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Il limite delle pene: espianti e torture nella Cina contemporanea

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Ai Weiwei: Autoritratto in LEGO per la Galleria degli Uffizi (2016)

di Valeria Dell’Orzo

La consapevolezza del giudizio, esterno e pubblico, familiare o strettamente personale, ha da sempre governato il vivere sociale, lo ha sostenuto ingabbiandolo nell’armatura della pena, della colpa, dell’espiazione, ancor prima di fissare i suoi capisaldi sul diritto, sul giusto, sul condiviso. La normalizzazione della pena ha assunto, nei luoghi e attraverso il tempo, differenti forme espressive e attuative e occorre ancora domandarsi fin dove può spingersi la punitiva privazione della libertà umana all’interno della realtà attuale, fatta di livellamenti trasversali e di interconnessioni globali.

Indagare su quali colpe vengano, di società in società, ritenute meritevoli di più aspre condanne permette di riflettere sul complesso sistema di valori, usi e costumi che caratterizza lo stato di salute di un Paese, la sua dimensione comunitaria e relazionale, che dal micro dei rapporti diretti si estende al macro dei legami tra l’individuo e il sistema complesso della società.

Ancora più articolata risulta essere la riflessione su quali siano i processi culturali che portano ogni collettività umana alla determinazione delle pene possibili, da attribuire ai differenti crimini socialmente, o statalmente, riconosciuti, e quali forme di controllo possano essere esercitate dal potere coralmente riconosciuto sul singolo; quali espressioni coercitive portate spesso all’estremo della privazione del diritto alla vita del detenuto e alla perdita della disponibilità decisionale sul suo stesso corpo, attraverso la tortura e dopo la morte, possano ritenersi in linea con una contemporaneità fatta di globalizzazione dei sistemi di comunicazione,  delle tecnologie e degli ordinamenti giuridici, ovvero dello scambio costante e arricchente a livello internazionale, pur nella generale tendenza a livellare e a omologare l’uomo, le culture e le forme di gestione comunitaria.

Tra le più efferate manifestazioni del potere punitivo del giudizio giuridico si rintracciano, con notevole incidenza, le applicazioni di pena che molte comunità hanno destinato a coloro che per motivi istituzionali vengono ritenuti una minaccia alla sfera politica in carica, all’economia, all’ordine interno dei vertici governativi e alla stabilità dello stato sociale: minoranze o individui troppo spesso repressi, annullati, segregati dalla comunità entro la quale si propongono quali soggetti di sovversione di un ordine e di un potere da loro, e spesso da molti altri nel silenzio della paura, non legittimato né riconosciuto.

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Ai Weiwei, Stacked, 2012

La realtà carceraria è per sua natura un’estromissione dalla vita collettiva e cade con facilità nell’area rappresentativa dell’invisibilità, dell’esclusione, della sospensione dal mondo circostante. Lo spazio della detenzione si ammanta così di una coltre di ammissibilità dell’inammissibile, proprio in virtù del suo status di alienazione forzata e colpevole, meritevole quindi di essere scissa dalle abituali garanzie della sfera sociale, pubblica e condivisa.

La ferocia con la quale certe pene vengono inflitte travalica spesso i limiti imposti dal diritto internazionale scivolando così, per potere essere perpetrata senza interferenze, nel silenzio del non dichiarato, di un non ufficializzato, che si attua nell’applicazione taciuta e diffusa di pratiche trasversalmente inaccettabili alla luce dei canoni e dei princìpi astrattamente condivisi.

Se privare un essere umano della vita travalica il senso umanitario della pena, ancora più spaventoso è privare un individuo della disponibilità del suo corpo fin oltre la morte, già inflitta come estrema condanna, trasformando così la garanzia del diritto nella barbarica vendetta perpetrata allo scopo di ristabilire un presunto livello di giustizia, laddove la colpa del reo si era rivelata sovvertitrice dei valori interni e destabilizzante dell’ordine costituito.

Di fronte a delle attuazioni di pena tanto efferate, presi dall’abitudine al livellamento interculturale e interstatale preteso dalla globalizzazione e dalle sue forme espressive, diventa difficile la comprensione di differenze tanto marcate tra ciò che lecitamente, o illecitamente secondo il diritto internazionale e l’etica diffusa, ogni Paese può ipotizzare come pena, ancor prima di applicare tali pratiche nel sanzionare un crimine, all’interno del suo caratterizzante sistema di significati e significanti, di valori e rappresentazioni del mondo.

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Ai Weiwei, Snake bag, 2008

«Gli Stati – ha scritto Chomsky (2018: 305) – non sono agenti morali, la gente lo è», quanto, quindi, la giustizia di una realtà, umana sì ma profondamente alterata nella sua intima socialità dalle dinamiche del potere, del diritto e dell’ordine statale, può invadere lo spazio del possesso di sé? Quanto la società, o il potere che la amministra, può arrogarsi il diritto di eliminare un membro dal suo insieme, infliggere dolore e tormento, ergersi a metro del giusto valore umano senza divenire null’altro che quella che Camus (2018) ha tratteggiato come un’oltraggiosa e disgustosa prevaricazione sulla persona e sul suo corpo? La tortura, nelle molteplici forme in cui è declinabile nel crescendo di sadismo che la connota, è la più feroce forma di disumanizzazione che il potere può assumere, oltrepassando la valutazione della colpa e la specifica validità sociale dell’espiazione legalmente concordata.

In realtà nel tempo e nella storia, nessuno Stato, come spiega Chomsky (2014), si è rivelato, a lungo, capace di garantire con l’uso della forza l’obbedienza delle masse e il loro perenne asservimento nel pensiero e nell’azione sociale.  Per quanto violenza possa il potere esercitare per livellare, uniformare e annullare le differenze, la variabile umana della poliedricità culturale resisterà ad attestare l’imprevedibilità della Storia.

Il caso del gruppo religioso Falun Gong, accusato nell’ultimo ventennio dal governo cinese di diffondere insegnamenti eterodossi, è solo uno dei tanti disseminati nel mondo, ed è anche uno tra i tanti che marchiano la giustizia cinese. È espressione della degenerazione del giudizio, ne mostra l’esasperazione attraverso il potere che un governo può esercitare per affermare il proprio controllo e la propria supremazia sui singoli individui che costituiscono il suo popolo.

Praticare violenza efferata, sia questa psicologica o fisica, è la manifestazione di un potere di abuso delle istituzioni sul singolo individuo. Le dinamiche attraverso cui queste espressioni coercitive prendono forma, e gli obiettivi sociali cui è rivolta la maggiore ferocia punitiva, sono alcuni dei più accesi riflessi che connotano la complessità di ogni sistema socioculturale.

Dichiarata nel 2015, da parte del governo di Pechino, la cessazione della tortura a carico dei carcerati appartenenti al gruppo socio-religioso Falung Gong, e più in generale di minoranze etniche e religiose e dei detenuti di coscienza che ne sono stati vittima, sappiamo oggi da testimonianze e report che, in realtà, nel silenzio internazionale tali abusi continuano a essere perpetrati.

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Ai Weiwei, Il giardino incantato, 2015

Attestato recentemente dalle indagini condotte e pubblicate dal China Tribunal [1], un organismo indipendente, con sede nella lontana e occidentale città di Londra, istituito proprio per monitorare la veridicità delle dichiarazioni del governo cinese in merito all’interruzione di tali pratiche, il punitivo espianto e la presumibile commercializzazione silenziosa degli organi di alcuni detenuti politici continuano ad essere consumati  con una scientifica volontà di annientamento della persona che nulla ha a che fare con le garanzia del diritto sociale e dell’ordine comunitario.

Status of Chinese People. About China and Chinese people’s living condition [2], e The Epoch Times [3] riportano periodicamente testimonianze e dati relativi alle differenti modalità in cui la tortura viene declinata all’interno delle carceri cinesi; si tratta in molti casi di torture di Stato tacitamente attestate anche in altri Paesi, ma si giunge fino al prelievo, senza consenso, in vita e senza anestesia, degli organi dei detenuti.

Le forme scelte per infliggere dolore al condannato sono, al pari delle condizioni giudiziarie e detentive, specchio del grado di diritto, o abuso, che uno Stato può esercitare sul singolo. Gran parte della sequela di aberranti costrizioni, di violenze e abusi che macchiano la dignità di una pena, risulta ridondante nelle forme attuate in epoche e luoghi differenti, ma la capacità di strutturarne di nuove, in un crescendo di disumano controllo dell’altro, delinea l’inasprirsi della volontà coercitiva e repressiva di un governo intimamente intimorito dal popolo, convinto di non avere altri mezzi oltre al terrore per mantenere saldo il proprio potere, consapevole di non meritare il riconoscimento dei suoi cittadini e vacuamente intenzionato a mantenere il controllo attraverso uno strisciante terrorismo.

A caratterizzare l’assolutismo cinese nei confronti di questa congregazione, forse temuta per il suo presunto potere attrattivo, non è la mera tortura dell’infliggere dolore anche fino alla morte, ma quella esplicata attraverso la mercificazione del corpo, la sua macellazione commerciale, l’alessitimia di fronte a un altro sé che permette di ideare e attuare pratiche inumane quanto sprezzanti del valore che andrebbe riconosciuto a ogni esistenza.

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Ai Weiwei, Profughi di plastica, 2017

Trasformare un essere umano in una fonte di profitto attraverso l’espianto forzato e la vendita di sue parti fisiche e vitali, annichilisce nell’intimo il concetto di dignità, di giustizia, svilisce il senso di una pena sancita come socialmente funzionale: altro non è che la manifestazione del disprezzo che un governo, attraverso le sue estensioni giudiziali e esecutive, mostra per la condizione e il destino di quei soggetti che fanno parte del Paese, che ne costituiscono l’insieme e le sfaccettature poliedriche di un’umanità fortunatamente plurima e variegata.

Nel distacco dei Laongai [4], campi di concentramento istituiti, in Cina, nel 1950 da Mao Zedong, ispiratosi al modello staliniano dei Gulag della Russia, il prelievo degli organi dai corpi vivi dei detenuti ha supplito per decenni alla notevole carenza di donatori nel Paese, rappresentando circa il 75% del totale degli espianti, e dei trapianti. Nessuna conferma giunge dalle istituzioni, ma la sproporzione tra i pochi donatori e i tanti trapianti effettuati, unita a un’alta incidenza di dichiarati, questi sì, check-up per monitorare approfonditamente il grado di salute dei detenuti politici, conferisce una marcata veridicità alle testimonianze raccolte dalle differenti inchieste condotte da organizzazioni per la difesa dei diritti umani.

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Ai Weiwei, Bang, 2013

Se, come ha suggerito Michael Focault, «non esiste una sola cultura al mondo in cui sia permesso di fare tutto» (2012: 478), non esiste neppure un potere al mondo che, troppo a lungo, abbia potuto arrogarsi il diritto di fare tutto a discapito dei propri cittadini; contestualizzare la ferocia che può essere amministrata in forma di giustizia permette di comprendere meglio anche le dinamiche di opposizione, di rivolta, di scontro tra il popolo e il governo in carica.

Le oppressioni che hanno segnato la storia dell’umanità hanno spesso conosciuto la parabola del potere, quando la sensazione di non avere più altro da perdere, quando l’esasperazione e l’annichilimento dei cittadini si sono fatti più marcati, hanno macerato le coscienze, hanno trasformato la paura in sfinimento e lo sfinimento in dilagante desiderio di porre fine a un vivere inaccettabile, anche a costo di incorrere in quelle pene sibilate o dichiaratamente destinate agli oppositori. «Il dolore inerisce alla vita come contrappunto che dà pienezza al fervore d’esistere», sostiene David Le Breton (2016: 2018), e la costante paura della sofferenza psichica e fisica finisce coll’esacerbare quelle insoddisfazioni sociali che proprio con la minaccia del tormento molti governi cercano di reprimere, accendendo in contrappunto la fame collettiva di libertà.

La veemenza e la determinazione dell’attuale opposizione del popolo cinese nei confronti del governo e delle sue appendici esecutive è specchio, forse, proprio dell’innescarsi di tali dinamiche, è la risposta quasi meccanica alla insostenibile azione di forza e di violenza di Stato.  Ma è anche il riflesso di una cultura nuova, naturalmente ibrida, sempre più miscelata a quella visione occidentale tanto preponderante nei circuiti della globalizzazione. Opporsi, testimoniare, esporsi alla repressione, diventa quindi al tempo stesso l’affermazione del proprio diritto e la rivendicazione ad un’appartenenza transculturale, ad una civiltà globale, ad un sentire comune che, sconfinando oltre la frammentazione di Stati e nazioni, si dibatte tra la diffusione dei diritti individuali e delle garanzie democratiche da un lato, e l’oggettiva asimmetria dei rapporti economici e dei poteri politici, dall’altro.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020
Note
[1] https://chinatribunal.com/submissions/: è qui possibile attingere a una corposa raccolta di rapporti, atti, testimonianze.
[2]https://chinaview.wordpress.com/2007/03/29/list-of-china-modern-torture-methods-photo/; http://organharvestinvestigation.net/
[3]https://www.theepochtimes.com/an-unprecedented-evil-persecution-chapter-thirteen-chinas-execution-transplantation-system-and-international-institutions-a-too-sticky-wicket_3022488.html;https://www.epochtimes.it/news/inferno-in-terra-gli-oltre-100-metodi-di-tortura-delle-carceri-cinesi/
[4] Láodònggǎizào nella forma non contratta, indica la riforma dell’individuo attraverso il lavoro.
Riferimenti bibliografici
Albert Camus, Riflessioni sulla pena di morte, Bompiani, Milano, 2018.
Noam Chomsky, La fabbrica del consenso. La politica e i mass media, Il Saggiatore, Milano, 2014.
Noam Chomsky, in AA.VV, Il libro della filosofia. Grandi idee spiegate in modo semplice, Gribaudo, Milano, 2018.
Michel Foucault, Storia della follia nell’età classica, Rizzoli, Milano, 2012.
David Le Breton, Antropologia del dolore, Meltemi, Milano, 2016.

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Valeria Dell’Orzo, antropologa culturale, laureata in Beni Demoetnoantropologici e in Antropologia culturale e Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha indirizzato le sue ricerche all’osservazione e allo studio delle società contemporanee, con particolare attenzione al fenomeno delle migrazioni e delle diaspore e alla ricognizione delle dinamiche urbane. Impegnata nello studio dei fatti sociali e culturali e interessata alla difesa dei diritti umani delle popolazioni più vessate, conduce su questi temi ricerche e contributi per riviste anche straniere.

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