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I quartieri ad Algeri e a Parigi di Fernand Pouillon architetto mediterraneo

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Fernand Pouillon, Il quartiere Climat de France ad Algeri (1955-57)

di Cesare Ajroldi

Fernand Pouillon è un protagonista tra i più significativi nel campo della architettura mediterranea. Non ha avuto molta fortuna critica per un lungo periodo, ed è stato “riscoperto” in anni abbastanza recenti. La sua figura si caratterizza per una serie di scelte radicali, molto importanti e in forte contrasto con una lettura “ortodossa” dell’eredità del moderno: l’uso della pietra che diventa cifra essenziale del suo linguaggio, il ricorso alla simmetria, la ricerca di una continuità col sistema insediativo della città, ne hanno fatto un esempio al di fuori delle storie che sono state costruite per un lungo periodo, per gran parte del XX secolo.

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Fernand Pouillon, Climat de France ad Algeri, 1955-57
Veduta del modello del complesso

Queste scelte si sono poi tradotte anche in un atteggiamento contrario alle istituzioni di carattere professionale, che lo hanno condotto a clamorosi avvenimenti: radiazione dall’ordine, arresto (1961), evasione (1962) e latitanza. Il suo libro autobiografico Mémoires d’un architecte [1] si apre con la cronaca dettagliata dell’evasione dalla clinica in cui era stato rinchiuso, seguita da quella del suo arresto, e si chiude con quella del processo che lo vide condannato a  tre anni e poi scarcerato dopo uno (fu poi amnistiato nel 1971 da Georges Pompidou).

Anche le fasi principali della vita sono state improntate ad azioni fuori dall’ordinario: comprò un castello in cui visse e morì, andò a lavorare nello studio che era stato di Perret (un evidente riferimento per le sue architetture) in rue Raynouard, suscitando le ire degli architetti francesi, e tante altre azioni che si possono leggere nei suoi scritti.

A dispetto di questi aspetti del carattere, costruì moltissimo, in Francia (soprattutto a Marsiglia e nel Sud, poi a Parigi), in Algeria, in Iran e altrove. Un libro pubblicato nel 2001, Fernand Pouillon architecte méditerranéen [2], lo situa con evidenza all’interno del quadro che si è delineato all’inizio dello scritto.

Ha scritto di lui Bernard Huet:

«Se lo si fosse potuto interrogare circa la sua collocazione nel dibattito in corso sull’architettura contemporanea, se egli si sentisse cioè un razionalista in ritardo o un precursore del movimento postmoderno, Pouillon avrebbe potuto rispondere, parafrasando Aldo Rossi, di non potersi ritenere postmoderno non essendo mai stato moderno. Prima di venire escluso dalla scena dell’architettura francese, egli si era già ritirato dal mercato della moda; non ritenne mai necessario crearsi, a differenza di tanti altri, uno stile, un’immagine stereotipata, facilmente identificabile da parte dei media e quindi vendibile. [ … ]
Dietro questa apparente molteplicità, da non confondersi con l’eclettismo opportunistico e commerciale delle grandi agenzie internazionali tipo Pei, SOM o Kurokawa, si ritrova un approccio poetico perfettamente riconoscibile. Per Pouillon, come per Luytens, Venturi o Moneo, il progetto non è né il luogo né il pretesto per stendere un manifesto dottrinale instancabilmente ripetuto e indifferente alle circostanze, ma una risposta esatta e specifica data dall’architettura a un contesto volta a volta diverso»[3].

Su questo tema, e nello stesso libro, il contributo di Jacques Lucan:

«I complessi di abitazioni popolari costruiti in Algeria ci sorprendono perché ricchi di preoccupazioni di carattere urbano, come certamente non lo era la maggioranza dei grands ensembles prodotti negli anni cinquanta. Questa inclinazione si traduceva in figure urbane semplici, dalle forme regolari facilmente coglibili, ricollegabili a certe grandi composizioni tradizionali; un’architettura solida, fatta di materiali duraturi quali pietra e mattoni; un “fraseggio” basato sulla ripetizione di espressioni facilmente leggibili: muri massicci, elementi più leggeri inseriti, porticati e colonnati monumentali, ampie scale, propilei a volte colossali, ecc.»[4]
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Fernand Pouillon, Climat de France ad Algeri, 1955-57
Veduta della piazza

Il quartiere Climat de France ad Algeri (1955-57)

Si tratta del suo progetto, per me ma non solo, di maggiore e straordinaria qualità: un quartiere per 3500 alloggi, con un edificio a corte di 261 metri per 66, con una immensa corte caratterizzata da 200 colonne, che danno il nome a questo monumento (così lo definì Pouillon). L’architetto scrive di avere usato «numeri misteriosi, per la maggior parte invisibili, benefici e malefici, che ossessionano i giocatori, gli astrologi, i sacerdoti e gli stregoni: l’1, il 3, il 4, il 5, il 7»[5]. Questi numeri si traducono in una serie di dimensioni che regolano l’intero edificio, e si fondano sulla definizione, fisica e costruttiva, dell’unità: blocchi di pietra di 1 metro per 1, che formano le colonne alte 7 moduli e l’architrave alto 1. La distanza tra le colonne è di 2 moduli, la larghezza del portico di 4, e tutte le dimensioni corrispondono all’uso di questi numeri “misteriosi”.

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Fernand Pouillon, Climat de France ad Algeri, 1955-57
Pianta degli alloggi

Due enormi portali sui lati corti, progettati rigorosamente nel rispetto dei moduli, e che costituiscono un grande elemento di architettura classica, immettono nella corte, che è separata dalla facciata degli alloggi costruita in mattoni e collegata al colonnato di pietra da una serie di terrazze.

È un edificio di dimensioni e bellezza non comuni, posto su in terreno in pendenza, in cui l’uso della pietra diventa occasione per la messa a punto di un paradigma costruttivo e architettonico semplice e assoluto, e anche di grande resistenza al tempo, che per molti versi ribalta alcune della leggi, ritenute ormai consolidate per sempre, relative all’uso delle costruzioni intelaiate come modo connaturato alla modernità: una architettura basata su un sistema continuo (murario) di straordinaria durata ed efficacia.

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Fernand Pouillon, Quartiere “Buffalo” a Montrouge e complesso residenziale a Pantin, 1955-58.
Modello

I quartieri della banlieue parigina: Buffalo a Montrouge e Pantin (1955-58)

Nei molti quartieri costruiti nella banlieue, Pouillon continua a usare soprattutto la pietra, tagliata in grandi dimensioni; e spesso tende a recuperare modelli insediativi della città storica, la piazza e gli allineamenti lungo le strade. Questo è evidente soprattutto nel quartiere “Buffalo”, dove progetta una serie di piazze, spazi chiusi e caratterizzati da alcuni elementi non ortogonali, inseriti, questi, per evitare una assoluta uniformità, secondo una lezione di Choisy ripresa da Le Corbusier nella lettura dell’Acropoli in Vers une architecture. Scrive Pouillon:

«Avevo scelto di costruire questi primi complessi seguendo i procedimenti collaudati ad Algeri, aggiungendo alla pietra altri due materiali: il marmo e il mattone da rivestimento. Volevo un’architettura sobria, tradizionale, priva di eccessi, con soluzioni confortevoli, se non proprio di lusso nel senso parigino della parola; edifici ispirati sia dai quartieri che si trovano nel 17° e nel 18° arrondissement, che da quelle case banali e affascinanti che si incontrano nel 4° o nel 6°, prive di ogni valore se non per le loro proporzioni e l’uso della pietra. I parigini hanno nostalgia dei quartieri centrali e delle vecchie case dell’ile Saint-Louis. L’umanesimo delle mie “casbah” contemporanee di Algeri avrebbe trovato un’eco nella definizione di un ambiente che trova, a mio avviso, il suo modello più importante nella Place des Vosges»[6].
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Fernand Pouillon, Quartiere “Buffalo” a Montrouge e complesso residenziale a Pantin, 1955-58
Veduta

L’uso del marmo rosa, che si accompagna a quello della pietra, si ritrova in molte delle sue realizzazioni, che costituiscono nel loro complesso un sistema diffuso nei diversi settori della banlieue e perfettamente riconoscibile.  Materiali duraturi e grande perizia costruttiva: queste architetture possono a buon diritto esemplificare l’aforisma che Perret,  nel suo testo Contribution à une théorie de l’arcbitecture, costruito in modo unico nella forma e nella sostanza (ogni pagina contiene un aforisma in grandi lettere maiuscole), scrive: «Colui che, senza tradire i materiali né i programmi moderni, abbia prodotto un’opera che sembrerebbe essere sempre esistita, che, in una parola, sarebbe banale, dico che costui potrebbe ritenersi soddisfatto»[7].

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Complesso a Pantin, veduta e disegno di una facciata

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Fernand Pouillon, Quartiere di 5000 alloggi a Meudon-la-Forêt, 1959-61
Veduta del modello d’insieme

Quartiere di 5000 alloggi a Meudon-la-Forêt (1959-61)

Questo complesso nella regione parigina ha un carattere monumentale come l’edificio delle 200 colonne, e si ispira ai grandi bacini di Versailles, riproponendo una gigantesca vasca urbana. Così lo descrive Pouillon: «Le facciate erano costituite da immensi pilastri di pietra, a formare una sorta di paravento che dissimulava le aperture in prospettive infinite, le quali a loro volta facevano pensare a muri ciechi di templi o di fortezze»[8].

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Veduta degli edifici lungo la grande vasca

In effetti la dimensione e la monumentalità degli edifici principali eguagliano o superano quelle di Algeri; il complesso però ha un impianto più “tradizionalmente moderno”, essendo composto di blocchi lineari di diverse altezze e lunghezze, probabilmente perché non si confrontano, a differenza dei precedenti, con un impianto urbano chiaramente definito.

Quelle che ho citato sono le architetture più significative tra le moltissime che Pouillon ha realizzato, con una grande coerenza agli assunti che sono stati brevemente illustrati: si tratta quindi di una figura di forte spessore, perfettamente ignorato, come si diceva, da una storiografia condizionata sin dall’inizio (gli anni Trenta) dall’essere scritta dagli stessi protagonisti del dibattito sul Moderno, e posto al centro dell’interesse oggi, quando si è finalmente realizzato che non esiste una sola strada dell’essere moderni, e sono state “riscoperte” molte figure che, come Pouillon, hanno interpretato un aspetto diverso di quella mediterraneità che pure è stata magistralmente evocata dalle prime architetture di Le Corbusier.

 Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020
Note
[1] Fernand Pouillon, Mémoires d’un architecte, Éditions du Seuil, Paris 1968.
[2] Jean-Lucien Bonillo, Fernand Pouillon architecte méditerranéen, Imbornon, Marseille 2001.
[3] Bernard Huet, Introduzione, in Fernand Pouillon Architetto delle 200 colonne (a cura di Bernard Félix Dubor), Electa, Milano 1987.
[4] Jacques Lucan, La forza dell’espressione. Note sull’architettura di Pouillon, in Fernand Pouillon, cit.
[5] Fernand Pouillon, Mémoires d’un architecte, cit.
[6] Fernand Pouillon, Mémoires d’un architecte, cit.
[7] Auguste Perret, Contribution à une théorie de l’architecture, Centre d’études architecturales, Paris 1952.
[8] Fernand Pouillon, Mémoires d’un architecte, cit.

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Cesare Ajroldi, ha cominciato la propria carriera accademica con Alberto Samonà, diventando in seguito professore ordinario, direttore del Dipartimento di Storia e progetto nell’architettura all’Università di Palermo, oltre che coordinatore del dottorato in Progettazione architettonica con sede nel capoluogo siciliano.  Ha partecipato a numerosi concorsi nazionali e internazionali dal 1970 al 2004, ottenendo il II premio per lo ZEN e l’Università di Cagliari (1972, capogruppo G. Samonà). Tra le opere più recenti, la scuola media a Niscemi (realizzata) e il progetto di Autostazione Sud a Palermo. Tra le pubblicazioni più recenti: Monumento e progetto a Palermo (Roma, 2005), Expo Lisboa 1998 Paris-Palermo (Roma, 2007), Per una storia della Facoltà di Architettura di Palermo (Roma, 2007), Innovazione in Architettura (Palermo, 2008), La Sicilia i sogni le città. Giuseppe Samonà e la ricerca di architettura (2014).

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