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Il tempo della montagna. Da terre alte a terre altre

1CIP

di Rossano Pazzagli 

Da Sud a Nord l’Italia è un Paese di montagne, sebbene circondato dal mare. Su una carta geografica percorriamo con un dito le montagne italiane, partendo dal confine con la Slovenia, seguendo tutto l’arco alpino e poi, di seguito, la dorsale appenninica fino alla Calabria e arrivando in Sicilia. Ci sembrerà di disegnare un punto interrogativo rovesciato, come se le montagne ci domandassero preoccupate: che ne sarà di noi? A valle di un processo di spopolamento e di marginalizzazione, che ha caratterizzato il Novecento e in particolare la seconda metà, è venuto il tempo di risalire, se vogliamo sfuggire alle minacce ambientali, sociali e politiche del nostro tempo. La montagna non sarà la salvezza, ma non possiamo più permetterci di trascurarla; un Paese non può dimenticare la sua più evidente e pervasiva struttura territoriale.

Per parlare di futuro bisogna conoscere lil passato, altrimenti si cammina alla cieca. Limitiamoci alla storia recente. Con l’affermarsi del modello industriale e della società capitalistica basata sull’urbanizzazione e sui consumi, gli italiani sono scesi a valle, discesi inesorabilmente verso le pianure e il mare. Soprattutto dopo la metà del secolo, il grande esodo, descritto magistralmente da Nuto Revelli ne Il mondo dei vinti [1] ha visto il massiccio trasferimento di persone dalle pendici e dalle vallate verso le aree urbane, dove la fabbrica fordista e l’organizzazione taylorista del lavoro rendevano indispensabile la manodopera per l’Italia del boom. Il fenomeno ha assunto dimensioni sempre maggiori e diffuse nel corso dei decenni successivi, con l’abbandono di parti significative del territorio collinare e montuoso, generando forme di disagio apparentemente contrapposte, ma convergenti nel determinare lo spopolamento delle terre alte e l’intensificazione urbanistica e sociale delle città e delle coste [2].

I paesi e le campagne, i villaggi aggrappati sulle pendici hanno perso popolazione e attività; non è stato solo un fatto fisico o materiale, ma anche culturale e morale [3]. Già intorno al 1960 Emilio Sereni aveva colto la portata di questo processo, visto come «preludio alla disgregazione del paesaggio agrario» collegata al regresso delle colture arative e arboree, del pascolo e delle pratiche boschive, allo spopolamento di interi villaggi e all’abbandono delle case rurali [4]. Si stava estendendo quel fenomeno al tempo stesso sociale e paesaggistico che Italo Calvino descriveva per la sua Liguria parlando di una “storia in discesa” [5].

il-paesaggio-agrario-in-italia_000211Le montagne, componenti principali di quel vasto territorio che oggi siamo soliti denominare ‘aree interne’, sono state investite da una deriva i cui effetti principali sono stati lo spopolamento, l’emigrazione, la rarefazione sociale e produttiva, l’abbandono della terra, la vulnerabilità idrogeologica e le modificazioni del paesaggio. L’industrializzazione e l’urbanizzazione hanno così agito in maniera convergente nella marginalizzazione della montagna. Solo parzialmente le aree protette, il turismo e altre forme locali di economia hanno potuto arginare un processo secolare di costruzione di una grande periferia italiana, privata di opportunità e servizi.

L’esodo dalle montagne sembrava un addio ai monti, senza più neanche la poetica della bella pagina manzoniana, un tramonto definitivo del mondo agro-silvo-pastorale prodotto dal lungo processo di territorializzazione e di civilizzazione. Negli ultimi decenni, tuttavia, qualcosa è cambiato e ci si è cominciati a chiedere che cosa fosse rimasto lassù, nella grande area montana italiana, rurale, boschiva, pascolativa e piena di paesi: non il niente, né il vuoto; non solo la vulnerabilità di un territorio fragile; non soltanto la desolazione e l’isolamento, ma anche un insieme di risorse di cui le aree centrali non dispongono e non possono disporre. In montagna c’è acqua, c’è aria buona e c’è un bene raro, che abbiamo perduto: lo spazio. Che non è vuoto, perché contiene tante cose: non solo ciò che non c’è più, l’assenza, ma anche ciò che sta crescendo, le opportunità messe in luce dalla sottrazione. Ci sono ragioni sociali, sanitarie e ambientali che spingono a riconsiderare l’Italia abbandonata. In una società che vede avanzare sempre di più una crisi idrica ed energetica, la tutela dell’ecosistema montano dovrebbe essere una priorità, entro un’ottica di cambiamento di paradigma e di un nuovo immaginario [6]. Come possiamo immaginare, in definitiva, la montagna del futuro?

cover_issue_331_en_usAlcuni punti – declinazioni sintetiche della montagna – possono servire a delineare lo scenario montano per cui lavorare culturalmente e politicamente:

La montagna in movimento. Le popolazioni montane si sono sempre mosse, fra migrazioni stagionali e transumanze; si tratta di favorire una nuova e possibile mobilità.

La montagna abitata. Dare valore agli abitanti, assicurare l’accesso ai servizi di base, sostenere le attività di cura dei boschi e del territorio in grado di produrre lavoro e di favorire la socialità.

La montagna produttiva. Le attività agro-silvo-pastorali, opportunamente aggiornate e integrate con la dimensione artigianale e manifatturiera, costituiscono la base dell’economia montana, da sostenere con strumenti di sviluppo locale quali il microcredito, la finanza etica, la differenziazione fiscale, le cooperative di comunità, l’innovazione.

La montagna della natura. La vegetazione, le acque, la fauna, il clima, il paesaggio sono la forza delle terre alte; è un patrimonio che rende la montagna creditrice verso l’intera società che beneficia dei cosiddetti servizi ecosistemici.

La montagna dei paesi. Le montagne sono un territorio monturbano, dove l’urbanizzazione ha preso storicamente la forma dei paesi – villaggi, frazioni, contrade – che nel tempo hanno conosciuto lo spopolamento e l’abbandono. Non campanili isolati, ma nidi di vita, centri di una rete da riattivare di sentieri, strade e stradelli, di relazioni che disegnano sistemi territoriali.

La montagna dei diritti. Nella storia d’Italia le montagne sono state spazio di libertà, di resistenza, di lotte che hanno contribuito alla costruzione della democrazia e dei diritti, dei quali non possono esserne private: sanità, scuola, mobilità, tempo libero devono essere declinati in forme fruibili per le popolazioni montane

Il tempo della montagna. In montagna i passi più lenti e le distanze più lunghe rallentano il tempo che nelle città ormai ci sfugge. Oltre al beneficio climatico, lassù ci sono più spazio e più tempo per vivere. Quasi un allungamento della vita che contempla un ritrovato rapporto con la natura.

images-50Oggi nelle montagne sono rimasti pochi abitanti. Per riabitare le zone montane servono opportunità e servizi. Lo scenario del futuro deve quindi essere quello di una risalita, quello di portare o restituire alla montagna i diritti fondamentali al lavoro, alla salute, all’istruzione, alla mobilità, al tempo libero; quello di sperimentare lassù nuovi modi di produrre e di consumare, un diverso stile di vita. La costruzione di un simile scenario non può essere lasciata ai pur esistenti e isolati processi spontanei (specialmente nella cosiddetta “montagna di mezzo” [7]), ma assunta come obiettivo strategico in coerenti e durature politiche, non orientate a provvedimenti assistenziali o compassionevoli, ma a effettivi programmi di investimento nelle comunità, nei paesi e nei servizi alla popolazione e al territorio. Non sarebbe un costo, ma un investimento in uguaglianza e una via per correggere un modello di sviluppo squilibrato, che rendendo sempre più lontani i paesi montani ha marginalizzato lo scheletro vivo del Paese. È per questa via che le terre alte potranno diventare anche terre altre e contribuire al rinnovamento dell’intera società. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
Note
[1] N. Revelli, Il mondo dei vinti. Testimonianze di vita contadina, Einaudi, Torino, 1977.
[2] A. Ciuffetti, R. Pazzagli, Storia delle coste italiane. Un margine infranto, Rubbettino, Soveria Mannelli, 2026.
[3] M.A. Toscano (a cura di), Derive territoriali. Cronache dalla montagna del disagio, Le Lettere, Firenze, 2011.
[4] E. Sereni, Storia del paesaggio agrario italiano, Laterza, Roma-Bari, 1979 (ediz. orig, 1961): 448.
[5] I. Calvino, Riviera di Ponente, “Il Politecnico”, n. 21, 16 febbraio 1946.
[6] cfr. i contributi raccolti nel volume Riabitare la montagna, “Scienze del Territorio”, Rivista di studi territorialisti, n. 4, 2016.
[7] M. Varotto, Montagne di mezzo. Una nuova geografia, Einaudi, Torino, 2020.

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Rossano Pazzagli, insegna Storia moderna e Storia del territorio e dell’ambiente all’Università del Molise, è direttore della Scuola di Paesaggio “Emilio Sereni” all’Istituto Alcide Cervi e dirige anche la Scuola dei Piccoli Comuni di Castiglione Messere Marino (Ch). Esponente della Società dei territorialisti, è autore di numerosi articoli e libri sulla storia del mondo rurale, del paesaggio e delle aree interne, tra i quali i volumi La nobile arte. Agricoltura, produzione di cibo e di paesaggio nell’Italia moderna (Pacini) e Un Paese di paesi. Voci e luoghi dell’Italia interna (ETS). Con Augusto Ciuffetti ha recentemente pubblicato Storia delle coste italiane. Un margine infranto (Rubbettino 2026).

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