Appunti per un’antropologia del Cinema: la costruzione condivisa di un’idea

da C'era una volta in America

da C’era una volta in America, di S. Leone (1984)

 di Valeria Dell’Orzo

«Ora ho delle idee sulla realtà, mentre quando ho cominciato avevo delle idee sul cinema. Prima vedevo la realtà attraverso il cinema, e oggi vedo il cinema nella realtà».

Così Jean-Luc Godard.

Il Cinema è un Mondo nel Mondo, è un organismo plastico e vivo, terreno della contemporaneità che si ricrea, fatto di immagini, luci, suoni. È la realtà delle rappresentazioni, che si adatta alla coscienza dell’uomo e la modella al tempo stesso, è il riflesso di ciò che siamo pronti ad accettare, di ciò che possiamo culturalmente gestire con gli strumenti condivisi della società, ma è altresì il bagliore dello stupore di fronte a quello spazio intimo del tessuto umano che non ci è facile guardare nella sua complessità.

Nella continua ricerca di conoscere e capire l’uomo, non può essere trascurata la lettura della funzione e dei meccanismi di questo grande, ricreato, universo parallelo che nasce dall’incontro delle Muse dell’arte classica, riplasmato e convertito sullo spazio in movimento delle nuove evoluzioni, e si svolge di sala in sala, attraverso le singole realtà personali e all’interno dei micro e macrocosmi sociali entro cui agisce. Una creazione che nel tempo ha lasciato le sale per raggiungere le case di ciascuno di noi e oggi si trasforma ancora, si comprime ancora, in accompagnatore continuo approdando sui nuovi dispositivi sempre più portabili e portati, miniaturizzati e personalizzati, privi però del primigenio fascino: il coinvolgimento spaziale imposto dall’ingresso in sala, coi velluti ovattanti e le luci basse.

L’approdo del Cinema sui nuovi supporti, su nuovi schermi in tumultuosa tecnologica moltiplicazione, guadagnando uno spazio più assiduo nella quotidianità dei più giovani, ne ha mutato l’approccio con la cinematografia e con quello spazio  avvolgente e denso di emozioni già snaturato dal premere freddo e massificato delle multisale che più appartiene alla dimensione contemporanea del produrre continuo, del consumare perpetuo. Questo nuovo fruire dei film ha modificato la cinematografia stessa, che si è adattata e ristrutturata  a una nuova realtà, a una nuova funzione e a un nuovo spazio, temporale e visivo, e dunque concettuale. Prendono così campo ottimi e meno eccelsi esempi di serie televisive o più nuove web series di stampo cinematografico, ibridi filmici di ultima generazione, figli dei fenomeni della rete, prodotti attualmente non stabili di una sperimentazione in atto e di un’abitudine sociale al nuovo modello di fruizione che non si è ancora del tutto acclarato.

da Racconto di racconti, di  M. Garrone ( 2015)

da Racconto di racconti, di M. Garrone ( 2015)

Il Cinema, con la densa e impalpabile sostanza che lo compone nella sua interezza, è un fenomeno culturale, duttile e mai statico, soggetto a riformulazione di sé e alla lettura su più e articolati livelli, all’indagine dei vari strati che lo compongono e alla epifania del magico che il mezzo in sé nasconde. Si fa strumento di comprensione delle realtà umane che vi sono sottese, che lo intessono e che, al tempo stesso, formano, educano, plasmano l’occhio dello spettatore che traduce ciò che vede secondo le proprie strutture socioculturali.

Fatto di un suo tempo, che si avvolge lungo un continuo presente lineare, il Cinema si fa anche spazio di un tempo eterno, di riproposizione. Crea così un diverso e complesso ordine  temporale che si snoda su un nastro di proiezione diacronica, nel ricordo dopo il contatto, nella riscoperta continua di una nuova, altra, visione.

Il Cinema impone di abbandonarsi a un’immersione sospesa nello spazio della più eclatante rappresentazione, quella che coinvolge, ricrea, formula e riformula l’idea sul mondo, reale o onirico, presente, passato o futuro, il mondo nostro o il mondo dell’altro. La finzione e la realtà coincidono e convergono, nell’occhio dello spettatore, in un unico corpo filmico, così che l’attore e ciò che rappresenta si fanno un tutt’uno fino alla loro indissolubilità nel volto e nel ruolo del personaggio. Quando il cinema usa al meglio la sua natura di mezzo espressivo principe del vedere e del partecipare, lo spazio di chi osserva non è diverso da quello delle inquadrature, il battito si conforma al tempo scandito, si procede insieme attraverso un percorso di sensi e conoscenza. Ma questo avviene solo se l’immagine che il cinema rimanda è un’ immagine credibile, riconoscibile o condivisibile, agli occhi dell’osservatore, la risposta del pubblico e della critica ci consente così di avere una visione sullo sguardo che la società ha nei confronti del film, e dunque di se stessa e degli altri.

Tutto viene messo in scena, immagine immediata di uno spazio creativo empaticamente condiviso. L’incontro tra un prodotto della cinematografia e lo spettatore diviene presto, nei migliori dei casi, l’incontro tra due sconosciuti che in breve si appartengono senza via d’uscita, gioco di sguardi tra gli artisti che vi agiscono all’interno, davanti e dietro la macchina da presa, e lo spettatore che in quell’immagine riconosce il sé e l’altro. Il cinema è dunque un mirabile artefatto rappresentativo che al tempo stesso si fa specchio in cui riconoscersi e riconoscere la figura di ciò che non è il noi. Figlio di un teatro antico fa di sé quella maschera che si frappone fra l’io che recita e l’io che osserva, diventa il diaframma tattile che per finzione separa le realtà, permettendo invece un osmotico dialogo.

da La grande bellezza, di P. Sorrentino ( 2013)

da La grande bellezza, di P. Sorrentino (2013)

Ciò che vediamo nel momento in cui un film ci scorre attraverso è l’insieme ricchissimo di ciò che l’artista ha voluto rappresentare e quello che il nostro io ha letto e condiviso con la pellicola. Ecco che, osservando le reazioni in sala, i commenti della critica, o i numeri degli incassi del botteghino, possiamo leggere dei dati importanti circa la realtà geoculturale entro la quale il cinema agisce, possiamo cogliere ciò che una cultura vuole vedere di sé e qual è l’immagine nella quale identifica e riconosce l’altro. Possiamo accorgercene ritagliando il campo. Se spostiamo, infatti, lo sguardo sulla più recente cinematografia italiana, gli ultimi due film di Sorrentino, La grande bellezza e Youth, non possono non ricordare allo spettatore le suggestioni felliniane, allusioni e citazioni a memorie della storia prodotta dall’immaginario filmico. Assistiamo così a un fenomeno che si muove su due diversi binari: mentre l’Italia si è scissa nettamente tra giudizi positivi e negativi, la platea americana vi ha rivisto i fasti del cinema italiano che ha più amato e ha risposto coralmente con un’acclamazione indiscussa, l’America ha ritrovato la sua immagine dell’Italia cinematografica e l’ha premiata come un atto di restituzione e fedeltà.

Diverso è invece il caso di Matteo Garrone. Appare chiaro qui che un film come Gomorra ha la capacità di catalizzare su di sé l’attenzione nazionale e internazionale volta a denunciare l’orrore quotidiano di un abbandono diffuso. Rimandando l’immagine forte di una cronaca mediaticamente conosciuta, restituisce l’icona culturalmente connotata di un sud Italia  scavato dalla delinquenza e dal degrado, da una rappresentazione di un potere più caratterizzante di tante altre organizzazioni criminali. Rinvia la mente dello spettatore a una realtà riconoscibile e credibile e diventa all’estero, con l’approvazione della critica e delle sale, immagine documentaristica dell’Italia.

In Racconto dei racconti il regista compie invece un percorso differente, un viaggio in equilibrio tra il reale e il fantastico, tra la vita che scuoia la pelle e la fiaba dell’infantile mondo onirico. Estrapolandole dal Pentamerone del Basile, fa sì che tre storie della tradizione prendano vita, si intreccino, si separino e si riannodino con mirabile, realistica, delicatezza. In questo film, di ispirazione fantasy, non è il quotidiano che si fa rappresentazione di sé, ma la fiaba che si fa vita, con la sua ferocia, i suoi tormenti e i suoi scintillanti riflessi del Sogno. I tre racconti spingono lo spettatore attraverso un gioco di specchi acquosi che si riflettono tra loro e riflettono l’intimità di chi osserva. Non sottrae così nulla alla favola, resa immagine tattile della realtà, ma la offre invece nuda e luccicante alla rilettura delle dinamiche più contemporanee: l’estetica, la maternità sofferta, le ossessioni, la prevaricazione di genere e la lotta per l’affermazione del sé. In una cornice di pittorica eleganza barocca prendono vita i tratti più duri del quotidiano.

da Birdman,di Alejandro Gonzalez

da Birdman, di Alejandro Gonzalez (2014)

Garrone restituisce qui alla fiaba la sua funzione primordiale e le restituisce il compito di narrare quello che, della realtà, non abbiamo il coraggio di confessarci.  La risposta internazionale è meno eclatante, sul piano mediatico, del precedente film, perché meno esplicita e rassicurante è la rispondenza tra rappresentazione e realtà, tra il noi e l’altro. Riconoscere e riconoscersi è in questo caso meno diretto e quindi non corale, disorienta quegli spettatori che si aspettavano un tradizionale fantasy, e al contempo anche coloro che, abituati ad altri generi cinematografici, hanno dovuto leggere il reale sotto la lente di un mondo che non c’è.

Grazie all’analisi del gioco di scambio, e di fiducia, che si stabilisce tra lo spettatore e il film, possiamo infine comprendere il valore di un azzardo, o di un investimento, di una scommessa maturata sulla traduzione economica della prevista risposta empatica. Possiamo tradurre, quali tratti rappresentativi della società, le dinamiche dell’eclettico, frenetico, insieme dei festival, maestose messe in scena del susseguirsi dei tanti atti filmici che li compongono, vetrina dai mille specchi che abbagliando lo sguardo materializzano il sognato mondo delle stelle.

Restituendo al Cinema la sua più stretta intimità col singolo, ne riconosciamo l’ingente potere quale fenomeno di comunicazione di massa, comunicazione non solo filmica, ma pubblicitaria, commerciale, propagandistica, mercificata o libera, poliedrica nelle sue forme, nelle sue evoluzioni, nei suoi intenti e nei suoi esiti. Nel tempo della solitudine digitale cui siamo assuefatti dall’uso permanente dei social network e dalle performance narcistiche e parossistiche del selfie, che documenta spasmodicamente l’immagine scelta per rappresentare e affermare lo spazio del sé, il Cinema, quello che sul bianco lenzuolo a parete proietta ancora, nell’antro oscuro della caverna platonica, le luci e le ombre delle nostre storie di vita vera e incantata, resta il luogo che unisce gli uomini in una condivisa e partecipata emozione. Mentre nei piccoli dispositivi le immagini si comprimono nell’angusto spazio della cornice, entrando nelle vecchie sale ci riappropriamo dell’esercizio del vedere, della passione dello sguardo, del gusto del precipitare nell’infinito gioco a specchi delle immagini. Ecco perchè «una città che non ha un cinema è come un volto senza occhi». Così Giuseppe Tornatore.

Dialoghi Mediterranei, n.14, luglio 2015

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Valeria Dell’Orzo, giovane laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee e, in particolare, del fenomeno delle migrazioni e delle diaspore, senza mai perdere di vista l’intersecarsi dei piani sincronici e diacronici nell’analisi dei fatti sociali e culturali e nella ricognizione delle dinamiche urbane.

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