I dettami dell’imperium. Migranti, diritti e vulnerabilità in un quartiere di Palermo

Mercato di Ballarò (foto Palagonia)

Mercato di Ballarò (foto Palagonia)

di    Daria Settineri

Questo articolo è diviso in due parti. Nella prima, seppur soffermandomi su pochi, ma emblematici, elementi, traccio alcuni spunti di riflessione sul concetto di imperium e sul ruolo che tale istituto ha avuto nella formazione del potere istituzionale e politico in Occidente. Nella seconda parte, invece, tramite l’esperienza etnografica svolta negli ultimi anni nel quartiere dell’Albergheria di Palermo (e nel mercato popolare di Ballarò che vi gravita all’interno), analizzo le ripercussioni che tale forma di potere, nella sua declinazione istituzionale e in quella criminale, ha sui migranti sprovvisti di documenti.

Il termine imperium deriva, per suffissazione deverbale, dal verbo impĕro e, proprio per il particolare suffisso con cui si forma (-ium si utilizza per i nomina actionis, ovvero per quei nomi in cui l’azione espressa dal verbo è trasferita nel sostantivo) racchiude in sé un approccio fondamentale alla comprensione delle teorie del potere e del rapporto fra poteri e spazi sin dagli albori del diritto occidentale. Il concetto di imperium, infatti, pur se storicamente rispondente a rappresentazioni del potere via via differenti, ha racchiuso sempre in sé un aspetto di contiguità con la capacità e l’opportunità di agire per la gestione dello spazio.

Pur non affrontando le questioni connesse ai risvolti politici, storici e sociali che la differente declinazione del termine ha comportato sin dai primordi della storia di Roma, è utile ribadire che, attraverso i secoli, tale concetto ha permeato di sé la formazione del pensiero politico dell’Occidente e la percezione del rapporto con il potere istituzionale e non. Otto secoli dopo la nascita di Roma, Seneca, nella sua Consolatio ad Helviam matrem (VII, X), scriveva che l’uomo sempre unde expulerat eiectus est, è stato cacciato da dove aveva cacciato. Gestire lo spazio e il potere ivi connesso, dunque, significa gestire la presenza di esseri umani in un determinato territorio. Qua è necessario dare per assiomatico il fatto che il modo in cui tale spazio e tale potere vengono gestiti oggi in Europa è strettamente connesso con l’ideologia dell’imperium la quale, come avvenne per Seneca costretto all’esilio in Corsica, si basa su un principio di inclusione escludente.

Spazio e potere, dunque, fanno parte di quella medesima area che, duemila anni dopo Seneca, Bourdieu definisce campo politico, ovvero un sistema aperto di strutture strutturanti che funzionano come strutturate. L’accostamento tra le riflessioni del filosofo latino e quelle del sociologo, tra i dettami dell’imperium e quelle del campo politico, seppur con le ovvie differenze legate ai diversi ambiti di produzione, è riconoscibile nella tensione tra le pretese di essenzializzazione di chi agisce il potere, oggi come ieri, e la capacità di creare linee di fuga da parte di chi è agito dal potere. A mediare lo spazio fra questi due poli, tra potere agente e potere agito, tra azioni pubbliche e pratiche intime, secondo Herzfeld, troviamo la burocrazia. Lo studioso, infatti (1992, 1997), come osservato anche da Palumbo (2010), riconoscendo uno spazio fluido di connivenza tra lo Stato e i suoi rappresentanti da un lato e i cittadini dall’altro, riconosce la struttura formale del quadro istituzionale che è esperibile secondo due direttrici. La prima funziona nella misura in cui produce una sorta di funzione specchio tra Stato, burocrati e cittadini, favorendo i processi che stanno alla base della formazione delle comunità statali; la seconda strada, al contrario, prevede la messa in atto forme di de-umanizzazione (Herzfeld 1992:181-184) riconducibili al concetto di nuda vita di Agamben (1995) che è esposizione non protetta alla violenza di Stato nella forma paradossale dell’«esclusione inclusa», in quanto entra a far parte del politico proprio con la sua esclusione, personificandosi nell’homo sacer e collegandosi allo stato d’eccezione.

(foto Sabella)

(foto Sabella)

Secondo il diritto romano, gli homines sacri sono coloro i quali, per aver compiuto una determinata azione lesiva dello Stato o della divinità, avevano disonorato i vincoli alla base della comunità al punto tale che la loro punibilità doveva essere affidata agli dèi tramite l’istituto della sacertas, che prevedeva, tra l’altro, la fuoriuscita dal gruppo sociale. I dettami dell’imperium, dunque, ieri come oggi, prevedono che, in nome dell’inclusione a un corpo politico, venga esclusa una parte di umanità che potremmo definire eccedente (Settineri 2013). Bauman (2003: 42), commentando la definizione di homo sacer data da Agamben, afferma che in essa rientra una categoria di rifiuti umani, lo scarto e la materia attraverso cui lo Stato nazionale è cresciuto e grazie al quale, rinunciando alle (ormai fallite) funzioni di garante del welfare, cerca di recuperare credibilità agli occhi del cittadino, facendo della politica della sicurezza il fulcro della propria agenda. Hannah Arendt (1999: 372) scriveva: «si trovarono a essere, senza alcun diritto, schiuma della terra».

Si tratta, dunque, di un vero e proprio processo di riterritorializzazione marginale che i governi tentano di gestire.  Il grande limite di ogni dispositivo di controllo, di inclusione e di esclusione, infatti, è sempre lo stesso: non tenere conto di essere parte, per dirla con Deleuze, di un mondo di flussi mutanti (Deleuze, Guattari 2010) e che la capacità di resistenza e di poiesi dell’uomo è superiore ai tentativi di delimitazione imposti da certe forme di controllo sociale. Ciò non toglie che tali pratiche e tali politiche, reificando forme di esclusione, si connettono ad asimmetrie strutturali tali da produrre politiche di marginalità. La frattura fra accessibilità formale e sostanziale allo stato di diritto, proprio grazie ai dispositivi messi in atto da una certa forma di burocrazia, è un’impasse con cui molti gruppi sociali fanno i conti giornalmente.

L’esclusione degli immigrati più vulnerabili dalla possibilità di partecipare alla vita politica è la vera sfida ai valori liberal-democratici e alle procedure istituzionali così grandemente apprezzate dalla retorica delle democrazie occidentali. Da un punto di vista macroscopico, inoltre, si deve tener conto che molti degli elementi che costituiscono la debolezza e la vulnerabilità dei migranti hanno in sé anche il germe dell’opposizione all’attuale ordine precostituito. Il fatto di aver vissuto la dimensione della mobilità esautora alcuni esseri umani di diritti che le retoriche intorno alle democrazie assumono come forme imprescindibili. Invece, qualsiasi analisi scientifica sulla “disciplina” attesta l’esistenza di centri di instabilità, monadi impazzite prodotte proprio dai meccanismi di disciplinamento. La questione, a proposito del rapporto tra migrazione e Stato-nazione diventa: la risonanza di questi centri riuscirà a essere tale da scuotere e delegittimare ordini precostituiti prima che vengano ricondotti alla norma? Utilizzando la metafora di Deleuze e Guattari (2010: 458-462), si potrebbe supporre di sì: gli esseri umani deterritorializzati sono numeri numeranti rispetto agli esseri umani territorializzati (che sono numeri numerati) e hanno la caratteristica di essere in un movimento sempre complesso e articolato capace di produrre «effetti di immensità mediante una sottile articolazione» (2010: 462).

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A Palermo, all’interno del primo dei quattro mandamenti in cui si divide il centro storico, nell’area del quartiere dell’Albergheria, si trova il mercato di Ballarò, luogo attorno al quale si sono creati spazi di opposizione, linee di fuga, interstizi di sopravvivenze. Ciò è avvenuto proprio per ragioni legate alle politiche di gestione dello spazio. Quanto detto sin qui, infatti, non è appannaggio esclusivo dell’esercizio di politiche di potere ufficiali, bensì anche di quelle ufficiose e, ancor di più, della connessione tra i relativi ambiti di influenza sul territorio. Ballarò, per la sua storia, è uno di quei luoghi che funge da catalizzatore dell’azione di più forme di governance e della loro influenza e confluenza. Nel medesimo luogo, infatti, operano una pluralità di attori sociali: dalla bassa manovalanza criminale dedita allo spaccio al dettaglio al piccolo boss di quartiere; dai salesiani ai volontari del servizio civile; dai, pochi, uffici rappresentanti le istituzioni ai, tanti, centri di smistamento di materiale rubato; dalle bancarelle di cibo di strada tradizionale ai negozi di import-export. Una realtà complessa e poliedrica, dunque, in cui si giocano le sorti di migliaia di uomini e donne senza permesso di soggiorno che, in questa area, riescono a trovare uno spazio vitale.

A Ballarò, infatti, seppur stretti in una morsa per cui, per le agenzie di Stato, essi esistono come soggetti perseguibili penalmente per l’illegalità della presenza, e per le agenzie criminali, in quanto soggetti ricattabili a causa della loro vulnerabilità sociale e giuridica (Settineri 2013), questi uomini e queste donne fungono da serbatoio da cui attingere mano d’opera, proprio per la pluralità di registri di potere che insistono sul quartiere; per la supremazia di quello criminale (seppur con la beneplacita connivenza di quello ufficiale) il controllo sulla presenza da parte della polizia è meno asfissiante e, infatti, in particolare dopo l’istituzione del reato di clandestinità (2009), molti migranti che vivevano nelle città del nord d’Italia, hanno preferito trasferirsi a Palermo.

(foto D. Calò)

(foto D. Calò)

Youssou è un ragazzo senegalese che fa il venditore ambulante. Da Brescia è venuto a Palermo, pur con una notevole riduzione del suo giro di affari, su consiglio dello zio proprio poiché, in assenza di documenti, il rischio di incorrere in un decreto di espulsione, nel capoluogo siciliano, è minore:

«Io devo avere la macchina capisci? Come fai: felpe, jeans… quelli che metti sopra… […] sì giubbotti. Dove metti tutto per fare mercatini? Ci vuole macchina per forza. […] No, io non ho patente falsa. Ho pensato di fare patente falsa, io [però] comprare tutto qua da italiani qua, non vai a Napoli io. […] Io pensi di chiedere a un altro di fare la patente per me, ora [però] uso patente senegalese. […] Assicurazione niente. Io metti sempre quella cintura [di sicurezza] perché io straniero, così nessuno dice niente. […] Sì io fermato qui a Ballarò due volte. […] Fai vedere la mia patente senegalese e polizia dice me che no buona, [però non] fai niente, lascia me andare. […] Io non hai assicurazione nella macchina, polizia sa che io bisogna lavorare e non dice me niente. […] Io meglio se ho documenti. […] A Bergamo io non puoi fare questo, meglio qui, ma [ancora] meglio se io hai documenti».

La gestione del tempo e dello spazio, le tecniche del corpo e le relazioni sociali sono pervase dal presupposto di vivere nella zona d’ombra fra più poteri. Già dalle poche battute di Karim, un ragazzo ghanese, si intuisce il fatto che la clandestinità sia una condizione totalizzante, che coinvolge ogni aspetto della vita, ma anche il fatto che, a Ballarò, proprio questa condizione viene sfruttata dalle agenzie criminali:

«[…] ai tempi, quando sono arrivato, non potevo rifiutarmi di fare l’ovulatore23. […] Due miei amici sono morti durante il viaggio. […] Io ero terrorizzato. Pensavo di avere una bomba nella pancia che poteva esplodere in qualsiasi momento. E avevo anche paura di essere scoperto. […] Ma non credere che la polizia sia così brava, la polizia non ci ha capito niente di questo affare. Ci blocca soltanto con le soffiate. […] Le soffiate ce le facciamo tra di noi, per fregare il lavoro all’altro».

Il 27 ottobre 2010, nella cronaca di Palermo di tutte le testate, locali e nazionali, si trovava un articolo di cui di seguito riporto la fonte Agi:

«Due extracomunitari, un ghanese di 32 anni e un liberiano di 31 anni, che erano tra i clienti, hanno inseguito i rapinatori e sono riusciti a raggiungere Schillaci e a bloccarlo. Il sedicenne si era invece divincolato e dopo una colluttazione era fuggito […]. I due immigrati, entrambi privi di permesso di soggiorno, potrebbero adesso ottenere la regolarizzazione con un permesso di soggiorno per protezione sociale».

William, un uomo ghanese che incontrai il giorno dopo, mi disse di conoscere i due ragazzi e che anche io li avevo certamente visti almeno un paio di volte e aggiunse (traduzione mia dall’inglese):

«Adesso sono nascosti, avranno il permesso di soggiorno e non dovranno più nascondersi dalla polizia, ma dovranno andare via da Palermo, lontani, al nord e non tornare mai più. Anche la polizia ha detto loro di prendersi il permesso di soggiorno e di non farsi vedere da queste parti mai più, neanche in fotografia».

Qualche giorno dopo, è comparso sulla «Repubblica» del 31 ottobre 2010 a pagina 7 della sezione di Palermo a firma di Dario Prestigiacomo, un articolo di cui riporto uno stralcio:

«È una controversa vicenda di violenza e omertà quella accaduta venerdì pomeriggio in piazza del Carmine, nello storico mercato palermitano. Una vicenda nata all’apparenza per un futile pretesto. Ma a sentire la ricostruzione dei protagonisti, sullo sfondo ci sarebbe una «caccia al negro» ordinata dai «picciotti» di Ballarò per vendicare i due giovani del quartiere che mercoledì scorso, grazie all’intervento di due immigrati africani, sono stati arrestati mentre tentavano di rapinare il vicino supermercato Marotta».

Il fatto corrispondeva a quanto William aveva pronosticato: l’atto dei due giovani immigrati andava perseguito con strategie logistiche eclatanti su più piani, quello della rissa di strada compreso, poiché ledeva la configurazione di un potere gerarchico che non prevedeva il compimento di quell’azione. La disponibilità alla sottomissione è alla base dei rapporti tra gli immigrati sans papier e le dinamiche della criminalità organizzata. Essa si nutre della percentuale di garanzia di sopravvivenza biologica in assenza delle agenzie di Stato. La legittimità di governo esercitata dalle organizzazioni criminali sulla vita delle persone viene assicurata anche dalla punizione esemplare; essa, non essendo stata indirizzata ai diretti interessati (i due giovani che hanno sventato la rapina) ma a «immigrati neri» «rappresentanti» della categoria cui i giovani appartengono, travalica la contingenza dell’occasione per diventare monito e memento per tutte le forze coinvolte. Si tratta, dunque, di una violenza concreta, legittimata dal rapporto di pura sottomissione e necessaria a ribadire lo stato di dominio che pervade tutto il corpo sociale (Foucault 1993: 252-255). 

Dialoghi Mediterranei, n.9, settembre 2014
       Riferimenti bibliografici
       Agamben G. 1995, Homo sacer. Il potere sovrano e la nuda vita, Einaudi Torino.
       Arendt 1999 [1966], Le origini del totalitarismo, Einaudi Torino.
      Bauman Z.,  2003, Vite di scarto, Laterza Bari-Roma.
      De Lauri A. (a cura di), 2013 Antropologia giuridica. Temi e prospettive di ricerca, Mondadori
       Milano.
      Deleuze G.- Guattarì F., 2010 [1980], Mille piani. Capitalismo e schizofrenia, Castelvecchi Roma.
      Foucault 1993 [1975], Sorvegliare e punire. Nascita della prigione, Einaudi Torino.
      Herzfield M., 1992, The social production of indifference: exploring the symbolic roots
        of  Western bureaucracy, University of Chicago Press
       Herzfield M., 1997, Cultural intimacy: Social Poetics in the Nation-state, Psychology Press
       Palumbo B., 2010, Sistemi tassonomici dell’immaginario globale. Prima ipotesi di ricerca a
       partire dal caso unesco, in «Meridiana», 68: 37-72
       Prestigiacomo D., 31 ottobre 2010, Doppio pestaggio a Ballarò. Tensioni fa immigrati
        e residenti, in «La Repubblica»: 7
       Seneca, Consolatio ad Helviam matrem, a cura di D’Altavilla, Avia Pervia
       Settineri D., 2013, Uomini di troppo. Illegalità ed eccedenza a Ballarò (Palermo), in De Lauri      A.
        (a cura di), Antropologia giuridica. Temi e prospettive di ricerca, Mondadori Milano
        www. agi.it   

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Daria Settineri, dopo aver conseguito la laurea in Lettere classiche presso l’Università degli studi di Palermo, nel 2013, presso l’Università degli studi Milano-Bicocca, ha acquisito un Ph.D in Antropologia della Contemporaneità con una tesi riguardante il rapporto tra migrazione, gestione di spazi urbani, criminalità organizzata e istituzioni a Palermo nel quartiere di Ballarò. Ha vissuto alcuni anni in Tunisia dove, grazie ad alcune borse di studio erogate da enti pubblici e privati, ha lavorato, tra l’altro, sull’impatto dell’esperienza migratoria sui riti matrimoniali in un sobborgo urbano di Tunisi e sulla migrazione dei siciliani durante il XX secolo.

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