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Due secoli di emigrazione negli Stati Uniti. Storie di italiani

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Ellis Island, 1890

 di Mauro Albani, Franco Pittau

Introduzione

Questo saggio su due secoli di emigrazione italiana negli Stati Uniti (1820-2019) ha preso l’avvio da uno studio di natura statistica promosso dal Centro studi e ricerche Idos. I dati aiutano a rendersi conto dell’imponenza del fenomeno migratorio italiano verso questo Paese che, iniziato sommessamente prima dell’Unità d’Italia, è diventato poco dopo di massa. Durante il fascismo e fino alla prima guerra mondiale esso ha conosciuto una crescente diminuzione, per poi riprendere, anche se non con i numeri di prima, e attestarsi sulle 5 mila partenze l’anno nel corso del Duemila.

Da 1820 al 2019 sono emigrati negli Stati Uniti circa 6 milioni di italiani, di cui più di 5 milioni prima della seconda guerra mondiale. Secondo gli uffici censuari americani vennero registrati in arrivo poco più di 15 mila migranti italiani tra il 1820 e il 1861e poco meno di 15 mila tra il 1861 il 1876. La grande emigrazione si svolse grosso modo un quindicennio dopo il 1861 e durò quattro decenni, con una speciale concentrazione negli anni che nel XX secolo precedettero la prima guerra mondiale, quando raggiunse punte, in diversi anni, di quasi 300 mila arrivi dall’Italia. Nel periodo tra le due guerre vennero registrate in arrivo dall’Italia più di 500 mila persone.

italoamericani-new-york-contro-nuovi-emigrati-620x430Nel corso del secondo dopoguerra, fino al 1970, gli arrivi di italiani furono circa 370 mila. Nel trentennio successivo le partenze verso gli Stati Uniti diminuirono, così come avvenne per le altre destinazioni, perché la situazione economica e occupazionale italiana era migliorata. Negli anni ’70 le partenze verso tutte le destinazioni transoceaniche furono annualmente in media 24 mila, mentre negli anni ’90 risultarono dimezzate. Invece si è registrata una ripresa negli anni Duemila con circa 90 mila partenze verso questo Paese nordamericano, attuate in prevalenza da migranti qualificati come già avvenne prima dell’unità d’Italia. Pertanto, le statistiche attestano che gli Stati Uniti sono stati e continuano a essere una delle principali mete di chi lascia l’Italia.

In questo studio si cerca di entrare nel merito delle statistiche con riflessioni di natura storica, economica, e socio-culturale. Si viene così a conoscere che inizialmente, seppure fossero pochi i protagonisti, l’emigrazione, fu in prevalenza qualificata. Spesso si trattava di soggetti con una buona istruzione che, a causa delle loro idee liberali, avevano avuto noie con i regimi dell’epoca. Ai tempi della grande emigrazione, i protagonisti appartennero invece, nella grande maggioranza dei casi, alla classe popolare ed erano in prevalenza senza istruzione. Gli Italiani, anche se il loro lavoro era funzionale alle esigenze dello sviluppo locale, non furono ben accetti. Il processo di integrazione iniziò con le seconde generazioni durante il periodo tra le due guerre e si sviluppò più ampiamente dopo la seconda guerra mondiale, nonostante la persistenza di certi pregiudizi.

Un forte impulso all’affermazione venne dato dalle élite sorte all’interno della comunità italo-americana e i grandi protagonisti nel mondo della cultura e della scienza venuti dall’Italia a partire dal periodo fascista. Questo saggio tuttavia si conclude con l’affermazione che all’origine di questa integrazione vi sia stata anche la base: quei contadini analfabeti e poveri che furono tenaci nel lavoro e saldamente attaccati alla famiglia e che investirono sull’educazione dei loro figli.

Le teorie interpretative del fenomeno si soffermano su una triplice convenienza. La prima riguardò i singoli interessati, che direttamente ebbero un lavoro, conobbero un miglioramento economico e poterono anche investire sull’istruzione dei figli, rendendo meno marginale il loro inserimento in un contesto altamente competitivo. La seconda convenienza fu per l’Italia, un Paese che era alle prese con gravi problemi economici, sociali e occupazionali. Questa situazione non poteva che portare all’esodo per alleviare il peso della disoccupazione e fruire anche di nuove risorse tramite le rimesse. La terza convenienza fu per gli Stati Uniti, che stava conoscendo uno straordinario sviluppo industriale e aveva bisogno di tante braccia da lavoro. Un’accoglienza, meno ruvida, nonostante un afflusso così cospicuo generasse complicati problemi, avrebbe temperato le asprezze cui furono soggetti i “trapiantati” italiani.

Le statistiche dell’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti, riviste alla luce di queste considerazioni, riportano all’attenzione una storia dai toni spesso duri. La narrazione è comunque avvincente grazie alle notizie biografiche su una serie di personaggi, che riuscirono a interpretare l’ansia di miglioramento insita in questo straordinario movimento migratorio.

1L’emigrazione antecedente la unificazione d’Italia

Nel periodo antecedente l’Unità d’Italia non erano frequenti le migrazioni di italiani verso gli Stati Uniti. Vi si trasferivano per lo più persone di buona formazione ed elevata estrazione sociale e la loro partenza avveniva per lo più per motivi politici. Dopo la Rivoluzione americana o Guerra di indipendenza (1775-1783) che portò le 13 colonie a costituire gli Stati Uniti, si diffuse in Italia il mito dell’America come terra della libertà: ne fu un esempio il fatto che il poeta Vittorio Alfieri (1749-1803) dedicasse a tale tema una delle odi. Un motivo per spostarsi all’estero era, in particolare, il grande apprezzamento dell’opera italiana e degli esuli per motivi politici, che erano culturalmente molto ben formati: una sorta di migranti qualificati ante litteram. In ogni modo si trattava di piccoli numeri e il loro esodo non sempre era coronato da successo.

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Lorenzo da Ponte

Tra i protagonisti della seconda metà del XVIII secolo e all’inizio del XIX, vanno ricordati Carlo Bellini e Lorenzo Da Ponte (i primi due professori inseritisi nelle università americane) e Filippo Mazzei, una complessa figura di agricoltore, scrittore, giornalista e politico-diplomatico. Carlo Bellini (1735-1804) divenne cittadino americano e insegnò lingue moderne, dal 1779 al 1803, presso il College of William and Mary a Williamsburg, in Virginia. Figlio di un’agiata famiglia di commercianti, per le sue idee liberali non poté completare l’università a Firenze e fu costretto all’esilio a Parigi e a Londra, ove trovò l’amico Filippo Mazzei. Ritornò in Italia e si sposò e ripartì, questa volta verso gli Stati Uniti per essere vicino al Mazzei, impegnato nella rivoluzione americana come stretto collaboratore di Thomas Jefferson. Il suo incarico universitario come insegnante di italiano, francese e spagnolo, ottenuto nel 1779 su indicazione di Jefferson, venne da lui esercitato per 24 anni. Ritiratosi nel 1803 dall’insegnamento per problemi di salute, l’anno successivo morì.

9788870503494_0_266_400_75Il secondo italiano a ricevere un incarico accademico fu Lorenzo Da Ponte (1749-1838), diventato nel 1825 professore di lingua e letteratura italiana presso il Columbia College. Membro di una modesta famiglia ebrea, divenne cattolico quando il padre si sposò in seconde nozze con una cattolica. Come da consuetudine, l’intera famiglia assunse il cognome del vescovo che li battezzò e il primo figlio anche il nome: Lorenzo Da Ponte. Entrato in seminario, ebbe modo di approfondire la sua istruzione, con particolare riferimento alla letteratura italiana e di esercitarsi nella scrittura di versi. Nel 1772 venne ordinato sacerdote ed ebbe l’incarico di docente in diversi seminari, venendone però allontanato per gravi scorrettezze nel comportamento. A Venezia, dove aveva l’incarico pastorale di una chiesa, si accompagnò a una donna, dalla quale ebbe due figli e, anche per altri suoi comportamenti non conformi alla sua missione pastorale, venne processato nel 1779 e bandito dalla città per 15 anni.

5000000272910_0_0_0_600_75Nel 1781 si trasferì a Dresda, presso la corte sassone, e poi a Vienna dove fu un poeta di successo della corte imperiale, anche perché in quel periodo le opere avevano quasi sempre un testo italiano. Scrisse 36 libretti, alcuni dei quali musicati da Mozart (Nozze di Figaro, 1786; Don Giovanni, 1787; Così fan tutte, 1790). Nel 1792, morto l’imperatore Giuseppe II, cadde in disgrazia e si trasferì a Praga, a Dresda e infine a Londra (1792-1805), scrivendo anche qui testi operistici e proponendosi con scarso successo, insieme a un socio inglese, come impresario operistico. A Londra sposò una giovane donna inglese. Come si legge nell’Enciclopedia Treccani, «egli fu sempre alle prese con usurai, sbirri, avvocati». Per sottrarsi a questa pessima situazione decise di lasciare l’Inghilterra per il nuovo mondo e arrivò a New York nel 1805. In questa grande città Da Ponte aprì una libreria, si dedicò all’insegnamento della lingua italiana, continuò a scrivere testi e cercò di promuovere l’opera, invitando diversi ospiti dall’Italia: uno di questi, Antonio Bagioli, rimase come collaboratore e sposò Giulia, la sua figlia adottiva. Dal 1823 iniziò a pubblicare le sue memorie (3 volumi), che nella stesura definitiva apparvero nel 1929 e nel 1930, risultando senz’altro molto interessanti ma non sempre attendibili. Nel 1828, quasi ottantenne, diventò cittadino americano. Come accennato, risale al 1825 il suo incarico accademico presso il Columbia College (ora Columbia University). Nel 1833 allestì l’Italian Opera House, inaugurata con La gazza ladra di Rossini, ma l’iniziativa finì dopo due stagioni e sei anni dopo l’immobile venne distrutto da un incendio. Successi e fallimenti nel contesto di un continuo dinamismo: così fu sempre e così finì la vita di Da Ponte.

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Filippo Mazzei

Un altro grande protagonista, che operò nella seconda metà del secolo XVIII, fu il toscano Filippo Mazzei (1730-1816), personaggio complesso sul quale si ritornerà diffusamente. Questi personaggi, grazie anche alle interessanti notizie biografiche sulle loro vicende, danno un’idea di quella che era l’emigrazione di élite verso gli Stati Uniti. Essi, oltre a ritenere le loro idee incompatibili con l’impostazione dei governi conservatori dell’epoca, erano animati da un dinamismo così forte che li spingeva a tentare la non facile via dell’estero per esprimersi in libertà.

Alle vicende politiche e militari di quel Paese americano non presero parte solo i nobili italiani. Secondo stime, circa 17 mila italiani, tra ufficiali e soldati, parteciparono alla guerra civile americana o guerra di secessione (1861-1865, che causò circa 600 mila vittime), scoppiata per motivi economici ma anche per il contrasto sull’abolizione della schiavitù, obiettivo fortemente voluto dal nuovo Presidente degli Stati Uniti Abraham Lincoln (in carica dal 1861 al 1866, quando fu assassinato nel mese di aprile)..

goldenDalla corsa all’oro al protagonismo nell’agricoltura e nella viticoltura

La ricerca dell’oro negli Stati Uniti verso la metà del XIX secolo offre lo spunto per sottolineare che anche prima della unificazione dell’Italia nel 1861 era in atto una migrazione per lavoro verso il nuovo continente per motivi lavoro. La corsa all’oro (Gold Rush), una vera e propria febbre sociale, si diffuse negli Stati Uniti nella seconda metà del secolo XIX e si estese a molti altri Paesi: dall’America Latina, all’Europa e anche alla Cina.

A scoprire la presenza di questo prezioso metallo sul greto di un fiume della California fu, all’inizio del 1848, John Marshall, un operaio alle dipendenze di un ricco cittadino svizzero, John Sutter, grande proprietario terriero. I due, alla fine, non trassero vantaggio dalla scoperta e, anzi, Sutter lasciò la California nel 1851 carico di debiti. Essi cercarono di tenere nascosta la scoperta per evitare l’arrivo dei cercatori d’oro, e invece la notizia si propagò velocemente. Da San Francisco partirono alla ricerca dell’oro i due terzi della popolazione, allora di 600 persone. Altrettanto fecero molti altri, arrivati da diverse altre parti per fare fortuna e rimediare alle misere entrate da operaio o contadino.

In verità la fortuna arrise poco ai cercatori d’oro e molto ai commercianti, che fornivano loro gli attrezzi da lavoro e prodotti di altro genere a prezzi esosi. A seguito delle molte persone arrivate in California, questo Stato, popolato inizialmente solo da 100 mila indigeni ai piedi della Sierra Nevada, 10 mila messicani e 2 mila americani, divenne popoloso e fiorente. Nel 1856 San Francisco arrivò a contare 56 mila abitanti provenienti da tutte le parti del mondo e diventò la più grande e prosperosa città della West Cost. Inizialmente, però, le condizioni furono molto problematiche. All’interno dei nuovi e improvvisati insediamenti regnava la violenza e l’insicurezza. Molti morirono per le malattie (come il colera) o a seguito di incidenti sul lavoro. Anche dopo che l’oro, recuperabile alla superficie senza attrezzature industriali, si esaurì nel volgere di pochi anni, molti tra i sopravvissuti preferirono rimanere sul posto, diventando commercianti o agricoltori in quelle fertili terre.

filmAnche numerosi italiani partirono per il Golden State alla ricerca dell’oro, spostandosi dalla costa occidentale, come viene raccontato in Mother Lode, un film del 2013 di Gianfranco Morelli. Il loro viaggio durò mediamente circa tre mesi e all’arrivo trovarono poco oro, ma tale carenza fu compensata dai terreni fertili messi a loro disposizione. Gli italiani divennero agricoltori, viticoltori e pescatori e riuscirono, con la loro tenacia e le loro idee innovative, a migliorare il paesaggio della regione e far apprezzare i vini californiani a livello internazionale. Il loro inserimento fu più soddisfacente rispetto a quello realizzato nella East Cost. Qui la collettività italiana fu prosperosa anche demograficamente, dove, a seguito delle forti ondate migratorie, erano rimasti a disposizione solo i posti di lavoro più umili. Attualmente sono 1,5 milione i residenti della California che hanno un’origine italiana.

Come è noto, Giacomo Puccini, dopo una sua visita negli Stati Uniti e durante la quale ebbe modo di assistere a un’opera teatrale imperniata sulla ricerca dell’oro, dedicò al tema La ragazza del West. Ambientata nel 1850, in quest’opera si tratta dello sfruttamento dei ricercatori d’oro: Minnie, la proprietaria di una locanda ai piedi della Sierra Nevada, è vicina ai minatori che ricercano l’oro come confidente e consolatrice delle loro pene a fronte di una banda che tenta di taglieggiarli. Nel 1910 l’opera fu rappresentata per la prima volta al Metropolitan di New York: il direttore fu Arturo Toscanini e il tenore Enrico Caruso.

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Filippo Mazzei

Due emigrati illustri del periodo pre-unitario: Filippo Mazzei e Antonio Meucci

Due figure, oltre a quelle prima citate, meritano di essere ricordate: quella di Filippo Mazzei, relativa alla seconda parte del secolo XIX, e quella di Antonio Meucci, relativa alla seconda parte del secolo XX, qualche decennio prima dell’inizio dell’arrivo in massa degli italiani. Il toscano Filippo Mazzei (1730-1816), poliedrico personaggio, amico personale e vicino di casa di Thomas Jefferson (Presidente degli Stati Uniti dal 1801 al 1809), fu amico anche dei precedenti presidenti. Egli sarà lodato per il suo patriottismo dai Presidenti americani Kennedy e Reagan. A lui si deve se nella Dichiarazione d’Indipendenza americana (1875) è stata inserita la frase «Tutti gli uomini sono creati uguali»: ma il documento si rifà anche per altri aspetti alla sua riflessione sulla libertà.

Da giovane frequentò dei corsi di medicina e in Italia esercitò inizialmente questa professione. A ventiquattro anni si recò per motivi commerciali a Smirne, in Turchia. Ebbe delle noie anche per aver introdotto nel Granducato di Toscana dei libri proibiti, fu denunciato all’Inquisizione e lasciò l’Italia per Londra, dove per superare le ristrettezze economiche fece anche con successo il commerciante di vino. Qui conobbe Benjamin Franklin e Thomas Adams, di lì a poco protagonisti della rivoluzione americana, e maturò l’idea di trasferirsi in America per meglio conoscere la realtà di quelle colonie. Partito da Livorno, Mazzei arrivò nel 1773 in Virginia per trasferirvi (ma il terreno non era tra i più adatti) la coltura dell’ulivo, della vite, gli agrumi e del baco da seta. Comprò un appezzamento dal futuro presidente Thomas Jefferson, con il quale restò sempre amico. Prima avviò un lucroso commercio del tabacco e di grano con la Toscana e poi, quando la Virginia dovette difendersi dalle truppe inglesi, si occupò solo di politica e attuò degli interventi giornalistici, schierandosi per l’abolizione della schiavitù e l’indipendenza delle colonie.

Nominato agente della Virginia e incaricato di cercare fondi in Europa, qui arrivò nel 1878 dopo essere stato catturato dagli inglesi e aver passato un periodo di prigionia a New York. Mazzei fu più bravo nella diffusione delle idee a favore dell’indipendenza americana che nella raccolta di fondi. Si fermò specialmente in Francia, ma si recò anche in Italia e in Olanda. Tornato temporaneamente in Virginia nel 1783 per farsi rifondere le spese sostenute, nel 1785 lasciò definitivamente gli Stati Uniti, sua patria adottiva e ritornò in Italia, continuando la corrispondenza con gli altri presidenti statunitensi. Dal 1788, dopo alcuni anni di preparazione, vennero pubblicate, in quattro volumi, le Recherches historiques et politiques sur les États-Unis de l’Amérique septentrionale, con cui cercava di contestare le interpretazioni negative della rivoluzione americana. L’opera riscosse un buon apprezzamento anche da parte di Jefferson e il successo gli valse la nomina di agente a Parigi del re di Polonia. Lasciata successivamente la capitale francese, si recò in Polonia e vi operò come apprezzato consigliere del re. Ottenuto il permesso (poco prima dell’invasione del Paese da parte della Russia), si ritirò a Pisa, ponendo fine alla vita movimentata avuta sino ad allora (salvo un viaggio in Polonia per reclamare contro la sospensione del pagamento della sua pensione polacca ). Negli ultimi anni si occupò di dettare le sue memorie fino alla sua morte, avvenuta nel 1813.

V0026857 Antonio Meucci (?). Photograph by L. Alman.

Antonio Meucci

Antonio Meucci (1808-1889), invece, dopo aver frequentato l’Accademia delle Belle arti, dove apprese le nozioni tecniche e scientifiche che continuò in seguito ad approfondire, iniziò come daziere a Firenze e come tecnico teatrale nei ritagli di tempo. Ebbe qualche guaio con la giustizia (finendo anche in prigione) per motivi amorosi, lavorativi, e anche politici, essendo vicino alla carboneria. Scritturato insieme a una compagnia teatrale di 70 persone da un impresario teatrale cubano, partì nel 1835 da clandestino dal porto di Livorno, perché il Granducato di Toscana non gli aveva rilasciato il passaporto. Il brigantino che trasportava la compagnia impiegò 72 giorni per arrivare a Cuba, dove Meucci ebbe un ottimo contratto della durata di 15 anni (alloggio e servitù compresa). Qui fu molto apprezzato a L’Avana, dove condusse anche i suoi primi esperimenti circa la realizzazione del telefono.

Scaduto il contratto con l’impresario teatrale, nel 1850 si recò a New York per meglio sfruttare la sua invenzione e offrire un clima meno umido alla moglie Ester, poi costretta a letto dall’artrosi reumatica. Fondò a New York una fabbrica di candele steariche e per un certo periodo vi fece lavorare anche Giuseppe Garibaldi, ospitato a casa, con il quale frequentava la sessa loggia massonica. La scarsa disponibilità di risorse finanziarie lo portò a registrare solo a tempo il suo brevetto del telefono del quale scrisse anche su L’Eco d’Italia, giornale fondato nel 1949 dai fuorusciti mazziniani, che fu anche la prima testata degli italiani negli Stati Uniti. Quindi Alexander Bell brevettò il telefono come sua invenzione e lo sfruttò anche commercialmente. Pare addirittura che Bell avesse avuto modo di esaminare i disegni e gli schemi di Meucci presso una compagnia telegrafica della quale era consulente e presso la quale Meucci avrebbe voluto meglio sperimentare aspetti tecnici specifici del suo progetto. Dopo alcuni anni la Suprema Corte degli Stati Uniti, dopo pronunce divergenti di due tribunali, diede completamente ragione a Meucci, che però non ne ricavò alcun beneficio finanziario, non avendo un brevetto in corso di validità. Anche la scarsa conoscenza dell’inglese commerciale gli fu senz’altro di pregiudizio. Dopo l’autorevole decisione giudiziaria, nel 2002 arrivò anche il riconoscimento politico da parte della Camera dei rappresentanti degli Stati Uniti. Purtroppo Meucci finì la sua vita in grandi ristrettezze economiche, pochi anni dopo la morte della moglie. Il suo esempio mostra con evidenza che nella storia dell’emigrazione arricchimento e fortuna non andarono sempre di pari passo.

2Il periodo di emigrazione di massa e l’infima considerazione nei confronti degli italiani

Tanto necessari come braccia da lavoro, quanto poco sopportati umanamente per le loro caratteristiche fisiche, sociali, culturali e religiose. Senza istruzione, spesso addirittura analfabeti, incapaci di parlare l’inglese (e anche l’italiano), con diverse tradizioni familiari e sociali, abituati a mangiare diversamente, sistemati in maniera miserabile, completamente assorbiti dalla necessità di mandare soldi ai familiari rimasti in patria, stipati in aree tecniche dove le risse e la violenza erano frequenti. In tali condizioni un celere percorso d’integrazione della comunità italiana negli Stati Uniti era difficile e, anzi, agli americani sembrava che questo obiettivo fosse del tutto impossibile (contrariamente a quanto poi di fatto avvenne). A distanza di 30-40 anni dal loro insediamento di massa, la repulsione degli abitanti, anziché diminuire, aumentò, come attestato non solo dall’atteggiamento della popolazione ma anche da diversi documenti ufficiali delle strutture pubbliche. Questa era, infatti, l’immagine degli italiani che si registrava sul posto [1].

La ripulsa nei confronti degli italiani prendeva l’avvio dalle loro condizioni di insediamento. Come scriveva un giornalista in un servizio pubblicato sul New York Times, «uomini, donne, bambini, scimmie e stampi di gesso erano assiepati in una stessa stanza, con il contorno di una incredibile sporcizia e di puzza d’aglio». La questione «dell’odore specifico» degli italiani venne sottolineata, a più di mezzo secolo di distanza, anche dal Presidente Nixon nel 1971, secondo cui per la puzza di aglio non poteva essere loro addebitato a colpa, come invece si doveva fare per il loro comportamento «non ne riesci a trovare uno che sia onesto», asserì il Presidente.

Vi erano anche altri fattori di ripulsa, come, puntualizzato nel suo programma dal Ku Klux Klan: uno di questi era il fatto che gli italiani fossero cattolici e che per lo più venissero dal meridione dell’Europa. Di eccezionale gravità fu quanto avvenuto all’inizio del XX secolo a New Orleans, dove gli italiani avevano sostituito i neri nei campi di cotone dopo l’abolizione della schiavitù, tra l’altro facendo aumentare notevolmente la produzione pro capite. L’antefatto fu l’assoluzione pronunciata in giudizio di un gruppo di siciliani accusati di omicidio, ma senza l’adduzione di prove. L’assoluzione non venne ritenuta “giusta” e una folla di 20 mila persone trucidò 11 italiani. Il Presidente degli Stati Uniti Benjamin Harrison (1881-1887) rischiò di essere incriminato dal Congresso perché ritenne tale comportamento «un’offesa contro la legge e l’umanità». Gli umori popolari erano agli antipodi di questa equilibrata riflessione: un giornale locale, riferendosi agli italiani provenienti dal meridione, li qualificò come «gli individui più pigri, depravati e indegni che esistano (…) Tranne i polacchi non conosciamo altre persone altrettanto indesiderabili e nocive, (…): questo è l’operaio italiano»[2].

712-hxij9ql-_sl1000_Senza bisogno di ulteriori esempi, di cui il volume L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi [3] del giornalista Gian Antonio Stella è una vera e propria miniera, è sufficiente riportare l’immagine della comunità italiana descritta, nel mese di ottobre 1912, dall’Ispettorato per l’Immigrazione a tinte fosche dal Congresso americano sugli immigrati italiani negli Stati Uniti:

«Generalmente sono di piccola statura e di pelle scura. Non amano l’acqua, molti di loro puzzano perché tengono lo stesso vestito per molte settimane. Si costruiscono baracche di legno o di alluminio nelle periferie delle città dove vivono, vicini gli uni agli altri. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo appartamenti fatiscenti. Si presentano di solito in due e cercano una stanza con uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Tra loro parlano lingue a noi incomprensibili, probabilmente antichi dialetti. Molti bambini vengono utilizzati per chiedere l’elemosina ma sovente davanti alle chiese. Donne vestite di scuro e uomini quasi sempre anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti. Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra di loro. Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre donne li evitano non solo perché poco attraenti e selvatici, ma anche perché si è diffusa la voce di alcuni stupri consumati dopo agguati in strade periferiche, quando le donne tornano dal lavoro. I nostri governanti hanno aperto troppo gli ingressi alle frontiere ma, soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel nostro Paese per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura, di attività criminali. Propongo che si privilegino i veneti e i lombardi, tardi di comprendonio e ignoranti ma disposti più di altri a lavorare. Si adattano ad abitazioni che gli americani rifiutano purché le famiglie rimangano unite e non contestano il salario. Gli altri, quelli ai quali è riferita gran parte di questa prima relazione, provengono dal sud dell’Italia. Vi invito a controllare i documenti di provenienza e a rimpatriare i più. La nostra sicurezza deve essere la prima preoccupazione».

In effetti, come auspicato nella relazione del 1912, dopo la prima guerra mondiale si introdussero negli Stati Uniti norme restrittive per controllare maggiormente i flussi in arrivo e non privilegiare quelli in provenienza dal Meridione d’Italia. Agli occhi degli americani in questa massa di diseredati erano ben poche, tra gli italiani, le figure meritevoli di apprezzamento: i diplomatici, i matematici, i musicisti e qualche altro individuo a mero titolo personale.

Da una parte si può comprendere lo smarrimento degli autoctoni e dei funzionari pubblici di fronte ai problemi posti da un insediamento di massa. D’altra parte, non si capisce perché non si insistette sulla coesione etnica e sulla necessità degli italiani di lavorare e risparmiare come punti di forza per incentivare l’inserimento, cercando di sfrondare i pregiudizi dalle difficoltà oggettive. I protagonisti della prima generazione furono costretti a resistere, ricorrendo a tutte le loro energie; quelli della seconda generazione iniziarono con maggiore incisività, ma a loro volta non senza difficoltà, a percorrere percorsi di integrazione e quelli delle successive generazioni riuscirono a completare il cammino.

3La resilienza degli italiani in un contesto ostile

Il periodo più intenso degli arrivi di massa degli italiani fu anche quello più negativo dal punto di vista dell’integrazione. Gli italiani riuscirono a resistere perché fecero perno sulla coesione familiare, etnica e religiosa. A partire dalla metà degli anni ’50 del XIX secolo, quando ad arrivare nel Nuovo Mondo erano ancora poche centinaia, gli italiani furono protagonisti nella creazione di forme associative con le quali cercavano di restare uniti e di assicurarsi un sostegno a vicenda in caso di difficoltà. La vita in America era per loro ben diversa da quelle presentazioni idilliache proposte in maniera interessata dagli agenti e dai subagenti di emigrazione. In questa fase le associazioni ebbero come obiettivo prioritario il mutuo soccorso su base etnica.

La pretesa assenza di predisposizione dei meridionali al lavoro consisteva, piuttosto, nella difficoltà di passaggio dai ritmi di un ambiente agricolo a quelli di un ambiente fortemente industrializzato. Ciò venne dimostrato, ai tempi della “febbre dell’oro” nella metà del secolo XIX, dal proficuo inserimento degli italiani (anche meridionali) nei campi della California, come prima ricordato.

stibilibook-696x1030Un esempio successivo si collocò proprio nella fase dei più cospicui arrivi dall’Italia, dovuto all’intraprendenza del gesuita forlivese Pietro Bandini (1852-1917). Questi si recò negli Stati Uniti una prima volta nel 1881, insediandosi nell’area delle Montagne Rocciose per annunciare il vangelo ai Cheyenne. Dopo un suo ritorno in Italia nel 1889, ripartì per l’America con i Missionari Scalabriniani, fermandosi inizialmente a New York. Qui, constatata la difficoltà dei contadini italiani ad adattarsi alle strutture e ai ritmi di una società industriale, nel 1896 si recò nell’Arkansas con un gruppo di italiani per dare vita a una colonia agricola. Per le 100 famiglie che lo avevano seguito per realizzarne il progetto si prefigurava un sonoro fallimento, perché le condizioni climatiche erano proibitive, così come le condizioni di lavoro imposte dai proprietari terrieri locali erano durissime. Padre Bandini nel 1898 si trasferì nel più accogliente nord-ovest dell’Arkansas, ideale per la coltivazione della vite: Il nuovo agglomerato fu denominato Tontitown (ora Tontiville) in onore dell’esploratore italiano Henri de Tonti (1640-1704) [4].

La nuova colonia divenne un successo conosciuto a livello internazionale e il missionario in Italia venne ricevuto e premiato da Papa Pio X e dalla Regina, per poi finire la vita nella sua amata colonia. La Chiesa cattolica che, come si è visto nel caso di Padre Bandini, inviava missionari tra i nativi, aiutò gli italiani a non perdere la loro coesione. Quindi, con l’insorgere delle migrazioni di massa, la presenza di sacerdoti venne assicurata anche tra gli emigrati. I centri di culto fungevano da polo di aggregazione e di promozione sociale e formativa, con la fondazione di scuole e altre iniziative. Questi centri vennero riconosciuti dall’autorità pastorale come “parrocchie nazionali”, in quanto ritenuti maggiormente in grado di tenere conto delle peculiari esigenze della religiosità popolare meridionale, diverse da quelle praticate dal cattolicesimo di stampo irlandese. Si segnalarono in questa assistenza diversi ordini religiosi, tra i quali i francescani, i salesiani e gli scalabriniani (questi ultimi appartenenti a un ordine appositamente costituito)

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Scalabrini

Nel 1900, il vescovo degli emigranti monsignor Giovanni Battista Scalabrini (1839-1905), preso atto che il flusso transoceanico andava fortemente aumentando, dichiarò: «Credo che il primo dovere della Chiesa è di vegliare perché l’emigrante (non importa il Paese di provenienza) non sia mai ridotto allo sconforto e alla disperazione senza l’aiuto di un sostegno amichevole, senza l’impegno di tutte le confessioni religiose nell’opera di inserimento nel Paese di arrivo» [5]. Tra le religiose, meritevoli per l’assistenza prestata agli emigrati, la figura di maggior spicco fu quella di madre Francesca Saverio Cabrini (1850-1917), che con il suo ordine religioso si rese benemerita con un servizio continuo e molteplici iniziative, fondando anche due ospedali migranti a loro dedicati (nel 1892 a New York e nel 1905 a Chicago).

L’emigrazione italiana negli Stati Uniti del resto fu, seppure in misura ridotta, a carattere multireligioso, perché ne furono protagonisti anche esponenti ebrei e valdesi. Gli ebrei italiani emigrati negli Stati Uniti, non essendo numerosi, non formarono come gli altri delle little Italy, ma si inserirono nelle comunità ebraiche locali. Una figura di grande spicco fu, a Filadelfia, il rabbino livornese Sabato Morais (1823-1897), arrivatovi nel 1851 (dopo essere stato a Londra, dove divenne amico di Mazzini). Egli promosse gli studi ebraici italiani. Successivamente un altro ben noto membro della comunità ebraica fu il sindaco di New York Fiorello La Guardia, (in carica nel periodo 1934-45).

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Sabato Morais

I valdesi, che nelle loro valli piemontesi erano poco più di 20 mila, emigrarono negli Stati Uniti nell’arco di 40 anni, a partire dagli anni ’70 del XIX secolo fino a tutto il primo decennio del XX secolo, privilegiando le aree cittadine come quelle di New York e Chicago. Nell’ambito della complessa dinamica del mondo protestante americano i valdesi si preoccuparono di stringere durature relazioni. Nel 1908 fondarono a New York l’American Waldensian Society. Man mano i valdesi andarono sciogliendosi all’interno della Chiesa presbiteriana, in cui l’ultima comunità valdese è confluita nell’ultimo decennio del XX secolo. I presbiteriani furono d’aiuto per inserire pastori italiani nelle comunità locali, come a Filadelfia e a Pittsbourg. Nel corso del tempo furono diversi gli italiani rimpatriati che, venuti a contatto con i presbiteriani, in Italia si adoperarono per diffondere il protestantesimo [6].

Lo scrittore Giuseppe Prezzolini, che avendo insegnato a lungo presso la Columbia Università durante e oltre il periodo fascista, aveva anche avuto modo di conoscere bene la storia degli emigrati italiani, così si espresse a proposito del rapporto emigrazione-chiesa: «Ho sempre ritenuto che l’emigrato italiano ha trovato un’assistenza e una forza in America molto più nella Chiesa che non nello Stato; nel sacerdote che non nel console; e che, seppure provvisto di cultura, la sua cultura religiosa era stata superiore a quella civica» [7]. Per completezza bisogna aggiungere che operavano in emigrazione anche organizzazioni solidaristiche a carattere laico e molto spesso anche con tinte anticlericali.

12Il periodo tra le due guerre e l’avvento del fascismo

Dopo la prima guerra mondiale vi fu una ripresa dell’emigrazione italiana verso gli Stati Uniti, che durò però pochi anni. Tra il 1921 e il 1924 in questo Paese entrarono in vigore delle norme restrittive (Emergency Quota Act) per contenere l’immigrazione di massa. Furono più dure le restrizioni previste per l’accesso a quelli che venivano dal Sud e dall’Est Europa e ciò causò un forte ridimensionamento dell’arrivo degli italiani.

Le condizioni economiche, le restrizioni legislative e le ragioni politiche riconducibili all’affermarsi del regime totalitario fascista, inviso al sistema democratico americano, caratterizzarono la fase tra le due guerre mondiali. Semplificando, si può dire che la comunità italiana diventò la comunità italo-americana, perché i pionieri dell’esodo scoprirono che nella nuova terra bisognava affermarsi, se non personalmente (obiettivo quanto mai difficile), attraverso i figli e grazie a una loro migliore preparazione al contesto sociale e al mercato occupazionale americano.

Per un verso, il fatto che la maggioranza della comunità italiana fosse costituita da gente già insediata sul posto, e non dai nuovi arrivati, lasciava intendere che la forza propulsiva della loro integrazione doveva avvenire in ragione delle forze intrinseche della stessa comunità. Per l’altro la riflessione va concentrata sul governo fascista, che solo nei primi anni fu visto di buon occhio dal governo americano, prima che se ne scoprisse la sua intrinseca illiberalità. Il fascismo andò perdendo la sua capacità attrattiva nei confronti degli immigrati, che però si vedevano controllati con severità dalle autorità locali, specialmente nel susseguirsi degli eventi che portarono l’Italia a combattere gli Alleati dando man forte ai nazisti.

In questo periodo la comunità italiana maturò un maggiore apprezzamento della democrazia americana. Inizialmente Mussolini venne visto di buon grado da una buona parte degli emigrati, per la sua insistenza sul prestigio dell’Italia e la valorizzazione degli emigrati come suoi ambasciatori. Ma l’idillio finì ben presto. La maggior parte degli italo-americani mostrò attivamente il proprio attaccamento alla nuova patria. Anche le donne italiane non fecero mancare il loro contributo, lavorando nelle fabbriche a sostegno dello sforzo bellico, rivolto anche contro l’Italia alleata con i nazisti. Anche negli Stati Uniti, durante gli anni della guerra mondiale, vennero adottate misure restrittive (anche se forse meno rigide che altrove) che colpirono diversi esponenti italiani sospettati di simpatie per il fascismo. Inoltre, vennero chiusi i giornali e le scuole italiane, incluse le sedi della Società Dante Alighieri. L’armistizio dell’8 settembre 1943 e la cobelligeranza dell’Italia a fianco degli Alleati servì a rinforzare l’inclusione degli italo-americani nella società americana.

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Anne Brancato

Il passaggio, nel periodo fascista, da comunità italiana a comunità italo-americana

Diventare in termini effettivi una comunità italo-americana significava, senza rinnegare le origini italiane, identificarsi maggiormente con la nuova patria, accettarne la cultura e il sistema, giocare le proprie possibilità al suo interno, facendo perno sulle nuove leve, scolarizzate e in grado di farsi valere. Da parte degli italiani vi fu lo sforzo per dare una base più solida al loro inserimento. Fu d’aiuto in tal senso, come accennato, l’istruzione dei propri figli: la scolarizzazione, resa obbligatoria per otto anni da una legge del 1938. La comunità italo-americana iniziò a imporsi I’attenzione attraverso personaggi affermatisi nel cinema: attori come Rodolfo Valentino (1895-1926) e registi come Frank Capra (1897-1991), atleti sportivi come Primo Carnera (1906-1967) nel pugilato, Joe Di Maggio (1914-1999) nel baseball e uomini politici come Fiorello La Guardia (1882-1947), mitico sindaco di New York. Anne Brancato (1903-1972), fu nel 1933 la prima italo-americana eletta nel parlamento di uno Stato federato (quello della Pennsylvania).

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Fiorello La Guardia

Un grande merito, per la ricerca sistematica sui personaggi di spicco nella storia dell’emigrazione italiana negli Stati Uniti, va riconosciuto allo storico italo-americano Giovanni Ermenegildo Schiavo. Egli pubblicò diverse monografie sull’apporto di qualità dato da molti italiani a quel Paese. Il volume del 1952, Four centuries of Italian-American history, costituì una sintesi delle singole ricerche in precedenza pubblicate. Schiavo diede così l’avvio al completamento degli aspetti statistici, fino ad allora prevalenti, con quelli a carattere storico.

Gli inserimenti  degli italo-americani a livello accademico, iniziati a cavallo tra il XVIII e il XIX secolo con Carlo Bellini e Lorenzo Da Ponte, prima ricordati, continuarono sia con alcuni italo-americani che con altre persone venute dall’Italia. Gaetano Lanza (1848-1928), figlio di immigrati siciliani, fu il primo a essere inserito in una delle maggiori università americane, dal 1871 al 1911: vi insegnò l’ingegneria meccanica, per poi diventare professore emerito. Un robusto apporto a livello culturale e scientifico venne a seguito del trasferimento di molti illustri docenti, che lasciarono l’Italia perché insofferenti del regime fascista o in pericolo a causa delle sue persecuzioni, specialmente dopo l’approvazione delle leggi razziali nel 1938. Basti citare qualche esempio: lo scrittore Giuseppe Prezzolini (1882-1982), trasferitosi non perché perseguitato ma perché insofferente del regime fascista; lo storico e uomo politico socialista Gaetano Salvemini (1873-1957); il grande direttore d’orchestra Arturo Toscanini (1867-1957) e tra i numerosi membri della comunità ebraica, il fisico romano  premio Nobel  Enrico Fermi (1901-1956), la cui moglie era ebrea, e l’economista Premio Nobel Franco Modigliani (1918-2003), che successivamente, presso il prestigioso Massachusetts Institute of Technology (M.I.T.),  fu un riferimento per molti giovani economisti italiani interessati a perfezionare le loro competenze. Si trasferì negli Stati Uniti anche Edoardo Weis (1889-1970), allievo di Freud e fondatore della Società Italiana di Psicanalisi, per operare prima a Topeka e poi a Chicago. Ripararono negli Stati Uniti anche don Luigi Sturzo (1871-1959), fondatore del Partito Popolare Italiano (poi diventato Democrazia Cristiana) e l’ex Ministro nel Regno d’Italia e poi nuovamente nella Repubblica Italiana Carlo Sforza (1872-1952).

Un altro accademico di spicco arrivò negli Stati Uniti in due tappe, fermandosi prima in Argentina. Si tratta del sociologo Gino Germani (1911-1979), finito in prigione per aver distribuito volantini contro il regime fascista e nel 1934 trasferitosi a Buenos Aires, avendo ottenuto una cattedra presso il Colegio libre de estudios superiores, che assunse effettivamente solo dal 1955 per via della sua avversione al regime di Juan Domingo Perón. Dopo il colpo di stato militare del 1966, Germani si trasferì negli Stati Uniti e fu docente all’Università di Harvard fino al 1976, continuando l’insegnamento anche quando ritornò in Italia, dove fu titolare della cattedra di sociologia presso l’Università Federico II di Napoli (il Dipartimento fu poi a lui intestato come lo fu un analogo Istituto a Buenos Aires). Gli aspetti maggiormente approfonditi da Germani furono la modernizzazione, la secolarizzazione, il totalitarismo e l’ordine sociale: è stato definito «il sociologo del mutamento e dell’integrazione sociale».

Queste e altre personalità di assoluto prestigio, anche in un grande Paese come gli Stati Uniti, aiutarono a superare l’equiparazione tra “italiani” e “persone di basso livello” e perciò disfunzionali nella società americana. Si adoperò in tal senso anche la collettività italo-americana nel suo complesso, che non voleva più essere considerata sradicata nel nuovo contesto e interessata al contrario a rafforzare l’inserimento e producendo effetti maggiormente visibili nel dopoguerra.

notable_italian_americansLa lunga fase del periodo successivo al secondo dopoguerra

La fase successiva alla seconda guerra mondiale dischiuse la possibilità di rinsaldare l’inserimento già avviato in precedenza, mentre i flussi in arrivo dall’Italia riprendevano consistenza, per poi perdere in quantità e guadagnare in qualità. Fin dall’immediato dopoguerra gli Stati Uniti iniziarono a prefigurarsi come una meta privilegiata per migranti qualificati. Per quanto riguarda gli italiani, la soppressione delle quote, avvenuta negli anni ’60, non modificò questo andamento. Gli italo-americani erano ormai consapevoli che il loro futuro sarebbe dipeso sempre più dalle persone già insediate sul posto che dai nuovi arrivati

Le nuove generazioni, che in larga misura non parlavano l’italiano (o ci riuscivano a stento), si erano formate negli Stati Uniti e ne seguivano il modello, sentendosi pienamente americane anche se con genitori e nonni italiani. Il secondo dopoguerra, quindi, fu un periodo di diffusa affermazione del protagonismo italo-americano. Un significativo esempio del protagonismo femminile fu Rose Giovanna Oliva Tambussi, nota come Ella Grasso dopo essersi sposata (12919-1981). Eletta per due volte al Congresso americano (1970-1972), nel 1975 fu la prima donna in assoluto (anche rispetto alle native americane) a essere eletta governatrice di uno Stato americano (quello del Connecticut), per due mandati. Si possono citare molti altri casi, in ambito femminile e ancor di più in ambito maschile, di membri del Congresso, senatori, sindaci, governatori, giudici e tanti altri posti di importanza (anche nel settore privato) e ricordare, per limitarsi a un solo esempio, che Geraldine Ferraro è pervenuta alla più alta carica del Congresso (speaker).

Ancor più ricca potrebbe essere l’esemplificazione riguardante il mondo accademico, scientifico, imprenditoriale. Questo cambio di passo caratterizzò anche l’associazionismo degli italoamericani, che prima aveva avuto finalità mutualistiche e di aggregazione etnica, e assumerà in questa fase la dimensione bilaterale italo-americana, come si evince tra l’altro dalla costituzione (1956) della Mationa Italian American Foundation- NIAF e di molte associazioni con scopi scientifici. Ad esempio, nel 2008 si è costituita la ISSNAF (Italian Scientists and Scholars in North America Foundation) per rappresentare le migliaia di ricercatori italiani. La Fondazione, che ha proprie sedi in diverse città, ha la caratteristica di rivolgersi ai ricercatori non solo degli Stati Uniti ma anche del Canada, coprendo così l’intero Nord America.

Altre espressioni dell’associazionismo scientifico degli italiani, alle quali è parimenti interessata l’Ambasciata d’Italia, sono la Business Association Italy America (BAIA Network) e la Miami Scientific Italian Community (MiamiSIC). Queste associazioni  perseguono l‘obiettivo di sviluppare una rete tra associazioni di categoria ed enti pubblici e privati; provvedere al censimento dei ricercatori; promuovere la cooperazione scientifica bilaterale, organizzare conferenze, seminari, lezioni, discussioni, pubblicazioni e altre attività e, non da ultimo, essere di supporto ai giovani ricercatori. Va anche ricordato che, per favorire gli scambi tra le élite in campo scientifico e culturale, ha operato, a partire dagli anni’50, il Programma Fulbright promosso dal senatore J. William Fulbright (1905-1995), che ha coinvolto numerosi studiosi dei due paesi.

copertina2Da Paese per un’emigrazione di massa a Paese per migranti qualificati

Gli Stati Uniti non sono solo la prima economia del mondo ma anche il primo Paese per ricerca e tecnologia, e ciò è andato influendo sempre più sulle persone in arrivo dall’Italia oltre che sui membri della comunità italo-americana inserita in loco. L’interesse a vedere premiato il merito, a superare l’immobilismo del contesto italiano, a far valere le proprie qualità in un Paese tecnologicamente molto avanzato ha portato, e tuttora porta, a considerare gli Stati Uniti una meta quanto mai auspicabile. Tra l’altro, attualmente non si parte più colmi di nostalgia per via della distanza transoceanica, perché i moderni mezzi di trasporto consentono con relativa facilità il ritorno tra i propri familiari.

In realtà, a partire dagli anni ’50 e ’60 gli italo-americani di seconda e terza generazione si adoperarono per conseguire un inserimento normale rispetto ai lavori di manovalanza riservati in prevalenza ai loro genitori e ancor di più ai loro nonni. Oggi si consegue l’affermazione negli ambiti  più disparati della società: si considerino i casi, oltre dei numerosi politici italo-americani in posti di responsabilità,  anche di quelli che furono insigniti del Premio Nobel sulle orme di Enrico Fermi e Franco Modigliani: Renato Dulbecco (Medicina 1975), Rita Levi-Montalcini (Medicina, 1986),  Riccardo Giacconi (Fisica, 2002), Mario Capecchi (Medicina, 2007).

In ragione delle più ampie possibilità di affermarsi offerte sul posto, molti giovani italiani, dopo aver conseguito il dottorato di ricerca negli Stati Uniti, non propendono a rientrare in patria (Ricerca di Science and Engineering Indicator, ricerca del 2004).  Questa predisposizione a fermarsi sul posto è stata ribadita nel 2011 dall’Istat nel Rapporto sulla mobilità dei dottori di ricerca in Italia e all’estero. Tra quelli che hanno conseguito il dottorato di ricerca negli Stati Uniti è fortemente aumentata, in poco meno di un decennio, la percentuale di quanti non intendono rientrare in Italia, passata al 48,5%.

In Italia si riscontra in particolare un tasso elevato di esodo nel settore della ricerca scientifica. Secondo stime, nell’anno 2010 lavoravano negli Stati Uniti 9 mila ricercatori italiani (il 17% dei lavoratori qualificati italiani che avevano trovato impiego negli Stati Uniti) e costituivano uno dei gruppi più numerosi tra gli scienziati europei operanti in quel Paese (Ricerca di Scienza in rete, ricerca del 2010).

Queste e altre ricerche, che sono state ampiamente commentate nel volume, L’immigrazione qualificata in Italia. Ricerche, statistiche, prospettive, pubblicato nel 2016 dal Centro Studi e ricerche Idos e dall’Istituto di studi politici “S. Pio V”, portano univocamente a una conclusione. Gli Stati Uniti, così come sono riusciti a essere, a cavallo tra il XIX e il XX secolo, il maggiore sbocco per l’emigrazione di massa, così si presentano attualmente come lo sbocco più significativo per i flussi di migranti qualificati. Resta però un interrogativo relativo a questo grande Paese, che riesce a far emergere e premiare le figure eccellenti nei vari campi della ricerca: l’interrogativo consiste nel chiedersi se la comunità italiana nel suo complesso si senta, come da alcuni evidenziato, non ancora del tutto liberata, perdurando in qualche misura dei pregiudizi del passato verso gli italiani.

prezzoliniUna riflessione d’insieme sull’esperienza migratoria italiana negli Stati Uniti

In questo Paese, che aveva bisogno di braccia da lavoro, come si è visto, ma disdegnò le persone meno istruite che tale lavoro svolgevano, tanto più se meridionali (considerati una sorte di sottospecie degli europei), la vita degli italiani fu tutt’altro che agevole. Gli italiani furono degli stranieri all’ennesima potenza: sotto l’aspetto linguistico, per il basso livello culturale, per le loro tradizioni, per la loro dieta alimentare, per la loro sistemazione alloggiativa, per la loro pratica religiosa ritenuta un derivato della superstizione.

Di fronte a questo muro di assoluta incomprensione, gli italiani si ritirarono nelle loro little Italy, dove mangiavano cibi italiani, parlavano dialetto, incontravano paesani, si sposavano tra di loro, veneravano con le processioni i loro santi. Da un lato si trattava di cunei di estraneità rispetto alla società ospitante e, dall’altra, tale impostazione, sostenuta dalla Chiesa e dalle loro associazioni, costituiva l’unico rimedio per evitare una completa destrutturazione della loro personalità. Questo ripiegamento fu fondamentale per le prime generazioni e consentì loro, con un processo lento ma continuo, di preparare a un inserimento paritario i loro figli, che in più avevano le armi della lingua e della formazione.

L’alone di scontentezza prima richiamato porta anche a interrogarsi se non vi sia stata una sottovalutazione dell’apporto dato dagli italiani fin dai tempi della grande emigrazione. È interessante, e nello stesso tempo problematica, la risposta data da Giuseppe Prezzolini (1882-1982), prima come professore e poi professore emerito presso la Columbia University. Prezzolini, ritornato in Italia, nel 1960 dedicò alla sua lunga esperienza americana il volume I trapiantati, pubblicato dall’editore Longanesi. Sull’apporto dei pionieri dell’emigrazione, facendo riferimento alle tradizioni culinarie italiane, Prezzolini così affermava: «Questo sì è stato un contributo e un merito italiano: aver fatto apprezzare al popolo americano il gusto e la forza vitale dei carciofi, degli zucchini, delle insalate […] anche prima che i dietisti insegnassero il valore delle vitamine. Non è molto, ma è reale. Quasi tutto il resto è materiale di retorica per i banchetti consolari o elettorali» [8]. Forse, però, quello culinario non fu l’unico aspetto positivo apportato dall’emigrazione italiana di massa, nonostante le disagiate condizioni di partenza e di sistemazione una volta arrivati e nonostante il disprezzo che li circondava.

Prima però di ragionare su eventuali altri meriti bisogna sgombrare il campo dall’etichettamento criminale dato agli italo-americani, giustificato se attribuito alla quota malavitosa della collettività e infondata se generalizzata. Secondo una relazione del 1967 della President’s Commission on Law Enforcement and Administration of Justice, il crimine organizzato negli Stati Uniti è costituito, nel suo nucleo sostanziale, da 24 cartelli, di cui fanno parte membri italiani, tra di loro collegati, con una capacità operativa che si estende a tutte le grandi città americane. Da questa constatazione, indubbiamente grave, si è passati a estendere la connotazione criminale a tutti gli italo-americani. È stato questo indebito accostamento ad assicurare una straordinaria diffusione al romanzo The Goldfather (Il padrino, pubblicato nel 1969 dello scrittore Mario Puzo (1920-1999), che racconta le vicende di una famosa famiglia mafiosa. Un successo altrettanto strepitoso è arriso al film dall’omonimo titolo. Puzo, figlio di genitori di modeste condizioni e, proveniente dalla provincia di Avellino, nacque e visse in un quartiere degradato di New York. Scoprì presto la sua vocazione di scrittore e perfezionò i suoi studi presso la Columbia University. Un suo romanzo del 1965 (The Fortunate Pilgrim, in italiano Mamma Lucia), è dedicato alle vicende di una famiglia di immigrati italiani a New York negli anni ’30, quelli della sua fanciullezza.

La presunta contiguità tra gli italo-americani e la mafia impiantata negli Stati Uniti non riguarda solo gli anni ’60 e ’70 del secolo scorso ma è continuata anche negli anni successivi. Questo pregiudizio è di difficile superamento, come ha dimostrato la straordinaria durata della serie televisiva I Soprano (1999-206), imperniata sulla storia del boss mafioso del New Yersey Tony Soprano, intrecciata con le complicate vicende psicologiche personali, con i rapporti familiari, e con le “grane lavorative” nel confronto con gli altri boss e la polizia. Questa serie, ideata da David Chase,  si è affermata anche per i meriti artistici (i critici l’hanno riconosciuta tra le migliori opere televisive di tutti i tempi), ma non è mancata la persistente curiosità alla dimensione criminale della comunità italiana, che porta a considerarne i membri (come emerso in qualche indagine) se non mafiosi, quanto meno simpatizzanti [9].

columbus-day-new-york-tricolore-festeggia-la-scop-211712Precisato che la realtà mafiosa è stata un lascito fortemente negativo di una parte della comunità italo-americana, è necessario rispettare il “trapianto” degli umili protagonisti della grande emigrazione negli Stati Uniti e chiedersi, al contrario, se essi non abbiano lasciato qualche altro elemento positivo nella società ospitante oltre all’insegnamento dietetico enfatizzato da Prezzolini, peraltro non del tutto assimilato, a basarsi sulle statistiche relative all’alimentazione degli statunitensi. Pare si possa affermare che nel periodo dell’emigrazione di massa tra gli italiani fossero presenti valori come tenacia nel lavoro, attaccamento alla famiglia e solidarietà etnica. Questi valori, semplici ma nello stesso tempo profondi, hanno di per sé una capacità diffusiva e perciò avranno senz’altro influito sulla personalità dei figli e, almeno tramite loro, sulla società americana. Le seconde e le ulteriori generazioni vanno, infatti, in qualche modo considerate come rami di uno stesso tronco. Attraverso i discendenti, quindi, seguirono ben presto gli importanti contributi che gli italo-americani diedero a livello culturale, artistico, scientifico, religioso e politico. La storia di una società non è unicamente frutto delle élite senza che la base popolare eserciti alcun influsso. L’emigrazione della seconda metà del secolo XIX e dell’intero XX secolo è stata un fenomeno collettivo, che come tale va interpretato, senza per questo trascurare gli apporti dati da personalità eccellenti.

Si può chiudere con una riflessione sul Columbus day, la festa che il 12 ottobre (dal 1971 resa mobile e collocata nel secondo lunedì del   mese di ottobre) commemora l’arrivo in America di Cristoforo Colombo. Gli italo-americani la considerano la loro festa e in effetti furono essi, a San Francisco, nel 1869, a celebrarla per la prima volta, mentre nel 1937 il presidente Franklin D. Roosvelt la proclamò festa nazionale. Dal 2017 il Comune di Los Angeles ha deciso di non celebrare più il Columbus Day per dedicare l’attenzione al ricordo delle popolazioni native aborigene, esposte allo sfruttamento e al genocidio a causa della venuta del navigatore genovese e dei conquistadores che lo seguirono. Il discernimento storico induce a separare l’occupazione coloniale, perseguita dagli spagnoli nell’America Latina (e dai francesi e degli inglesi nel Nord America) dall’importanza che ebbero le scoperte geografiche, tanto che l’arrivo di Colombo in America viene indicato come l’inizio dell’epoca moderna. Ma vi è un motivo in più per non sopprimere quella festa e consiste nell’attenzione che merita la comunità italo-americana, in ragione dell’apporto dato a questo Paese attraverso personalità insigni e anche attraverso una serie sterminata di tante umili persone.

Dialoghi Mediterranei, n. 41, gennaio 2020

Note
[1] I documenti qui riportati sono stati pubblicati su http://www.gruppolaico.it/2010/10/02/quando-noi-eravamo-sporchi-brutti-e-cattivi/, 2 ottobre 2010. Una esemplificazione molto più ricca si trova nel volume di Stella G. A, L’orda. Quando gli albanesi eravamo noi, Rizzoli, Milano, 2002.
[2] Cfr. Marchesi S., “Immigrati e criminali. Quando gli altri eravamo noi”, http://guide.supereva.it/giallo_e_noir/interventi/2005/06/213944.shtml.
[3] Rizzoli, Milano, 2012.
[4] Il padre Lorenzo, finanziere rifugiato in Francia, era governatore di Gaeta. Ai tempi della rivolta di Masaniello (1620-1647, anno in cui venne giustiziato) combattendo per la marina francese in Sicilia, Henri, perse una mano e si dotò di un uncino. Si dedicò quindi all’esplorazione dei territori americani per ampliare le colonie francesi. Insieme a La Salle giunse nel Québec nel 1678, e nel 1682 nel Mississipi, a Chicago e nel Golfo del Messico nel 1882. Scoprì molti territori che ora compongono gli Stati Uniti, come l’Illinos, l’Arkansas e l’Alabama.  Morì in Alabama dopo aver contratto la febbre gialla.
[5] Dichiarazione citata da P. Lorenzo Prencipe, Lettera aperta per la difesa dei romeni, quando la paura diventa ossessione, CSER, Roma, 7 novembre 2007.
[6]Pilobe L, “L’emigrazione valdese negli Stati Uniti”,
https://www.fondazionevaldese.org/documenti/8a847d562a89cf2da141a70b670c9c11.pdf.
[7] Prezzolini G., I trapiantati, Longanesi, Milano, 1963: 46.
[8] Ibidem: 306.
[9] In Italia, diventato Paese di immigrazione, si è verificato parimenti la tendenza a criminalizzare gli immigrati, ricorrendo al sostegno solo apparente dei dati statistici sulle denunce. Per un aggiornamento sui fattori che consentono di smontare questa tesi, cfr: Pittau F., Di Sciullo L., Iafrate P., La criminalità degli stranieri e degli italiani: per un corretto confronto, in Idos, Confronti, Tavola Valdese, Dossier Statistico Immigrazione, Edizioni Idos, Roma, 2019: 200-203.

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Mauro Albani, ricercatore dell’Istituto Nazionale di Statistica, con formazione di tipo statistico-demografico e esperienza nel trattamento e nell’analisi di dati di fonte amministrativa in ambito demografico e sociale. Dal 2006, presso il “Servizio Registro della popolazione, statistiche demografiche e condizioni di vita”, si occupa di dati sulla popolazione straniera residente e sulle migrazioni. Su questi temi ha svolto attività di ricerca e pubblicato su riviste nazionali e internazionali, presentato contributi a convegni e conferenze, svolto attività di docenza, collaborato con istituzioni pubbliche e private nell’ambito di convenzioni, progetti specifici e tavoli di lavoro.
Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche ed è attualmente presidente onorario del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico.

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