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Geologia di un padre: geografie della memoria

copertinadi Clarissa Arvizzigno

Geologia di un padre vuol essere uno scavo, anzi per meglio dire, il resoconto di uno scavo, quello che proviene dalla memoria e che vi attinge per riportare in superficie i reperti di una storia, di un rapporto genealogico-geologico. Lo speleologo è qui il poeta Valerio Magrelli, che racconta in ottantatre capitoli, tanti quanti gli anni del protagonista, la figura del padre attraverso abissi, vicinanze, ormeggi, deiezioni, passaggi di soglia, metamorfosi, anamorfosi, mimesi.

Uscito nel 2013 presso l’editore Einaudi, Geologia di un padre si configura come una raccolta di prose-ricordi contraddistinte da continue analessi e continui flashback, che vanno progressivamente a costituire, come piccole tessere di un mosaico, la figura di un padre. Lontano dalla volontà di tessere una trama e un intreccio, Magrelli preferisce una descrizione frammentaria a una narrazione sistematica, regalandoci piccoli bozzetti di scene quotidiane in cui si finisce con il restare sommersi dalla grande quantità di oggetti e dettagli verso cui il lettore deve prestare l’orecchio e, soprattutto, indirizzare lo sguardo, considerandoli idealmente parti attive della narrazione.

L’opera presenta una forma ibrida sia nella struttura che nelle voci che la compongono. La prefazione intitolata L’uomo di Pofi è costituita dai disegni architettonici del padre ingegnere Giacinto Magrelli, a cui seguono le ottantatré prose di Valerio Magrelli in cui un attento lettore scorgerà anche dei frammenti di versi di sue opere precedenti e, frammisti nel testo, endecasillabi nuovi di zecca.  Il libro è chiuso da un’appendice, Cronache dal Pleistocene, che contiene quattro poesie che rimandano ad immagini paterne.

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G. Morandi, Natura morta, 1952

 Cifra stilistica della scrittura magrelliana, già visibile nella sua prima opera in versi Ora serrata retinae, è l’insistere sulla vista come strumento di indagine conoscitiva del reale all’interno del quale l’occhio abita e si muove. Geologia di un padre si apre con un’immagine, un flashback: un bambino che osserva suo padre versare il caffè nelle tazzine degli ospiti in un ambiente presumibilmente interno, in cui il soggetto si scopre nel tintinnio delle cose che ha intorno, «oggetto tra gli oggetti, popolato di oggetti»[1].

Una metavisione apre la narrazione: un Magrelli adulto che, attraverso le lenti del ricordo, osserva un Magrelli bambino che a sua volta osserva un dettaglio: il dito del padre avvolto in un’enorme garza bianca che oscilla sulla tavola:

«Mio padre sta versando caffè nelle tazzine degli ospiti. Sono un bambino e non bevo caffè, ma oggi questa scena mi incuriosisce, perché mio padre è ferito. Sembra averlo scordato, adesso, mentre ride chiacchierando, col carillon dei cucchiaini che girano tintinnanti nel sole pomeridiano. Eppure il suo mignolo è avvolto in una smisurata garza, per proteggere l’unghia rimasta schiacciata nello sportello di un’auto qualche giorno fa. Io guardo affascinato l’enorme dito bianco che oscilla sulla tavola, finché, di colpo, lo vedo immergersi nel liquido fumante, senza che lui, distratto, se ne accorga […] Adesso, però, l’intera benda è diventata scura intrisa di un bitume incandescente»[2].

Lo sguardo distratto del padre è in contrasto con quello del bambino che ora osserva secondo un procedimento straniante: il dito del padre è enorme, e tale grandezza è accresciuta dal colore bianco della garza, che ne mette in risalto il volume. Ad un certo punto, il dito del padre si immerge nel caffè ed avviene una perdita di equilibrio. Attraverso il bricco che precipita, la dimensione orizzontale lascia spazio a una dimensione verticale: è avvenuta ora la prima deiezione, crolla il mondo dell’infanzia, si inabissa per sempre, fino a perdersi nel ricordo sfumato, indistinto nell’aroma del caffè:

«così la mia infanzia si arresta, attraversata da un urlo improvviso, il tonfo del bricco, le schegge di ceramica, gli schizzi sulla tovaglia. Ecco cos’è per me “la voce del sangue”: la fitta di chi chiama dall’interno, e chiama e chiama, finché la gente intorno si decide ad ascoltarla, mentre lento si spande l’aroma del caffè» (ibidem).

 Il gusto per il dettaglio straniante e smisuratamente grande, che si dilata facendo prevalere una sua parte sul resto, suggerisce l’idea di una visione anamorfica: un punto di vista privilegiato, particolare da cui guardare un oggetto. Il dito smisuratamente grande è il particolare dilatato di una mano che fa cadere il bricco, ed è tale perché si contrappone al nero del caffè. Il procedimento dell’anamorfosi comporta, come suggerisce l’etimologia della parola ἀναμορφόω (formo di nuovo), una ri-formazione di un oggetto, di un corpo, che assume una nuova forma, ora distorta in qualche sua parte. Il figlio, per descrivere il padre, lo guarda in una dimensione ora distorta (che chiameremo anamorfica), in modo da restituircene non l’intera figura, ma solo un particolare che desta immediata attenzione.

Nel quindicesimo capitolo Magrelli, intento ad osservare il genitore ormai anziano e malato di Parkinson, paragona sé stesso a un cane intento a divorare ogni particola dell’osso che tiene tra i denti «la sua immagine era il mio osso, e i miei occhi-denti (piraña, allora) andavano rosicchiando, mio malgrado, minutissimi dettagli. Un neo sul braccio sinistro mai visto fino ad allora, la zona sotto il mento mal rasata, i bottoni, i bottoni del pigiama»(ivi:29). Siamo di fronte ad un’altra anamorfosi: nel divorare del cane è insita la processualità progressiva di un vedere che, esaminando l’oggetto della propria attenzione nel dettaglio, finisce col divorarlo lentamente. La macchina da presa dello sguardo ora è focalizzata su forme circolari che si rimandano vicendevolmente: un neo sul collo, un bottone del pigiama, mentre gli occhi di chi li osservano, finiscono, attraverso il procedimento metamorfico, col diventare denti che divorano. Il guardare del figlio si configura come attività solitaria e segreta, a cui il padre, ormai molto malato non è più in grado di rispondere con la voce ma attraverso i dettagli del suo corpo:

 «mentre lo guardo cercando di non farmi sorprendere, non posso trattenermi dal pensare due particolari del suo aspetto. In primo luogo, gli sono cresciuti gli occhiali. A parte il fatto che prima non li portava fissi, devo ammettere che, comunque fosse, la loro montatura aveva delle dimensioni normali. Ora, al contrario, è diventata enorme e nera»(ivi: 131)

 Quella tra Giacinto e Valerio Magrelli è ormai una corrispondenza visiva, in cui il figlio scopre il padre attraverso dettagli stranianti e inediti: gli occhiali, ancora una volta in modo anamorfico, sono divenuti estremamente grandi, rispetto ad un viso probabilmente ormai consumato dalla malattia e dalla vecchiaia. Il loro mutare colore e grandezza sono, quindi, un dettaglio insieme metamorfico e anamorfico..

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M. C. Escher, Mano con sfera riflettente, 1935

 All’interno di Geologia di un padre, si assiste a un continuo ri-formarsi delle cose, a una continua progressione della loro storia: le cose non muoiono, bensì si trasformano secondo un processo metamorfico. Quella del Magrelli geologo-speleologo è un’esplorazione dentro la materia, uno scavo nelle sue componenti elementari, tanto che la riesumazione dei corpi dei cari morti diviene una ricerca geologica: «il legno zuppo e nero (testa di moro), si sbriciola, biscotto troppo a lungo inzuppato. Viene via, e disgregandosi rivela la sua camicia: siamo allo zinco […]» (ivi: 9). La metamorfosi non investe tuttavia solo i corpi, gli oggetti, ma è l’enzima che dà moto ai rapporti umani formandoli e trasformandoli. Il poeta ricordando una gita ad Alassio, da bambino con la famiglia, impiega polisemicamente la parola formazione. Essa indica, oltre alla disposizione che ogni membro della famiglia assume in auto, un processo di maturazione, formazione appunto dei rapporti tra le parti ancora in divenire: «ecco la sciagurata formazione: i genitori avanti, i due figli sui sedili posteriori, a litigare per l’intera durata del viaggio in un geometrico tutti-contro-tutti»(ivi: 16).

Alla fine del libro, l’ordine muterà: il figlio non sarà più un’appendice del padre, un proseguire posteriore sulla sua scia, ma egli occuperà anteriormente con ed accanto a lui il posto in auto, ponendosi tuttavia ora come guidatore nel vero senso della parola: passando cioè da guidato a guida. Un amore, quello della famiglia Magrelli, che deve passare attraverso la metamorfosi del miracolo caseario per formarsi: «il nostro amore mancava di caglio: non avevamo l’enzima necessario per dare forma ai nostri sentimenti, e tramutare il siero dell’affetto nella pasta, nel peso, nel senso, nella piena maturità del formaggio» (ibidem).

Sempre a proposito di metamorfosi casearie, si legge più avanti nei capitoli «Andiamo tutti quanti verso il formaggio e la cera, andiamo tutti quanti verso il formaggio olandese. Saremo tutti vecchi luccicanti, saremo tutti prodotti caseari» (ivi:29). Soffermandoci un po’ su queste pagine, sembra come se «al miracoloso processo caseario» corrispondesse un ritmo ondulatorio della scrittura particolarmente cadenzato: ad un occhio attento non può sfuggire l’uso dell’endecasillabo sparso qua e là nel testo, che rende la prosa magrelliana raffinatissima e musicale e che si configura come tratto stilistico dell’intero libro («ecco la sciagurata formazione»; «il nostro amore mancava di caglio»; «saremo tutti vecchi luccicanti»; «saremo tutti prodotti caseari»).

Se Magrelli tratta gli oggetti mettendone in risalto i loro particolari secondo la modalità dell’anamorfosi, ad un certo punto accade che tali cose entrino nel processo metamorfico richiamandosi a vicenda: ecco che allora la cenere dei morti richiama e si metamorfizza nella polvere del caffè, ecco che Giacinto Magrelli è ancora lì dopo morto, trasformatosi in cipria vivente all’interno del suo rasoio: « dopo la morte di mio padre, pensai bene di regalare a mio figlio il suo rasoio elettrico […] ma non avevo fatto i conti con il tempo. Così quando mio figlio mi venne a domandare perché la macchinetta non funzionasse più, aprendola trovai una cipria vivente, una reliquia, cenere e cenere di un rogo consumato» (ivi: 106). Così le parti si invertono: un oggetto d’uso comune, atto ad essere consumato nel tempo, ha consumato ora quello che un tempo era stato il suo consumatore. Il caffè, la cenere dei morti, la cipria della pelle, la città d’origine della famiglia Magrelli, Pofi nera, di ferro, pepe, caffè, tutto si forma e si ri-forma nella memoria sotto forma di dimensione pulviscolare, di detrito non morto ma vivente, pronto ancora per l’ennesima metamorfosi: siamo entrati ora in una sorta di fenomenologia della consunzione. Ma metamorfosi è ciò che, prima di ogni cosa, investe il padre, è il suo carattere mercuriale e, al tempo stesso, l’evolversi della sua malattia:

«Avere un padre avvelenato dal Tempo, ma più che avvelenato, posseduto: posseduto dall’ira e dalla noia. Un padre metamorfico, insomma. Come certe vocali, come certi particolari stati della materia, egli appariva fondamentalmente “instabile”. Lo vedevo mutare, assentarsi, migrare e diventare letteralmente altro, svelando una natura mobile, precaria, mercuriale» (ivi: 34-35).
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M. C. Escher, Rettili, 1943

Creature anfibie: metamorfosi incomplete

Oltre ai fenomeni metamorfici fin qua descritti, in Geologia di un padre, avviene che la trasformazione subisce un punto di arresto, determinando la comparsa di creature anfibie, dalla doppia natura, velate da un certo grado di ambiguità: una di queste è l’infermiera-becchino che si occupa del padre ormai malato. Ella racchiude in sé una doppia natura: può essere intesa come una sorta di figura liminare, minacciosa ma allo stesso tempo accompagnatrice. Altrettanto anfibia appare la nonna-sigarillo: «era secca, scura, storta e leggera come un sigarillo, un toscanello, ma con una pelle candida, traslucida, e infine lunghi capelli bianchi annodati in una crocchia […] La nonna-sigarillo aveva un conto in sospeso con mio padre proprio a causa del tabacco» (ivi: 11, 13). Questa “metamorfosi incompleta”, ad osservarla bene, sembra riguardare figure minori (la nonna, l’infermiera) con cui Magrelli sembra avere un rapporto indiretto e difficile, ma la cui figura ha un ruolo di “mediatrice conoscitiva”, consentendogli di scavare nelle origini paterne e di conseguenza nelle sue: «mia nonna-sigarillo, dicevo, era scesa dai monti della Ciociaria. Io non l’amavo eppure questa donna era il segnavia dell’origine, stava ad indicare il luogo da cui proveniva mio padre: il Lazio meridionale, che ignoravo, e che continuo a conoscere così poco […]»(ivi: 78)

Deiezioni: dimensioni verticali della distanza

Già dal titolo Geologia di un padre il lettore si trova  dinanzi a una dimensione verticale, a una percezione della distanza abissale, che il Magrelli geologo si appresta a sanare scendendo nelle profondità del suolo:

«La lontananza da mio padre, insomma, più che genealogica, mi appare geologica. Che c’entro, io, con quell’uomo depresso, Giove furente, Saturno pofantropico? (Eppure ironico, colto, curioso e spiritoso, affettuoso fino alla commozione, tenerissimo – dovrò pur dirlo). È proprio come se il mio amore con lui avesse a che fare con un’origine remota, con una differenza insanabile […] Ebbene, per avvicinarmi al senso preistorico delle mie radici, ho elaborato un cervellotico esercizio di scrittura, o meglio, di riscrittura, forse chissà, soltanto a fini propiziatori» (ivi: 83).
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G. Morandi, Paesaggio, 1914

Lo scavo che compie Magrelli è uno scavo alla ricerca di un’origine, di una radice preistorica, come se per ricongiungersi al padre, avvertisse paradossalmente il bisogno di allontanarsene, di osservarlo da lontano attraverso l’esercizio della scrittura, così che l’esercizio scrittorio, compiuto in una dimensione posteriore rispetto ai fatti narrati, diventi un modo per tenere impigliato al presente il ricordo del padre. “Geologia” si configura, dunque, come geografia del ricordo, studio dei materiali che abitano il sottosuolo della mente e che sono disposti al suo interno sotto forma di sedimenti geologici. La perdita delle origini rivive nella ricerca-riscoperta dell’Uomo di Pofi, la cui figura coincide con quella paterna: «Acqua, fuochino, fuoco! Eccolo l’Uomo di Pofi: era mio padre! È lui che sto cercando mentre mi limito a studiare da lontano la sua culla preistorica. È nella notte della mia infanzia, tra 400 000 e 300 000 anni fa che si annida il mio diretto progenitore, con armi, vasellame, ossa, rituali. L’Uomo di Pofi, ossia il POFANTROPO»(ivi: 82).

Insomma, se in Geologia di un padre, il meccanismo della deiezione si configura come ricerca verticale di un’origine sedimentata nelle ere geologiche della memoria, il compito del superstite sarà allora quello di recuperarla, di farla propria. Tuttavia, mano a mano che si scorre tra le pagine, e si inizia ad inabissarsi nella struttura profonda del libro, ci si accorge che “il paradigma deiettivo” può essere coniugato in più modi: deiezione è in realtà una caratteristica intrinseca di Giacinto Magrelli, che lo investe sin dalla nascita e lo accompagna fino alla morte. Di conseguenza, se da una parte verticalità, come abbiamo visto, è ricerca di un’origine e allo stesso tempo la volontà di colmare una distanza, dall’altra essa coincide con il padre stesso, descritto come volubile, capace di cambiare forma (metamorfico appunto) da un momento all’altro, quel padre insieme saturnino e mercuriale. Verticale è la ricerca dell’oggetto e l’oggetto stesso, che è ricerca del padre e il padre stesso. Giacinto Magrelli è un uomo che nasce cadendo:

 «Mio padre era nato il 21 gennaio del 1921, data molto diversa sotto diversi aspetti. Innanzitutto dal punto di vista zodiacale, sta a cavallo fra Capricorno e Acquario, mescolando due segni quasi opposti fra loro. In secondo luogo, cade proprio nel giorno che vide la fondazione del Partito Comunista Italiano. Infine, rinvia a quello in cui, nel 1793, venne decapitato Luigi XVI. Non male, per una torta con le candeline. […] Insomma, sin da piccolo, non afferrai mai bene se ogni 21 gennaio dovessi celebrare papà o la sua caduta» (ivi: 60)

 Un padre che casca insomma, e che conserva questa caratteristica-capacità anche da padre, un padre deus ex-machina nel senso vero e proprio, che di-scende in soccorso del figlio:

«una notte, dopo una cena da amici, trovai l’auto bucata […] Rientrai con un passaggio, ma strada facendo pensai che dover affrontare quel lavoro la mattina seguente, fra la distanza e il traffico, sarebbe stato un inferno. Così ebbi l’idea di caricare la nuova ruota sulla bicicletta, e mi avviai. Non avevo fatto nemmeno cento metri, che l’idiozia della scelta si trasformò in un disastro […] Fu in quel momento che scorsi due fari venirmi incontro. Li vidi fermarsi. Apparve mio padre, e fece ciò che qualunque altro buon padre avrebbe fatto, ossia mi accompagnò in auto a riparare il veicolo. Non ho avuto mai più, tanto chiaro e visibile, il senso dell’espressione “deus ex machina”» (ivi: 98).

 Il ritratto che viene fuori dal libro è quello di un padre collerico, di un percussore che scarica sugli oggetti l’energia verticale che lo percuote da sempre. Ed è così che, coerentemente a quanto aveva fatto fino a quel momento in vita, l’anziano Giacinto comincia a declinare anche il modo verticale, colpito da diverse deiezioni, da diversi ictus: «Solo più tardi seppi che il suo Parkinson era prodotto da centinaia di ictus accumulati nel corso dei decenni. Estrema ironia, il percussore percosso! L’ictus che sembrava abbattersi sui biscotti, in realtà si abbatteva su di lui, povero biscottino della morte»(ivi:43) Il tema della morte come colpo verticale, vertigine che attraversa il padre, è già presente nei primi sintomi della sua malattia, è il padre che inizia ad inabissarsi, a scendere sempre più giù nelle ere geologiche. Giacinto Magrelli si fa geografo del sottosuolo, mentre il figlio assiste alla sua caduta, al suo venire progressivamente meno, alla sua morte.

Geologia di un padre si configura così come un libro sul senso della morte, dove questa rappresenta un’altra faccia, forse la più autentica, del meccanismo deiettivo già analizzato: «Quell’insistere sul processo della deiezione mi ha svelato retrospettivamente il senso stesso della sua morte, o meglio, della Morte» (ivi: 28).

G.-Morandi-Paesaggio-1914.

R. Magritte, La vittoria, 1939

Passaggi di soglia: spaesamenti attraverso le pianure del parkinson

La distanza dal padre non si realizza solamente nella dimensione verticale della vertigine, ma anche in quella orizzontale del passaggio di soglia. Magrelli ci presenta un padre che si separa da lui, per entrare, come egli stesso scrive, nelle Terre di Parkinson. Ed è qui che la malattia si fa occasione di un distacco tutto orizzontale, in cui non sono presenti abissi, cadute, ma pianure, estensioni desolate che si susseguono ad altre estensioni, in cui le coordinate spazio-temporali finiscono con l’apparire sempre uguali l’une alle altre, sfumandosi, cancellandosi. Così, in questo dilatarsi degli spazi, padre e figlio si osservano, si perdono, finché uno scompare agli occhi dell’altro e viceversa:

«Di lì a poco cominciarono i preparativi per la spedizione: mio padre si accinse ad entrare nelle Terre di Parkinson […] Le grandi pianure di Parkinson. I grandi altopiani di Parkinson. Parkinson come Cristoforo Colombo: lo scopritore di un nuovo continente. Ma i suoi malati, piuttosto, come Amundsen: senza ritorno dal viaggio intrapreso […] Dove sei finito? Da dove chiami? Mio padre, un bel giorno, salpò. Mi saluta da lontano, io rimasto a riva. Lo vedo, mi vedrà, ancora per poco, Saluta e sorride; si imbarca» (ivi: 35-36)

La riva diviene così una soglia liminare, una zona di confine che permette di accedere ad un “oltre”,  dove a chi salpa non è concesso ritornare mai più al punto di partenza. Se, dunque, la vertigine dell’abisso prevedeva un ricongiungimento attraverso uno scavo geologico, gli spazi desolati e deserti delle pianure di Parkinson provocano una sorta di spaesamento, in cui il padre stenta a riconoscere il figlio e se stesso e in cui avviene una separazione perenne. Confinato in un luogo del nulla, in un non luogo, Giacinto finisce con il venire meno a se stesso, galleggiando «nella stratosfera della sua malattia, isolato nel nulla, definitivamente sganciato da sé e dal linguaggio» (ivi: 37). Usando, ancora una volta, un linguaggio geologico, Magrelli descrive la situazione di assenza in cui galleggia il padre, riflettendo in particolare su ciò che li divide più di ogni altra cosa: il linguaggio, paragonato qui a una corrente che trascina via, verso l’altrove della parola, al di là della parola.  La lingua diventa così l’elemento che più rende stranieri due individui, che li separa in sponde diverse. La dimensione del galleggiamento sottolinea, appunto, la condizione di stasi in cui si trova il padre: gli è impedita ogni possibilità di ascesa o discesa, non può salire né inabissarsi, venendo a trovarsi così  nella posizione di chi sta semplicemente a galla, di chi “sta sopra”, ormai superstite.

La perdita delle coordinate, che ad una prima impressione sembra coinvolgere il padre malato che vaga spaesato nelle terre di Parkinson, in realtà investe anche il figlio, che, ormai disperso nella geografia del ricordo, non sa più dove si trovi, come se la perdita del padre coincidesse con la perdita dei punti cardinali che lo orientano nel mondo rendendo possibile la sua percezione di  individuo:

« io l’ho perso, nella stessa maniera in cui lui ha perso me.  come se avessi perso, per un lutto riflesso, una parte di me. E dunque mi compiango, molto più di quanto non compianga lui. Mi guardo attraverso i suoi occhi: ci siamo morti entrambi, reciprocamente. Con la sua morte è stata la nostra coppia a scomparire. Ormai siamo spaiati, definitivamente […] Morendo, lui ha perso suo figlio, un nodo talmente complesso da non capire più a quale dei due capi ora mi trovi » (ivi: 51)

Magrelli riflette su come la sua percezione di individuo e figlio passi, necessariamente, attraverso quella del padre, e di come, perdendo una parte di sé, egli ora si senta smarrito avendo perduto ogni punto di riferimento. In questa dimensione di percezione annebbiata degli spazi, viene pertanto da chiedersi: chi ha perso chi? Chi è morto rispetto a chi?

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R. Magritte. Il modello rosso, 1935

Ripercorrere i passi: mimesi che ritornano

Se la soglia annulla tutti i punti di riferimento sia per chi sta al di là che per chi sta al di qua, essa, tuttavia, si configura come unico orientamento possibile nel suo essere elemento liminare, divisorio e insieme duraturo di terre provvisoriamente in bilico. Se una prima ricerca del padre è stata, come abbiamo visto, verticale e più propriamente geologica, se si è cercato di ricongiungersi a lui attraverso uno scavo abissale, una seconda ricerca può essere effettuata nella dimensione tutta orizzontale della soglia. Questa seconda ricerca si fa ancora più difficile, dal momento che, annullate le coordinate topografiche, si vaga attraverso uno spazio esteso, indeterminato, non sapendo da che punto si parte e a che punto si giunge, avendo come unico punto di riferimento la dimensione liminare. Come e dove ritrovare un padre salpato per le terre di Parkinson, che galleggiante si ostina a rimanere sulla superficie, superstite alla malattia e alla morte? Il modello di tale ricerca viene dato dal padre stesso, che invita il figlio a varcare la soglia:

«c’è un altro Giacinto che vedo sulla soglia, sorridente e controluce, mentre mi dischiude la porta di qualche chiesa sconosciuta. «Entra», mi dice. «Entra», mi insegna:«Quando una porta è chiusa, non ti fermare mai. Vai dritto e aprila. Lascia agli altri, se vogliono, il peso di vietarti l’ingresso. Non arrestarti, prima che te lo impongano». […] È così che lo voglio salutare, con questo nodo in gola che mi viene nel ricordarlo alto, radioso, allegro, che mi fa segno di venire avanti, di non avere paura, di seguirlo, di fare come lui, in questo, «almeno in questo» (ivi: 133).

Il padre che invita il figlio a varcare la soglia, si configura come una specie di Virgilio tutelare, una guida che lo indirizza sui suoi passi, che gli fa ripercorrere il cammino già da lui percorso. Come in una sorta di labirinto dedalico della memoria, il figlio segue il filo di Arianna lasciatogli dal padre, lo lega a sé, in un legame che non si configura come esatta corrispondenza, quanto piuttosto come ombra-aria-velo: «dunque, quello che unisce padre e figlio va cercato in una ombra-aria, in un velo. Adesso mi ritrovo: io sono legato a mio padre da un’ombra, dall’ombra che lo ha sempre incalzato. Una piccola parte dell’ombra, una piccola parte di quel tossico, mi ha segnato, mi ha intaccato […]» (ivi: 41)

Immaginiamo, ora, un cammino solitario e un’ombra che si staglia dietro al padre che cammina, spintosi ormai nelle terre di Parkinson. Ad un certo punto il figlio accede alla soglia: riconosce le impronte lasciate dal padre nel deserto, ora egli capisce che queste sono il suo unico punto di riferimento, il filo di Arianna che consentirà l’agnizione. Decide di seguirle quando, gradualmente, la sua ombra si lega ad un’altra ombra: è quella paterna. Ciò che ora avviene è un dispiegarsi di fili d’ombre che si susseguono in un percorso senza inizio-svolgimento-fine. Il figlio riconosce il padre riconoscendo a sua volta l’identità di due ombre nel filo che le unisce, così che l’agnizione ora avviene ripercorrendo i passi di chi lo precede secondo un ritmo sequenziale: la sottile consistenza dell’ombra-aria-velo non permette errori, sviamenti, bisognerà seguire la guida lungo la sua linea d’ombra.

Tuttavia, se in questa geografia del ricordo tutta orizzontale, Magrelli ritrova il padre ripercorrendone i passi, ad un certo punto succede che non è più possibile distinguere il punto di giuntura dei due fili, è ora impossibile scorgere dove finisce un’ombra e dove ne inizia un’altra. Il risultato sarà una forma particolare di mimesi: il figlio si rivedrà nel padre, rispecchiandovisi.

 «Oggi pomeriggio ho distrutto una stampante saltandovi sopra a piè pari, due, tre, quattro volte. Pensavo fosse più fragile, ma non è questo il punto. È che mi sono accorto di essere ancora  schiavo di  un meccanismo mimetico da cui mi consideravo ormai in salvo. Invece i flutti mi risucchiano indietro. Io sono mio padre che salta sull’apparecchio guasto, così come lui saltava sopra i biscottini. Cosa è cambiato? Niente » (ivi: 43).

Giacinto Magrelli, volubile e saturnino rivive nel figlio, che  nel padre ritrova se stesso. Se la prima ricerca era stata geologica e verticale, la seconda si è conclusa circolarmente: partendo da sé, Magrelli ha attraversato una soglia, e oltre la soglia non c’era altro che un sé duplicato. Se c’è una via per ritrovare il padre, ripercorrendone i  passi, questa è quella mimetica che implica un rispecchiamento-riconoscimento: ora entrambi si sono rispecchiati l’uno nell’altro, entrambi si sono riconosciuti. Il rischio, però, è quello di una deiezione nell’identico, nel non sapere riconoscersi altri dalla figura genitoriale. Se padre e figlio sono legati da una somiglianza, da un filo d’ombra impercettibile, è necessario che talvolta parte del filo si sfili aprendo a nuove possibili filature, filando nuovi percorsi: «Il figlio come un filo che deve entrare nella cruna della propria crescita. Il padre come un filo che va sfilato » (ivi: 31).

 Dialoghi Mediterranei, n.37, maggio 2019
Note

[1] V. Magrelli, Poesie (1980-1992) ed altre poesie, Einaudi, Torino, 1996: 34.
[2] V. Magrelli, Geologia di un padre, Einaudi, Torino, 2013: 5.
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Clarissa Arvizzigno, si è laureata in Lettere presso l’Università di Palermo. Studiando il ruolo della vista, intesa come strumento fondamentale per la conoscenza del reale, si è occupata di due grandi autori del Novecento: Italo Calvino e Valerio Magrelli, esaminandone analogie e differenze. È impegnata in ricerche su temi di letteratura comparata. Collabora con alcuni portali antimafia online: Liberainformazione, Antimafia2000, CorleoneDialogos.
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