Gli equini in contesti funerari tra età classica ed ellenismo

 

 Anfora Panatenaica (V sec. a.C.)

Anfora Panatenaica (V sec. a.C.)

di   Federico Furco

In area mediterranea l’uso di inumare cavalli in riti funebri è attestato fin dalla tarda Età del Bronzo. Sull’isola di Creta, in area egea, le necropoli di Cnosso e soprattutto quelle di Priniàs hanno entrambe restituito sepolture di cavalli sacrificati ritualmente. Fino all’Età del Ferro ci si può riferire sostanzialmente a due tipologie funerarie: una – e gli esempi in merito sono i più numerosi – è quella del sacrificio di cavalli sul corpo appena inumato del defunto, così che i corpi di uomo (o donna) e animali venissero a trovarsi poi effettivamente dentro la stessa tomba; l’altra è quella delle sepolture singole per gli animali, che sono, però, messe in chiara e diretta connessione con sepolture umane poste nelle immediate vicinanze. In questi casi si può trattare di animali sacrificati in un rito funebre o di animali sacrificati in riti di altro tipo. In ogni caso è ipotizzabile che tali pratiche affondino le loro radici in riti della tradizione indoeuropea, e li si può collegare con lo status associato alla regalità o alla condizione “eroica” di particolari personaggi importanti. L’Etruria e l’area celtica ci hanno restituito numerosi esempi a riguardo e, come esempio letterario, basti pensare alla descrizione che nell’Iliade si fa del funerale riservato a Patroclo, nel quale insieme ad alcuni prigionieri troiani vengono sacrificati anche dei cavalli.

Dalla fine dell’età arcaica in poi, tuttavia, sembra affiorare una tendenza differente che si va ad affiancare alle precedenti, e che è dimostrata da alcune, per quanto scarse, testimonianze archeologiche: quella che deriva dai ritrovamenti di sepolture equine (singole o multiple) che non paiono avere una chiara e diretta connessione con sepolture umane. Tre esempi, provenienti dall’area magno-greca, e precisamente da siti considerati “punti di contatto” tra popolazioni elleniche e genti indigene, possono provare a darci informazioni sul perché di tali ritrovamenti. Vale la pena di segnalare che dal territorio di Metaponto, e precisamente dal sito pre-coloniale dell’Incoronata, abitato a partire dal IX sec. a.C. da popolazioni enotrie e al quale, verso l’inizio del VII sec. a.C., si sovrappone un insediamento greco distrutto verso il 640 a.C., provengono i resti di ossa equine più antichi dell’area magno-greca.

Proprio a Metaponto, ed esattamente nella necropoli di Pantanello, vi è il primo degli esempi in questione. La tomba di un cavallo di grosse dimensioni, databile alla fine del IV sec. a.C., la cui età è stata stimata attorno ai 16 anni, è stata trovata senza una diretta connessione con sepolture umane. È probabile che non si tratti di una sepoltura “del tutto greca”, ipotesi avallata dal fatto che dall’area più in prossimità, dallo scavo di altre tombe che contengono resti umani, sono venuti alla luce corredi attribuibili a popolazioni sannitiche e lucane. Anche la piccola necropoli di Crimisa, centro posto in territorio crotoniate, ha restituito una sepoltura equina apparentemente isolata, databile anch’essa alla fine del IV sec. a.C., e anche in questo caso ci si trova in un ambiente più “indigeno” che greco, data la forte presenza di popolazioni bruzie sul luogo.

Il terzo esempio arriva dalla necropoli dauno-lucana di Lavello, non lontano da Melfi. Qui il cavallo (V-IV sec. a.C.) è sepolto con le stesse modalità con cui sono sepolti gli uomini presenti nel resto della necropoli, ma non si osserva una diretta connessione con nessuno di loro, né ci troviamo in presenza di tombe particolarmente ricche che possono segnalare uno status nobiliare o regale. Anche questa è un’area “di confine” e anche qui, come del resto negli esempi precedenti, è ipotizzabile che ci si trovi, dunque, di fronte a sepolture di popolazioni delle quali non abbiamo una conoscenza approfondita, ma che avevano ormai con tutta probabilità acquisito usi e modi di vivere greci e che, almeno nelle usanze relative al trattamento post-mortem, riuscivano a far affiorare le proprie peculiarità culturali.

Fin qui si è parlato di ritrovamenti isolati effettuati in necropoli “miste”; ma esistono anche esempi di necropoli nelle quali è stato ritrovato un cospicuo numero di sepolture equine; è il caso della necropoli Le Brustolade di Altino, in territorio paleo-veneto. Qui, 27 tombe di cavalli, quasi tutti esemplari maschi, coprono un arco di due secoli (dalla metà del V alla metà del III a.C.), e l’insieme si differenzia decisamente da altre sepolture poste nella stessa area culturale, nelle quali si trovano equini chiaramente sacrificati per usi rituali e in stretta connessione con inumati. In questo caso è possibile ipotizzare che tali sepolture abbiano un probabile significato socio-economico, dato dall’importanza che l’allevamento di tali animali doveva avere per l’area in questione. A riprova di ciò è il fatto che numerose vittorie vennero conquistate alle Olimpiadi da cavalli veneti. Le inumazioni più numerose sono comprese in un periodo che sta a cavallo tra fine V e metà IV sec. a.C.. Nello stesso periodo è attestato l’interesse verso i cavalli paleo-veneti da parte di Dionisio I di Siracusa, in conseguenza della fondazione delle colonie siracusane nell’alto Adriatico (387-385 a.C.).

Proprio Siracusa viene spesso citata nelle fonti come terra allevatrice di straordinari cavalli e prova ne sia il fatto che anche cavalli siracusani vantano numerose vittorie alle Olimpiadi, almeno fino all’epoca della conquista romana. Dall’analisi di alcuni resti trovati in necropoli di età ellenistica, si può inoltre avanzare l’ipotesi che la razza di cavalli indigeni sia stata migliorata tramite allevamento selettivo; questo potrebbe solo confermare l’interesse di Dionisio I per i cavalli sopracitati. La cavalleria era inoltre il nerbo dell’esercito siracusano, e fu proprio grazie alla sua azione che nella battaglia di Himera (480 a.C.), secondo il racconto di Diodoro Siculo, venne fatta irruzione nell’accampamento cartaginese e venne ucciso Amilcare. A questa battaglia sono da associare, con tutta probabilità, parte degli straordinari ritrovamenti effettuati durante gli scavi per il raddoppiamento ferroviario della tratta PA-ME. Dalla necropoli Ovest sono affiorate fosse comuni di inumati maschi tra i 25 e i 30 anni di età, databili a inizio V sec. a.C., e che presentano traumi violenti. La loro disposizione ordinata suggerisce una deposizione “celebrativa” e, dato che i soldati indigeni furono seppelliti in tombe singole, potrebbe trattarsi del seppellimento di soldati provenienti da Siracusa e Agrigento, le due città alleate di Himera in questo scontro della grecità contro la “barbarie”.

Sepoltura di uno dei cavalli periti nella battaglia di Himera (480 a.C.)

Sepoltura di uno dei cavalli periti nella battaglia di Himera (480 a.C.)

Di nostro interesse è il ritrovamento di 26 tombe di cavalli nella stessa area, risalenti al medesimo periodo e che non mostrano connessione evidente con nessuna delle tombe contenenti resti umani. Possiamo solo immaginare l’eco che una battaglia di tali proporzioni e di tale importanza per il mantenimento della presenza greca sull’isola possa aver avuto nel mondo antico, avvenuta lo stesso anno di un’altra storica battaglia, quella di Salamina, che permise ai Greci di madrepatria di respingere un diverso nemico barbaro, i Persiani. Non trattandosi di sepolture rituali, né di sepolture legate a personaggi aristocratici, non è quindi da escludere che si tratti, probabilmente, di alcuni dei cavalli morti in battaglia ai quali fu riservato l’onore di ricevere una sepoltura al pari degli uomini. Qui, considerato il fatto che siamo in presenza di un contesto molto specifico e del tutto eccezionale, a differenza degli altri esempi di area magno-greca, sembrerebbe più chiaro il motivo di tali sepolture. Si andrebbe così delineando una sorta di processo di simbiosi uomo-animale che si esprimerebbe con la progressiva antropomorfizzazione di quest’ultimo.

Ultimo, e curioso, caso è quello del ritrovamento nella necropoli del sito di Phoinike, in Albania, di una tomba di periodo ellenistico contenente i resti, in perfetta connessione anatomica, di un asino. Questa è una deposizione che, ad onor del vero, contiene anche i resti di un individuo maschio sui 50 anni, anteriori, però, di qualche decennio a quelli dell’animale e che quindi non sembrano avere nessuna connessione tra loro.

Tomba dell'asino a Phoinike

Tomba dell’asino a Phoinike

I cavalli hanno sempre avuto una connotazione positiva e sono stati considerati animali “di prestigio” meritevoli, a volte, come abbiamo visto, di ricevere addirittura gli onori di una sepoltura; si pensi, ad esempio, a Bucefalo, cavallo di Alessandro Magno al quale vennero tributati, dopo la morte, gli onori militari e sul cui luogo di sepoltura venne addirittura fondata una città: Alessandria Bucefala, oggi Jhelum, nel Punjab. Sorgono certo difficoltà nell’interpretare la sepoltura di un animale considerato da sempre una semplice bestia da soma, tanto più che ci troviamo nel contesto di una necropoli monumentale e sembra davvero improbabile che gli si possa assegnare una tomba singola in un luogo del genere. Qui l’ipotesi più probabile è quella della sepoltura “per affezione”, riservata a un animale da compagnia appartenente a una specie che da sempre collabora con l’uomo e che può essere presa come esempio di quel processo di antropomorfizzazione degli animali di cui sopra.

Le evidenze archeologiche a nostra disposizione sono davvero scarse numericamente, infatti ci si basa spesso su ipotesi, più o meno fondate. Ma aspetti ideologico-culturali e socio-economici di determinati gruppi sociali (tombe dell’area magno-greca e necropoli in territorio paleo-veneto), imprese degne di essere ricordate (cavalli alle porte di Himera) e il particolare legame che unisce uomo e animali domestici (Phoinike) possono essere i motivi principali delle sepolture equine che, dalla fine dell’età arcaica all’età ellenistica, non sembrano avere una diretta relazione con sepolture umane.

Dialoghi Mediterranei, n.12, marzo 2015
Riferimenti bibliografici
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Vassallo S., Le battaglie di Himera alla luce degli scavi nella necropoli occidentale e alle fortificazioni. I luoghi, i protagonisti, in Sicilia Antiqua, 2010: 17-38.

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Federico Furco, laureato all’Università di Palermo in Beni Demoetnoantropologici con una tesi in Cultura Greca, frequenta presso l’Università di Bologna il corso di Laurea Magistrale in Ricerca, Tutela e Documentazione del Patrimonio Archeologico. Si occupa di archeologia e cultura del periodo greco-romano, di teatro e drammaturgia dell’antichità nonché di studi sulla gestione dei parchi archeologici.

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