Il Mediterraneo da ripensare nell’orizzonte transnazionale

copertinadi Lisa Riccio

Nonostante l’immigrazione irregolare attraverso le rotte del Mediterraneo sia un fenomeno tutt’altro che recente, a partire dal 2012-2013 le persone che hanno intrapreso il pericoloso viaggio per mare è aumentato sino a raggiungere il numero di 170 mila traversate nel corso del 2014 con un costo umano di 3.186 vittime nel corso dello stesso anno [1]. Le ragioni di tale fenomeno (oltre quelle politiche, economiche e sociali) risiedono in parte nella nascita di un mondo in cui il significato e la centralità dei confini nel processo di costruzione identitaria è sempre più debole e in cui sono i legami e le influenze transnazionali a giocare un ruolo fondamentale. Non è necessario un occhio attento ormai per constatare che ciò che avviene in una parte del mondo, che sia una guerra, una catastrofe naturale o una bolla finanziaria, produce degli effetti tanto immediati quanto imprevedibili sul resto del pianeta. Nonostante questa evidenza, tuttavia, ancora necessario risulta lo sforzo di riflessione sulle conseguenze del processo di trasformazione identitaria indotto dalla transnazionalizzazione dei legami identitari, politici ed economici e dalle sue conseguenze.

Un lavoro di analisi che tenta di comprendere e proporre soluzioni a questioni oggi centrali nella definizione di chi siamo è reso indispensabile dal crescente peso che la retorica stereotipata e vuota della politica contemporanea ha assunto nel discorso su tali fenomeni. In altre parole, la narrativa che produciamo e l’approccio che oggi adottiamo di fronte a fenomeni come la migrazione, sarà ciò che ci definirà in futuro. È in quest’ottica che reputo particolarmente interessante il contributo che il volume Migrazioni nel Mediterraneo. Dinamiche, identità e movimenti (FrancoAngeli, 2019) ha apportato a tale sforzo riflessivo su opportunità, sfide e soluzioni derivanti dall’esperienza dello spostamento forzato e non.

Quali effetti hanno i flussi migratori – modellatisi in conseguenza delle micro-dinamiche in atto nei luoghi percorsi dal libro – sul processo di costruzione identitaria transnazionale in atto nel Mediterraneo? In che modo è mutata la nostra percezione di sicurezza in conseguenza delle riconfigurazioni identitarie seguite alla transnazionalizzazione dei legami? Quali sono le conseguenze di tali fenomeni su concetti come genere, esilio e nazionalismo?

Questi i quesiti alla base della raccolta di contributi curata da Michela Mercuri, docente in Storia contemporanea dei Paesi del Mediterraneo all’Università di Macerata e esperta di Libia e Giuseppe Acconcia, giornalista professionista esperto di Medio Oriente e docente in Scienza Politica presso l’Università Bocconi e l’Università Cattolica del Sacro Cuore.

Di fronte a processi di costruzione identitaria in cui i legami transnazionali sembrano avere un peso sempre maggiore, ci si chiede se e come lo spostamento, forzato o volontario, influisca sulle modalità di autodefinizione rispetto al proprio Paese di origine ma anche in riferimento alla nuova realtà di accoglienza. Gli individui che, una volta arrivati sulle nostre coste, spogliamo di qualsiasi specificità identitaria e personale per dividerli e classificarli in “migrante regolare” e “migrante irregolare” o, ancora, “migrante economico” e “richiedente asilo”, sono in realtà segnati ciascuno da un proprio percorso che, cominciato nella loro terra natale, non ha smesso di avere un peso non solo sulle loro vite e identità personali, ma, a lungo andare, sull’identità dell’intera comunità fuggita dalla stessa guerra, violenza, fame e precarietà.

Migrazioni nel Mediterraneo tenta di dar conto delle specificità derivanti dal vissuto di ciascun individuo nei Paesi di origine e transito e, in questi ultimi, delle politiche identitarie e dei discorsi nazionalisti (e nazional-populisti) che hanno avuto un peso nel processo di inclusione o esclusione destinato a determinare o meno la ripresa del cammino verso un altro luogo, ancora una volta sconosciuto. Ne deriva un quesito, non esplicitamente espresso, che verte sulla posizione che noi, europei, assumiamo di fronte al fenomeno migratorio. In altre parole, ci si chiede se le politiche adottate dall’Unione Europea e dall’Italia siano una risposta adeguata alle complesse e intricate dinamiche che stanno legando e connettendo i vari Paesi del Mediterraneo o siano, piuttosto, una risposta dettata dall’insicurezza e dalla paura derivanti dall’incapacità di ripensare il mondo sulla base di concetti e princìpi nuovi. La domanda è se l’approccio europeo, di cui gli accordi con la Turchia e la Libia rappresentano dei “perfetti” esempi, sia dato dalla paura di mettere in questione concetti cristallizzatisi sin dal lontano 1648 quando, al termine della guerra dei Trent’anni, nacquero i moderni Stati-nazione delimitati da frontiere il cui scopo era ed è quello di rendere visibili i limiti della loro sovranità, potere e controllo così come dei loro confini identitari.

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Zaatari, campo profughi in Giordania

Migrazioni nel Mediterraneo offre al lettore diversi spunti di riflessione su come il Mediterraneo oggi sia diventato luogo privilegiato di legami che travalicano i confini nazionali diventando spazio transnazionale. Così che ciò che avviene nel versante sud del Mediterraneo ha inevitabilmente un effetto sul versante nord e viceversa. Tale meccanismo di influenza reciproca pare riflettersi nella stessa divisione del volume in due parti. La prima è dedicata alla regione MENA e in particolare a quattro dei principali Paesi di origine e transito de flussi migratori, ossia la Libia, l’Egitto, la Giordania – in particolare il campo rifugiati di Zaatari – e infine la Turchia. Nella seconda parte invece, l’analisi si sposta sulla riva nord del Mediterraneo per accompagnarci nella riflessione non solo su concetti come esilio e diaspora bensì, ancora una volta, sull’idoneità ed efficacia delle politiche europee ed italiane in tema di migrazione.

I concetti di transnazionalismo, sottilmente richiamato lungo tutto il corso del volume, e di identità transnazionale sono centrali nella comprensione della natura dei legami che le varie comunità migranti, che si tratti di migrazione forzata o meno, instaurano e mantengono sia con il proprio Paese di origine sia con la comunità del Paese di accoglienza in cui si stabiliscono temporaneamente o permanentemente, andando così a creare ciò che Koser chiama «reti migratorie transnazionali»[2]. I contributi ospitati fanno emergere l’importanza che l’esperienza dello spostamento e la precarietà politica, sociale ed economica in cui versano i migranti assumono nelle dinamiche di costruzione e decostruzione identitaria. L’analisi e la problematizzazione delle dinamiche in campo sono propedeutiche alla proposta di politiche coscienti del mutamento in atto nel Mediterraneo.

Il filo che lega ciascuno dei contributi della prima parte del volume è la trattazione della questione identitaria nei Paesi d’origine, transito e d’immigrazione e il legame da una parte tra identità e processi di formazione e rafforzamento dello Stato in relazione allo sviluppo di un discorso nazionalista (Mercuri, Acconcia e Gasparetto) e, d’altra parte, tra identità di genere e politiche urbanistiche (Perini).  L’identità – nazionale, tribale, etnica, religiosa e di genere – la sua evoluzione, le politiche su di essa modellate risultano essere il nocciolo della riflessione sviluppata tramite un approccio multi-disciplinare nel libro. Inoltre, i diversi contributi ospitati, volgendo lo sguardo al futuro, pongono l’accento su possibili approcci in termini di politiche migratorie, urbanistiche e identitarie che si vogliono coscienti, attenti e lucidi verso le trasformazioni in corso in questa regione del mondo. Un approccio che si fa proattivo nella misura in cui propone un diverso atteggiamento e orientamento nei confronti delle piaghe economiche, sociali e politiche alla base del fenomeno migratorio. La prima parte del volume presenta una panoramica delle situazioni di precarietà e disagio in quattro Paesi, tappe fondamentali – eccetto la Giordania – delle rotte verso l’Europa (la rotta balcanica e quella mediterranea centrale). La scelta dei casi studio risulta particolarmente interessante tanto più che due dei quattro Paesi analizzati, Libia e Turchia, rivestono un ruolo centrale nell’azione esterna dell’Unione Europea in tema di migrazione.

Adottando un approccio storico Michela Mercuri utilizza la nozione di «spazio attraversato e lavorato» (ivi: 23) per mostrarci come sin dai lontani anni ‘60 il Sahara ha rappresentato uno spazio in cui la mole e l’eterogeneità dei flussi migratori hanno modellato la fisionomia demografica e urbana del Fezzan libico, regione sud della Libia. Oggi questa terra risulta essere una zona cruciale di transito nell’intero Nord Africa oltre che crocevia di una delle più importanti tratte per coloro che vogliono raggiungere il Mediterraneo. In seguito alle primavere arabe del 2011 e al conseguente collasso politico ed economico del Paese, il Fezzan libico è diventato una zona chiave da un punto di vista geostrategico per il controllo dei flussi migratori provenienti dal Sahel. Terra desertica da sempre sfuggita ai diversi tentativi di controllo e integrazione al tessuto statale, il sud della Libia sembra piuttosto essere il luogo per eccellenza in cui l’identità nazionale cede il posto all’identità tribale e clanica nella costruzione dei legami di solidarietà e fedeltà. L’attuale Libia raccontata da Michela Mercuri non sembra fare eccezione a quanto afferma Hinnebusch: «Historically, identification with the territorial state in MENA has been week, with popular identity tending to focus on the sub-state unite – the city, the tribe, the religious sect – or on the larger Islamic umma»[3].

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Fezzan

La politica di “power sharing” attentamente analizzata dalla Mercuri sembra essere appunto una tappa fondamentale nel processo di cooptazione identitaria di un territorio in cui è l’identità tribale a fare da collante sociale. Tuttavia, l’incertezza circa i risultati della politica di “power sharing” gheddafiana viene confermata dagli eventi che seguono alle rivolte del 2011.  Lo scivolamento del Paese nel caos della guerra civile ha infatti fatto riemergere le ostilità originatesi durante gli anni del regime, in particolare fra tribù alleate al colonnello e le tribù ad esso avverse ed escluse dal processo di cooptazione. L’excursus storico è funzionale all’autrice per dare un idea della centralità del ruolo delle tribù nel sud della Libia nella gestione sia dei flussi migratori diretti verso i porti sul Mediterraneo che dei traffici di esseri umani e del contrabbando. La porosità dei confini, la storia di un’autonomia di fatto e l’attuale incapacità di controllo delle autorità libiche rendono, secondo la Mercuri, gli abitanti del Fezzan attori necessari in un qualsiasi processo di stabilizzazione della Libia e nella formulazione di una politica in ambito migratorio che miri essenzialmente a porre fine a sbarchi e traffico di esseri umani.

Di fatto, pensare una strategia che riesca contemporaneamente a fermare flussi migratori nel breve periodo e a fornire un’alternativa alla migrazione sul lungo periodo, risulta di non facile realizzazione se si vuole – come si spera – fare della protezione dei diritti dell’uomo il pilastro portante e obiettivo ultimo di tale politica. Qualsiasi tentativo, per quanto auspicabile, di rendere le tribù del Fezzan libico – principali responsabili del traffico di esseri umani nella regione – attore fondamentale da includere in una politica di gestione dei flussi migratori sembra, tuttavia, per utilizzare un eufemismo, quantomeno rischioso. Come accennato dalla stessa autrice, infatti, «un approccio esclusivamente securitario non potrebbe avere altro risultato se non quello di incentivare le popolazioni locali a stringere ulteriori accordi con i network criminali e con le formazioni terroristiche presenti nella zona, mettendo a rischio qualunque tentativo di ricomposizione dei legami di fiducia tra tribù e le possibili future istituzioni centrali libiche e acuendo la competizione per le risorse»[4]. La domanda centrale è allora se il tentativo di intessere relazioni formali con le tribù del Fezzan possa essere considerato un «tentativo concreto» di pacificazione dell’area o, piuttosto, un modo attraverso cui l’Italia in particolare si sia resa complice di un illecito internazionale nella misura in cui abbia facilitato consapevolmente delle pratiche risultate illegali anche se poste in essere dall’Italia stessa (lo Stato che assiste)[5].

Come esplicitato dalla stessa Mercuri, molti hanno salutato il Memorandum di intesa con la Libia, stipulato dall’allora Ministro dell’Interno Marco Minniti, come un concreto tentativo di coinvolgimento delle tribù dell’area nel programma di pacificazione della Paese volto a riprendere il controllo delle frontiere meridionali e ad arrestare i flussi migratori provenienti dal Sahel. Tuttavia, altre letture dello stesso Memorandum propongono una sua visione meno idilliaca e illusoria.  Rossana Palladino fa luce, infatti, sulle diverse e possibili conseguenze in termini di responsabilità internazionale dell’Italia nel processo di esternalizzazione delle frontiere di cui il Memorandum d’intesa è parte integrante [6]. Lungi dal condividere un approccio che tenta di appaltare la gestione dei flussi migratori a Stati terzi, risulta invece ben più auspicabile, oltre che praticabile, la seconda strategia proposta nella stesso articolo. Mi riferisco all’elaborazione di un processo di integrazione politica, economica e sociale mirante a normalizzare e istituzionalizzare il ruolo delle tribù del Fezzan libico. In altre parole, solo politiche a lungo termine miranti all’inclusione di quest’area nel tessuto economico e sociale formale risultano essere, alla fine, una soluzione concreta atta a ridurre la capacità delle organizzazioni criminali di rappresentare l’unico attore in grado di dispensare sicurezza economica e sociale.

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Egitto, manifestazioni di minoranze cristiane e musulmane

Gli approcci storico-comparativo e storico-politologico adottati rispettivamente da Giuseppe Acconcia e Alberto Gasparetto ci introducono invece al complesso tema delle relazioni tra nazionalismo – e mobilitazione dal basso per quanto riguarda il contributo di G. Acconcia –  declinato in diverse forme in Egitto e Turchia, e questione migratoria.  Entrambi i contributi fanno emergere come, seppur tramite modalità differenti dovute ad una storia di state-formation profondamente diversa, sia stata la paura nei confronti dei pericoli derivanti dal fenomeno migratorio in relazione a problematiche nazionali – involuzione islamista da un parte e messa in discussione della “turchità” dall’altra – ad aver determinato una virata in senso autoritario e intollerante espressasi in entrambi i casi tramite il mancato riconoscimento delle comunità immigrati arrivate in Egitto e Turchia. Entrambi i contributi ci fanno riflettere sulle difficoltà che le comunità palestinese, siriana e curda  incontrano in termini di discriminazione e riconoscimento. Riflessione, quest’ultima, centrale se si vuole anche solo tentare di comprendere cosa spinge migliaia di persone a lasciare non solo il proprio Paese di origine ma anche Paesi che consideriamo “Stati terzi sicuri”.

L’approccio storico-comparativo adottato da Acconcia, mostra da una parte l’evoluzione del discorso nazionalista e populista egiziano e come esso si sia fatto promotore, in diverse fasi storiche, di un approccio esclusivo o inclusivo in relazioni alle comunità migranti palestinesi e siriane e, d’altra parte, le conseguenze che tali approcci hanno avuto sulla costruzione di un’identità nazionale egiziana in chiave negativa rispetto a tali comunità. La comparazione storica fra le mobilitazioni sociali all’epoca del regno di Faysal in Siria e  le rivolte del 1919 e del 2011 in Egitto  è il punto di partenza dell’analisi della funzione svolta da tali minoranze nel processo di costruzione identitaria egiziana, e in particolare del ruolo che le rivolte dal basso hanno svolto, grazie alle loro reti orizzontali informali, «sia nell’integrazione di richieste provenienti da diversi gruppi politici (islamisti e gruppi di sinistra) ed etnici (siriani e palestinesi) nella formazione di un’identità comune sia nello sviluppo di discorsi populisti»[7]. Secondo la ricostruzione di Acconcia, così come in Siria all’epoca dell’interregno di Faysal i comitati popolari hanno sostituito lo Stato e le organizzazioni nazionali quali principali fruitori di beni, servizi e sicurezza, i comitati popolari egiziani creatisi a seguito degli sconvolgimenti del 2011 non solo elargirono i servizi di base venuti a mancare nel caos rivoluzionario, ma funsero inoltre da principali catalizzatori delle richieste e rivendicazioni di diversi attori della società civile, comprese le comunità immigrate. Tuttavia, a partire dal 2013, con il colpo di stato militare e la conseguente ascesa al potere di Abdel Fattah Al-Sisi anche i timidi tentativi di istituzionalizzazione portati avanti da alcuni comitati popolari cessarono in conseguenza della politica di repressione inaugurata dal nuovo regime. È a partire da questo momento, che il discorso nazional-populista egiziano fa della stigmatizzazione nei confronti della Fratellanza Mussulmana e di Hamas – a cui i migranti siriani e palestinesi vengono erroneamente associati – pratica consolidata. Tale stigmatizzazione che si è espressa innanzitutto tramite politiche discriminatorie in materia di visti e asili, rifiuto del riconoscimento dello status di rifugiato – a cui segue l’incapacità di avere accesso a servizi di base come l’educazione e la sanità – e, ancora, il ritiro dei passaporti egiziani concessi agli immigrati palestinesi dal precedente presidente Morsi. Il contributo del giornalista Giuseppe Acconcia è particolarmente interessante se si pensa al fatto che, troppo spesso, si tende a tralasciare il peso che gli stessi regimi autoritari in campo in alcuni Paesi di transito hanno nella scelta di intraprendere il viaggio per mare verso l’Europa, e ancora di più se si pensa al ruolo che l’Egitto di al-Sisi sta gradualmente assumendo quale «baluardo europeo contro i migranti»[8].

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Carta di Laura Canali, 2015

Alberto Gasparetto, invece, si sofferma piuttosto sulle modalità in cui il nazionalismo turco, e in particolare il discorso nazionalista dell’AK Parti, si è evoluto in relazione alla questione curda e le conseguenze che ciò ha sui migranti siriani, in particolare i curdi, fuggiti dalla guerra in Siria. L’approccio storico-politologico adottato da Gasparetto è funzionale all’analisi per almeno due motivi. In primo luogo, permette all’autore di mostrare come la retorica nazionalista dell’AK Parti, nonostante alcune fasi di slancio liberale e democratico nei confronti della minoranza curda, sia fondamentalmente rimasta radicata ad una visione fortemente esclusivista nei confronti di “identità concorrenti”, quale quella curda. In secondo luogo, l’analisi per fasi storiche, corrispondenti ai mandati legislativi del partito, ben evidenzia come l’uso della questione identitaria da parte dell’Ak Parti si sia trasformata anche in relazione alle mutazioni avvenute sul piano nazionale e internazionale, o più precisamente europeo. In altre parole la necessità di legittimazione nazionale e di riconoscimento quale soggetto politico democratico e in linea con i valori e gli ideali europei sembra aver determinato, almeno nelle fasi iniziali corrispondenti al primo e al secondo mandato, l’adozione di una retorica politica che tenta di prendere le distanze dal modello esclusivista Kemalista per privilegiare un discorso che, utilizzando i modelli di integrazione di Koser, potremmo azzardatamente definire multiculturalista [9].

Tuttavia, l’impeto liberale e democratico che trova nella religione l’elemento centrale su cui elaborare un discorso della fratellanza fra turchi e curdi, è destinato a vita breve in conseguenza del mutamento delle circostanze sul piano regionale. La crescita economica, lo scoppio della guerra in Siria e l’instabilità cronica della regione trasformano la Turchia da Paese di origine e transito a Paese d’immigrazione. È in questo momento che l’eredità di Kemal torna ad influenzare la politica nazionale in tema di migrazione. La politica assimilazionista di Ataturk, che Gasparetti, riprendendo Yegen, descrive come «basata non sulla negazione dell’esistenza dell’identità curda (in quanto subcultura della più ampia e onnicomprensiva cultura nazionale turca) bensì sul riconoscimento che essa esista ma debba essere esclusa»[10] risulta essere, infatti, uno degli elementi di continuità tra il padre della Turchia moderna e l’attuale presidente della repubblica turca, Recep Tayyip Erdoğan.

Diverso è invece l’approccio di Lorenza Perini che, attraverso un’analisi dei diversi effetti che l’esperienza della migrazione può avere sull’uomo e sulla donna, tenta di comprendere come proprio lo spostamento forzato, in quanto situazione di transizione, possa essere all’origine sia della messa in discussione della tradizionale divisione dei ruoli con le donne relegate alla sfera privata che, conseguentemente, di un processo di riformulazione dell’identità di genere con la figura della donna quale agente attivo nell’ideazione di politiche a breve e lungo termine di cui è destinataria. L’autrice propone una riflessione sul modo in cui le politiche urbanistiche di riconfigurazione dello spazio pubblico possono costituire metodi efficaci perché la donna possa riappropriarsi dello spazio pubblico a partire da una ritrovata libertà di movimento garantita da un’organizzazione degli spazi della vita quotidiana che tiene in considerazione la divisione dei ruoli sociali e dei rapporti tra i sessi nella cultura delle donne target di tale politica.  Sulla base di tali presupposti, l’autrice va ben più lontano nella sua analisi denunciando l’immagine della donna rifugiata come essere “bisognoso e dipendente” quale ragione dell’inefficacia di politiche – comprese quelle di pianificazione urbana – e programmi di empowerment.

Essere coscienti del diverso impatto che le politiche pubbliche possono avere sulle donne e sugli uomini in conseguenza del contesto sociale e culturale in cui sono immerse non implica, infatti, che la donna sia pensata esclusivamente come soggetto passivo, incapace di essere agente del proprio cambiamento. Tuttavia, lungi dal voler adottare un approccio “occidentale” [11] in cui le donne risultano essere gli unici agenti del processo di riconfigurazione e riformulazione dell’identità di genere, Lorenza Perini preme piuttosto sulla necessità di elaborare politiche a lungo termine che, nell’obiettivo di trasformare le abitudini, coinvolgano l’intera comunità, compresi dunque gli uomini, «vero anello debole della catena organizzativa dell’accoglienza ai rifugiati»[12]. La libertà di mobilità è il punto di partenza di tali politiche. Una riconfigurazione urbanistica di un campo profughi che fa della sicurezza il suo pilastro portante è una politica che, ripensando la disposizione delle case, delle fermate di un bus, della posizione di beni e servizi, ridona alla donna la sua capacità di prendere parte attivamente non solo alle esperienze sociali e ai programmi di assistenza umanitaria ma anche all’attività lavorativa. Con le parole dell’autrice: «Considerando la violenza non solo all’interno del quadro della sicurezza come repressione del crimine, ma allargando l’analisi all’intero ambiente sociale e urbano in cui essa può accadere (dentro e fuori casa, nell’ambiente domestico e quindi conosciuto oppure altrove) e di conseguenza modificando le condizioni di vita delle persone, gli strumenti di una pianificazione urbana sensibile al genere potrebbero essere utili, e far parte della soluzione del problema»[13]. È a partire da tali riflessioni e proposte che l’autrice prospetta un cambiamento ben più radicale che la semplice riorganizzazione dello spazio pubblico. Ossia la messa in discussione dei ruoli di genere così come la società patriarcale siriana li ha conosciuti sino ad oggi.

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Donne e bambini migranti

La seconda parte del volume, dedicata all’Europa, si apre con il contributo di Marco Omizzolo e Pina Sodano che ci offrono una breve ma coincisa analisi della politica europea in materia di immigrazione. Gli autori danno avvio alla riflessione ripercorrendo le tappe fondamentali del processo normativo attraverso cui la legislazione europea in materia ha assunto un carattere sempre più securitario ed emergenziale. Il “metaconfine” – concetto centrale da cui si snoda l’intera riflessione – è qui utilizzato dagli autori per far riferimento ad un nuovo tipo di confine che generatosi tramite un processo normativo e legislativo, tanto a livello regionale (europeo) quanto nazionale, assume sempre più forma fisica e visibile tramite l’erezione di muri, recinzioni e barriere. La discussione sulla genesi ed evoluzione di tale nuovo confine è funzionale agli autori per porre l’accento sui due argomenti cardine dell’intervento: il processo di esternalizzazione delle frontiere esterne dell’Unione – con i costi in termini di diritti umani che ne consegue – e il processo di delocalizzazione dell’accoglienza, altra faccia del tentativo di deresponsabilizzazione dell’Unione Europea. L’incapacità dell’UE di elaborare una politica sulla migrazione che faccia della solidarietà e dell’equità suoi principi cardine non è emersa, a dispetto di quanto si possa pensare, a seguito delle ondate migratorie seguite alle Primavere del 2011. La difficoltà di disciplinare a livello europeo il fenomeno della migrazione, derivante dalla sua stessa natura multiforme, si è manifestata durante tutto il processo di riforma del Sistema Europeo Comune di Asilo (SECA).  Tale processo di riforma, prefigurato dal Programma di Tampere nel 1999, nonostante il suo iniziale accento sui valori di Stato di diritto e rispetto dei diritti umani ha col tempo spostato il suo focus su un approccio securitario volto essenzialmente alla protezione dei confini europei dal «rischio migratorio»[14].

Nonostante il contributo si focalizzi maggiormente sui meccanismi di deresponsabilizzazione dell’Unione in materia di accoglienza, gli autori fanno emergere chiaramente il modo in cui tale processo sia passato innanzitutto per una gestione poliziesca delle frontiere esterne. In tale ottica, la condicio sine qua non per il mantenimento dello spazio Schengen risulta essere, infatti, la gestione integrata del sistema di controllo e sorveglianza delle frontiere espressasi in particolare con l’istituzione della Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne degli Stati membri dell’Unione Europea, Frontex. Tuttavia, nonostante la militarizzazione delle frontiere e la preoccupante opacità relativa al funzionamento e alla ripartizione delle responsabilità tra Agenzia e Stati membri rappresentino passi fondamentali nel processo di costruzione del “metaconfine”, la strategia europea si manifesta in tutta la sua ambiguità specialmente tramite la sua azione esterna, sia nella forma di dialoghi regionali che di accordi internazionali e intese in tema di migrazione. L’intera seconda parte del saggio offre, infatti, una panoramica dei nuovi modelli cooperativi adottati dall’UE e dall’Italia con Stati terzi al fine di bloccare i migranti ben prima che essi tentino di raggiungere il vecchio continente. La spietata politica di esternalizzazione delle frontiere – con la conseguente deresponsabilizzazione dell’Unione in tema di violazione di diritti umani – e quella di delocalizzazione dell’accoglienza nei Paesi della riva sud ed est del Mediterraneo non solo risultano disumane in sé ma stanno rischiando di ledere alle fondamenta stesse dell’Unione. «Un’Unione incapace di esprimere una matura volontà democratica sul rispetto dei diritti umani e della solidarietà, è destinata a tradire i suoi valori fondativi, a generare nuovi conflitti e drammi nelle periferie della sua visuale eurocentrica»[15].

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Biserta (Tunisia)

La stessa logica securitaria ed emergenziale alla base degli accordi con la Libia è stata adottata dall’Italia nella stipula di accordi bilaterali con un altro Paese della sponda sud del Mediterraneo, la Tunisia. Anche in questo caso la retorica del successo di accordi e intese in materia di migrazione si scontra con una realtà molto meno rosea ed entusiasta che fa emergere con forza le falle di una politica incapace di guardare al lungo periodo e impegnata, piuttosto, a fare da tampone alla “crisi migratoria”.  L’ultimo capitolo di Migrazioni nel Mediterraneo sembra fornirci infatti ulteriori elementi che accrescono i dubbi e le incertezze sull’efficacia ed idoneità degli approcci europei ed italiani in materia. David Leone Suber ci introduce al tema della fallimentare politica italiana dei rimpatri tunisini tramite il suo lavoro di ricerca sul campo condotto in Tunisia. Si pone l’accento su due questioni in particolare: sulla miopia dell’approccio comunitario che fa degli hotspot luoghi principali per l’avvio della procedura di identificazione, registrazione e rilevamento delle impronte digitali; nonché sul “ritorno”, ossia l’ultima fase del ciclo migratorio dimenticata dalle politiche anti-immigrazione nonostante rappresenti il terzo pilastro del metodo hotspot (asilo, rilocazione e ritorno). L’impronta emergenziale di tale approccio multifunzionale, descritto in termini vaghi dall’Agenda europea per la migrazione del maggio 2015[16], mostra l’incapacità di comprendere che anche dopo il rimpatrio le ragioni alla base dei tentativi di fuga dalla Tunisia perdurano e non sembrano destinate a svanire. Suber, infatti, sottolinea come la precarietà strutturale del mercato del lavoro tunisino renda completamente vani anche i timidi tentativi di reinserimento e integrazione dei rimpatriati nel tessuto lavorativo locale. In quest’ottica risulta chiaro come il rimpatrio non è in alcun modo una soluzione efficace al fine di porre un termine ai flussi migratori. Il ritorno in patria è piuttosto, nella visione dell’autore, un momento di riposo in cui si fa il pieno di energie prima del prossimo tentativo di fuga. Ancora una volta dunque, è chiaro che le politiche a breve termine non hanno alcun risultato se non quello di incentivare un’ulteriore stretta autoritaria riguardo il fenomeno migratorio nei Paesi di origine e transito in cambio di incentivi allo sviluppo. «Le politiche di rimpatrio e reinserimento economico rinforzano un sistema che invece di arginare l’immigrazione irregolare crea le condizioni per il ripetersi di cicli di immigrazione irregolare tramite i quali coloro che vengono rimpatriati sono spesso pronti a ripartire non appena le condizioni lo permetteranno, pienamente coscienti dei rischi da affrontare in caso di nuovo arresto»[17].

Il nucleo tematico del volume si chiude con i due interessanti casi studio basati su ricerche sul campo condotte tramite interviste in Germania e Italia. Nonostante la diversità dei temi trattati, entrambi i capitoli fanno emergere la centralità dei legami transnazionali nei processi di decostruzione e ricostruzione identitaria messi in moto da due particolari forme di spostamento, l’esilio e la diaspora. Si pone l’accento sui diversi e complessi tipi di rapporti che sia gli esuli sia le comunità diasporiche mantengono con il proprio Paese di origine. Asli Vatansever, sociologa turca e firmataria della petizione Accademici per Pace, discute i particolari processi di de- e ricostruzione identitaria dovuti alla migrazione forzata degli accademici e ricercatori turchi costretti a lasciare la Turchia in seguito alle derive autoritarie del governo a partire dal 2015. L’esperienza dell’esilio è analizzata dalla studiosa come un tipo specifico di movimento migratorio in cui l’impotenza della volontà individuale di fronte alla forza della legge è alla base dei processi di de- e re-soggettivizzazione in cui sono l’identità collettiva e la solidarietà su di essa basata a fungere da elementi primari di tale processo. La confusione e il disorientamento dell’esule, costantemente diviso fra la necessità di una nuova vita e la responsabilità intellettuale politicamente attivo, la perdita delle coordinate spazio-temporali alla base del processo di decostruzione identitaria, e la condizione di eterna precarietà del suo lavoro fanno sì che egli viva in una sorta di «purgatorio per un periodo indefinito di tempo»[18].

7È in questa condizione di instabilità, incertezza e sospensione «che distacca l’individuo dal passato, lo condanna ad un presente perpetuo, senza senso, fatto di “banalità inconcludenti”, di un impostata nuova vita, e gli ruba la possibilità di avere un futuro»[19], che l’autrice intravede lo spazio per una ricostruzione identitaria intellettuale che si nutre di reti di solidarietà intessute fra persone che condividono questa stessa «identità sospesa»[20]. L’esilio diventa, quasi come lo spostamento forzato delle donne siriane del campo profughi di Zaatari, un momento di transizione dalla durata imprevedibile in cui le spinte alla riconfigurazione identitaria trovano la loro forza nella solidarietà della collettività. Il lettore è pertanto invitato a riflettere sulle conseguenze tanto psicologiche quanto identitarie che l’incapacità di tornare nel propria patria può causare. Il disorientamento e l’instabilità che ne derivano spingono l’individuo a chiedersi chi è, come può definirsi e come immagina il proprio futuro vista l’incertezza del presente. Sono questi stessi elementi a rendere i legami con la collettività fondamentali nel tentativo di dare delle risposte a questi quesiti, e sono ancora questi elementi a evidenziare la complessità dei rapporti che in questo caso l’esule intesse con il proprio Paese di origine.

La centralità dell’identità nella costruzione di legami transnazionali e la rilevanza di questi ultimi nel rafforzare un senso comunitario in grado di influenzare il corso degli eventi nei luoghi di origine delle comunità diasporiche, è invece oggetto dell’analisi scritta a quattro mani da Giuseppe Acconcia e Giovanni Balslev Olesen, sulla diaspora curda in Italia che, assieme alle reti di solidarietà italiane, ha avuto un ruolo significativo nel processo di riconfigurazione identitaria in relazione sia al progetto Rojava in Siria che al Governo regionale del Kurdistan iracheno. Le reti diasporiche vengono descritte come «strutture di cooperazione sviluppate da reti transnazionali di migranti»[21], veri e propri movimenti sociali in grado di avere un impatto tanto sulla capacità di mobilitazione degli attori che ne prendono parte quanto sugli eventi storici – traumi e vittorie condivise – che contribuiscono, a loro volta, a rimodellare l’identità dell’intera comunità. La mobilitazione dell’opinione pubblica transnazionale per mano della diaspora curda e delle reti di solidarietà ha svolto una funzione centrale nella legittimazione della lotta per l’autonomia della regione nord della Siria, Rojava. Risulta chiaro dunque il tentativo di far luce sulla forza di legami che, travalicando i confini nazionali, erodono il concetto stesso di confine dimostrandone la vacuità.

Per concludere, qualsiasi ragionamento sulla questione migratoria si rivela sempre denso di difficoltà perché il fenomeno è più complesso delle nostre rappresentazioni e delle nostre soluzioni.  La lettura del libro Migrazioni nel Mediterraneo offre un salutare antidoto alle semplificazioni e alle banalizzazioni dei discorsi mediatici e politici. La presa di coscienza della complessità delle dinamiche instauratesi fra le diverse sponde del Mediterraneo si rivela presupposto necessario per pensare questo mare come uno spazio unico e indivisibile, ricco di opportunità per tutti i popoli che lo abitano. Il volume mostra come queste sponde si influenzino l’un l’altra creando nuove identità e opportunità ma anche micro-dinamiche destinate a promuovere un’inevitabile riformulazione identitaria. Le categorie nelle quali pretendiamo di denominare e addomesticare il mondo umano e culturale che arriva sulle nostre sponde oscurano il contesto dal quale questo popolo è originario, le esperienze attraverso le quali è passato e giunto a noi. La migrazione, lo spostamento, lo stanziamento momentaneo o permanente in terre lontane o vicine dal luogo di origine si rivelano in questa raccolta come esperienze gravide di conseguenze sul modo in cui gli attori di tali spostamenti si identificano e vivono la propria identità. Migrazioni nel Mediterraneo rende conto di ciò.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
 Note
[1] Amnesty International, Hotspot Italy. How EU’s flagship approach leads to violation of refugee and migrant rights, 2016. Disponibile al link: https://www.amnesty.ie/wp-content/uploads/2016/11/Hotspot-Italy-final-WEB.pdf
[2] K. Koser, Le migrazioni internazionali, Società editrice il Mulino, Bologna 2009: 46.
[3] R. Hinnebusch, The international politics of the Middle East, Manchester University Press, Manchester 2015.
[4] M. Mercuri, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 33.
[5] Articolo 16 del Progetto di Articoli sulla Responsabilità dello Stato della Commissione del Diritto Internazionale, 2001.
[6] R. Palladino, Nuovo quadro di partenariato dell’Unione Europea per la migrazione e profili di responsabilità dell’Italia (e dell’Unione Europea) in riferimento al caso libico, Freedom, Security & Justice: European Legal Studies, 2018, n.2: 104-134.
[7] G. Acconcia, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 50.
[8] A. Balduzzi, Il prossimo baluardo europeo contro i migranti sarà l’Egitto, Limes, ottobre 2018.
[9] K. Koser, Le migrazioni internazionali, Società editrice il Mulino, Bologna 2009: 33.
[10] A. Gasparetto, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 85.
[11] L. Perini, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019.
[12] Ibidem: 63.
[13] Ibidem: 72.
[14] M. Omizzolo e P. Sodando, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 110.
[15] Ibidem: 119.
[16] G. Morgese, Recenti iniziative dell’Unione Europea per affrontare la crisi dei rifugiati, in “Diritto, immigrazione e cittadinanza”, XVII, 3-4, 2015.
[17] D. L. Suber, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 167.
[18] A. Vatansever, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 125.
[19] Ibidem: 133.
[20] Ibidem: 125.
[21] G. Acconcia e G. B. Olesen, Migrazioni nel Mediterraneo, Franco Angeli Edizioni, 2019: 135

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Lisa Riccio, ha conseguito il titolo di Laurea in Lingue e Comunicazione, con focus sulla lingua inglese e araba, presso l’Università di Cagliari discutendo una tesi sul ruolo dei social network nella rivoluzione tunisina del 2011. Ha vissuto un periodo di quattro mesi in Marocco al fine di conseguire un certificato di lingua araba e attualmente studia e lavora a Londra in vista del completamento dei suoi studi in Relazioni Internazionali del Medio Oriente.

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