I migranti ci guardano e ci dicono chi siamo

copertinadi  Antonino Cusumano

A che serve la letteratura se non a ricordarci chi siamo quando ci diciamo umani? Nulla può forse meglio restituirci quale senso e quale sentimento dell’uomo esprime la cultura del tempo che viviamo, quali modi del vivere e quali mondi dell’abitare sono possibili o immaginabili. Probabilmente nulla può farci meglio comprendere il rapporto dell’uomo con la storia, con quella trama segreta dei fatti che come fili sottili si rendono visibili solo nel rovescio della tela e del tutto invisibili nel dritto. Accade che la grande letteratura – come hanno dimostrato tra gli altri Pasolini e Sciascia – pur non essendo mimesi della realtà ne sia paradossalmente epifanico disvelamento, invenzione più potentemente vera della verità fattuale, testimonianza più alta e plausibile della stessa cronaca documentaria. «La storia dice gli eventi, la sociologia descrive i processi, la statistica fornisce i numeri, ma è la letteratura che li fa toccare con mano là dove essi prendono corpo e sangue nell’esistenza degli uomini». Così Claudio Magris.

Nel tempo delle post-verità, in cui le oscillazioni e gli slittamenti tra vero ed inventato,  tra finzione e immaginazione sembrano colonizzare tutti gli spazi della comunicazione pubblica, producendo una percezione collettiva di vertigine, di straniamento e di sfinimento, l’arte della narrazione non appartiene più soltanto alla letteratura ma è format del reality che surroga il reale, è storytelling che serializza e spettacolarizza la politica, è artificio mediatico pervasivo che declina e orienta il senso comune e perfino il buon senso. Quanto più il narrare diventa verbo dell’ingannare, mera tecnica illusionistica, trompe d’oil di una rappresentazione sostanzialmente strumentale, non affabulazione ma contraffazione ovvero macchinazione e manipolazione dell’immaginario, tanto più la letteratura tende a riaffermare la inemendabilità del reale, il nuovo realismo di cui scrive Maurizio Ferraris nel suo Manifesto, la certificazione dei fatti nella loro cruda consistenza, nella loro irriducibile verità. Non si tratta di ripescare e riabilitare una scientifica e improbabile oggettività del raccontare quanto di ripensare e riarticolare quella soggettività che nel narrare fa e comunica l’esperienza del mondo, ricostruisce l’ordine delle cose e dei fatti e  di essi rende conto con una fedeltà che attesta il “principio di realtà”, di quella  realtà che esiste, resiste, anzi  pre-esiste, anche a prescindere dal nostro sguardo e dai nostri paradigmi concettuali.

«I romanzi – ha scritto Salman Rushdie – sono pieni di bugie, di bugie che dicono la verità. La narrativa dice la verità in un’epoca in cui le persone cui è demandato di dire la verità inventano storie. Abbiamo i politici, i media o chi, altri, coloro che creano le opinioni che, in effetti, inventano storie. E allora diventa il dovere di uno scrittore cominciare a dire la verità». Da qui la destrutturazione dei canoni letterari tradizionali, gli sconfinamenti e le contaminazioni di generi diversi, la commistione di scritture che ibridano la tecnica investigativa dell’inchiesta giornalistica col rigore argomentativo del saggio, con la prospettiva etnografica, con la trama d’ispirazione autobiografica e le inserzioni dialogiche del romanzo. Una narrativa di confine in bilico tra verità e verosimiglianza, tra documentazione storica ed elaborazione di storie, tra resoconto di fatti e racconto di sé. Una forma letteraria che segna il ritorno del realismo, la restituzione dell’accaduto e la testimonianza di ciò che sta accadendo, la memoria dell’umanesimo e la denuncia civile come coscienza critica dell’uomo e dell’umano.

In questo orizzonte che dispiega inedite tendenze di scrittura e nuove soggettività di narrazione si iscrive il libro di Davide Enia, Appunti per un naufragio (Sellerio 2017), che mette al centro due snodi nevralgici e cruciali del dibattito pubblico contemporaneo: l’immigrazione e Lampedusa,  due parole che costituiscono una perfetta endiade concettuale e semantica, un unico ambiguo e confuso groppo di verità e menzogne, di segni e immagini ad alta densità simbolica. Da oltre trent’anni ormai Lampedusa non è più soltanto un’isola che la geografia ha posto più vicina all’Africa che all’Europa, è il luogo che la storia ha eletto a teatro di una tragedia epocale e a laboratorio di un futuro in divenire, il topos per eccellenza nella mappa del racconto sull’immigrazione in Italia. Gli occhi del mondo l’hanno trasformata in una metafora, in una sineddoche, in un’icona tanto potente quanto sfuggente dell’immaginario mediatico globale. Così se da un lato è l’approdo compassionevole di un’Italia accogliente e solidale, dall’altro è l’ultima trincea di un’Europa che guarda al Mediterraneo come ad un fossato scavato a protezione della Fortezza. Tant’è che può accadere che un ministro dal profilo ariano di un Paese europeo minacci impunemente di inviare divisioni al Brennero se la piccola isola non riesce a trattenere i migranti in un severo campo di contenzione (o di concentramento?). Non una boutade estiva ma il grottesco  segnale dell’aria che tira. 

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The raft of Lampedusa, sculture subacquee di Jason Decaires Taylor, Museo Atlantico di Lanzarote

Per conoscere e capire l’immigrazione bisogna andare a Lampedusa, essere là, come direbbe Geertz, come impone per principio ogni ricerca etnografica o come – più banalmente – presuppone una qualsiasi narrazione empaticamente ed eticamente corretta. E ciò che ha fatto Davide Enia che si muove sul “campo” tra letteratura e antropologia, ovvero incrociando gli sguardi e gli orizzonti, facendo dialogare le storie dei migranti con le voci dei lampedusani e perfino con le proprie memorie familiari, con le più intime vicende personali. Un racconto ibrido che nel raccogliere ciò che l’autore ha ascoltato e visto non si limita a scrivere l’oralità ma si spinge a “oralizzare” la scrittura, a decostruire parole e linguaggi frantumati in appunti, a portare in superficie il sommerso, il non detto, il rumore dei pensieri, i silenzi, le reticenze e le omissioni. Tanto più che – come ha osservato anni fa il linguista Giovanni Ruffino – nel dialetto lampedusano convivono più parlate, un labirinto linguistico inclassificabile, frutto dell’ardua e sofferta genesi del popolamento dell’isola, un sincretismo culturale che contribuisce a spiegare la tolleranza e l’apertura, l’umanità degli abitanti. Così che «i discendenti dei fuggitivi di ieri guardano ai fuggitivi di oggi con occhio diverso da quello dei continentali», confermando ancora una volta l’assunto che «le piccole isole si manifestano come luoghi aperti, nei quali il respiro ampio del mare prevale sulle angustie perimetrali e territoriali».

Nella prassi quotidiana dei lampedusani come nel racconto di Davide Enia il mare è presenza ineludibile, elemento fisico e metafisico irriducibile, misura dello spazio e del tempo, frontiera della vita e della morte. Così si legge già nella seconda pagina del libro:

«Constatavo per l’ennesima volta quanto di Lampedusa  mi stupisse la capacità di destabilizzare i propri ospiti, creando in essi un fortissimo senso di straniamento. Il cielo così vicino da crollare quasi addosso. La voce onnipresente del vento. La luce che colpisce da ogni dove. E davanti agli occhi, sempre, il mare, eterna corona di gioia e spine che ogni cosa circonda. È un’isola in cui gli elementi ti piombano addosso senza che nulla glielo impedisca. Non esistono ripari. Si è trafitti dall’ambiente, attraversati dalla luce e dal vento. Nessuna difesa è possibile».

Il mare come un abbraccio, «onnipresente punto di fuga», come una sfida e una iniziazione al mondo e ai marosi della vita, così da imparare a tuffarsi fin da piccoli dagli scogli: «A Lampedusa  i bambini non sono piccirìddi, sono pesci». E quando si è adulti si cammina protesi verso il mare anche quando si è a terra, oscillando come a replicare il dondolìo delle barche, una condizione comune ai pescatori di Lampedusa «quella di non trovarsi a proprio agio con la fissità della terra. C’è bisogno del movimento per ritrovare l’equilibrio».

A guardar bene, anche loro come i profughi sono uomini erranti, destinati a migrare ininterrottamente lungo quella difficile frontiera che corre tra la fidata costa e l’incerto orizzonte. Ma di fronte al mare oggi si sta  come davanti alle onde della Storia che s’alzano e s’infrangono sui fragili destini degli uomini. E proprio qui, lungo la sottile linea d’ombra dei confini, si spiega ormai un drammatico campo di battaglia, si combatte una guerra senza armi, si consuma una carneficina silenziosa e invisibile. Uno stillicidio di naufragi e di morti annegati, caduti sulle rive dell’Europa invano invocata e promessa.

Dopo la tragedia del 3 ottobre 2013 che ha segnato un terribile spartiacque,  quando «le acque si riempirono di cadaveri e Lampedusa  fu invasa da bare e televisioni», da allora gli abitanti dell’isola sono impegnati in un combattimento senza tregua, a contare i vivi e i morti, a dare ricovero nelle case agli scampati e nel piccolo camposanto ai corpi nudi e senza nome avvolti nei sacchi neri: l’unico ius soli a cui la pietà sembra destinare i poveri cristi venuti dal mare dopo aver attraversato il deserto. A vestire i sopravvissuti e a sfamarli è la gente locale che nei giorni successivi alla primavera araba vide arrivare migliaia di uomini donne e bambini, sprezzantemente noti come clandestini.

«C’erano più stranieri che residenti a Lampedusa, oltre diecimila persone contro poco più di cinquemila isolani. Convissero timore e curiosità, diffidenza e misericordia, le imposte restavano chiuse oppure si aprivano per dare maglioni e scarpe, prese elettriche per caricare i cellulari e bicchieri d’acqua, una sedia per riposare e un posto a tavola per spezzare assieme il pane. Erano persone in carne e ossa, quelle lì davanti agli occhi, non statistiche lette sul giornale o numeri urlati alla televisione. Così, in una sorta di supplenza dell’assistenza, si recuperarono e si distribuirono cerate perché fuori pioveva e si calarono due chili di pasta perché quei ragazzi avevano fame e non mangiavano da giorni».

Se non è accoglienza si chiama semplicemente umanità (o fraternità se preferite) quella che Davide Enia ci racconta per bocca del sommozzatore, dell’operatore, del medico, del responsabile della Guardia costiera, del pescatore traumatizzato che «dietro un’onda continua a vedere le persone», e di quanti si adoperano in mare e a terra per dare soccorso. Perché alla fine, al di là dei numeri, delle polemiche, delle legittime paure e delle miserabili astuzie politiche, delle debolezze e delle insicurezze psicologiche, l’interrogativo a cui ciascuno è chiamato a dare una qualche risposta è radicalmente e drammaticamente semplice: sorreggere i corpi o lasciarli cadere, tendere la mano o ritrarla,  afferrare il braccio di chi sta annegando o abbandonarlo tra i flutti, salvare una vita o restare indifferenti. «Se c’è una persona che sta affogando nel mare in tempesta, io chi sono? Quello che si tuffa, anche a rischio della propria vita, o colui che, terrorizzato dalla morte, rimane aggrapppato alla terraferma?».  

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The raft of Lampedusa

Il sommozzatore, uno che sulle motovedette calza mute arancioni e si tuffa durante le operazioni di soccorso, è un gigante nella corporatura, eppure  «come un San Sebastiano trafitto da scelte lancinanti» è tormentato da mille dubbi: «Se hai davanti a te tre persone che stanno affogando e cinque metri più in là sta affogando una madre con un bambino, che fai? Dove vai? Chi salvi per primo?», dal momento che «tutto si riduce a una questione di tempo, di velocità, di buona sorte. Quando un corpo va giù, ora lo vedi sbracciarsi, ora non lo vedi più. È un niente», chiarisce il comandante della Guardia costiera. Il medico è il noto ginecologo Pietro Bartolo, straziato testimone delle atrocità che sono costretti a subire i migranti durante la loro odissea, specie le donne  devastate da stupri e ustioni: «dovrebbe curarsi della vita, delle nascite e delle madri, invece è il medico che probabilmente conta il più alto numero di ispezioni e riconoscimenti cadaverici al mondo, almeno  in una zona non di guerra».

Ma accanto alla tragedia dei naufragi, alla morte che indigna e ci fa vergognare, Davide Enia lascia cogliere, nonostante tutto, il prepotente respiro della vita, la gioia dell’approdo, il sorriso dei bambini che sbarcano scalzi, la tenerezza di quanti si stringono attorno allo speciale mantello termico che colpito dal sole riverbera bagliori e scaglie di luce. «Non c’è niente di più bello che vedere arrivare i bambini, vivi», dice l’ufficiale della Guardia costiera. Lo scrittore raccoglie anche le parole del giovane operatore Alberto che ha studiato antropologia e fa il volontario e parla di musica reggae con i migranti:

«Ho visto le persone appena sbarcate danzare e baciare la terra, alcune pregare, come fanno i musulmani, sdraiati con la fronte in giù, e altri applaudire e tenere il ritmo con mani e piedi. Ho ricordi bellissimi. Più di una volta è capitato che ragazzi siano arrivati in porto applaudendo e cantando già dalla motovedetta. È proprio una apparizione stupenda assistere di notte alla motovedetta in festa che arriva dal mare buio. Forse vado oltre, ma quella del molo credo che sia una delle parentesi più felici della vita di questi ragazzi, anche perché quello che vivranno di lì a poco sarà ben diverso. Ma dopo tutto quello che hanno passato, dopo la traversata, ecco finalmente la terraferma. Lì sul molo è una nuova nascita, piena di speranze e di gioia. E tu ti ritrovi ad essere la prima persona che li accoglie».

Molte le voci che Davide Enia ha radunato nelle pagine di questo libro che è un po’ un memoriale, un  diario dolente, e un po’ una confessione, un’accorata e laica preghiera. Tra il sentimento di pietà e il desiderio di speranze l’autore immette nel racconto del suo viaggio a Lampedusa gli affetti e i ricordi familiari, le esperienze private, la ritrovata relazione con il padre appassionato di fotografia, la lezione di vita dello zio colpito da un tumore, la pazienza della compagna a cui dedica il libro. Del resto, la grazia della letteratura non sta proprio in quel frammento di universale che della condizione umana epifanicamente si rivela attraverso l’esperienza personale più intima? E l’arte del raccontare non sta forse – come sostiene Pamuk  – nella capacità di narrare la propria storia come se fosse la storia di un altro e la storia di un altro come se fosse la propria? Elementi dell’autobiografia di Enia irrompono nel racconto con improvvisi slittamenti e stratificazioni temporali e si sostanziano di tutte le biografie dei personaggi, di tutte le storie  individuali coagulate ed esitate in una dimensione collettiva, dentro un grande affresco corale e polifonico. Affiora il ritratto di un’isola dalla patria lontana e indifferente, il profilo umano della sua gente, il carattere di una comunità vocata ad accogliere come una ospitale Ellis Island del Mediterraneo, come  un approdo sicuro, un abbraccio materno, una casa «capace di scaldare il cuore durante l’inverno della vita».

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The raft of Lampedusa

Ma c’è di più. Tra le pieghe di questo racconto Davide Enia scrive non solo una civile elegia dell’accoglienza ma anche una pacata invettiva sul presente, sulla storia nazionale, sul collasso di una certa idea di Europa. Dai margini, dalle periferie dei confini si vede e si capisce meglio il centro, lo stato di salute del nostro Paese. Nella sua Lampedusa ci siamo tutti noi, con le nostre fragilità e gli slanci di generosità, con le paure, le rabbie e i risentimenti, i giudizi e i pregiudizi, il coraggio e le viltà, le incertezze e le presunzioni. Ma ci sono soprattutto loro, i migranti, che in rotta dalle guerre hanno attraversato a piedi il deserto, il Sahara «come il Mediterraneo, pieno di ossa»: il viaggio – raccontano – è muto, nel gruppo composto da sconosciuti si parlano  lingue differenti, si deve risparmiare la saliva.

«Sono processioni che racchiudono un amplissimo campionario di umanità, persone di ogni età e condizione sociale. Quando uno cade, se è vivo, lo si aiuta a rialzarsi. Se è morto, ci si appropria dei soldi, se ne ha nascosti addosso, delle scarpe, se sono in condizioni migliori di quelle che si stanno calzando, degli indumenti, perché una camicia arrotolata in testa può offrire riparo dal sole e una cinta può essere venduta in Libia per racimolare i soldi necessari alla traversata. Spesso sulla sabbia rimangono i cadaveri nudi».

E in Libia i sopravvissuti hanno conosciuto il carcere e le torture, le violenze inimmaginabili di un mattatoio gestito dai trafficanti e dai tagliagole, finché sono riusciti a prendere il mare, unica via di fuga dall’inferno. Qui la lettura del racconto è esperienza dura e faticosa come arrampicarsi su una strada impervia ai margini di un precipizio. Le pagine descrivono il viatico drammatico dei gommoni alla deriva, sul cui fondo si mescolano acque, urina e benzina, una traversata fatta di allucinazioni, di svenimenti, di corpi disfatti, disidratati, scorticati, sbalzati in acqua o lanciati vivi tra le onde dagli scafisti, di cadaveri fatti scivolare tra i flutti, «di preghiere ed esercizi mentali per non dimenticare il nome di chi non ce l’aveva fatta». E giunti infine nell’estremo lembo d’Europa gli scampati ci guardano con «il loro carico di sofferenza, i corpi smagriti, i lividi, le cicatrici, gli occhi impauriti». Sono corpi destinati ad essere «rinchiusi nei Centri e zittiti nei lori diritti e nelle loro ragioni». Non capiscono perché «il mondo applaudiva alla primavera araba e poi ne imprigionava gli attori». Cambiano i governi, mutano i nomi o gli acronimi delle strutture di identificazione, di espulsione, di permanenza temporanea o di accoglienza straordinaria. Ma le condizioni dei migranti non cambiano, soggetti come sono, senza aver commesso alcun reato, alla sottrazione della libertà, all’assoggettamento e al controllo non solo materiale dei corpi, alla cancellazione delle appartenenze che definiscono la natura sociale dell’individuo.

Di queste come delle mille altre contraddizioni della politica dell’immigrazione Davide Enia  sembra voler implicitamente sottolineare le criticità e i rischi più aberranti: la decostruzione del concetto di persona, l’abdicazione del senso della pietas e dell’humanitas, la spoliazione di ogni forma di dignità. Allo scrittore che si fa etnografo e dialoga con gli uomini e le donne in carne e ossa – un dialogo assimilabile per alcuni aspetti ad una sceneggiatura teatrale – non interessa certo scrivere un pamphlet polemico o ideologico. Nel lasciare la parola ai migranti e ai loro soccorritori denuncia la deriva etica del nostro essere e stare nel mondo, l’antropopoiesi che stiamo progettando senza averne piena consapevolezza, la percezione della vita sempre più “scartata” e svalutata, la concezione dell’umano sempre più intrappolata e reificata nella discriminante inclusione/esclusione. In questo senso, a  Lampedusa – capitale mondiale dell’umanità – sono le colonne d’Ercole del nostro mondo e del nostro tempo, l’ultimo avamposto della desistenza morale in cui l’ansia e la paranoia sicuritaria ci hanno fatto precipitare.

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The raft of Lampedusa

Davide Enia è tuttavia consapevole che la Storia scorre come un fiume carsico, che il futuro è già qui anche se fingiamo di non vederlo, anche se ci ostiniamo a non riconoscerlo. Tutto è già tracimato dalla cronaca alla memoria collettiva delle generazioni che verranno e ci chiederanno che cosa abbiamo fatto e dove siamo stati. Quanto accade oggi nel Mediterraneo appartiene alle endemiche vicende della terra («migrano gli uccelli e migrano i pesci, si muovono i mari e si spostano le mandrie e i continenti»)  e ancor più alle dinamiche connaturate alla vita degli uomini, agli inarrestabili movimenti dei popoli che hanno diritto ad esistere, ad abitare la terra, ad ottenere giustizia e libertà, o più semplicemente a vivere.

«Le nostre parole possono raccontare di mani che curano e di mani che innalzano fili spinati. Ma la storia della migrazione saranno loro stessi a raccontarla, coloro che sono partiti e, pagando un prezzo inimmaginabile, sono approdati in questi lidi. Ci vorranno anni. È solo una questione di tempo, ma saranno loro a spiegarci gli itinerari e i desideri, a dirci i nomi delle persone trucidate nel deserto dai trafficanti d’uomini e la quantità di stupri che può subire una ragazza in ventiquatto ore. Saranno loro a spiegarci l’esatto prezzo di una vita in quelle latitudini del mondo.(…) Saranno loro a usare le parole esatte per descrivere cosa significa approdare nella terraferma, dopo esserre scappati dalla guerra e dalla miseria, inseguendo il sogno di una vita migliore, e saranno loro a spiegarci cosa è diventata l’Europa e a mostrarci, come uno specchio, chi siamo diventati noi».

Conclusa la lettura e chiuso il libro, resta davanti a noi l’orizzonte di questo greve presente in cui il dibattito pubblico resta ancora incagliato tra muri e blocchi navali, rimpatri e hot spot. Mentre continuano a naufragare i barconi e con essi le nostre cattive coscienze, si discute di sovranismo e di protezionismo. A fronte di questa cecità collettiva che è spia della decadenza dell’Europa e del tramonto della civiltà occidentale, tornano in mente le parole del massimo storico del Mediterraneo, Fernand Braudel: «Non sono gli uomini a fare la storia ma la storia a fare gli uomini», affermazione che parafrasava modificandone il segno quella più fiduciosa di Karl Marx: «Gli uomini fanno la storia ma non sanno di farla». Noi, più semplicemente, dopo aver letto il racconto di Davide Enia, possiamo dire con George Steiner che: «Non siamo noi a leggere i libri ma forse più profondamente sono i libri a leggere noi». La via letteraria è probabilmente quella che con la sua efficacia simbolica meglio conduce alla comprensione dei fatti che scorrono davanti ai nostri occhi assuefatti ed opachi. La letteratura paradossalmente ci racconta come stanno davvero le cose, alza il velo impietoso sulla realtà che ci rifiutiamo di vedere, sulle verità che non vogliamo accettare. Ecco perché dalle pagine degli Appunti di Enia i migranti di Lampedusa ci guardano, ci dicono chi siamo, cosa stiamo diventando. O cosa siamo già diventati.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017

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Antonino Cusumano, ha insegnato nel corso di laurea in Beni Demoetnoantropologici presso l’Università degli Studi di Palermo. La sua pubblicazione, Il ritorno infelice, edita da Sellerio nel 1976, rappresenta la prima indagine condotta in Sicilia sull’immigrazione straniera. Sullo stesso argomento ha scritto un rapporto edito dal Cresm nel 2000, Cittadini senza cittadinanza, nonché numerosi altri saggi e articoli su riviste specializzate e volumi collettanei. Ha dedicato particolare attenzione anche ai temi dell’arte popolare, della cultura materiale e della museografia. È autore di diversi studi. La sua ultima pubblicazione è la cura di un libro-intervista ad Antonino Buttitta, Orizzonti della memoria (2015).

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