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Il coraggio dei leoni e la fragilità degli adolescenti

i_leoni_di_siciliadi Piero Di Giorgi

A un certo punto dell’evoluzione della vita, alcuni nostri progenitori si staccarono dalle scimmie antropomorfe e costruirono da sé i primi arnesi in modo intenzionale. Fu un passaggio di fase fondamentale che portò alla nascita del lavoro e del linguaggio e determinò un salto qualitativo dello sviluppo umano, dalla supremazia delle leggi biologiche a quella delle leggi storico-sociali. Il linguaggio, come ha messo bene in luce Lev Vygotskij, da strumento di comunicazione esterna, si trasformò in linguaggio interno e cioè in pensiero. Non a caso, l’autore, riprendendo Marx, definisce il linguaggio «la coscienza pratica degli uomini».

Un’altra tappa importante è stata la nascita della scrittura, che è la trasposizione grafica della lingua parlata e la fissazione di un significato in una forma esterna più o meno durevole. Essa non è presente in tutte le culture, ed è tuttavia il mezzo finora più efficace per la conservazione e la trasmissione della memoria storica. Come dicevano i latini, verba volant, scripta manent. Ed è soprattutto questo rimanere che permette allo scrivente e al lettore l’osservazione e la riflessione sulla scrittura divenuta oggetto riflesso.

La scrittura, dal punto di vista antropologico, costituisce un grande deposito di memoria e di cultura e un’estensione universale del sapere. Sia il linguaggio parlato che quello scritto non restano immutabili ma si evolvono nel tempo e coesistono anche forme lessicali diverse in una stessa epoca. Ho fatto questa premessa introduttiva perché mi soffermo a scrivere di due libri, il primo dei quali è stato un successo straordinario e che continua ancora (Stefania Auci, I leoni di Sicilia, ed. Nord, Milano 2019); il secondo (Glauco Marino, L’affair Moreau, ed. Santelli, Cosenza 2019) non ha avuto la stessa eco. E tuttavia i due libri hanno alcune cose in comune: gli autori sono entrambi della Sicilia occidentale, entrambi sono esordienti e hanno un gran ritmo narrativo, incalzante, da farmi venire in mente la notissima poesia Ricordati Barbara di Jacques Prévert:

«Ricordati Barbara pioveva senza tregua quel giorno su Brest/ E tu camminavi sorridente/ Raggiante rapita, grondante, sotto la pioggia/ Ricordati Barbara/Pioveva senza tregua su Brest/ E t’ho incontrata su rue de Siam/ E tu sorridevi, e sorridevo anche io/Ricordati Barbara/ Tu che io non conoscevo/Tu che non mi conoscevi/Ricordati, ricordati comunque di quel giorno/Non dimenticare/ Un uomo si riparava sotto un portico/E ha gridato il tuo nome/Barbara/ E tu sei corsa incontro a lui sotto la pioggia/grondante rapita raggiante/Gettandoti tra le sue braccia/Ricordati di questo Barbara/E non volermene se ti do del tu/Io do del tu a tutti quelli che amo/Io do del tu a tutti quelli che si amano/Anche se non li conosco/Ricordati barbara, non dimenticare/Questa pioggia buona e felice/Sul tuo viso felice/Su questa città felice/Questa pioggia sul mare, sull’arsenale/Sul battello d’Ouessant/…» e così  ritmicamente continuando…

 Sentite l’incipit del Libro I leoni di Sicilia:

 «Il terremoto è un sibilo che nasce dal mare, s’incunea nella notte. Gonfia, cresce, si trasforma in un rombo che lacera il silenzio».

 Ed ecco l’incipit di L’affair Moreau:

 «Jared disegnava traiettorie sicure con le ruote della sua moto piegando dolcemente ad ogni curva, aprendo e chiudendo il gas con mani sicure ed esperte, sentendo vibrare i due cilindri del motore in mezzo alle sue gambe».

In un romanzo, a differenza della poesia, il ritmo narrativo può procedere per pause, con frasi brevi ma efficaci, colpi di scena, emozioni o parolacce, quantità e densità delle descrizioni, plasticità del linguaggio, come avviene nei due libri. A parte le suddette cose comuni, per il resto ci troviamo su due registri opposti, sia per contenuti sia per il lessico.

Il libro di Stefania Auci si può definire un romanzo storico, è la ricostruzione della saga familiare dei Florio, a partire dal 1799, allorquando i fratelli Paolo e Vincenzo Florio e le loro famiglie, provenienti da Bagnara Calabra, sbarcano a Palermo. Qualche giorno prima un terremoto aveva messo a rischio la loro vita a Bagnara e Paolo certifica il suo desiderio di volere andare via da quel paese, rivolto al fratello Ignazio: «voglio di più Ignà. Questo paese non mi basta più. Questa vita non mi basta più. Voglio andare a Palermo».  Loro si occupano di spezie e in poco tempo il loro negozio diviene il migliore della città. Poi avviano il commercio dello zolfo, cominciano a comprare terreni e fabbricati dai nobili decaduti. Diventano anche proprietari di una compagnia di navigazione, industriali del vino e nascono le cantine Florio che ancora oggi possiamo ammirare. Dopo la morte di Paolo, prende le redini il fratello Ignazio, che fa anche da padre al nipote Ignazio, mentre un sentimento compulsivo verso la cognata Giuseppina lo tiene in una condizione conflittuale tra l’impulso del desiderio che brucia e le ragioni dell’Io, sostentato dall’etica del Super-Io, che al “voglio” dell’Es risponde “non devi”. Rinuncerà a una sua famiglia e trasmetterà tutta la sua esperienza al nipote Vincenzo, che la mette a frutto, dimostrando grandi capacità imprenditoriali. In pochi anni conduce “Casa Florio” a un’inarrestabile ascesa, che si espande dal commercio all’industria, dal settore vinicolo alle tonnare, attraverso un metodo rivoluzionario per la conservazione del tonno sott’olio, alle cave di zolfo, al settore assicurazioni, suscitando l’invidia e il disprezzo dei loro concorrenti e dei nobili parassiti, per i quali sono sempre “facchini” e “portarrobbe”. Tuttavia, alla fine, i nobili entrano nelle case e nelle ville dei Florio, a cui chiedono favori e prestiti.

I maschi Florio sono uomini di grande ambizione e di forte perseveranza degli obiettivi che si propongono. Assumono atteggiamenti di forza, di comando e si danno un tono di durezza ma nel profondo sono esseri fragili. Un ruolo centrale assumono le due donne, Giuseppina moglie di Paolo e madre di Vincenzo, e Giulia, la milanese che diviene la moglie di Vincenzo. Ufficialmente, hanno un ruolo subalterno e di obbedienza ai voleri dei loro mariti, conforme al ruolo della donna nella società ottocentesca e fino agli anni ’60 del Novecento. Ma, come sempre è accaduto, le donne riescono ad essere fondamentali nelle vicende dei loro uomini, anche dei più potenti. La prima, nonostante i sensi di colpa verso un marito che non ha mai amato, sacrifica anche l’amore, pur di mantenere l’unità della famiglia; la seconda, Giulia rappresenta il porto sicuro dove trova rifugio e conforto la fragilità di Vincenzo, il quale ha la consapevolezza che Giulia è stato un dono e che senza la sua presenza e la sua dedizione non avrebbe potuto raggiungere i suoi successi.

Il romanzo si chiude con la morte di Vincenzo. Già da qualche tempo di Casa Florio si occupa suo figlio Ignazio, che si è sposato. Prima di spirare, Vincenzo Florio riesce a capire che gli è nato un altro nipote maschio, che sarà chiamato Ignazio junior. La discendenza e il futuro di Casa Florio sono assicurati.

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La rivoluzione di Palermo del 1820

Durante la narrazione, l’autrice, col suo brillante lessico, non perde l’occasione per illustrare la bellezza di luoghi e la ricchezza dell’arte e dei monumenti di Palermo, città imperiale, dandone delle rappresentazioni icastiche. Il racconto dei Florio è scandito dalle vicende storiche che attraversano la loro vita, a partire dalla ribellione contro la monarchia borbonica dei giacobini di Napoli, che proclamano la Repubblica napoletana, costringendo Ferdinando IV a rifugiarsi a Palermo proprio nell’anno in cui vi approdano i Florio. Nel 1812, seguirà una nuova rivolta in Sicilia, a causa di una tassa imposta sempre da Ferdinando IV e in quella occasione il Parlamento siciliano promulga una Costituzione che esautora il re borbonico e che prevede l’abolizione dei feudi e la riforma degli apparati statali. E poi ancora la rivolta a Palermo del 1820 che ripristina la Costituzione del 1812, abolita dal Borbone, e costringe il principe Francesco a rifugiarsi a Napoli. Rivolta repressa nel sangue a causa delle discordie tra le città siciliane. E poi ci sarà il famoso ’48. Anche a Palermo Giuseppe La Masa e Rosolino Pilo guidano l’insurrezione contro i Borbone. Ferdinando II concede la Costituzione e tutti gli Stati italiani lo imitano, compreso Carlo Alberto e lo Stato pontificio. Tuttavia, ancora una volta la rivolta popolare viene repressa. Come al solito, Ferdinando II sospende a tempo indeterminato la Costituzione. Si giunge così al 1860, i Florio sono nel pieno della loro ascesa e del loro successo, Garibaldi, aiutato dai nobili più avveduti e da intellettuali borghesi, in particolare Francesco Crispi, che diventerà avvocato di Casa Florio e poi Presidente del Consiglio, Ministro degli esteri e degli interni del Regno d’Italia, sbarca a Marsala e consegna la Sicilia a Vittorio Emanuele II. L’Italia è unita sotto la dinastia dei Savoia, che estendono, a tutto il Meridione e all’Isola, la loro legislazione, il loro sistema economico e fiscale. La Sicilia, di fatto, viene annessa al regno sabaudo. Anche Vincenzo Florio è infuriato per il comportamento dei nuovi regnanti, che la fanno da padroni in Sicilia ma riesce ad essere anche un buon diplomatico e a trattare da pari a pari con i rappresentanti del nuovo potere, facendo comprendere l’importanza dell’impero Florio nei nuovi assetti della Sicilia.

La scrittura di Stefania Auci è piacevole e di intensa vitalità, con tanta immaginazione, un vasto armamentario fantastico, metafore, invenzioni linguistiche che trascinano il lettore, lo coinvolgono emotivamente, lo incuriosiscono, lo intricano e lo trascinano tanto da non volersi staccare dalla lettura.

unnamed-15-1040x1387L’affair Moreau di Glauco Marino, penso che per tipo di scrittura e lessico si possa assimilare un poco a Fabio Volo. Si presenta enigmatico sin dal titolo. Si può dire che si tratta di un thriller ma questo si capisce soltanto alla fine. Il dramma si manifesta quando non te lo aspetti.  La prima volta che si parla della famiglia Moreau è a pagina 98, dove si scopre che si parla della famiglia di Chloé. La storia è ambientata in California, in una piccola città inventata, in cui un gruppo di amici, che avevano fatto insieme l’high school, decidono di aprire un locale, coinvolgendo il protagonista Jared, un giovane intellettuale, che in passato era stato un produttore-organizzatore di eventi, per poi dedicarsi agli studi, abbandonando locali notturni e movida.

Prima l’autore fa una presentazione dei personaggi, evidenziandone i tratti e i profili caratteriali, da cui emerge un mondo dove si fa uso frequente di droghe e di alcool e si esercita una sessualità abbastanza libera, si fumano sigarette, sigari, canne e ogni altra roba fumabile, una miscela di donne, droga e rock and roll, tra cui fa capolino anche il peyote. Lo stesso locale che devono aprire si chiama Flat Track, una sorta di club di appassionati dell’omonima droga. Non manca il linguaggio dei social, la scrittura in chat o la visione di film wuxia sulle avventure di eroi marziali della tradizione cinese.

Jarez si butta nell’avventura dell’inaugurazione del nuovo locale, che lo farà regredire nel tempo. Nell’occasione dell’inaugurazione del locale, incontrerà Chloé, un’adolescente problematica di 14 anni, che aveva avuto problemi di droghe e alcool e che ha un rapporto molto conflittuale con la madre Odette, persona molto disturbata, possessiva, aggressiva, dominatrice sul marito e sulla figlia. Personaggi ed eventi si avvicendano nelle pagine e si caratterizzano attraverso i loro gesti e le loro parole. L’autore non tralascia di affrontare anche tutti i conflitti e le vicende dei diversi attori, cercando di esplorarne le problematiche psicologiche e i sentimenti, in particolare il sottile discrimine tra amicizia e amore che, a partire dalla Nouvelle Héloise, è quasi impercettibile.

Jarez rappresenta una sorta di Pigmalione per Chloé. Ne intuisce le doti, l’intelligenza, le suggerisce i libri da leggere, le consiglia di ascoltare la musica colta della più alta espressione del jazz attraverso i sassofonisti John Coltrane e Sonny Rollins, di Coleman Hwkins e Luster Young.

Ad un tratto, amici e amiche di Jarez gli fanno domande sull’affair Moreau. Egli casca dalle nuvole. Capisce che c’è di mezzo Odette con le sue paranoie e che, nonostante Jarez l’avesse rassicurata e avesse chiarito che, per lui, Chloé era un’amica a cui voleva bene, malignava che ci potesse essere del sesso tra i due. Anche Jared s’interrogava su quel legame con Chloé, ma respingeva al mittente ogni idea che egli potesse essere un ignobile mostro e mal sopportava quel meschino e infamante chiacchiericcio sulla sua persona, che voleva, al contrario, proteggere Chloé da ogni pericolo. Si entra nella fase finale del thriller, che lascio al lettore da scoprire, dicendo solo che si tratta di un finale da Arancia meccanica di Stanley Kubrick, tratto dall’omonimo romanzo di Antony Burgess o di un finale alla Quentin Tarantino.

A parte la ritmicità della scrittura a cui ho accennato, il romanzo è ricco di fantasia, di bellissime immagini e metafore. Forse la parola c-a-z-z-o in qualche occasione ci poteva stare bene ma in certe pagine è molto abusata e si declina come sostantivo, aggettivo, soggetto, oggetto, complemento di specificazione.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020

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Piero Di Giorgi, già docente presso la Facoltà di Psicologia di Roma “La Sapienza” e di Palermo, psicologo e avvocato, già redattore del Manifesto, fondatore dell’Agenzia di stampa Adista, ha diretto diverse riviste e scritto molti saggi. Tra i più recenti: Persona, globalizzazione e democrazia partecipativa (F. Angeli, Milano 2004); Dalle oligarchie alla democrazia partecipata (Sellerio, Palermo 2009); Il ’68 dei cristiani: Il Vaticano II e le due Chiese (Luiss University, Roma 2008), Il codice del cosmo e la sfinge della mente (2014); Siamo tutti politici (2018).

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