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Bologna 1970-2020: l’antropologia per capire la complessità del presente. Conversazione con Matilde Callari Galli

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Bologna 1977 (ph. Tano D’Amico)

di Lella di Marco

Senza dubbio con Matilde Callari Galli nei suoi quasi cinquanta anni di attività politico-culturale sul territorio, Bologna è stata “una città migliore”. Con la cultura, l’accoglienza, l’attenzione ai più fragili, la cura del contesto urbano, la sollecitudine ai bisogni di aggregazione, coesione, libertà e riconoscimento. Con la teorizzazione dello studio personale come apprendimento, impegno, fatica, possibilità di emancipazione e di liberazione. Lo studio come formazione ed elaborazione del pensiero e dell’azione. Riflessione e responsabilità di scelte. Consapevolezza dei doveri sociali e coscienza dei diritti individuali come persona.

Matilde Callari Galli non si risparmia. È sempre sul campo; per osservare, capire ma soprattutto intervenire. Non può tacere e non nasconde la sua preoccupazione per il presente ma soprattutto per il futuro del nostro Paese. Per le nuove generazioni. Per le intelligenze sprecate. Per i talenti mortificati, calpestati, ignorati. Per i giovani di origine migrante che la scuola non sostiene, deprivati del sapere necessario in un percorso scolastico, spesso, mortificante ed escludente. Ma pensa anche ai nativi, costretti troppo spesso ad emigrare o a vivere da “ultraprotetti” in un mondo che chiede coraggio, volontà di rischiare, sapersi muovere, districarsi in una contemporaneità piena di lacci e grovigli. Come potrà essere in Italia la futura classe dirigente quando già stiamo assistendo da anni al suo degrado culturale da parte di chi pretende di gestire il paese? Come e chi potrà elaborare un pensiero nuovo? Siamo tutti vecchi ormai.

603-3Matilde comunque è sempre un punto di riferimento autorevole e sicuro e lei accetta ogni invito a discutere soprattutt se si tratta di infanzia, genitorialità, cultura, negazione dei diritti. Così in questi giorni l’abbiamo vista ad una rassegna cinematografica a sostenere la causa dei bambini curdi, soli-orfani perché i genitori sono stati assassinati per motivi politici, costretti a vivere per strada a Diyarbakir, Tutto questo viene raccontato nel primo film The children di Diyarbaker del curdo Miraz Bezar emigrato in Germania. Primo film prodotto in Turchia in lingua curda. e proiettato  a Bologna in una rassegna cinematografica  sul cinema del popolo curdo , dove lei era stata invitata a presentare  e a gestire il dibattito.

Ed è proprio a partire dall’attenzione all’infanzia che, per Matilde Callari Galli, inizia la duratura collaborazione con le istituzioni pubbliche a Bologna, quando dopo le sue ricerche sull’analfabetismo nei paesi interni della Sicilia, gli anni di studi in Cambogia e negli Stati Uniti, la lunga sosta a Londra arriva come libera docente in antropologia all’università di Bologna, facoltà di Scienze della formazione. E tutto questo non è un caso. Contrastare l’analfabetismo scolastico e scoprire la cultura naturale che ogni essere umano porta con sé è una sua antica vocazione, un suo obiettivo strategico. Professionale, politico ed etico.

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Università Dams, Assemblea 3 marzo 1977, in primo piano Umberto Eco e Squarzina (ph. Enrico Scuro)

Sono gli anni 70 e per il capoluogo emiliano erano anni di grande fermento culturale e politico. Notevole squadra di pedagogisti all’Università: Genovese, Bertolino, Canevaro, Gatullo…  e collegamenti con  il gruppo dei pedagogisti  di Reggio Emilia dove si stava costruendo un modello, esportato in tutto il mondo,  di “scuola per l’infanzia” con personaggi della statura di Loris Malaguzzi e Bruno Ciari. A Bologna intanto prende il via l’esperimento del primo nido ad opera della senatrice del PCI Adriana Lodi, “laureata” honoris causa, proprio in questi giorni nell’Ateneo felsineo. L’idea di avviare nidi e scuole per l’infanzia parte dopo un suo viaggio a Stoccolma per mandato politico. Entusiasta di quel sistema scolastico per l’infanzia, si ferma ancora per verificare sul campo l’attività didattica, i rapporti tra bambini, genitori, educatori e operatori della struttura della quale apprezza con entusiasmo l’arredamento, la funzionalità di ogni elemento, a misura di bambino/a.  Farli accettare a Bologna non è stato subito facile, ha significato anche costruire una equipe di antropologi e pedagogisti per lavorare sull’infanzia, sulla funzione genitoriale, sul bambino anzitutto: il primo portatore di alterità.

Il gruppo di docenti esce dall’Ateneo, va sul territorio. La periferia di Bologna che oggi è abitata dagli immigrati stranieri, allora era “il luogo” degli immigrati meridionali, con le case popolari costruite con più vani, per quelle famiglie con tanti figli. Così in quei nidi, in quelle scuole per l’infanzia, i piccoli siciliani, napoletani, lucani sono stati i primi portatori di culture diverse. Un’alterità da osservare, capire, annotare le mutazioni nel loro divenire: indispensabile per creare un clima di accoglienza e sostenere un processo di contatti con l’esterno. L’esperienza durerà circa dieci anni.

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Bologna 1977 (ph. Simone Nigrisoli)

Bologna la dotta la grassa l’accogliente

Poi arrivano anche gli “immigrati extracomunitari”. Come accoglierli anche con la cultura?  Con quei supporti indispensabili, oltre il soddisfacimento dei bisogni primari, perché come persone non perdano le loro caratteristiche culturali in senso antropologico e si possano inserire nel nuovo contesto, senza continuare a vivere con dolore la ferita dell’emigrazione

Bologna vanta la più antica università dell’Occidente da cui sono passati studenti illustri da Dante, Petrarca, Boccaccio in poi. Officina di pensieri, idee, di ricerca scientifica, anche oggi è una punta di eccellenza riconosciuta nel mondo. Da sempre città multiculturale, negli studenti stranieri che la popolano ha sempre visto una ricchezza culturale, che continua ad essere ritenuta tale, negli scambi e nelle esperienze di cooperazione, nei progetti Erasmus, nella fiducia riposta negli studenti e negli eccellenti docenti. Nella accoglienza con molte proposte artistiche, culturali, di socialità, di svago pensati e realizzato decisamente per loro.

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Bologna, piazza Verdi, anni Settanta (ph. Luciano Nadalini)

Bologna, anche fuori dall’Ateneo continua ad essere un laboratorio permanente di idee, sperimentazioni artistiche e nuovi linguaggi. Tra tradizione e innovazione. Laboratori di comunicazione e di connessione tra lingue, linguaggi e immaginario come quello poetico- politico che da qualche tempo aggrega giovani poeti che silenziosamente comunicano sistemando su punti strategici della città parole, pensieri ed emozioni, in forma di poesia. E tale ibridazione e commistione di culture e idee moltiplica le risorse espressive e le potenzialità comunicative, così da esitare in soluzioni creative inedite. Perché, come sostiene Matilde Callari Galli, 1+1 produce 3.  Un divenire inevitabile per arrivare alla società meticcia. Senza conflitti né violenza né sopraffazione o imposizioni. La creatività nell’arte è la forma più facile di meticciato e, in tal senso, nella musica questo avviene da sempre, come in nessuna altra forma artistica.

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Bologna, 27 maggio 2017

E tale è stato da subito il pensiero di società che l’ha spinta a mobilitarsi “per accogliere l’altro” con l’arrivo dei primi immigrati. Oltre le leggi nazionali e i decreti sulla migrazione. Del resto, nonostante i vincoli allo Stato centrale, i comuni e le regioni hanno ancora una loro autonomia e possono inventare progetti e sviluppare alleanze con privati e forze sociali. Matilde ci parla di esperienze e di progetti pensati e coordinati da lei stessa in tal senso, che a Bologna sono punte di eccellenza, come l’Istituto contro l’esclusione sociale Don Paolo Serrazanetti e La casa Zanardi – emporio solidale fondato esclusivamente su donazioni di ogni genere, sulla redistribuzione, senza circolazione di denaro. Il tutto nello spirito di solidarietà concreta per contrastare la povertà educativa, relazionale ed economica.

Il primo progetto ancora in azione è unico per le modalità per cui è stato costituito. Porta il nome di Don Paolo Serrazanetti, un religioso anarchico, come veniva definito negli ambienti ecclesiastici e laici, docente universitario di letteratura cristiana antica e di esegesi del Nuovo Testamento, vicinissimo agli ultimi, alle persone più povere e fragili, ai quali ha lasciato per testamento i suoi averi consistenti in piccoli appartamenti. L’associazione, con la gestione legale, del comune di Bologna istituisce delle case di transizione per chi è veramente solo e senza tetto. Gli accolti vengono seguiti per un tempo massimo di ventiquattro mesi, in un percorso di cittadinanza attiva e di avviamento al lavoro.

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Bologna, Centro Zanardi

Più complessa e con obiettivi diversi e più ampi dal 2014 l’istituzione delle Case Zanardi, grazie alla collaborazione del terzo settore pubblico per l’inclusione sociale, la stessa istituzione Serrazanetti –Ardigò e volontari che socializzano le loro competenze. Obiettivo offrire ai residenti nel Comune di Bologna in stato di difficoltà socio-economico, anche momentaneo, supporto materiale, spazio di relazione, strumenti di informazione e formazione.  Il progetto è anche un omaggio e una riproposizione di quanto realizzato da Francesco Zanardi, primo sindaco socialista di Bologna, noto come “il sindaco del pane” perché riconducibile ai negozi Zanardi, che istituti nel 1914 contribuirono ad alleviare i disagi della popolazione durante il conflitto mondiale iniziato poco dopo. Il motto di Zanardi era “Pane e Alfabeto”, e il progetto, oggi, cerca di riproporre quello stesso modus operandi. Le Case Zanardi sono aperte in diversi quartieri della città per consentire ai nuclei familiari presi in carico di potere accedere gratuitamente a beni di prima necessità e di aver assistenza per l’igiene e la cura della persona e della casa. Case Zanardi vuole anche essere un luogo di esperienze di partnership con organizzazioni un contesto di sperimentazioni e contaminazioni volte a istituire relazioni con i territori e i loro abitanti, attraverso, ad esempio, l’organizzazione di feste di strada e altri momenti volti al divertimento.

Un ruolo non meno centrale in questo contesto sociale e culturale l’ho ha avuto e continua ad averlo il centro interculturale Massimo Zonarelli: crocevia di popoli e di relazioni, come avere il mondo che transita sotto gli occhi, stando fermi. Più di venti anni di pratica operativa, incontro di uomini, donne e bambini di altri mondi con tali mondi addosso. La ferita della migrazione ma anche la speranza di ri-costruirsi. Volontariato, associazionismo, progetti di inclusione in quello che veniva chiamato centro di seconda accoglienza. Matilde è presente con la sua passione e la forza delle sue analisi, del pensiero, il suo saper capire l’altrove.  Che è già in casa nostra.

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Matilde Callari Galli

 Lo stato delle cose

Quando i diritti vengono sempre calpestati, la politica non fa passi avanti, la cultura bistrattata, le scuole non sono adeguate, i giovani migranti non sostenuti nello studio, i nostri giovani superprotetti mentre la popolazione invecchia, cosa fare? Quando in un Paese di vecchi non si pensa alle nuove generazioni e non si produce pensiero nuovo, quale futuro è possibile? Su tali tematiche Matilde Callari Galli ha come un calo di speranza e di passione, magari con qualche contraddizione emotiva ma intellettualmente è lucidissima.

Non vede spiragli di rinnovamento, anche i movimenti di piazza spontanei di “contrasto sociale” li vede nella loro globalità, anche con simpatia umana, ma non pensa che un futuro rinnovato possa essere prodotto da un movimento spontaneo senza organizzazione, mentre i governi continuano con le loro staticità, le loro inerzie, ritardi, miopie. Si può avere simpatia per il movimento delle sardine e per quello ambientalista, ma le declamazioni da sole non bastano. La politica deve essere all’altezza delle sfide che abbiamo davanti. Allora Matilde cita Giorgio Agamben e il potere sulla nuda vita, espressione che fa riferimento a Benjamin. Deplora il finto impegno intellettuale di chi denuncia i crimini dei totalitarismi del secolo scorso, senza riflettere sul nesso tra gli orrori dei totalitarismi veri e l’orrore dei totalitarismo invisibile della sovranità moderna, i cui meccanismi sono da ricondurre alla bio-politica. A quello che ruota intorno all’essere umano come Bios su cui il potere sovrano esercita la sua volontà totalizzante, una condizione per definizione eccezionale, esclusiva, ma allo stesso tempo pienamente interna alla normale stato delle cose, al regime dell’ordine condiviso. Ad esempio, la negazione dello Ius soli ovvero della cittadinanza ai figli degli immigrati, la stretta dei permessi di soggiorno sono soppressione e cancellazione di diritti fondamentali, la negazione del riconoscimento dell’individuo come soggetto sociale per Matilde è già una forma di annientamento dell’individuo che di fatto è invisibile. Non esiste. Per cui anche la sua morte eventuale è invisibile, passa sotto silenzio.

Qualche mese fa in provincia di Bologna un giovane rapinatore è stato ucciso con un colpo di fucile dal custode di una villa, il quale aveva sentito rumori sospetti intorno all’abitazione. Il cadavere della vittima è stato trovato, da solo, vicino alla stalla dalla quale aveva preso qualche attrezzo agricolo. Senza nome, senza dati anagrafici, apparentemente proveniente dai paesi dell’Est, nessuno ne reclama la scomparsa. La salma, non riconosciuta, giace in cella frigorifero all’obitorio. Nessun riconoscimento, nessun morto, nessun colpevole, E così tanti incidenti mortali di  tanti lavoratori stranieri clandestini, definiti “neri”, in nero, ovvero inesistenti.

Agamben è ancora utile – dice Matilde – per interpretare la realtà contemporanea senza cadere nell’illusione di vivere in una società già emancipata, ma anche senza il cinismo di chi non vede vie d’uscita rispetto al totalitarismo contemporaneo.

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Bologna, Centro interculturale Zonarelli

Centro interculturale Zonarelli: esperienze di donne migranti e associazioni

Ho conosciuto Matilde tanti anni fa quando lei esponente di spicco dell’Istituto Gramsci e di tutto il resto nato da sue progettualità e aggregazioni a Bologna, ancora come docente all’università, venne a parlare con un gruppo di donne femministe di cui facevo parte, che volevano attivare una linea telefonica notturna come sostegno alle donne vittime di violenza psico-fisica. Il corso era impostato sull’identità di genere, sulle dinamiche di formazione dell’identità soggettiva. Io siciliana, in un gruppo di donne emiliane, risultai anomala. Matilde stessa mi definì «in contrasto», credo volesse dire antagonista ai modelli convenzionali di donne che in Sicilia erano state il mio riferimento: le mie educatrici. Quelle che mi avevano avviato alla vita e alla socialità. Fuori dalla famiglia. La mamma, le nonne. Le zie.

Le raccontai la mia storia, i miei studi, il mio attaccamento a certe situazioni e mi considerò dentro la grecità che mi era stata trasmessa in termini storico-culturali, con cui ero entrata in contatto attraverso la storia e la letteratura e che mi aveva affascinata. Credo proprio che Matilde, subito, avesse capito tutto di me. Ancora oggi trovo risposte soltanto nei classici latini e greci. Non riesco a non riconoscere la parola e la ragione dell’uno per un incontro con la parola e la ragione dell’altro. Credo che i classici abbiano il potere di curare il mondo malato, e in questo mi trovo in buona compagnia di Antonio Gramsci, molte spesso dimenticato, quando sostiene che le degenerazioni e i fenomeni morbosi, espressioni di un mondo in crisi, possano trovare un sicuro effetto terapeutico nei classici. Credo nel contatto fra gli esseri umani portatori di culture diverse, come credo che anche i nostri giovani nativi e il popolo siano più avanti dei politici e inevitabilmente saranno loro a produrre un pensiero nuovo per un mondo più vero e giusto con meno diseguaglianze.

Oltre 20 anni di lavoro assieme alle donne straniere sono stati esperienza straordinaria di conoscenze, relazioni, apprendimento. E Matilde ci ha sempre accompagnate con i suoi riferimenti teorici. La sua conoscenza antropologica per leggere l’esistente ed eventualmente rivedere il tiro delle nostre azioni. Il Centro Zonarelli, nato alla fine degli anni 90 con i fondi europei, per accogliere i migranti e accompagnarli in un percorso anche di produzione interculturale assieme, ha visto fasi diverse, dai primi incontri sentiti, pieni di passione reciproca, collaborazione, progettualità, speranza di futuro da parte dei migranti. Un futuro da potere “mostrare” nei paesi di provenienza come una risposta vittoriosa alla sofferenza del loro percorso migratorio. Un riscatto che per molti di loro non c’è stato, anzi con l’arrivo della crisi economica la situazione di molti è peggiorata. Licenziamenti, cassa integrazione, meno assistenza sociale, casse del Comune più vuote, solidarietà sociale meno generosa. Vita civile carica di sentimenti contrastanti. Spesso negativi con aggressività, paura, richiesta di sicurezza. Islamofobia.

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Corso di italiano per stranieri al Centro Zonarelli, dicembre 2019 (ph. Hanna Casali)

E gli stessi migranti che vedono l’Italia colpevole due volte nei loro confronti: la prima volta per il colonialismo di lontana e sbiadita memoria e adesso per la seconda volta, non riuscendo loro a garantire diritti e accoglienza. Alcune comunità si sono disgregate. Molti sono emigrati altrove, in Europa ma anche in Canada o negli USA. Pochi sono ritornati nei Paesi di provenienza, nonostante i progetti per il “rimpatrio assistito”. Anche le associazioni migranti hanno registrato un cambiamento. Alcune si sono chiuse in una specie di “corporativismo etnico” come autodifesa, forma di sicurezza ma anche allontanamento da possibili contaminazioni culturali dell’Occidente.  Ma, a mio avviso, l’impronta culturale e politica che continua a rimanere forte, lasciata da molte altre associazioni, è ancora notevole. E questo credo sia unico in Italia. Mi riferisco all’operato anche in rete fra associazioni e istituzioni, dove   non c’è politica di integrazione come assimilazione alla cultura del Paese ospitante, ma rispetto delle diversità per progetti e obiettivi comuni. Cito, per entrare nel concreto, l’associazione iraniana, l’associazione delle donne congolesi, “Sopra i ponti”, “La diaspora ivoriana”, tutti i gruppi culturali come i Cantieri meticci e il Teatro dell’Argine, condotti da straordinari registi teatrali che operano con compagnie costituite da nativi e migranti e attivi in diversi punti della città e paesi limitrofi.

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Bologna, Giornata degli immigrati, 2013

L’associazione Annassim di donne native e migranti provenienti dal nord Africa, Palestina, Iraq conduce un’attività collettiva su un piano di “sorellanza”, lavorando su potenzialità e soggettività di ciascuno, sulla consapevolezza della importanza dell’istruzione e del sapere. Donne migranti oggi fiere che le loro figlie, vivaci intellettualmente, frequentino l’Università   o già laureate   abbiano una coscienza dell’autonomia e del valore di cui ogni donna è portatrice. Nella emancipazione delle figlie ritrovano il loro riscatto. E come esempio vincente segnalo la pratica dell’associazione “Sopra i ponti”, costituita da marocchini e coppie miste, impegnata oltre che su un piano culturale per la conoscenza della civiltà e della lingua araba, anche con una rete di collegamenti internazionali, su progetti di cooperazione con il Marocco. Il loro intervento, con costanza nel tempo e adeguamento alle diverse fasi politiche, è stato e continua ad essere improntato alla richiesta continua di valori non negoziabili, al riconoscimento delle persone e dei loro diritti.  Proprio in questi giorni, tramite la loro mediazione come ambasciatori dal basso, i rappresentanti del comune di Bologna, compreso il sindaco Merola, sono ad un incontro a Casablanca   per discutere e stipulare con gli amministratori di quella città del Marocco, un   gemellaggio o “patto di collaborazione” che la città di Bologna ha fatto con la città di Meknes. Collaborano anche al “MED-villes”, progetto di cooperazione allo sviluppo, promosso dal comune di Bologna che viene attuato in Tunisia (paese prevalente) e in Marocco. Finanziato dalla Regione Emilia Romagna che vede tra i partners tutto il sistema delle ong nostrane: Cefa, Cospe, Nexus, GVC, oltre a Università. Tanto ed altre iniziative di cooperazione attuate dalla Regione appaiono pregevoli proprio per quello che rappresenta la cooperazione allo sviluppo, anche ai fini di contribuire alla costruzione di una realtà meno conflittuale fra i popoli. La situazione appare più difficile, quando le pratiche dei migranti e i loro obiettivi cozzano con le politiche – spesso legati ad interessi economici – che il governo italiano intrattiene con i loro Paesi di provenienza.

bolognaÈ inascoltata, da mesi, la protesta di artisti iraniani, veramente rigorosi intellettuali, conoscitori della storia e dell’arte del loro Paese, un mondo per noi ancora piuttosto oscuro, che chiedono al governo italiano sostegno, prese di posizioni per agevolare i movimenti degli 800 iraniani presenti nel nostro Paese. Ritardi o negazione di visti, ambasciata italiana in Iran inesistente, nessuna posizione politica rispetto alla negazione di ogni diritto in quel Paese. Grande accoglienza, invece, dei rappresentanti governativi iraniani, venuti in Italia in visita ufficiale. Addirittura con i nudi marmorei del Quirinale coperti da veli per non turbare le sensibilità islamiche. Eppure, In Iran ci sono ribellioni interne, lotte delle donne, contrasti violenti di cui si tace ogni informazione in Occidente, Italia compresa. Nella micidiale complicità dei mezzi di informazione. E questo non solo per l’Iran.

Certo sono lontani i tempi in cui associazioni di studenti palestinesi a Bologna lavoravano per preparare il Manifesto del Movimento per la cultura e la democrazia in Palestina. Soltanto 15 anni sono trascorsi ma sembra un secolo. Credo che nella presente fase storica la diplomazia dal basso e la cooperazione possano servire a disegnare un mosaico che evochi un mondo parallelo. La pace preventiva può essere costruita, a cominciare – come continua senza sosta a sostenere Matilde Callari Galli – da un pensiero nuovo, da una cultura ed una filosofia che riprendano il discorso interrotto dalla politica che cammina su un vecchio solco aperto da altro, che non sempre coincide con la soluzione dei bisogni e con il bene dei cittadini che dovrebbe rappresentare.

Bologna nel campo dell’immigrazione ha realizzato molto e bene, ma la realtà muta velocemente e la politica rimane indietro. Il modello bolognese non è esportabile, ogni cosa va contestualizzata Anche il territorio emiliano-romagnolo ha delle mine vaganti: infiltrazioni mafiose e punte di corruzione. I 551.222 di immigrati è pari al 12% della popolazione complessiva e al 6% in rapporto all’Italia nel suo insieme. Non siamo davanti ad un’invasione ed essere all’altezza delle sfide è una scommessa sul futuro che va costruito per la convivenza dei nostri figli.

Dialoghi Mediterranei, n.41, gennaio 2020

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Lella Di Marco, laureata in filosofia all’Università di Palermo, emigrata a Bologna dove vive, per insegnare nella scuola secondaria. Da sempre attiva nel movimento degli insegnanti, è fra le fondatrici delle riviste Eco-Ecole e dell’associazione “Scholefuturo”. Si occupa di problemi legati all’immigrazione, ai diritti umani, all’ambiente, al genere. È fra le fondatrici dell’Associazione Annassim.

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