A dare energia e slancio alle partenze è forse anche quella «capacità di avere aspirazioni», di cui scrive Appadurai, una «capacità di orientamento nutrita dalla possibilità di fare congetture e confutazioni sul mondo reale», un capitale culturale su cui è possibile, nonostante tutto, costruire e definire l’orizzonte delle aspettative. Certo, esercita un’influenza non trascurabile la forza attrattiva di quanto Latouche ha metonimicamente definito «l’occidentalizzazione del mondo». Tuttavia, non un passivo e acritico asservimento al richiamo seduttivo delle immagini muove certo le grandi masse di disperati che s’imbarcano nelle carrette del mare per approdare nell’Occidente ricco e felice, ma una più complessa e profonda ragione esistenziale, volta a massimizzare le risorse personali, una radicata soggettività transnazionale maturata e accentuata dalle nuove e crescenti possibilità di connettere luoghi più o meno distanti fra loro grazie ad un potente sistema di network che mobilita, organizza e sospinge i flussi. «I migranti – secondo Marc Augè – sono gli eroi dei tempi moderni: la loro avventura prova che si può sempre rompere con ciò che ci lega al territorio e alla terra, liberarsi dei radicamenti culturali e lanciarsi in un’avventura puramente individuale».

Immaginare nuove vite possibili è ciò che lega nella disperazione e nella fuga i migranti di ogni etnia e nazionalità, gli acrobati del nostro tempo, esploratori di frontiere e agili saltatori di fili spinati, sia che viaggino nascosti in celle frigorifere, stipati in container, pericolosamente legati a semiassi di autocarri, sia che attraversino le vie del mare stretti come carne da macello in gommoni o sgangherate imbarcazioni di fortuna. Immaginano nuove vite quando si staccano dai loro remoti villaggi e dai nuclei familiari, quando attraversano sterminati deserti, quando scavalcano confini di ferro, resistendo alle spoliazioni e alle violenze degli sciacalli di turno. Immaginano nuove vite e un diverso futuro possibile quando affidano all’incerta navigazione bambini e adolescenti privi dell’assistenza di familiari e di tutori, migliaia di minori che intraprendono da soli il viaggio verso l’Europa e incarnano un’unica speranza, quella di essere strappati alla certezza del maledetto destino di fame, di violenza e di morte cui sarebbero condannati se restassero nelle terre d’origine. La vicenda del bambino ivoriano, trovato alla frontiera di Ceuta chiuso, sigillato all’interno del trolley di una ragazza marocchina, cui il padre aveva consegnato il figlio perché si ricongiungesse con la madre in Spagna, può essere drammatica attualizzazione della storia del cesto coi gemelli lasciati alla corrente perché si compisse il mito della fondazione e con esso il prospero avvenire dell’antica Roma, più semplicemente è metafora esemplare dell’estremo grado di determinazione che alimenta e sostiene il desiderio di vita e di futuro rimesso nel corpo e nella sorte del fanciullo migrante dentro la valigia.

Questa stessa speranza portano nel loro grembo moltissime giovani donne che arrivano in avanzato stato di gravidanza e sembrano offrire  in pegno le nuove nascenti vite al Paese di adozione che le accoglie: un investimento che è una scommessa, una promessa inscritta in un orizzonte transnazionale, l’affermarsi di una soggettività generazionale che irrompe e tracima i vincoli congiunturali delle costrizioni oggettive. Nello studio del fenomeno sfugge, a volte, l’enorme portata di questo dato che è spia della dimensione quantitativa e qualitativa dei flussi, delle loro traiettorie in prospettiva, della preziosa risorsa contenuta nel capitale umano. Con le vite scampate dei fuggiaschi arrivano dal mare le energie di un mondo che non si rassegna, la vitalità e la vivacità di una umanità destinata ad abitare e rinsanguare l’esausto ed estenuato continente europeo ripiegato nella sua inarrestabile china demografica. La cruciale rilevanza del fattore generazionale nei movimenti migratori trova conferma nel gran numero dei giovani harraga, di quanti cioè tra i maghrebini prima di partire usano bruciare i propri documenti personali per segnare la volontà del non ritorno e tentare attraverso una nuova e diversa identità una nuova e diversa esistenza.

COPERTINAUno speciale osservatorio di queste dinamiche che investono e intrecciano opzioni identitarie plurime è senza alcun dubbio costituito dalle esperienze dei figli dei migranti, delle cosiddette seconde generazioni. Definizione di per sé ambigua, a pensarci bene un ossimoro, dal momento che si tende a sottolineare le origini etniche dei padri e si finisce con l’assimilare lo status di immigrato anche a chi, invece, è nato e cresciuto nel paese che abita. «Sono – nella definizione di Sayad – degli immigrati che non sono emigrati da alcun luogo». Un equivoco lessicale che ha evidenti conseguenze nella costruzione identitaria dei figli, nella loro rappresentazione pubblica, nella loro connotazione sociale e culturale. Le parole – si sa – hanno un valore performativo e una considerevole incidenza fattuale, sol che si consideri l’effetto ponderale dell’alterità implicita nel concetto di straniero, stigmatizzato come tale. L’ascendenza finisce col prevalere sull’apparenza, l’appartenenza sull’esperienza, l’eredità sulla soggettività.

Se anche in una prospettiva transnazionale il centro focale dell’orientamento spaziale e temporale resta per i migranti il luogo delle origini etniche da connettere con i vari luoghi della diaspora migratoria, per i loro figli il baricentro esistenziale e sentimentale si sposta decisamente sulla dimensione del presente e sul contesto della città in cui si vive, si studia, si fa amicizia, ci si innamora, si impara a stare nel mondo. L’idea che le seconde generazioni siano perennemente in bilico tra i due universi culturali in una posizione passiva e ininfluente postula una concezione delle culture non come campi di interazione ma come entità statiche e circoscritte, che l’immigrazione si limiterebbe semplicemente a mettere a contatto. Su queste basi teoriche si regge non solo larga parte della retorica politica ma perfino certa letteratura scientifica ancora incagliata e attardata su posizioni che non si affrancano sostanzialmente dalla rigida e totalizzante dicotomia assimilazione/rifiuto. Stretti dentro questa tenaglia, i figli non più migranti come i padri né autoctoni come i loro coetanei nativi sembrano essere incapaci di gestire le contrapposte spinte centripete e centrifughe, così da rimanere pencolanti e sospesi tra scuola e famiglia, tra strada e casa, in una condizione di marginalità o di conflittualità. In questa descrizione, che non c’è dubbio coglie alcuni aspetti problematici della realtà, si oblitera tuttavia lo specifico culturale delle giovani generazioni che nel tempo della globalizzazione vivono una particolare e non comune esperienza del diventare adulti e articolano usi, norme, abitudini e stili diversi a secondo degli ambiti in cui agiscono, riconoscendosi il più delle volte in una elaborazione cumulativa piuttosto che sostitutiva di simboli e valori.

Osservare l’immagine che i giovani figli degli immigrati forniscono di se stessi e degli altri attraverso le loro azioni e le loro rappresentazioni, serve non solo per capire quanto si sentano italiani e quanto ancora invece etnicamente diversi, ma anche per conoscere le possibili traiettorie nei processi di socializzazione e di acculturazione, le direzioni verso le quali la società contemporanea nel suo complesso sta virando e in quali forme sta plasmando il futuro. A questo obiettivo tende la ricerca recentemente pubblicata a cura di Pietro Cingolani e Roberta Ricucci, Transmediterranei. Generazioni a confronto tra Italia e Nord Africa (Accademia University Press,  2014). Si dà conto, in particolare, dei percorsi di inserimento di marocchini ed egiziani nella città di Torino, della evoluzione delle strutture familiari e soprattutto delle dinamiche intergenerazionali, ovvero dei modi in cui genitori e figli gestiscono le loro relazioni con il Paese d’emigrazione e con quello d’immigrazione, come vivono il rapporto con la lingua, la religione, le nuove tecnologie e come orientano i propri progetti di vita. Nel «mettere a confronto il punto di vista dei figli e quello dei genitori, divisi dall’esperienza migratoria, ma uniti nei suoi effetti», gli autori portano in primo piano questioni connesse alla educazione e alla trasmissione dei valori, all’integrazione linguistica e più ampiamente alle scelte identitarie, sempre più complesse e articolate di quelle che sono convenzionalmente riconducibili ad un unico modello sociale o ad un unico codice culturale.

foto2Su comunità straniere di maturo e solido radicamento insediativo è stato possibile verificare le trasformazioni e gli adattamenti di valori e costumi al contesto italiano, le mutazioni nel sistema di relazioni e nel sentimento di appartenenza etnica, i riferimenti nuovi introdotti nei modelli mentali e comportamentali. In generale, «i genitori paiono avere uno sguardo bifronte (rivolto al presente italiano e a quello del paese d’origine) e i figli, invece, interessati a vivere appieno un qui e ora torinese». A distinguere e a dividere i padri dai figli sono in primo luogo i mezzi di comunicazione, le tecnologie informatiche, lo status di “nativi digitali” che le seconde generazioni condividono con i loro coetanei italiani. Il web non è soltanto uno strumento per avere accesso alle informazioni, ma   costituisce anche una formidabile opportunità di socializzazione e di organizzazione, un luogo per elaborare gli immaginari, quegli ampi «spazi di pensabilità» attraverso i quali i giovani, navigando lungo rotte e destinazioni di vita molteplici, progettano un futuro possibilmente diverso da quello dei genitori. Alla domanda «Dove ti immagini tra dieci anni?», molti dei figli degli immigrati marocchini ed egiziani intervistati hanno risposto non solo «a Torino», ma anche «in altri Paesi europei o negli Stati Uniti».

Lo stesso strumento mediatico, tuttavia, nell’ampliare la latitudine prospettica dell’orizzonte geografico ed esistenziale, contribuisce, nello stesso tempo, a ristrutturare e rafforzare la connettività con i paesi di origine, fungendo da ponte per la costruzione di reti diasporiche nuove. In questo senso, la ricerca etnografica ha accertato che Internet può ospitare foto, video o frasi del Profeta da condividere come simboli e icone per entrare a far parte attivamente di gruppi islamici. Ma può anche favorire – come è accaduto in occasione dei moti della Primavera araba – il contatto, la partecipazione, la mobilitazione politica contro i regimi autoritari e può perfino riavvicinare i giovani ai genitori nel comune interesse alle sorti del proprio Paese di origine e nel mito della patria lontana. «Attraverso i figli, gli adulti egiziani e marocchini possono aumentare la frequenza e la qualità delle relazioni con i parenti e gli amici lontani, possono tenersi informati in modo inedito e approfondito, possono coltivare elementi della propria identità e cultura anche lontano da Egitto e Marocco. Questo doppio ruolo di mediazione e gatekeeping in capo alle seconde generazioni risulta essere del tutto inedito». Il legame transnazionale può dare vita a forme originali di associazionismo. Così  un folto numero di componenti della diaspora egiziana, tra i 18 e 39 anni, ha creato sui social network  gruppi molti attivi nei giorni della rivoluzione del gennaio 2011, offrendo «uno spazio per la condivisione di informazioni rispetto a quanto stava succedendo, per il confronto tra le diverse opinioni e uno strumento di sostegno attraverso messaggi postati, canzoni e immagini, a chi stava manifestando in piazza Tahrir».

Che la sollevazione del popolo in Egitto abbia risvegliato un certo orgoglio patriottico nella comunità dei connazionali insediati a Torino e negli stessi giovani riuniti nei gruppi facebook è dimostrato anche dal fatto che ad un anno da quegli avvenimenti si è voluto celebrare l’anniversario, insieme ad altre associazioni copte e nordafricane. La verità è che i figli degli immigrati, cresciuti e scolarizzati in contesti ideologici, culturali e sentimentali transnazionali, sono attori attivi nella produzione di capitale sociale, aperti ad esperienze identitarie molteplici, a visioni multifocali e, più che adattarsi a opzioni culturali date come irriducibili, irreversibili e prescrittive, sembrano orientati ad una duttilità dinamica di negoziazioni, ad una flessibilità pragmmatica di affiliazioni, ad una sorta di bricolage di ascritto e di acquisito, ad una plastica mobilità fatta di scelte reversibili, di posizionamenti e riposizionamenti. In conclusione, gli studiosi che hanno condotto l’indagine a Torino hanno avuto modo di osservare gli effetti prodotti sulla diaspora marocchina ed egiziana dai cambiamenti sociopolitici  in atto nei Paesi del Nordafrica e, nell’analisi delle dialettiche e delle conflittualità intergenerazionali, hanno con forza ribadito il ruolo di soggetti protagonisti dei giovani figli degli immigrati, alle cui scelte resta in fondo affidato il futuro sia delle loro famiglie che delle stesse collettività autoctone.

FOTO3Per analogia di oggetto e di contesto di osservazione sembra dialogare con questa ricerca il libro a cura di Patrizia Manduchi, I movimenti giovanili nel mondo arabo mediterraneo (Carocci 2014), che però ne rovescia la prospettiva, guardando al mondo studentesco e al ruolo che le università hanno ricoperto nello sviluppo culturale e politico dei Paesi del Nord Africa: Tunisia, Algeria, Egitto, Libia, Marocco. Anche qui sono protagoniste le giovani generazioni arabe, attivamente impegnate negli snodi fondamentali dei rivolgimenti sociali e delle rivolte popolari. Leggere le convulse e tormentate vicende delle associazioni studentesche fuori e dentro le università, a partire dagli anni delle indipendenze nazionali fino ad arrivare ai recenti sommovimenti delle cosiddette “primavere arabe”, rende sicuramente più intelligibili le trasformazioni avvenute all’interno delle società civili e più visibili i meccanismi che tra crisi, resistenze e frustrazioni hanno favorito turbolenze, fondamentalismi e diaspore. In tutti questi Paesi, dove gli abitanti sotto i 25 anni costituiscono quasi il 50% della popolazione e un terzo ha meno di 15 anni,  gli squilibri sempre più accentuati tra gli elevati livelli di formazione, le aspirazioni professionali e le inadeguatezze dell’asfittico mercato del lavoro hanno generato il drammatico fenomeno della disoccupazione intellettuale che nessun governo ha saputo contrastare.

Quanto accade nella sponda sud del Mediterraneo, rimbalzando su quella settentrionale e spiegandone dialetticamente le influenze e le conseguenze, conferma le storiche relazioni di connessione e interdipendenza che tengono insieme le due rive, nonostante i muri innalzati dalla arrogante Fortezza Europa. È questa la prima lezione che si ricava dai contributi raccolti nel volume degli studiosi italiani che nell’indagare in profondità sulle diverse realtà geopolitiche hanno composto un mosaico di estremo interesse per la conoscenza di quel mondo arabo mediterraneo la cui rappresentazione è troppo spesso inficiata da pregiudiziali e parzialità etnocentriche. Quel che  abbiamo visto erompere con forza nelle recenti rivoluzioni contro le dittature e i vecchi regimi autoritari è stato lungamente preparato da decenni di proteste e dissensi violentemente repressi nel sangue, dai movimenti giovanili che hanno esercitato un ruolo stategico rilevante sul fronte dell’opposizione politica. Nella storia dei diversi Paesi arabi le date delle stragi e degli arresti di massa compiuti dai governi sono richiamate nella denominazione che i giovani hanno scelto per le loro associazioni di militanti, spesso clandestine. Così, per fare un solo esempio, il Movimento 7 Aprile in Libia evocava la memoria del giorno in cui nel 1976 fu  innalzato un patibolo nella piazza della cattedrale di Bengasi per la pubblica esecuzione capitale di sette studenti e operai che avevano guidato una rivolta.

Le università sono state e sono il crocevia delle coraggiose battaglie sostenute per la democrazia e la modernizzazione, pur restando dappertutto dilaniate al loro interno dallo scontro fra l’anima tradizionale islamica e quella più laica e progressista. Così in Egitto ha pesato la diffusione dell’ideologia dei Fratelli musulmani, organizzati nelle jam’iyyāt islāmiyya già nel decennio della presidenza Sadat e in prima fila nell’opposizione a Mubarak.  In Libia  l’influenza del tribalismo e le notevoli differenze territoriali tra aree urbane e rurali hanno reso più deboli gli sforzi degli studenti che hanno dovuto assistere alle periodiche impiccagioni dentro i campus negli anni bui del regime di Gheddafi. E tuttavia la straordinaria violenza usata contro i giovani universitari ha finito col provocare la reazione della comunità internazionale e la stessa caduta del dittatore. In Marocco l’antica e prestigiosa università di al-Qarawiyyin ha avuto un ruolo determinante nel dialogo fra Europa e dār al-Islām, potendo vantare tra i suoi maestri il geografo al-Idrisi e lo storico Ibn Khaldun. Qui è nata  l’Union Nationale des Étudians Marocains (UNEM) che, oscillando tra atteggiamenti lealisti nei confronti della monarchia e posizioni radicali assunte a seguito di inflitrazioni islamiste, ha comunque ottenuto alcuni riconoscimenti nel campo delle riforme sociali ed economiche, così da non conoscere insurrezioni popolari e rivoluzionari sovvertimenti istituzionali.

foto4In Algeria il processo di arabizzazione che prepotentemente coincise con la fine del colonialismo registrò l’esclusione di una parte della società dalla vita universitaria e da allora gli studenti berberi combattono una strenua e sfortunata difesa della loro lingua minoritaria contro l’imposizione governativa che ne soffoca l’identità culturale. A questo forte e totalizzante nazionalismo arabo deve ricondursi l’affermazione del Fronte Islamico di Salvezza che indirizza e catalizza la volontà di protesta degli algerini. Del resto, in tutti i Paesi arabi usciti dal regime coloniale il ruolo dell’Islam ha avuto un’importante funzione identitaria che, se è stata decisiva nel processo di liberazione e indipendenza statale, costituisce oggi una forza di conservazione delle tradizioni e di indubbia resistenza alla modernizzazione. Tanto più che l’organizzazione capillare sul territorio, tra moschee, scuole coraniche e feste rituali, rappresenta l’unica forma di socializzazione. Si aggiunga che a fronte delle crisi economiche i movimenti islamisti radicali tendono a rafforzarsi e le istanze laiche ad arretrare.

Esiti differenti ha avuto lo sbocco rivoluzionario in Tunisia, il Paese in cui è cominciata la “primavera” e dove, nonostante incertezze e contraddizioni, si sta sperimentando una originale e promettente democrazia, tanto inedita quanto vulnerabile agli attacchi terroristici dell’Isis. Sono stati i giovani delle campagne e delle città a mobilitare la popolazione nelle piazze e a guidare la ribellione al potere corrotto nel nome della libertà e della giustizia. Sono stati gli studenti che si sono spontaneamente convocati e ritrovati attraverso l’uso dei social network a sfidare la censura e la repressione. Internet non può certo spiegare la rivoluzione, la sua dinamica e la sua evoluzione. Gli internauti tunisini erano e sono una minoranza e i blogger più noti appartenevano ad una élite. Tuttavia il ruolo della rete, pur non essendo risolutivo, non è stato affatto marginale, essendo funzionale alla mediatizzazione degli eventi, alla loro simultanea irruzione nel circuito internazionale.

Nelle analisi proposte dai diversi autori che passano in rassegna le situazioni dei Paesi arabi del Mediterraneo si ribadisce un aspetto che tutte le caratterizza, la variabile generazionale. Il vento che è soffiato e continuerà a soffiare a lungo su questa sponda meridionale ha tutta l’aria di essere effetto di «una rivoluzione generazionale, di una rottura con il passato». Dalle aule universitarie è emersa una generazione di nuovi intellettuali, di giovani con un livello di istruzione sicuramente superiore a quello dei genitori, a contatto con un mondo ben più ampio e articolato rispetto a quello conosciuto ed esperito dai padri, più liberi e aperti a plurimi e duttili orientamenti culturali. Le truppe militari che stazionano nei campus universitari al Cairo o ad Algeri continueranno a sfidare gli studenti, a sorvegliarne i movimenti, a reprimerne gli slanci libertari e le tensioni politiche. Alle generazioni di facebook, tuttavia, si sommano quelle cresciute all’ombra delle antenne paraboliche, i profughi che hanno trovato riparo all’estero, i figli della borghesia colta e moderata che stanno elaborando e costruendo un nuovo modello di identità panaraba. Nella interminabile e sofferta transizione cui oggi assistiamo, tra evoluzioni e involuzioni, se una parte del vecchio muore il nuovo stenta ancora a nascere, per parafrasare l’espressione gramsciana. Sappiamo però che le rivoluzioni sono un processo, laborioso, tortuoso e complicato, e mai un fatto del tutto concluso, un’opera infinita e complessa dagli esiti mai unilineari né definitivamente compiuti.

Dialoghi Mediterranei, n.14, luglio 2015

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia.

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