Il duca di Gualtieri, uno degli ultimi gattopardi

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Il duca Avarna con Tava Daetz

di Antonino Cangemi

Per chi suonano le campane? O meglio, per chi suonavano? Si parla delle campane della Cappella del curato adagiata dirimpetto il Castello ottocentesco di Gualtieri Sicaminò, ridente borgo disteso tra la costa tirrenica e i Peloritani a due passi da Milazzo e a pochi chilometri da Messina. Quelle campane – si disse – suonavano per amore.

Dopo ogni convegno erotico, Giuseppe Avarna duca di Gualtieri e la sua giovane amante Tava Daetz – che avevano eletto la Cappella del curato a nido della loro love story – facevano rintoccare le campane a coronamento della reciproca passione, perché tutto il paese sapesse, “a la facci di l’inviriusi” diremmo in dialetto; e, soprattutto, affinché dell’avvenuto congiungimento giungesse eco all’ex consorte Magda Persichetti, nobildonna appartenente a un’agiata famiglia di costruttori romani imparentata con Claretta Petacci, che viveva con i loro figli nel Castello.

Quel tocco di campane rappresentava soltanto un momento innocente di giubilo, l’apice della gioia d’amore, un orgasmo oltre l’orgasmo? O non piuttosto l’affronto irridente di Giuseppe Avarna, uno degli ultimi gattopardi, rivolto alla moglie che l’aveva privato di quasi tutti i suoi beni, complice la riforma agraria del ’55, e costretto a vivere con una modestissima pensione in quella che sarebbe stata, nelle intenzioni di chi progettò il Castello, la residenza, priva di ogni comfort, di un curato di campagna? Sul punto si favoleggiò a lungo e, come può facilmente immaginarsi, l’ipotesi più accreditata, sia tra la gente del luogo sia dalla stampa assai incuriosita del caso, fu la seconda: la più malevola. Anche il pretore di Milazzo, cui si rivolse Magda Persichetti denunciando schiamazzi notturni che turbavano la quiete pubblica, sposò la tesi malevola e condannò il duca a una ammenda, con tanta di pubblicazione del responso sulla “Gazzetta del Sud”[1].

La faccenda delle campane non si chiarisce del tutto se si ascolta la voce dei protagonisti. Intervistata dalla curatrice di un blog [2], Tava Daetz fa risalire l’origine del suono delle campane alla festa di un suo compleanno. Nell’euforia dei brindisi con gli amici, alla “Cappella del curato” si fecero suonare le campane incuranti dell’orario. Al che la moglie e i figli del duca «si lamentarono degli schiamazzi notturni e ci denunciarono – riferì Tava Daetz –, sostenendo che avevamo suonato le campane ‘a morte’ …qualche giornalista, poi, tolse la ‘i’ e fu così che ‘a morte’ divenne ‘a more’ e poi ‘amore’». Una versione, quella della Daetz, un po’ macchinosa, che assomiglia alle ricostruzioni fatte ad hoc da avvocati abili nel ricucire i fatti a misura degli interessi della parte da difendere, senza curarsi dei loro aspetti poco verosimili.

Giuseppe Avarna, intervistato da Enzo Biagi [3], riguardo alla “favola delle campane”, precisò che sì, erano soliti suonarle, per vari motivi (invero, abbastanza differenti e quasi in contrasto tra loro) : “euforia”, “tristezza”, “riflessione”, “gioia” e, soprattutto, per segnalare come la coppia interpretasse la vita: e cioè “ con ironia”, “con umorismo”. Solo una timida smentita, da parte dei due amanti, che quelle campane suonassero dopo le loro notti d’amore.

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Il conte Antonino Hoyos di San Giuliano, Giuseppe Avarna duca di Gualtieri, la contessa Berchtold, Giacomo De Martino il principe Pietro Visconti Venosta Lanza di Scalea e il conte Leopold Berchtold, 1923  (coll. Ist. Centrale per il  Catalogo e la documentazione)

 

Ma chi fu Giuseppe Avarna? Non proprio un Carneade. Nato a Roma l’11 novembre del 1916, Giuseppe Avarna duca di Gualtieri appartenne a una casata di antica nobiltà, il cui blasone fa risalire al primo insediamento longobardo nel marsicano e s’intreccia con tutte le dominazioni nell’Isola e nella penisola sino al regno sabauda. Il padre fu il duca Carlo Avarna di Gualtieri, la madre Giulietta Farensbach; tra gli avi, il nonno, Giuseppe (di cui ereditò il nome), fu ambasciatore italiano a Vienna e amico fidato dell’imperatore Francesco Giuseppe, e Carlo fu l’ultimo presidente del consiglio del Regno delle Due Sicilie.

Viveur di innata galanteria, Giuseppe Avarna duca di Gualtieri visse tra Roma, dove aveva eletto residenza presso un’ala del palazzo Odescalchi, e la piccola comunità di Gualtieri Sicaminò (Gualtieri dal nome del feudatario a cui appartenne, Gualtiero Gavarretta, nel XIII secolo, Sicaminò per l’abbondanza di gelsi, sicaminos in greco). Giuseppe Avarna frequentava i salotti della nobiltà romana, non passava certo inosservato per estro – tipico di certa aristocrazia siciliana – e capacità seduttive, ma non era solo un dongiovanni chiuso nell’universo dorato degli ambienti elitari della capitale: era anche un poeta non privo di una sua raffinatezza e s’interessava di politica e dei problemi della sua Sicilia (fu tra i più convinti autonomisti); e anzi, anche in politica, risaltò il suo spirito bizzarro e provocatore, al punto di annunciare l’autocandidatura a presidente della Repubblica o di farsi promotore dell’organizzazione di una spedizione volta a rivendicare l’italianità di Istria con sventolìo di centinaia di bandiere tricolori [4].

Non aveva ancora compiuto 25 anni quando il duca di Gualtieri sposò Magda Persichetti; le nozze furono celebrate a Cortina d’Ampezzo. È facile immaginare, considerata l’indole di Giuseppe Avarna, quanti tradimenti dovette sopportare la nobildonna romana. Ma tra le tante divagazioni del marito tombeur de femmes, quella con Tava Daetz fu, per la consorte, la più dura da accettare. Anche perché non di semplice avventura occasionale si trattò, ma di una relazione amorosa duratura nel tempo.

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Il castello del duca

L’incontro tra Giuseppe Avarna e Tava Daetz avviene nel 1976 nel pieno centro di Roma. Tava Daetz è un’assistente di volo della compagnia Pan Am, ha 26 anni, è americana (nativa dell’Oregon), ha occhi bellissimi dai colori cangianti tra il verde e il celeste, capelli castani scuri, un sorriso luminoso, un corpo slanciato, gambe lunghissime: è, insomma, una donna di particolare fascino che unisce all’avvenenza fisica classe e sensualità. È naturale che in quella sua gita a Roma i tanti “pappagalli” in cerca di flirt con belle turiste le corrano dietro nelle vie e nelle piazze del cuore di Roma. Ma a seguirne i passi leggiadri vi è anche un uomo distinto, dai tratti gentili, assai più anziano di lei. È il duca Giuseppe Avarna, che di anni ne ha 59, ben 23 più di lei.

Quando i loro sguardi s’incrociano, la bella assistente di volo s’accorge subito di non trovarsi di fronte al solito pappagallo. La classe non è acqua, e Giuseppe Avarna, che di donne se ne intende e sa come calamitare le loro attenzioni, di classe ne ha da vendere. «È stato proprio love at first sight» – confesserà Tava. Il classico colpo di fulmine. Dopo rapidi convenevoli e sguardi incisivi d’intesa, il duca le propone di bere champagne. Lei scoppia a ridere, lui le prende il braccio, con delicata naturalezza. Una delle armi seduttive del duca è l’ironia, che sa indirizzare anche nei propri confronti. Durante il primo incontro ne fa sfoggio con destrezza. Tante le sue battute brillanti che rivelano a Tava di avere incontrato un uomo di straordinaria eleganza pieno di vitalità e umorismo. Una, soprattutto, le rimane impressa: «Mi odiano tutti perché sono troppo intelligente».

Tava è attratta mentalmente e fisicamente dallo charme di quel gattopardo di altri tempi. Il blasone non conta, ancor meno i soldi che scarseggiano nelle tasche del duca di Gualtieri tanto da definirsi holed duke, duca bucato, in senso metaforico per lo stile di vita indifferente alla penuria di denaro, e anche letteralmente: da autentico dandy insieme elegante e trasandato, non mancano i buchi nei pantaloni che indossa. Erano trascorsi già parecchi anni dalla legge contro il latifondo, che aveva inferto un duro colpo al patrimonio del duca sottraendogli circa un migliaio di ettari di terreni.

Passano pochi giorni dal primo incontro e i due amanti si trasferiscono in Sicilia. Nel castello di Gualtieri però non c’è più posto per lui, la moglie cornificata e i figli non ne tollerano la presenza; la coppia perciò va a vivere nella cappella sconsacrata del curato, con loro sette cani e i cavalli. In quell’ambiente bucolico, l’amore trionfa – condito dai tocchi di campana –: lei suona la chitarra, lui declama i suoi versi. Ma non vivono di solo amore e poesia: il duca coltiva la terra, pianta alberi, i due amanti raccolgono l’uva e gli altri frutti, insieme puliscono i campi estirpando le erbe cattive. Su tutto s’impone la parsimonia: per spostarsi da un luogo all’altro, Giuseppe e Tava si accontentano di un’utilitaria: prima una Cinquecento, poi una 126, la fuoriserie il duca la possedeva ma dovette venderla.

La storia d’amore tra il duca attempato ma fascinoso e la giovane e seducente hostess americana conquista i rotocalchi non solo italiani. Nel paesino della Valle del Mela giungono corrispondenti anche di testate straniere. Gli amanti clandestini e romantici si concedono volentieri ai cronisti, forse in alcuni casi anche in cambio di qualche lira. Giuseppe Avarna gode di una modestissima pensione sociale (800 mila lire ogni due mesi) e quando si è poveri tutto fa brodo.

La vita agreste a Gualtieri Sicaminò è solo una parentesi, soprattutto estiva, nell’esistenza dei due innamorati. Tava continua a fare la hostess e il duca la segue nei continui viaggi per il mondo rendendosi utile e racimolando qualche denaro facendo il cuoco di bordo.

3I rapporti con la moglie e i figli peggiorano di giorno in giorno. A renderli ancora più aspri è anche un incendio scoppiato improvvisamente nel castello. Con l’incendio spariscono anche degli oggetti preziosi, il figlio Guiscardo denuncia il padre accusandolo di averli rubati e porta in giudizio delle foto che colgono in flagrante il duca. Le pratiche per la separazione sono lunghissime a causa del comportamento ostruzionistico della moglie. Solo nel maggio del 1988, a distanza di undici anni dal loro primo incontro, Giuseppe, ottenuto il divorzio, e Tava possono coronare il loro amore col matrimonio, celebrato nel municipio di Milazzo alla presenza di due testimoni di alto rango: per la sposa il principe Marcantonio Borghese, per il duca il principe Enzo Grimaldi.

Ma tutto nella vita è destinato a morire. Anche l’amore. Né fa eccezione quello purissimo e suggestivo tra Giuseppe e Tava. Giuseppe rimane solo, nei suoi ultimi anni, con i suoi ricordi, i suoi libri, le sue poesie. Sempre più malinconico, sebbene migliorino i suoi rapporti con i figli, parla con pochissimi (solo qualche pastore). La sua angoscia è espressa in questi crudi versi: «Ho lunghe notti senza fine / e il sospiro dei miei cani fedeli / e nulla più / non ho compagni né facili donne / o giovani fanciulle / ma di notte ho un’amante / che dorme con me / fedele la mia morte» [5].

Quell’amante tenebrosa lo rapisce il 21 febbraio del 1999. La Cappella del Curato è assalita dal fuoco in circostanze che restano poco chiare. Non vi è il tempo di avvertire i pompieri. Giuseppe Avarna duca di Gualtieri è travolto dalle fiamme. Riesce comunque a salvare, gettandole dalla finestra, le sue ultime poesie, che verranno poi pubblicate col titolo Il silenzio delle pietre [6]. Il suo corpo viene cremato e le sue ceneri sono raccolte nel mausoleo della famiglia Avarna presso il cimitero dei Gesuiti a Palermo.

Il Castello di Gualtieri Sicaminò e l’annessa Cappella del Curato sono stati da poco venduti. Nel borgo, sempre incantevole, la vita continua con i ritmi lenti di quel che resta delle comunità pastorizie e agresti. Ma vi regna sempre più il silenzio. Le campane dell’amore sono mute da tempo.

Dialoghi Mediterranei, n.33, settembre 2018
Note
[1] Per un ritratto di Giuseppe Avarna duca di Gualtieri e la storia delle “campane dell’amore”, leggasi Stefano Malatesta, Il cane che andava per mare e altri eccentrici siciliani, Neri Pozza, Milano, 2000.
[2] Leggasi Tiziana Parisi, L’amore non ha età. Intervista a Tava Daetz in Avarna, Duchessa di Gualtieri Sicaminò, Blog del Mela, blogdelmela.blogpost.com.
[3] L’intervista di Enzo Biagi è rinvenibile su youtube.
[4] Particolari sulla vita eccentrica del duca di Gualtieri e dell’hostess americana si trovano in articoli di stampa: vedasi Tony Zermo, Nebrodi, in vendita il “castello della campana” del duca Avarna, La Sicilia, 7-12-2015; Il barone che suonava le campane dell’amore, la Repubblica, 7-12-2015.
[5] La poesia che comprende i versi citati si trova in Giuseppe Avarna, Il silenzio delle pietre, Città del Sole Edizioni, Reggio Calabria.
[6] Op. cit.

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Antonino Cangemi, dirigente alla Regione Siciliana, ha pubblicato, per le edizioni della Regione, Semplificazione del linguaggio dei testi amministrativi (Palermo, 2007) e Mobbing: saperne di più per contrastarlo (Palermo, 2007); con Antonio La Spina, Comunicazione pubblica e burocrazia (Franco Angeli, Milano 2009); I soliloqui del passista (Zona, Arezzo 2009); Siculaspremuta (Dario Flaccovio, Palermo 2011); Beddamatri Palermo! (Di Girolamo, Trapani 2013); Il bacio delle formiche (Lieto Colle, Faloppio-Como 2014); D’amore in Sicilia. Storia d’amore nell’Isola delle isole (Dario Flaccovio, Palermo 2015). Collabora con i quotidiani «La Sicilia», «Sicilia Informazioni» e, saltuariamente, con «La Repubblica» (edizione di Palermo).

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