“Il pericolo è alle nostre porte”: l’invasione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo

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Fratelli Bergami, commercio dei datteri, Sfax, 1906

di Alfonso Campisi

All’inizio del XIX secolo il “buon francese” spesso si poneva questa domanda. Cosa si può fare per lo sviluppo del nostro grande impero francese in Africa? In quel periodo, la Francia si sentiva minacciata in Tunisia da un grande pericolo: l’invasione dei siciliani, «popolo rozzo, selvaggio e irascibile, pericoloso e violento e dedito spesso alla malavita, gente che sbarca di notte illegalmente sulle nostre coste, spesso senza documenti e sotto falso nome, per la maggior parte galeotti, fuggiti alla giustizia italiana »: così i giornali dell’epoca francesi, descrivevano i siciliani.

All’inizio del XIX secolo, la Tunisia contava 80 mila italiani e 10 mila francesi. Potenti aziende italiane avevano acquistato e assegnato 18 mila ettari intorno a Tunisi a circa 20 mila coloni siciliani. Dappertutto gli italiani avevano un gruppo compatto di terre e cercavano nuovi posti per creare altri centri italiani.

La Tunisia di quel tempo, rappresentava un terreno fertile, adatto all’insediamento, vicino geograficamente, un territorio abbastanza grande circa sette o otto dipartimenti francesi simili alla Provenza o alla Linguadoca. Gli italiani che vivevano in essa, si erano quasi tutti insediati lungo la costa.

carta-e-tabellaCi rendiamo presto conto che non era sufficiente per i francesi possedere la proprietà, avere soldati e funzionari in loco per tenere in mano tutto il Paese, quello che era necessario invece, era avere migliaia di contadini e di famiglie francesi insediati sul territorio di fresca occupazione. Infatti se analizziamo la situazione in tutti i Paesi colonizzati, ci rendiamo presto conto che la dominazione politica, passa prima o poi dalla classe che coltiva il suolo. Il rischio era quello che la dominazione politica sfuggisse sicuramente al protettore francese in Tunisia, lasciando che gli italiani occupassero ancor più il territorio, perché essere amministratori, soldati, ricchi capitalisti del Paese, non era più sufficiente! Ricordiamo che fino al 1896, l’Italia ha combattuto l’egemonia francese, senza volerne riconoscere il protettorato. Nelle convenzioni del 1896 firmate tra la Francia e l’Italia, quest’ultima, aveva riconosciuto apertamente la preponderanza politica dell’occupante, senza però mai rinunciare alla Tunisia.

Il senatore italiano, Nunzio Nasi, originario della città di Trapani, affermò chiaramente in un discorso ufficiale, tenutosi a Roma pochi mesi dopo la conclusione del nuovo trattato, che: «il governo italiano non perde di vista la sua colonia italiana di Tunisia». Da allora, gli italiani hanno raddoppiato i loro sforzi per affermare la dominazione economica, e stabilirvi un grosso numero di abitanti, soprattutto contadini. I francesi si sentono quindi un po’ soggiogati dagli italiani e soprattutto dai siciliani, il più grande contingente proveniente dalla penisola, e la paura che nasce nella Reggenza é quella che dopo aver costruito strade, grandi porti, ferrovie ed edifici pubblici, gli italiani diventino dieci volte più numerosi dei francesi e proprietari del Paese!

È vero che la bandiera francese continuava a sventolare sul Paese nord africano, che la Tunisia era sotto la protezione delle truppe francesi e dei gendarmi, ma tutto questo assomigliava un po’ al vino prodotto nella Reggenza con etichetta francese, ma che in realtà era italiano!

Secondo gli scritti del tempo, si può leggere che «gli italiani, apparentemente riconoscono la dominazione politica francese e testimoniano la più grande deferenza nell’amministrazione coloniale, ma fanno segretamente di tutto per prendere possesso del Paese, riuscendo spaventosamente la conquista », questo perché l’occupazione francese della Tunisia venne considerata dagli italiani come una conquista fatta al loro proprio Paese e quindi mai accettata e tollerata.

copertina

Sbarco di siciliani a Tunisi, primi 900

Per dare un esempio della solidarietà italiana in Tunisia, basta pensare che all’inizio del XIX secolo, si volle costruire a Tunisi un ospedale esclusivamente italiano, l’Ospedale Garibaldi. In pochi mesi 120 mila franchi necessari alla sua costruzione furono raccolti: re, ministri, borghesi o uomini del popolo, tutti, inviarono la loro sottoscrizione…Ma è soprattutto in Sicilia e in città come Trapani, Marsala e Palermo che i ricchi borghesi siciliani e massoni si interessano particolarmente alla Tunisia.

31 ottobre 1938

31 ottobre 1938

Dalla Sicilia, parte quindi in maniera silenziosa, il nuovo sistema di colonizzazione della Tunisia. Per capire un po’ come avvenne questa forma molto particolare di colonizzazione di un Paese già colonizzato da una potenza coloniale come quella francese, bisogna vedere dapprima quale categoria di persone arrivò, forse non spontaneamente, sulle coste della Tunisia. I ricchi siciliani, sempre con l’idea espansionistica sulla Tunisia, inviarono in solitario, quindi senza donne e bambini, lavoratori, manovali, muratori, pescatori, piccoli commercianti… che si stabilirono come poterono, separatamente, senza apparentemente avere alcuna connessione tra di loro. Una volta ben “ integrati” nel tessuto sociale tunisino e francese, inizia la seconda fase della “colonizzazione” praticata questa volta dai ricchi borghesi e massoni siciliani che acquisteranno campi immensi su cui stabilire i loro compatrioti in massa compatta.

Non appena i siciliani occupano (bisogna sapere che non tutte le terre sono state acquistate dai siciliani) la terra, cacciano immediatamente il nativo e creano una colonia siciliana spesso con i loro compaesani. Basta dare un’occhiata alle carte geografiche di insediamento rurale dell’epoca, per renderci conto che già nel 1920 tutte le strade e terreni di primo ordine che convergevano verso Tunisi, erano tutte state occupate dai siciliani ; 7 mila ettari fino al confine algerino, 8 mila ettari sul territorio di Zaghouan, altri 7 mila intorno al golfo di Hammamet, considerata spiaggia favorevole allo sbarco del “nemico” siciliano. Intorno a Biserta, i siciliani hanno già parecchie migliaia di ettari, e spesso entrano in contatto con ricchi israeliti che probabilmente vendono loro molte aree coltivabili, circa 3 mila ettari, nella regione di Mateur.

Alla fine del XIX secolo, il movimento di “colonizzazione italiana” è appena agli inizi, ovunque nel Paese, le agenzie italiane viaggiano in cerca di immobili in vendita, offrono prezzi molto elevati per le aree ben situate, e posseggono già su Tunisi tra i 50 e i 60 mila ettari. I contadini siciliani, arrivati in massa e che vivono spesso in abitazioni fatiscenti, in zone lontane dalla capitale, si riciclano nella coltivazione della vite, una cultura intensiva per eccellenza, dove un ettaro di vite può bastare alla sussistenza di una famiglia di 7 a 8 persone. I francesi temono ancora una volta che gli italiani diventino presto proprietari della terra per stabilirvi più di 100 mila contadini.

unnamedQuello che preoccupa maggiormente i coloni francesi, é che i siciliani sbarcano di notte in massa su barche che a malapena potrebbero portare 40 persone e non di certo centinaia come invece accadeva. Secondo il censimento del 1898 effettuato dalla polizia coloniale, i siciliani erano 64 mila, e in meno di due anni passeranno a 80 mila.

La reggenza si chiede allora cosa fanno per vivere questi siciliani se il primo raccolto della vigna arriverà solo dopo quattro anni? E pur vero, che molti siciliani vivranno di espedienti e che si stabiliranno in quartieri intorno a Tunisi, alcuni dei quali tanto pericolosi che la polizia non oserà neanche entrare.

Tra le grandi società siciliane che si stabiliranno in Tunisia, ricordiamo la “Canino & co”, tenuta da Giovanni Canino, un professore di Trapani, che nel 1890 ha già acquistato tre aree principali di 3800 ettari a 26 km da Tunisi, mille ettari a parità di distanza tra Hammamet e Zaghouan, e una terza area di 600 ettari sulla strada per Hammamet. L’azienda ha un capitale di 2,5 milioni di franchi. I francesi, molto preoccupati, iniziano ad indagare seriamente sulla provenienza dell’ingente capitale necessario al funzionamento di queste imprese, sapendo perfettamente che a quell’epoca in Italia e soprattutto in Sicilia, il capitale disponibile era estremamente scarso.

I francesi trovano molto sospetto il fatto che, per 15 anni, gli italiani non abbiano comprato terre in Tunisia e improvvisamente acquistano beni ovunque; notano che molte case vengono acquistate e occupate dai siciliani secondo uno schema già visto, cioè l’insediamento di un piccolo commerciante che apre il suo negozio in zone disabitate ma agricole e in giro di poco tempo famiglie e contadini si stabiliscono nella nuova zona.

La società Florio-Rubattino, per esempio, proprietaria della linea ferroviaria Tunisi/La Goulette, appartenente alla ricchissima famiglia Florio di Marsala, venne venduta alla società francese “Annaba et Guelma” per 7,5 milioni di franchi, acquistata nel 1880 con una garanzia di interesse dello Stato italiano. Questa grossissima somma di denaro verrà utilizzata per l’insediamento della comunità siciliana. Sarà in effetti la casa Florio che depositerà nelle banche italiane di Tunisia le somme necessarie per l’acquisto dei campi agricoli e il ricco imprenditore siciliano Ignazio Florio darà l’input alla “colonizzazione” siciliana. Il governo italiano si assicurerà, nel modo più formale, di sostenere i suoi cittadini e nel 1880 concederà segretamente una garanzia di interesse per la stessa azienda Florio che diventerà proprietaria del tratto di ferrovia da Tunisi alla Goulette, malgrado che l’impegno del governo italiano fosse stato quello di non intervenire mai sulla politica francese in Tunisia.

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Coppia di italiani in Tunisia, anni 60

Dagli atti da me consultati presso l’Archivio nazionale di Tunisi, risulta però che la società Florio ricevette una sovvenzione annua tra gli otto e i nove milioni di franchi, ufficialmente per le diverse linee di navigazione tra l’Italia e la Tunisia. Ciò che appare indiscutibile è che i ricchi borghesi siciliani hanno improvvisamente fornito agli italiani di Tunisia il capitale necessario per continuare a lungo termine la colonizzazione dei villaggi agricoli, all’insaputa della Reggenza francese.

Nel 1920, il numero dei siciliani presenti in Tunisia era già quattro volte più numeroso dei francesi, appena 20 mila francesi contro gli 80 mila italiani. Il risultato è che l’elemento francese restava molto isolato in confronto alla massa dei siciliani. Nei caffè, nelle strade, nei tram, nelle ferrovie, ovunque si sentiva parlare italiano. A capo della comunità italiana vi era una classe dominante, una borghesia spesso di confessione ebraica, molto unita e molto intelligente: avvocati, medici, architetti, commercianti, o grandi proprietari, tutti con un patriottismo molto ardente. In tutte le città, erano presenti le scuole italiane, istituti e società di ogni genere, conservatori di musica e associazioni ginniche. Solo nella città di Tunisi erano presenti anche una dozzina di associazioni italiane molto prospere; la Società militare patriottica per esempio, o la Dante Alighieri, che, secondo i francesi, mirava a «sottrarre i bambini dall’influenza coloniale», nata nel 1897, o anche la Società italiana di beneficenza, e infine le banche come la Banca popolare, creata nel 1899.

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Tunisi, processione della Madonna di Trapani, 15 agosto 1938

La reggenza deve quindi  far fronte ad un problema insormontabile, quello della presenza italiana in Tunisia, stabilitavisi già molto prima dell’arrivo dei francesi. I coloni si chiedevano come una comunità di 20 mila francesi di cui 10 mila funzionari poco legati al Paese, avesse potuto assimilare 100 mila italiani così fortemente organizzati e compatti.

La situazione era tanto più catastrofica nelle campagne, dove c’erano a malapena 2 mila francesi su 25-30 mila siciliani che formavano dei gruppi compatti per villaggi da 5 a 6 mila abitanti, spesso refrattari alla cultura e alla lingua francese: una situazione molto grave per il protettore, che vedeva ogni anno diverse migliaia di contadini siciliani prendere possesso della terra come agricoltori dapprima e come proprietari in seguito.

Il pericolo che le autorità coloniali del tempo dovettero evocare per rendere la Tunisia una terra francese, ma che non venne mai scongiurato, fu d’agevolare l’arrivo di migliaia di contadini francesi dalla madre patria, respingendo l’invasione siciliana con maggiori controlli delle coste e soprattutto d’imporre il 20 dicembre 1923 la naturalizzazione francese a tutti gli italiani nati in Tunisia.

                         Dialoghi Mediterranei, n.33, settembre 2018
Riferimenti bibliografici
A. CAMPISI, Histoires et contes de la Méditerranée, l’émigration sicilienne en Tunisie entre le XIX et le XX siècles, Tunis 2015, Ed. MC éditions.
Y. CHATELAIN, La vie littéraire et intellectuelle en Tunisie de 1900 à 1937, Parigi, Librairie Orientaliste: 158-159.
M. HELLER, «Annales Africaines», Algeri, 20 giugno, 1922.
Y.G. Le DANTEC, Le mouvement poétique, «Revue des deux mondes», Parigi, 15 ottobre 1935, n. 5.
P. MILLE, «Les Temps», Parigi, 29 novembre 1933.
P. MILLE, «Les Nouvelles Littéraires», Parigi, 2 dicembre 1933.
A. PELLEGRIN, La Littérature nord-africaine, Tunisi, Bibliothèque Nord-Africaine, 1920.
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Alfonso Campisi, docente di Filologia romanza e di Letteratura italiana presso l’Università de la Manouba-Tunisi, è nato a Trapani Presidente della Cattedra “Sicilia per il dialogo di Culture e Civiltà” e dell’AISLLI,  Associazione internazionale per gli studi di lingua e letteratura italiane, per la diffusione della lingua e cultura italiana nel continente africano. Collabora con le università di Pennyslvania, Philadelphia e Montpellier. È autore di numerosi studi sul Mediterraneo. Le sue ultime ricerche si focalizzano sull’identità, la lingua e la storia dell’emigrazione siciliana in Tunisia e negli Stati Uniti. Fra i suoi libri per la maggior parte in francese ricordiamo: Ifriqiyya e Siqilliyya, un jumelage méditerranéen (2010), Filologia siciliana e le diverse parlate di Sicilia (2013); Trilinguisme en Tunisie (2013); Memorie e conti del Mediterraneo: l’emigrazione siciliana in Tunisia XIX e XX secolo (2016).
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5 risposte a “Il pericolo è alle nostre porte”: l’invasione siciliana in Tunisia tra il XIX e il XX secolo

  1. Mario Btunetti scrive:

    La storia della comunità italiana in Tunisia è stata quasi totalmente ignorata in Italia. Dopo l’avvento dell’indipendenza tunisina, la maggioranza degli italiani che avevano messo le radici su quella sponda del Mediterraneo dovette “rimpatriare”. In realtà si trattava di un esodo verso una patria sconosciuta. L’Italia repubblicana accolse quasi con fastidio questi profughi accogliendoli in strutture militari adattate per l’occasione. Non c’era interesse alcuno a conservare la memoria degli italiani tunisini che dal canto loro si sentivano appena tollerati da una patria percepita come ingrata. La destra fascista ebbe buon gioco a trovare consenso tra di essi nonostante il fascismo li avesse svenduti alla Francia in vista della conquista dell’Etiopia. La ricerca storica di valenti studiosi come il prof. Campisi dimostra invece che la storia degli italiani tunisini merita di essere valorizzata e conosciuta anche in funzione dell’attualità purtroppo amara del Mare Mediterraneo.

  2. Antonio Bernardo scrive:

    Gentile Signor Brunetti, ho letto con attenzione l’articolo del Professor Campisi e la sua risposta. Io sono nato in Tunisia da una famiglia Siciliana, emigrata nel 1892. E ho studiato e continuo a farlo le vicende drammatiche dei migranti Siciliani in Tunisia. E dai testi, ricerche, studi, libri che ho consultato e studiato, viene fuori una realtà diversa da quella descritta. Dagli studi sull’argomento che ho fatto, studi non di parte italiana, la realtà dell’epoca é ben diversa. Certo i francesi arrivati nel 1881 erano preoccupati della massiccia presenza Siciliana, questo nessuno lo nega, ma il fenomeno dell’acquisto delle terre e del ruolo dei Siciliani in Tunisia era di ben altro tipo da quello descritto. Basterebbe leggere documenti e libri, studi e ricerche per rendersene conto. Tra l’altro il suo commento é concentrato principalmente sul ruolo avuto dal nostro paese al momento del rimpatrio dei Siciliani dalla Tunisa, che non c’entra nulla con le vicende di cui all’articolo del Professor Campisi. Lo so come ci chiamavano quando siamo arrivati in Italia, so dove vivevamo, so come ci hanno trattato, ma questo, con le vicende drammatiche dei migranti Siciliani in Tunisia e mi permetta ( lei non lo cita) da come i francesi ci hanno trattato, mi pare siano due argomenti diversi, due vicende separate. So anche come venivano chiamati i Siciliani ( e i miei parenti scelsero la Francia) quando misero piede in Francia. Cordialità

    • Enzo Taricani scrive:

      “… E soprattutto d’imporre il 20 dicembre 1923 la naturalizzazione francese a tutti gli italiani nati in Tunisia”. E’ possibile documentarsi anche sul web (http://www.italianiditunisia.com) per rendersi conto dell’imprecisione di tale affermazione, dato che tra il ’24 e il ’33 vi furono a malapena 15.000 naturalizzazioni francesi di Italiani, a fronte di una presenza assai più cospicua. In seguito agli accordi Mussolini-Lavall assistiamo addirittura ad una drastica diminuzione del numero dei naturalizzati, almeno fino alla vigilia della Guerra Mondiale. Tutta la mia solidarietà al Sig. Bernardo e a tutti gli Italiani che soffrirono durante quegli anni. Nessuna solidarietà e nessuna stima per i nuovi italiani di Tunisia (la minuscola è intenzionale) che da mezzo secolo spremono quattrini dai sassi pubblicando libercoli e articoli intrisi di pseudo-nazionalismo, copiandosi e ricopiandosi tra loro… Intellettuali che poi tra loro, nei salotti di Tunisi, si compiacciono di parlare solo Francese per sentirsi più “IN”… Buona continuazione!

      • Antonio Bernardo scrive:

        Gentile Signor Taricani,

        la ringrazio per le parole. Confermo quanto da lei scritto riprendendo due passaggi di scritti sull’argomento che dannouna versione diametralmente diversa da quantosostenutodal Professor Campisi.
        La prima proviene dal libro !Migrando a Sud,coloni italiani in Tunisia ( 1881-1938 ) della Dottoressa Daniela Melfa docente di storia e istituzioni dell’Africa presso università di Catania.
        cito testualmente:
        il contadino siciliano che, per usare le parole delconsole Carletti, “è economo emassaio, e non spende un quattrino neanche a levargli l’occhio” riesce in genere a mettere da parte il denaro necessario all’impresa: “dalla sudata mercede detraendo a risparmio, ogni giorno,una parte, molti di loro riuscirono a formarsi una piccola proprietà ed acquistare così indipendenza e relativa agiatezza”. E’ interessante notare che l’agricoltore italiano non sempre si accontenta di un appezzamento di terra, ma, continuando a lavorare tenacemente, tenta di risparmiare altro denaro per ampliare i suoi possedimenti. La formazione della proprietyà individuale si realizza cos’ di frequente in maniera progressiva e dilatata nel tempo e gli italiani si ritrovano col passare degli anni titolari di più lotti sparsi nel territorio: “pian piano -racconta D.R.- nonno é arrivato ad avere 70 ettari. Però dieci da una parte, dieci dall’altra. Non sono mai stati dei terreni uno accanto all’altro, una grossa proprietà”.
        [...].
        L’origine dei capitali con cui gli italiani fanno i loro acquisti non sembra dunque avere niente di misterioso. Nondimeno da oarte francese vengono avanzati sospetti che i fondi abbiano un’altra provenienza,e, più esattamente che sia coinvolto, seppure indirettamente, il governo italiano. E’ soprattutto Jules Saurin, le cui affermazioni trovano ampio credito presso l’opinione pubblica francese, che denuncia la presenza di potenti influenze dietro l’aumento progressivo delle proprietà terriere in mano italiana e accusa in particollare la Compagnia Florio-Rubattino di avere fornito, con il consenso del governo, ke somme necessarie per gli acquisti. Con argomentazioni puntali e convincenti Gaston Loth mette in luce l’infondatezza delle denunce di Saurin, ribadendo l’estraneità del governo italiano alla colonizzazione agricola della reggenza e la totale spontaneità dell’iniziativa di individui e società”.
        Daniela Melfa, op.cit, pag 139-149.

        La seconda obiezione a quanto scritto dal dottor Campisi é contenuta in un articolo di “italianiditunisia” che riporto integralmente:
        ” La chiusura delle scuole italiane e la dispersione dell’élite intellettuale, alla fine della seconda guerra mondiale, tagliano in modo drammatico i legami fra la comunità e le proprie origini. La generazione nata dopo il 1940 sarà totalmente francesizzata. Ma ancora più grave appare il fatto che questa forzata francesizzazione avvia la comunità italiana ad una sorta di amnesia culturale. Nell’arco diouna decina d’anni, la question italienne può dirsi risolta: alla fine dell’epoca coloniale,i govani italiani ignorano tutto del paese d’origine. Non esistono più occasioni di far uso della lingua nazionale e quindi di mantenere viva la memoria se non con l’ascolto della radio. Il siculo-tunisino rimane ad un ruolo di sub-linguaggio di cui vergognarsi. La lingua e la cultura francese diventano l’unico sistema egemonico possibible” ( da: italianidi tunisia.com)

        Aggiungo: dispongo di tutta la documentazione dei miei nonni relativa all’acquisto di piccolo lotti di terreni, presi prima in prestito ( da metatiere) e successivamente acquistati nel territorio di El Kef nel nord della Tunisia. Piccoli lotti sparsi un pò dovunque e non grandi lotti di terra.

  3. Franco scrive:

    Leggo nel libro di 2 tomi del professore Charles-André Julien, “L’Afrique du Nord en marche” , pag. 87, che tra il 1897 e 1932 furono sottratti ai contadini tunisini, circa 500’000 ettari di terre fertili, un quarto erano di proprietà di tre società anonime francesi.
    Cosi ieri come oggi, per conoscere le vicende dei siciliani del nord Africa bisogna affidarsi, purtroppo, a testi non italiani.

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