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Il Mediterranean Jazz: dialogo musicale tra cultura europea e mediorientale

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Duke Ellington © Getty / New York Daily News Archive

di Andrea De Blasio

Se si dovesse in qualche modo riassumere la Musica Mediterranea nel culmine della sua raffinatezza e contemporaneamente capace di giungere all’orecchio del pubblico meno avvezzo all’ascolto, l’urlo della tromba energetica di Ibrahim Maalouf risuonerebbe nella testa di molti.

Il panorama musicale Mediterraneo è uno scenario vario e vasto, che unisce spesso con grazia ed unità di intenti vari linguaggi artistici distinti tra loro sia per provenienza che soprattutto per la natura sociale, complessa o meno, della quale fanno parte.

L’incontro fatale tra musica colta ed extracolta non smette mai di sorprendere l’ascoltatore proprio perché unisce l’eleganza con l’autentico istinto esplosivo – spesso anche con  un accento naive – il quale coinvolge chiunque con la sua ritmicità dirompente.

Il collante di tutte queste culture che si può trovare anche nell’immediatezza temporale di un brano è proprio l’intenzione che c’è dietro la filosofia del Jazz e come questo linguaggio universale da almeno mezzo secolo fonde sentimenti e caratteri anche grazie alla sperimentazione, che lascia in molti casi progredire con gusto la musica, tenendola al salvo ancora per molto.

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Dizzy Gillespie

I primi esperimenti

Nella tradizione Jazzistica, il connubio armonioso tra queste due forme rivoluzionarie di arte sonora è tuttora esemplificato da un brano molto famoso risalente al 1937 composto da Juan Tizol e Duke Ellington; i quali, affascinati dal mondo esotico e il suono delle melodie mediorientali, composero Caravan. Il primo carattere particolare che si può notare ascoltando il brano, è senz’altro il contrasto armonico interessante già nella prima parte del tema dal carattere molto esotico e poi nella seconda che risuona molto più uniforme all’armonia jazzistica alla quale si è abituati. Altro tratto da non sottovalutare è il timbro che danno gli strumenti della tradizione musicale occidentale ad armonie esotiche. Il risultato finale è una fantastica miscela di scale e sentimenti mediorientali, unita alla complessità del jazz, ed entrambi i generi si ibridano perfettamente nei cambiamenti ritmici e nello spazio improvvisativo. Questo brano è diventato un classico suonato da tutti i grandi per tutto il resto del secolo scorso e non solo, addirittura Art Blakey dedicò una sua versione del brano e il titolo dell’album dove è contenuta, dandole ovviamente un sound sviluppato secondo il suo gusto.

Il leggendario batterista non fu il solo a proporre una propria versione di Caravan, tra le tante spiccano quelle di Thelonious Monk, Michel Petrucciani, Arturo Sandoval e Dizzy Gillespie.

Fu proprio Gillespie a dare un altro immenso contributo alla tradizione jazzistica con un altro brano che di mediterraneo non ha poco, anzi: si tratta di A Night in Tunisia. Questa composizione fu accreditata erroneamente sia al trombettista che a Frank Paparelli, ma responsabile di questo equivoco fu Gillespie stesso, che decise di attribuirgli parte del merito in onore delle loro collaborazioni passate. Forse dal carattere più intraprendente rispetto a Caravan, A Night in Tunisia interpreta con più entusiasmo il senso dello swing, fondendolo a pieno col senso musicale mediorientale.

Fu eseguita spesso da Gillespie quando faceva parte della prima bebop big band, quella di Billy Eckstine, suo collega ai tempi della Earl Hines Band. Questa band presentava, insieme a Gillespie, il sassofonista Charlie Parker e la cantante Sarah Vaughan. A quel tempo, la canzone fu introdotta come “Interlude” e i testi furono aggiunti dall’allora giovane cantante la quale fu una delle prime artiste a registrare il brano in una versione del 1944 con Gillespie stesso come spalla.

Dizzy Gillespie in quel periodo probabilmente pensò di creare un sound di matrice jazzistica non convenzionale o omologata al sound dell’epoca, dimostrando che con i ritmi esotici, con l’approccio innovativo all’armonia e alla melodia, dalla linea famosissima del basso poi evoluto in un walking, si possono inventare molti spunti ed innesti creativi interessanti. A tutt’oggi, è diventato un classico del jazz, riconosciuto come uno dei brani più influenti nell’evoluzione del linguaggio moderno di tutta la musica.

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Chick Corea

Gli ultimi 40 anni

Lo studio del sound proveniente dallo scenario Mediterraneo ha continuato a suscitare curiosità negli artisti più aperti del mondo jazzistico anche dopo il periodo d’oro dello Swing. Con l’avvento del primo “Electric Jazz” rinominato poi Fusion, la libertà d’espressione si è ampliata ancor di più coinvolgendo in questo vasto linguaggio più culture possibili, provenienti da ogni parte del mondo.  In questo modo, dal Jazz che è linguaggio, si sono prodotti tantissimi “dialetti jazzistici”.

Senza dubbio una grande influenza al mondo del Jazz proviene dall’Andalusia per via dello stile Flamenco. Difatti, artisti come George Benson, John McLaughlin, Al Di Meola, Michel Camilo, Chick Corea hanno di certo attinto dalle melodie andaluse: come dimenticare la famosissima “Spain”, proprio di Corea? Proprio il noto pianista merita una menzione speciale per l’album del 1976 “My Spanish Heart”. Quell’anno fu d’oro per l’artista perché non solo pubblicò “Return to Forever” e “Romantic Warrior”, due capolavori dello stile, ma ha anche trovato il tempo di scrivere, arrangiare, eseguire e pubblicare l’album dal sound spagnolo.

Per molti è considerato un concept album che esprime il senso artistico della cultura musicale iberica; si può notare infatti come egli abbia plasmato i suoi brani concedendo spazio allo stile del flamenco, aiutandosi con ritmi e armonie provenienti da quelle terre, con strumenti e percussioni particolari, e con la particolare tecnica del battito delle mani a ritmo, chiamato palmas. Brani come “Armando’s Rhumba” e “Night Streets” interpretano compiutamente l’intenzione dell’artista che ha voluto trasmettere il valore comunicativo della musica di quelle terre senza rinunciare alla sperimentazione e facendo uso di synth.

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Dario Deidda © 2018 – 2019 peperoncinojazzfestival.com

Riguardo i chitarristi, invece, la Spagna è stata senza dubbio una miniera d’oro, “Mediterranean Sundance” interpretato proprio da McLaughlin, Di Meola e Paco De Lucia, è stato un brano emblematico del linguaggio jazzistico influenzato dalla musica andalusa. Un chitarrista nostrano che merita menzione riguardo l’uso della cultura musicale mediterranea è senz’altro Francesco Buzzurro, docente di Chitarra Jazz presso il Conservatorio G. Martucci di Salerno. Il sound mediterraneo è uno dei tratti distintivi dello stile del chitarrista siciliano. Questa sonorità è protagonista del suo concept album “Il quinto elemento”, composizioni per chitarra scritte da Buzzurro e dedicate ai quattro elementi della natura, fusi insieme dalla musica, quinto e ultimo. Sono “Fuego” e “Il respiro della luna” a trasmettere le atmosfere più nitide del senso mediterraneo, un respiro musicale profondo e solenne che suscita un sentimento nostalgico quanto puro.

Altra menzione speciale che è particolarmente dovuta a proposito del panorama musicale e jazzistico nostrano è quella del bassista campano Dario Deidda, collega di Buzzurro presso lo stesso Conservatorio, due dei suoi brani contenuti nell’album “3 from the Ghetto” rappresentano con carattere e personalità il senso del jazz mediterraneo: Chorinho Amalfitano e Tangario. Quest’ultimo è il risultato di influenze argentine e identità musicale del sud Italia che si sposano con il linguaggio jazzistico, anche grazie alle armonie trascinanti del pianoforte.

“Chorinho Amalfitano”, invece, è un brano intimo del noto bassista che, grazie anche alle note del sassofonista romano Stefano Di Battista, lascia materializzare nella mente le immagini del sole amalfitano unitamente ad una timida malinconia.

Le atmosfere mediterranee sono contraddistinte per la maggior parte dal sound proveniente dalla Spagna e dall’Ovest del Mediterraneo per questi artisti, ma negli ultimi vent’anni è rinata una corrente armonicamente e melodicamente molto interessante che proviene più da Oriente, di cui vale la pena parlare. Esistono oggi alcune personalità nella musica mediterranea che hanno sviluppato un’identità tale da creare un sound unico nello stile jazzistico, dandogli un tocco di innovazione davvero notevole. Tali personaggi spesso rappresentano il presente ma anche il futuro, un punto di riferimento per molti musicisti giovani.

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Hadouk Trio

Hadouk Trio

Tra i gruppi più apprezzati dell’intero panorama Jazz di natura etnica c’è sicuramente l’Hadouk Trio, diventato poi Quartet, gruppo francese formatosi alla fine degli anni ‘90 e tuttora in attività. Ciò che rende la loro musica longeva è proprio l’incontro tra la natura e la geometria jazzistica con il sound etnico e mediterraneo, la cui cornice è data dalla musica colta. Il progetto è interessante anche per l’uso di strumenti molto particolari, quali ad esempio il Sintir, uno strumento cordofono di origini nordafricane che ha più o meno la stessa funzione del basso, il Kora che ricorda un’arpa a forma di liuto, varie percussioni di origini africane come il Djembe, l’Hang Drum, Darbuka, strumenti a fiato come il Duduk, somigliante all’oboe e facente parte della tradizione folklorica armena, infine, per i temi più delicati, l’ocarina.

Il gruppo è nato dall’idea di Didier Malherbe e Loy Ehrlich, entrambi polistrumentisti, che si avvicinano agli inizi degli anni ‘70 all’interno di un circuito di musica sperimentale di cui i loro gruppi facevano parte, talvolta condividendo il palco. Da allora una lunga amicizia segnò il loro cammino, facendola arrivare al suo culmine con una prima collaborazione prima sui dischi di Malherbe, poi nel 1996 con un album in duo, Hadouk. Il duo divenne trio con l’introduzione di un percussionista, Steve Shenan, col quale registrarono quattro album in studio: Shamanimal, Now, Utopies e Air Hadouk rilasciato nel 2010. Proprio di quest’ultimo vale la pena parlare perché più affine al sound mediterraneo e alle influenze contemporanee del Jazz.

Le atmosfere mai banali date dall’interplay dei tre membri suscitano una suggestiva esperienza spirituale. La qualità raffinata dell’intero album regala un viaggio esplorativo tra numerose culture riportandone allo stato più alto le idee melodiche, ritmiche, armoniche; fondendo con cura tutti questi elementi si percepisce qualcosa di nuovo, in grado di rivolgersi anche all’orecchio meno avvezzo a questi ascolti senza escludere quello di appassionati del repertorio jazzistico. Il lato interessante è soprattutto la comunicazione immediata della musica che scaturisce dalla sua estrema qualità, trovando un equilibrio tra la musica colta ed extracolta, tra il patrimonio culturale appartenente alle sonorità popolari e quello riconducibile alle forme culturali più ricercate. Il brano che dà senz’altro lustro assoluto all’album è Yillah che presenta un compendio di tutto ciò che è stato detto fino ad ora.

Dhafer Youssef

Dhafer Youssef

Dhafer Youssef

Uno degli artisti senza dubbio più noti anche al panorama jazzistico europeo è Dhafer Youssef, eclettico musicista tunisino la cui crescita musicale ha avuto modo di manifestarsi anche in Italia. Appassionato solista dell’Oud (un particolare liuto di origine persiana), è uno dei pilastri della musica mediterranea in ambito jazzistico, proprio per l’uso di strumenti non comuni, per il sound spiritualmente unico e per i tratti caratteristici della melodia e armonia provenienti dal Medio Oriente.

Ciò che lascia piacevolmente sorpresi nei suoi brani è l’uso melismatico della sua voce, chiaramente ispirata stilisticamente ai canti liturgici musulmani che ha praticato sin da bambino.  Molta della cultura tunisina e mediorientale si ritrova nella sua musica; ad esempio si possono riconoscere numerosi tributi a poeti arabi e persiani come Abu Nawas, poeta persiano dell’VIII secolo rinomato per le sue odi di protesta contro una società conservatrice. È proprio a lui che nel 2010 dedica un album, “Abu Nawas Rhapsody”, sua sesta raccolta nonché forse quella più importante fino ad allora. Accompagnato da musicisti di altissimo livello quali Mark Guiliana alla batteria, Tigran Hamasyan al pianoforte e Chris Jennings al basso, Dhafer Youssef riesce a fondere la spiritualità di origine araba con un linguaggio jazzistico ed uno stile che esalta il groove di ogni brano. Ciò che si nota in questo album è la straordinaria miscela di suoni, esito della voce potente di Dhafer e dell’armonia del pianoforte di Tigran Hamasyan, una sinergia tale da destare sorpresa anche al più attento ascoltatore. Su YouTube, con un’attenta ricerca, si può godere dei concerti live di questo album, da cui traspare la completa forza che unisce tutti i musicisti di questo progetto: l’interplay, la voglia di proporre qualcosa di nuovo al pubblico, l’acuto ed elegante senso jazzistico che lascia esplodere dinamicamente ogni brano e poi lo lascia delicatamente calare in una melodia senza tempo.

Nonostante la sua carriera stellare, piena di collaborazioni notevoli, quali ad esempio quella con il musicista nostrano Paolo Fresu, è nel 2015 che Dhafer Youssef riceve l’onore di esibirsi all’All-Star Global Concert. Tale partecipazione gli è riconosciuta per l’enorme contributo dato alla musica e alla cultura in generale, ma soprattutto per aver introdotto nella musica Jazz contemporanea non solo la sua identità, divenuta ad oggi un pilastro della corrente, ma anche l’uso degli strumenti originali come proprio l’Oud. La creatività è nelle sue interpretazioni una grandissima risorsa per far progredire una forma d’arte tanto raffinata quanto diretta.

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Hüsnü Senlendirici

Altro tratto saliente della sua carriera è stato l’incontro con il clarinettista turco Hüsnü Senlendirici col quale pubblica, nel 2013, “Birds Requiem”, altro album che merita particolare attenzione, perché in esso l’artista eleva ad uno stadio successivo il proprio rapporto con la spiritualità. Immaginato come una colonna sonora di un film su una ricerca profonda col proprio “io”, Dhafer Youssef in questo album parla di un legame spirituale molto profondo, tipico delle filosofie orientali, rievocando l’idea della scomparsa del corpo e del vagare dell’anima, ovvero dell’esplorazione della vita ultraterrena.

La struttura dell’album è molto simile ad una composizione di natura classica, come ad esempio la suite omonima fatta di quattro movimenti connessi tra loro da un tema.

L’intera opera è una fusione di sezioni composte che possono essere difficili da distinguere tra loro per via anche degli intensi momenti di improvvisazione e di interazione tra l’oud di Youssef e il clarinetto di Hüsnü Şenlendirici, oltre alla tromba di Nils Petter Molvær, al kanun di Aytac Dogan (uno strumento a corde simile a una cetra), al pianoforte di Kristjan Randalu, alla chitarra di Eivind Aarset, al basso di Phil Donkin e alle percussioni di Chander Sardjoe. Di certo, “Birds Requiem” è un album che, col tempo, è diventato una pietra miliare del Jazz dell’ultimo decennio, anche perché Dhafer è senz’altro un artista dei nostri tempi, capace di trasmettere con raffinatezza sentimenti autentici ed emozioni profonde.

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Ibrahim Maalouf

Ibrahim Maalouf

Per molti considerato il nuovo Miles Davis, Ibrahim Maalouf è indubbiamente uno dei più grandi musicisti della nostra epoca, uno dei pilastri del Jazz degli ultimi 25 anni. Trombettista franco libanese, è figlio di Nassim Maalouf, il primo trombettista arabo a suonare la musica classica occidentale nonché inventore della tromba con una quarta valvola per poter suonare anche i quarti di tono, usatissimi nelle melodie di natura araba. Un genio del nostro tempo, è stato il primo jazzista nella storia a riempire la più grande sala da concerto in Francia, un primato che non fu raggiunto nemmeno da Davis. La sua musica è qualcosa che rende omogeneo tutto il panorama artistico contemporaneo, avendo come collante semplicemente la sua tromba e il suo modo di comporre, altamente innovativo.

Ciò che colpisce della sua personalità è l’attento quanto libero uso di ogni stile musicale, dalla musica pop all’hip hop, dalla musica elettronica a quella alternativa, dal jazz alla musica classica. Autore anche di numerose colonne sonore di film francesi, tra i suoi lavori più ambiziosi ci sono senz’altro due dei suoi album da solista più una sua trasposizione in musica di “Alice nel Paese delle Meraviglie”, con Oxmo Puccino che racconta rappando la storia del famoso libro, accompagnato dall’orchestra diretta proprio dal trombettista franco-libanese. Uno dei due album è “Diagnostic”, pubblicato nel 2011, in cui il trombettista dà sfogo alla sua vena compositiva dedicandosi non solo alla tromba, ma anche a tutti gli altri strumenti, dando prova di abilità di orchestrazione davvero notevoli. Il sound dell’album è innovativo, fonde con sapienza tradizione (è chiara l’influenza di Debussy nei momenti più delicati e lirici dell’album, inoltre ci sono elementi presi dalla tradizione balcanica) e innovazione (influenze rock, latin), l’armonia è delicata ed accessibile, le melodie instancabili e semplici quanto funzionali per ogni brano.

Prova di grande senso artistico la si trova nel brano “Maeva in Wonderland”, composizione in cui Ibrahim esprime a pieno la sua creatività coi fiati, dando uno stile al tema che deriva dalla musica popolare mediterranea. Particolare è il cambio improvviso tra questo stile e poi l’incontro con la musica latina circa a metà del brano. “Diagnostic” è un viaggio innanzitutto nella vita di Ibrahim e nei suoi ricordi, un tributo a Beirut proprio con l’ultimo brano del disco che sublima il suo dolore facendo toccare con le note della sua tromba l’anima di chi lo ascolta perché possa immaginare, nella sua mente, quella città ormai in macerie, alle vite spezzate per la guerra civile.

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Ibrahim Maalouf © Joseph Bagur

Altro album, forse quello che ha dato più lustro ad Ibrahim Maalouf, è stato “Illusions” pubblicato nel 2013. In questo lavoro, forse quello più ambizioso e felice del trombettista, egli è stato ispirato dalle illusioni della sua giovinezza e dalla frenetica immagine sociale prodotta dai media; il sound che fa da cornice a questo concept è tendente al rock progressivo, avvicinandosi spesso anche alle dinamiche del metal. Del resto, ciò che di solito viene sottovalutato nel Jazz è proprio il fatto che questo linguaggio prenda sempre qualcosa a prestito dal passato, e persino il metal può farne parte se il compositore ci mette abbastanza estro da far rientrare uno stile così aggressivo in questa sfera. L’elemento forte dell’album è l’assoluta spontaneità dei dialoghi fiatistici orientali gestiti da Maalouf stesso con Yann Martin, Youenn Le Cann e Martin Saccardy, tre maestri dell’orchestrazione. I brani che forse esaltano più di tutto lo stile del lavoro sono senz’altro “Nomade Slang” e “True Sorry”. Risalta subito all’orecchio dell’ascoltatore del primo brano il riff di basso su un metro dispari (5/8), la poliritmia che si crea in sinergia col pianoforte nonché il crescendo esplosivo ai call and response delle trombe sostenuti da un groove funk. Il risultato è un brano molto fresco e di tendenza con chiare influenze anche dell’Est-Europa. “True Sorry” è invece quella perla preziosa che rende l’album un capolavoro, un brano dalla melodia vincente, l’armonia semplice quanto efficace. Non è facile descrivere a parole ciò che questo brano comunica, l’unico suggerimento possibile è quello di ascoltarlo.

Infine, si può dire che Ibrahim Maalouf rappresenta un punto di riferimento per le generazioni future di musicisti e ascoltatori in ambito jazzistico e non solo, visto che è uno dei maggiori innovatori degli ultimi vent’anni. Più di ogni altro egli incarna al giorno d’oggi ciò che fu avviato quasi ottant’anni fa da Duke Ellington: il punto d’incontro tra la tradizione musicale europea occidentale e quella araba, fuse insieme dalle comuni acque del Mediterraneo.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020
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Andrea De Blasio, musicista e compositore, laureato con lode in Basso Elettrico Jazz al Conservatorio G. Martucci di Salerno di cui è tutt’ora studente al biennio specialistico. Membro da quattro anni della Contemporary Jazz Ensemble diretta dal M° Guglielmo Guglielmi, bassista e fondatore del progetto Apeiron, un progetto musicale che propone un’idea di matrice jazzistica europea influenzata dalla musica mediterranea, rock, ambient e psichedelica.

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