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Genere e linguaggio: potere dell’enunciato

1-16di Roberto Settembre [*] 

Premessa

Non si intende girare intorno alla questione, essendo consapevoli che il tema del genere ci interroga sul suo legame col tema del Wokismo, che da qualche tempo ha investito il dibattito politico e giornalistico per i suoi riflessi sul cosiddetto antiwoke e sulle ragioni per le quali sbraitare contro il Woke significherebbe occultare i temi veri, cioè quelli sociali sul cui occultamento l’antiwokismo a maggior ragione agisce. Quel che si vorrebbe sottolineare, invece, sono due aspetti: il primo che nessun fenomeno culturale quando assume rilevanza socio politica è indipendente dagli altri, il secondo che non lo sia in termini di causa effetto, bensì come sintomo di mutamento nella percezione del reale di cui la politica sa approfittare con effetti pericolosi per il funzionamento della società umana.

Pertanto in questa sede si sostiene che il Woke non ha affatto partorito l’antiwoke perché questo preteso antiWoke, anche se ovviamente non aveva questo nome, esisteva già prima, molto prima ed era nutrito dall’anti universalistica nemica dell’Illuminismo enfasi identitaria, che fornì i parametri idealculturali del colonialismo e del capitalismo predatorio e dello schiavismo piratesco degli ultimi tre secoli. La stessa che nutre il trumpismo quando in nome dell’identità bianca americana mira a battezzare con nuovi nomi le geografie e a impossessarsi di territori altrui, a distruggere le entità politiche che ritiene sue nemiche.

Ciò in forza del rifiuto dell’idea che esista una legge valida per tutti, protestanti e cattolici, ebrei e musulmani, animisti e politeisti, atei e credenti, bianchi e neri e rossi e orientali o sudamericani, parlanti tutte le lingue del mondo, esseri umani di ogni genere sessuale, in nome della loro condivisa umanità. Ebbene questo preteso antiwoke mira a distruggere questa legge che, essendo una conquista recente, da poco aveva iniziato a plasmare le convinzioni trasformandole in una legge morale (Susan Neyman, La sinistra non è woke, 2025: 34-35).

In questo senso non era antiwoke la politica linguistica del fascismo e del Terzo Reich fondata sulla teoria di Carl Schmitt, secondo cui non esistono concetti universalistici come umanità, inventati dagli ebrei per i loro scopi. Allo stesso modo non è un antiWoke antelitteram il sionismo messianico e fascista che attua i progetti e il genocidio dei palestinesi, e non era concettualmente antiWoke il Bund ebraico antisionista.

Ora è ben vero che in Italia e generalmente in Europa, il fenomeno Woke è ritenuto poco più che folklore ed è altrettanto vero che proprio in nome dell’universalismo della pari dignità di ogni individuo e/o gruppo sociale che lo raccoglie, tutti hanno diritto alla visibilità e che tale diritto è anche quello di farsi rappresentare nel linguaggio, talché un linguaggio davvero paritario dovrebbe perdere alcune sue caratteristiche naturali. Ma per superare  gli  ostacoli concettuali a costruire artificialmente una lingua che esprima le legittime aspirazioni delle identità neglette si potrebbe ovviare trasformando la nostra lingua in una copia della lingua turca che non ha i generi, cioè una lingua unisex, per cui nessun simbolo identitario sarebbe l’equivalente dell’onnipresenza di tutte le identità, senza bisogno di accogliere nella lingua sigle impronunciabili o incompatibili con le declinazioni dei pronomi, degli articoli, degli aggettivi.

Tuttavia il punto vero della questione sta nel senso di una costruzione artificiale della lingua, perché la lingua non è un costrutto artificiale e perché quando ciò è accaduto, ed è accaduto, l’effetto voluto è stato proprio quello del più orrendo anti-wokismo nell’accezione che gli danno i suoi fautori. Ma, si dirà, in Italia questo fenomeno è marginale, non siamo negli USA. Certo; ma perché questo fenomeno sta incontrando tanti sostenitori e tanti avversari? Forse perché tutti i fenomeni sociali hanno una caratteristica in comune: rispondono a spinte psicologiche collettive in modo analogo a ogni fenomeno culturale o politico, quando non è l’espressione di una eccezionalità fine a sé stessa. Facciamo un esempio: i rettiliani, i terrapiattisti, i cultori della presenza degli alieni in fondo agli oceani non sono destinati a innescare alcun incendio culturale, sociale o politico, perché ciascuno di questi movimenti non possiede la forza per trasformarsi in un ideale condiviso delle maggioranze, a meno che la sua essenza non incontri l’habitus della specie che l’ha partorito. L’habitus è quell’elemento psicosociale connesso con gli istinti di sopravvivenza, di autodifesa, di connessione identitaria, mosso dal riconoscimento reciproco che attiva i movimenti collettivi degli stormi degli uccelli e dei banchi di pesci, allo stesso modo delle folle in preda al panico o al delirio collettivo come nei pogrom e nei linciaggi, nelle fughe di massa, nell’acclamazione senza remore di un capo.

Ma se ciascuno di questi movimenti esprime il bisogno di credere nel complottismo, oggetto sul quale si dovrebbe dedicare l’intera occasione odierna, quando un fenomeno culturale pervade le coscienze di chi vive in condizioni favorevoli a innescare l’habitus, allora è solo questione di tempo. Il sintomo può trasformarsi nella malattia devastante e uccidere l’ospite, o in un movimento politico in crescita esponenziale che da infime percentuali in poco tempo diventa maggioritario. Perciò il punto che si vorrebbe toccare oggi è proprio questo: un fenomeno culturale marginale e da noi quasi pittoresco, se in altre realtà sociali ha determinato significativi cambiamenti di habitus a causa delle peculiarità di quel luogo, allora è un sintomo che va enucleato da quel contesto ed esaminato non di per sé, ma come fenomeno del testo culturale comune al mondo di appartenenza e sovranazionale, affinché siamo indotti a elaborare una estensione del pensiero. Cioè che dal “qui ed ora” si passi a vedere in quel “qui” un termine ben più ampio e da quell’ “ora” uno stato temporale in divenire, proprio perché quel terreno e quello spazio temporale è già stato colonizzato da terribili fenomeni sociopolitici alimentati da nuclei concettuali che hanno tutti identica natura.

2In ultima analisi, poiché tutte le trappole identitarie (Yascha Mounk, La trappola identitaria, Feltrinelli 2024) hanno una matrice in comune, la riflessione attuale dovrebbe indurre ad allargare il perimetro di questo pensiero, inglobando quanto sta accadendo tutto attorno a noi, non tanto sul fenomeno dell’antiwoke, ma sul fenomeno politico vivente in crescita, che ci vede protagonisti, osservatori e vittime. Ed è questa la ragione per cui fatti terrificanti e sconvolgenti come la morte per annegamento e/o assideramento di migliaia di esseri umani, uomini, donne e bambini, impedito attraverso la lotta contro chi, in nome e in forza di tutto il diritto internazionale, cerca di salvare quelle vite destinate a una morte orrenda, non penetra nella coscienza delle masse, inducendole a levare un grido di orrore e o a pretendere che all’assassinio perpetrato venga messo termine, perché non impedire un evento che si ha l’obbligo giuridico di impedire equivale a commetterlo, come recita l’articolo 40 del codice penale, coniato addirittura dal codice Rocco  al tempo del fascismo.

E questa assuefazione delle coscienze è causa diretta di quanto e come una parola come “migranti”, che nel lessico e nella coscienza del popolo italiano è sempre stata portatrice di una valenza positiva, è diventata sinonimo di pericolo e di criminalità. Pertanto non ci si nasconde che un tema come questo possa venir interpretato come il frutto di una pericolosa ambiguità tra il concetto di critica e quello di aggressione. Questo perché viviamo in un tempo affetto da una morbosa infezione divisiva che avvelena il pensiero contaminandolo con razzismi identitari, giustificati a vario titolo, diventati il leitmotiv delle politiche sovraniste. Sul punto va detto che tali politiche non superano i concetti base dell’umanità da riconoscersi in tutti gli esseri umani, come prescrivono gli articoli 2 e 3 della nostra Costituzione, sulla quale spergiurano insistentemente i nostri governanti, ma mirano a cancellare questi concetti per sostituirli con altri, in un attacco all’universalismo illuminista, come vedremo più avanti. E nel fare ciò, agiscono in continuità con gli ideali che furono il portato ideologico dei tempi più orrendi del ventesimo secolo.

Oggi si pensi solo alle ragioni sbandierate per giustificare la politica criminale perseguita pervicacemente contro le navi ong che salvano i naufraghi, delle quali ben 43 sono poste sotto sequestro, e mentre nel Mediterraneo affogano le persone, donne uomini e bambini, come si sa in Italia i cosiddetti caporali uccidono e sono la manovalanza dello schiavismo attuale.

Questa digressione è necessaria per una ragione sostanziale, posta alla base della presente argomentazione, che ha il fine di mostrare quanto e come sia efficace un pensiero seducente quando è progettato in modo tale da raggiungere in profondità le corde emozionali della morale attraverso rappresentazioni mentali i cui bagliori impediscono di coglierne le vere valenze. Sono i bagliori del mai sconfitto principio del fine che giustifica i mezzi, e dell’istinto che nutre la diffidenza e l’ostilità per lo straniero in quanto portatore di diversità e di pericolo, poiché il sapiens è ancora, nel profondo, abitante delle savane selvagge.   

Ciò significa che tutto quanto verrà detto in questa preziosa occasione dovrebbe venire letto in parallelo, non certo per sostenere che gli opposti estremismi si toccano, ma per contribuire alla elaborazione di un pensiero riflessivo sui pericoli che corre la nostra capacità di giudizio politico, non quando vengono messi in discussione i parametri coi quali lo sviluppiamo, ma quando ne vengono sostituiti gli ingredienti, cioè i suoi componenti, così come già accaduto in passato e come sta orribilmente accadendo oggi in Italia e nel mondo. Come ben spiegava Hannah Arendt (Responsabilità e giudizio, Einaudi, 2023: 41 e ss.) i mores sono entità fragilissime, e quando vengono uccisi, quelli che li sostituiscono, sebbene talvolta mostrino un’immagine rassicurante, sotto la loro veste nascondono un veleno mortale.

3Infatti, la forza di un’immagine sta nella sua capacità intrinseca di attivare le parti emozionali prima di attivare quelle razionali, poiché a dar forza a un’immagine è la sua collocazione all’interno di un discorso. Ne consegue che il discorso, appunto, è il tessuto nel quale il linguaggio vive. E la sua vera forza sta nella sua riconoscibilità, poiché solo a partire da questa il discorso attiva la parte razionale che usiamo per formulare il nostro giudizio.

Il corollario di ciò è l’importanza che assume il linguaggio affinché la comunicazione abbia effetti sulla conoscenza del mondo. Sì, d’accordo, si dirà, ma viviamo immersi nelle fakes. Vero, ma le fakes insegnano due cose. La prima sulla loro capacità, attraverso l’uso accorto del linguaggio, di indirizzare la conoscenza nella direzione voluta da chi le usa per commentare un’immagine o per veicolare un’idea. La seconda attiene al fatto che i significati del linguaggio siano condivisi dai suoi destinatari, talché l’eliminazione di alcuni significati dominanti modifica integralmente la percezione.

Integralmente, poiché questa modifica percettiva penetra nei legami tra i singoli concetti con cui conosciamo il mondo, trasformando la stessa capacità di conoscerlo e di dargli significati, cioè di interpretarlo. L’effetto è quello di trasformare una verità in menzogna. Ma, si dirà, chi può assicurare che la verità che la fakes disintegra sia la verità vera e non sia una verità fittizia che proprio la fake smaschera?

Per superare l’obiezione deve entrare in gioco il concetto di sapere, sul quale sarà necessario spendere alcune parole, poiché al concetto di sapere è legato quello di potere, e poiché al linguaggio ineriscono sia la forza, sia il potere, è solo muovendosi tra i rapporti di forza e i rapporti di potere che diventa possibile sfuggire al potere pervasivo delle fakes.

Pertanto, premesso che le fakes non sono il frutto di indagini epistemiche svolte coi meccanismi della ricerca filosofica sui fondamenti del sapere, ma sono mere rappresentazioni della realtà il cui fondamento è una mera autoreferenzialità, cioè la credibilità della fiducia nel loro autore, il sapere che ne deriva è un sapere apparente, è un’immagine seducente per via di quella fiducia rappresentata tanto meglio quanto più credibile appare il suo autore. Ma il sapere è altro: ha bisogno di fondamenti, di regole, principi, parametri e di un loro repertorio, di una logica e di paradigmi per intessere la conoscenza e fornirle i concetti coi quali esaminare le categorie offerte alla nostra mente. Detto questo, e rilevato che questo tipo di operazione cognitiva della ricerca del fondamento della verità sembra poco agevole, l’importante è, a fronte di ogni informazione che si proclama veritiera, partire nell’esaminarla almeno da un fondamento che non sia una mera immagine di sé stessa. E questo fondamento sta nelle implicazioni connesse con l’informazione contenuta in un’enunciazione: quelle che la precedono e quelle che la seguono. Le antecedenti sono di natura valoriale e quelle che la seguono attengono ai loro effetti sulla percezione dei destinatari.

Si tratta allora di prendere in esame la forza e il potere delle parole, dove la forza, operando sull’immaginario, agisce come produttiva di consenso, cioè come prodotto sociale. Una sorta di arma   da esibirsi in battaglie verbali volte a vincere più che a convincere, e che opera sulla persuasione. Quindi tutta rivolta al futuro. Mentre il potere si ricava dal suo carattere simbolico, dalle sue radici profonde, cioè dalle sue implicazioni valoriali. Ebbene, sul tema che ci occupa le implicazioni valoriali sono di natura universalistica, cioè sono quelle che valgono per tutti gli esseri umani e non per una sola parte enucleata secondo parametri identitari.

Di conseguenza questo tipo di indagine consente di ricavare da un’enunciazione il suo enunciato, concetto sul quale spenderemo più avanti alcune parole, accertato il quale la sua forza, entrando in rapporto con il suo potere, che la smentisce o la enfatizza, ne fa emergere il vero o il falso. Il che, comunque, non è ancora sufficiente per il giudizio, atteso il potere delle nostre convinzioni profonde che costituiscono la base del pregiudizio, tuttavia non inscalfibile.

Infatti le nostre convinzioni profonde non affondano le loro radici in un tessuto precostituito che le legittima, bensì in un terreno che le rende possibili. Ebbene, questa possibilità si trasforma in un fatto reale quando altri fatti ne determinino la nascita e la crescita. Cosa sia questo terreno e in cosa consista questa possibilità è la premessa per riconoscere la condizione di esistenza della funzione normativa del linguaggio, cioè del sapere. I fatti che la determinano sono i fatti normativi delle condotte imposte o praticate in via esclusiva o eliminate dall’agire umano.

L’eliminazione della tortura in pubblico e della tortura tout court come pratica legittimata nella coscienza collettiva è stata la condizione di esistenza di un nuovo linguaggio che ha modificato il vecchio. Ma non fino al punto di espungere quel concetto dallo spazio cognitivo delle persone. Infatti l’enunciato presente nell’enunciazione che definisce la tortura come pratica barbara e criminale da vietare e da punire contiene tutta la complessità storica della tortura, talché permette di elaborare un giudizio necessario a orientare la condotta sul punto. Questo significa mantenere il significato della parola e non eliminarlo dal vocabolario per sostituirlo con un nuovo significato (Neyman, cit.: 129).

Ma questo vale anche per un fatto come la violenza sessuale e per il concetto di consenso. “Coacta tamen voluit” era scritto nel manuale di medicina legale in uso all’università negli anni 70. La filmografia di quel tempo era affollata di scene che confermavano quest’orribile brocardo. È accaduto qualcosa che ha relegato quel concetto che legittimava la violenza nello spazio della illegittimità. Sono cambiate le opinioni, la sensibilità e la legge. Ma cosa è accaduto veramente? Questo è un punto da chiarire.

La modifica della valenza normativa del linguaggio ha bisogno del mantenimento di quel linguaggio nel tessuto cognitivo del sapere, proprio per evitare che attraverso quella rimozione, il terreno che rende possibile la legittimazione renda possibile altre forme di legittimazione altrettanto contrarie e ostili alle opinioni o alla sensibilità che oggi nutrono la consapevolezza storica dei fatti, e consentono di mantenere vivo il giudizio.

Si tratta del potere normativo del linguaggio che non può e non deve prescindere dalle ragioni e dal senso della consapevolezza. Infatti il sapere non può mai prescindere dalla consapevolezza, non solo dei fatti pregressi storici, ma soprattutto dalla conoscenza del loro significato, significato che deve persistere nello spazio della coscienza attraverso il pensiero consapevole. E questo è possibile solo per mezzo di un linguaggio condiviso.

Perdere questa consapevolezza dei significati è stato l’obiettivo di chi ha scientemente usato i maestri come ingegneri dell’anima, come diceva Lenin, cioè costruttori della funzione normativa del linguaggio. Si pensi all’idea di progresso conseguente alla fine della segregazione razziale, e a quali sono le implicazioni nella mente di chi, non avendone coscienza, applica alla sua lettura del mondo parametri di natura identitaria per risarcire chi ha subìto la discriminazione. Ma, si noti, il concetto di discriminazione non sfugge alla regola generale della sua interpretazione, per cui la vittima o chi per essa vuole il risarcimento viene riconosciuta come tale all’interno di quei paradigmi che possono essere perfettamente idonei a giustificare ben altri tipi di risarcimento e ben altri soggetti che pretendono di averne il diritto. Pertanto è questo meccanismo mentale che qui si intende esaminare per denunciarne la pericolosità. Cioè in che modo e con quali conseguenze questo meccanismo opera per enfatizzare il potere della tribù di appartenenza.

Detto questo, tornando a esaminare come il linguaggio sia intrinsecamente veicolo di potere, può valerne da esempio il neoliberismo come forgiatore di anime, secondo la definizione che ne diede Margareth Thatcher. Si tratta di ricordare quanto è accaduto attraverso una modificazione del linguaggio, quando ha provveduto a costituire parametri normativi che hanno espunto dalla coscienza quelli precedenti.

4Si pensi a parole come “capitale umano”, al concetto di “Homo economicus”, cioè non più consumatore ma imprenditore di se stesso, al concetto onnicomprensivo della concorrenza come levatrice del progresso, alla valenza normativa delle norme dello scambio, dove le disuguaglianze non sono più un fattore negativo della società, ma sono il motore della concorrenza, e dove si afferma che esiste un tasso di disoccupazione ottimale per garantire la produzione e la tenuta del sistema, mentre il keynesismo, che definiva la disoccupazione come il massimo male sociale da combattere, oggi è ritenuto un ferrovecchio le cui analisi e le cui prescrizioni sono da dimenticare a causa del significato di  TINA (There is no alternative), ritenuto ormai una verità biblica.

Ma l’abuso del linguaggio raggiunge il suo vertice sotto l’imperium del nazismo, tanto che alcune parole sono rimaste nel tessuto linguistico esercitando il loro potere sulla psiche delle persone a distanza di quasi un secolo. Victor Klemperer (LTI La lingua del III  Reich, Giuntina, 2010) sulla cui opera spenderemo alcune parole più avanti, ricorda che fra le  prime parole forgiate dal nazismo, svettò “spedizione punitiva”, e solo pochi giorni fa questa parola brillava nella titolazione di prima pagina de La Stampa del 3 settembre 26 per sintetizzare l’aggressione di una dozzina di fanatici all’interno di un esercizio commerciale tenuto da un membro della comunità bangladese, ritenuto da costoro, erroneamente, come l’autore di una violenza sessuale appena liberato dalla custodia cautelare, per sanzionarlo con la violenza  di gruppo. Spedizione punitiva e identità razziale sono l’una il motore dell’altra, e la loro verità morale (i mores che mutano) è radicata nella coscienza dei fanatici che si riconoscono portatori delle verità e dei valori della loro tribù.

Tribalismo, quindi, come terreno sul quale far germogliare l’albero dell’identità che s’intende abbia preminenza sul complesso delle identità in cui ciascuno si riconosce, come magistralmente esaminato e descritto da Amartya Sen (Identità e violenza, Laterza 2006). Questo fenomeno culturale, che si è trasformato in un’ideologia politica sostenuta da autorevoli giuristi e intellettuali ha il nome di “intersezionalismo”, che parte da specifiche categorie di ingiustizia (vere), subite dalle persone in ambiti predefiniti.

5Questo fenomeno agisce su due piani. Nel primo sintetizza il principio di «doversi fidare dei nostri sensi, delle nostre emozioni ed esperienze, considerarli autorevoli, anche e soprattutto di fronte alle descrizioni dominanti della realtà sociale che pretendono di essere universali». Nel secondo, e proprio attraverso un rifiuto delle strutture epistemologiche e delle ipotesi politiche ereditate dall’Illuminismo (V. Neyman, cit: 14), intersezionalismo significa riconoscere che «una persona deve impegnarsi a eliminare ogni forma di ingiustizia, come la discriminazione di genere … creando barriere molto rigide all’ingresso di chiunque volesse partecipare a quel movimento politico, perché le persone esterne a quei gruppi non sarebbero mai riuscite a capire, per esempio, un omosessuale di origine latino-americana o una donna nera»  (Mounk, cit.: 62).

Pertanto «la riduzione dell’universalismo umano in gruppi tribali fa sì che persone di varia tipologia riducono le diversità umane a quella tra la loro categoria e il resto del mondo» (Neyman, cit.: 30). E quando il linguaggio diventa non il campo di battaglia, ma il trofeo da conquistare per affermare l’identità, allora in gioco c’è il sapere umano, come vedremo. 

Introduzione

Introdurre una riflessione su una questione ardua da dipanare a causa del groviglio di linee argomentative che provengono da molteplici punti di partenza, significa in primo luogo prendere in esame quei punti di partenza e offrirne una lettura che ne mostri l’efficacia per giustificare il loro sviluppo.

Pertanto primo punto di partenza sono i rapporti di genere; secondo è la discriminazione. Un terzo è il progetto di soluzione delle questioni che legano i primi due. Un quarto sono gli strumenti ragionevolmente utili e/o efficaci per giungere alla soluzione. E infine, per il tema che ci occupa, verificare se il linguaggio sia una causa o un sintomo della problematica in esame, sebbene per secoli la questione sia rimasta sottotraccia, occultando sotto ideologie religiose e politiche il dramma della negazione dell’uguaglianza morale e giuridica tra i generi, dove uno, quello maschile, ha esercitato da sempre il suo potere prevaricatorio.

9791281000179_0_0_0_0_0Detto questo, è sacrosanta, mi si perdoni questo aggettivo, la reazione del genere sottomesso e la legittima rivendicazione dei suoi diritti da sempre negati anche sul piano ontologico. Ne fa scuola Olympe de Gouges che, avendo pubblicato nel 1791 un pamphlet intitolato “La dichiarazione dei diritti delle donne e delle cittadine” dove affermava «se la donna ha il diritto di salire sul patibolo, deve avere altrettanto quello di salire sulla tribuna politica», venne accontentata finendo sulla ghigliottina nel 1793.

Ne consegue che, non essendo bastati 200 anni di lotte per raggiungere una vera parità, senza dubbio l’aver imbracciato le lotte per la giustizia sociale, trasferendole  sul terreno delle discriminazioni di genere, ne abbia ampliato la base del consenso e le abbia rinforzate, purché il concetto di giustizia sociale sia inteso in senso universalistico e si estenda a tutti gli attori in gioco e non lo faccia contrabbandando il diritto al risarcimento come progetto inclusivo in un mezzo per perpetrare, mutatis mutandis, altre discriminazioni, talché il progetto dell’inclusione si trasforma ipso facto, in un progetto di esclusione.

Sul punto una semplice formulazione linguistica pone la questione. Dobbiamo dire “i migranti sono pericolosi” o “alcuni migranti sono pericolosi”? Per rispondere basta sostituire alla parola migranti un qualsiasi vocabolo concettualmente identitario. Infatti, non capire che assumere la legittima richiesta di una formulazione normativa volta a tutelare la libertà e/o l’integrità di una parte offesa contro chi la viola riconosciuto su base identitaria significa assegnare a un’intera categoria di persone la patente di criminalità su base razziale o etnica o di genere.

Tale prospettiva riapre un baratro nel quale l’umanità è già precipitata più volte, trasformando quella richiesta di legittimità in spaventose normative, matrici di delitti contro chi si pretendeva fosse un criminale su base identitaria. Ma soprattutto significa non comprendere che il linguaggio come codice ermeneutico della realtà sia un pericoloso veicolo di condotte e non di pensiero quando venga trasformato in uno strumento operativo e non riconosciuto per ciò che è, cioè rappresentazione del pensiero in un tempo storico fatto di presente e di passato, così com’è ogni organismo vivente se non vuole morire.

Viceversa, la riduzione del linguaggio a mero strumento operativo su base identitaria impone di accertare se sia fondato o no ritenere che nel linguaggio stia il nesso tra l’azione contro la discriminazione di genere e la reazione contro la lotta volta a eliminare la prima, e se, altresì, voler distruggere questo nesso, sostituendolo con un altro nesso da usarsi come mezzo per la soluzione, non sia altro che un grave errore metodologico capace di alimentare la seconda.

6Ne consegue la domanda se ci si trovi di fronte a un problema linguistico, a un problema interpretativo o a un problema logico. Quindi si tratta di comprendere il significato della problematica del gender, cioè cosa e come attivi dentro di noi la costruzione di immagini sulle quali operare la riflessione del consenso sull’azione (cioè l’opera di distruzione/sostituzione come unica soluzione del problema). Oppure se esista una diversa soluzione che non mi costringa a dibattermi tra questa azione e la reazione. Cioè se non vi sia un errore nella mia credenza (Ludwig Wittengstein, Ricerche filosofiche, Feltrinelli 2024: 153, 155)

Infatti, mentre ci poniamo di fronte al tema del rapporto tra genere e linguaggio, si erge tra di noi e il tema in questione il muro della comprensione, dove l’idea  o il concetto di “noi” è semplice e intuitivo, ma dove  il concetto di linguaggio attiene alla comprensione di come il concetto di genere sia parte essenziale del linguaggio, cioè parte soggettiva del linguaggio, o ne sia l’oggetto, tale per cui la comprensione attiene al significato della relazione fra i termini del problema, il linguaggio e il  genere,   e il  rapporto fra i due. Cioè a dire, se basti sostituire a un soggetto un altro soggetto per risolvere la questione attraverso le ritenute necessarie distruzioni, o no.

Ebbene, è proprio su questo piano che opera la necessità di trovare una soluzione soddisfacente e terza tra l’azione, così come prospettata dai paladini o dalle paladine del gender, e la reazione di chi rifiuta questa azione, atteso che questa azione, sebbene si proclami includente, è di fatto di natura escludente, come vedremo.

Allora il punto è quale percorso mentale può condurci a immaginare una diversa soluzione. Ora, la prima obiezione discende da una presunta regola generale per cui la problematica del genere, nascendo da un dato di realtà incontrovertibile, e cioè che il genere è solo quello ritenuto naturale per chi è ostile all’idea della pluralità dei generi o che i generi siano l’espressione di un dato di realtà altrettanto incontrovertibile, declinati sul piano della mente degli esseri umani con tutte le implicazioni di ordine psicologico e morale che attengono alla identità di ciascuno, non lasciano spazio ad alcuna lettura alternativa della questione. Ebbene, è proprio dal punto di come leggere la questione che nasce la possibile terza soluzione: se sia possibile leggere nella realtà qualcosa che la cosiddetta regola generale ricava dalla legge naturale. E se questa presunta legge naturale sia suscettibile di interpretazione. E infine a cosa questa interpretazione debba ricorrere per essere riconoscibile (Wittengstein cit.: 181,183).

In realtà il punto non attiene al concetto di regola o di legge reale incontrovertibile, ma all’interpretazione che le si dà, poiché il dualismo di azione e reazione deriva dall’idea che esista una sola possibilità tra azione ed esclusione, mentre l’immaginazione può indurre il pensiero che tra le due si possa collocare il concetto di inclusione. Tuttavia il concetto di inclusione presuppone la pacificazione e non implica la guerra, cioè il conflitto come unica soluzione. Entra in gioco allora il potere dell’immaginazione come costitutiva di un diverso concetto di regole, come a voler assegnare a un segno grafico incomprensibile un suono o un significato non immaginato prima, ma di cui se ne è accolta la presenza implicita in un luogo nascosto del terreno ermeneutico. Cioè a dire cosa possiamo fare per far emergere e portare alla luce quel significato nascosto? In primo luogo abbiamo bisogno di trovare l’oggetto occulto, poi, trovatolo, dobbiamo leggerlo, cioè esprimerlo concettualmente in modo comprensibile. Quindi dargli un significato e ricavare dal significato un senso, cioè ragione, direzione e finalità.

Tuttavia è necessario tornare al linguaggio, poiché nessun progresso verso l’inclusione può darsi senza che si trovi un ponte che consenta il passaggio reciproco della comprensione. Ebbene, è necessario che quanto è stato l’unico elemento comune, cioè il riconoscimento che entrambe le parti assumono per intendere il significato di vero e di falso, le induca a porsi la questione della necessità di concordare su alcuni giudizi e cioè sull’idea che l’inclusione sia un concetto da elaborare e da interpretare. Ebbene, assunta l’importanza dell’interpretazione come lo snodo cardine della problematica in oggetto, deve trovarsi una regola per guidare nell’interpretazione del concetto di inclusione, e, poiché nessuna delle regole usate sinora ci aiuta, diventa necessario immaginarne una nuova.

Questa regola nasce dal concetto di sapere. Cioè come facciamo a sapere di sapere?  Forse assumendo il sapere come criterio di identità? Per ora limitiamoci a immaginare di sapere che l’inclusione si colloca tra l’azione e l’esclusione, i cui concetti sono pacificamente connessi con le convenzioni politiche e linguistiche in uso tradotte in modalità normative dalle leggi alla grammatica. Pertanto diventa necessario immaginare cosa significhi, cioè quale sia il significato dell’inclusione in una società che non la contempli (Wittengstein cit.  comprensione: 247 e convinzione: 261 257, 259 e linguaggio: 265).

Premesso che l’attribuzione di senso a una proposizione con cui descriviamo un dato reale discende dall’immagine mentale che viene indotta in noi dalla percezione della realtà che ciascuno descrive attraverso il linguaggio, in modo tale da consentirci di intenderne la natura, la domanda che questa proposizione implica è se, a sua volta, il linguaggio sia un veicolo per descrivere la realtà e darle un senso, o sia lo strumento che determina il modo di intendere la realtà e di attribuirle un senso. Allora intervenire sul linguaggio operando in modo che i suoi fonemi acquistino significati nuovi e/o ne perdano di vecchi, fa sì che cambi il modo di intendere la realtà.

Ebbene, questo è accaduto scientemente sotto l’imperio del totalitarismo. Affermare l’equivalenza di alcune parole con valori nuovi induce ad attribuire a tali parole nuovi sensi, il che è l’effetto della vulnerabilità della mente alla colonizzazione da parte di chi vuole esercitare e consolidare il suo dominio. Si pensi a parole come migranti, rosso o nero, patria, pace, pacifismo, guerra giusta e ingiusta, genere, genitorialità, maschio, femmina, sentimenti.

Ma esiste e perché, se sì, un’ulteriore possibilità di intendere i fatti? Il punto non è se capiamo o non capiamo il linguaggio della percezione, che non è il linguaggio con cui descriviamo la percezione, ma il fatto che quello e non questa è frutto di una convenzione.

Esiste cioè un complesso eterogeneo di strutture linguistiche che ci consentono di attribuire senso alle percezioni e alle intuizioni che sono state indotte dall’esterno attraverso l’apprendimento, talché tutto ciò costituisce il tessuto mentale su cui si basa la comunicazione del sapere. Ed è proprio su questo e per questa finalità che il totalitarismo conquista la mente dei suoi soggetti poiché, come diceva Lenin «L’insegnante è l’ingegnere dell’anima» (Klemperer, cit.: 191). Allora si tratta di indagare i nessi tra percezione della realtà, linguaggio che la descrive e comunicazione a cui attribuiamo un senso condiviso che dovrebbe coincidere col sapere. Ma questo da cosa dipende? Si tratta della rappresentazione possibile soltanto attraverso l’impiego di regole condivise, talché col linguaggio noi rappresentiamo l’immagine che abbiamo della realtà esterna e interna a noi. Cioè il pensiero. Ed è questa rappresentazione che comunichiamo all’interlocutore, il quale, a sua volta, agisce in modo analogo. L’essenza della rappresentazione è dunque costituita da una serie complessa di regole, che sono le regole arbitrarie della grammatica, poiché, come afferma Wittengstein: «La grammatica dice che genere di oggetto una cosa sia» (cit.: 301). Tuttavia il problema non si esaurisce qui, poiché la mia rappresentazione non coincide necessariamente con quella del mio interlocutore, perché si dovrebbero mettere a confronto le due rappresentazioni attraverso un criterio di identità condiviso. Ma pure questo criterio di identità diventa oggetto di diverse interpretazioni.

 Alla fine tutto si riduce a un principio di giustificazione, cioè alla ragione per cui la regola che mi induce a intendere il significato della rappresentazione è cogente e cioè il frutto di una scelta che il soggetto ha interiorizzato come naturale.

Detto questo, va evidenziato che alla radice del nostro linguaggio giacciono elementi costitutivi indistruttibili senza i quali non potremmo costruire un’immagine della realtà, che altrimenti perderebbe di significato, o meglio tali per cui la sua denominazione usata per descriverla sarebbe senza significato. E il significato è portatore di senso.

Ma non solo, è attraverso questi elementi costitutivi indistruttibili che il pensiero struttura le categorie della logica, delle quali si serve per comprendere la realtà e attraverso le quali elabora il sapere, inteso come la conoscenza stratificata del mondo, tra passato e presente, necessarie per affrontare il nuovo quando si affaccia alla percezione.

Ma che accade quando vengono messi in discussione e aggrediti proprio questi elementi costitutivi del linguaggio? Questo perché la lingua non è un oggetto manipolabile come un qualsiasi composto complesso, le cui singole parti possono venire sostituite con altre diverse per renderlo diversamente manipolabile, ma è un’entità viva la cui aggressione può condurla a una sorta di morte che è la morte del sapere, come vedremo, poiché il sapere è connesso in modo sovrapponibile all’identità di ognuno. La sua vita, invece, è la vita della libertà, e ogni lingua, se può muoversi liberamente, si presta a tutte le esigenze umane, alla ragione, come al sentimento, alla comunicazione, al dialogo, al soliloquio e alla preghiera, all’implorazione, al comando e all’ esecrazione (Klemperer cit.: 40). Si tratta cioè della libertà del pensiero, e la libertà del pensiero sul piano normativo della morale è una conquista dell’universalismo illuminista, primo obiettivo delle mire ideologiche dei totalitarismi che fondano la propria presa sulla coscienza sia degli individui sia della delle collettività come lingua del fanatismo di massa, indagato da Victor Klemperer sulla  cui opera si spenderanno alcune parole, ma la libertà di pensiero consente anche di agire in modo costruttivo attraverso la ricerca di soluzioni che, rispettandola, mirino all’inclusione e non all’esclusione, nel rispetto e nell’attuazione dei principi universalistici di cui sono nemici irriducibili gli alfieri dell’essenzialismo identitario, che accusa l’universalismo di occultare sotto i suoi principi universali la vera questione in gioco, cioè l’esclusione dei generi dall’universo del sapere.

Ora, detto questo, e per sgombrare il campo da equivoci, la scelta identitaria, avendo tutte le scelte identitarie in comune il presupposto culturale del loro valore assoluto, muovono dall’idea che quel valore assoluto sia perseguibile solo attraverso azioni che mirano a due obiettivi. Il primo è meramente risarcitorio. In quanto vittime, vere o presunte ha poca importanza, il loro risarcimento, non potendo materializzarsi in senso monetario, dovrà incidere sul piano morale. Ciò deve avvenire attraverso il riconoscimento del valore assoluto compromesso e/o leso dal nemico. E mentre in termini remuneratori il colpevole dovrà pagare pegno (Neyman, cit.: 27), infatti i totalitarismi uccidono i loro nemici, ebrei e zingari o borghesi, oggi è imperante la gogna mediatica e azioni discriminatorie sul terreno delle professioni, della comunicazione, finanche della libertà personale, come in Scozia dove è stata emanata una legge che, punendo col carcere il linguaggio d’odio, consente di estenderne l’applicazione ben oltre i suoi confini linguistici (Hate Crime and Public Order Scotland Act del 2021 in vigore il 1 aprile 2024).

Ma il secondo obiettivo è più sottile, più pericoloso, poiché mira a penetrare nelle convinzioni profonde dell’individuo. Proprio come è già accaduto nella storia. Ora, naturalmente, alcuni possono ritenere che la storia è il passato, morto e sepolto, mentre il presente si declina verso il futuro. Ed è sul futuro che puntano le attuali problematiche del genere. Ma, in verità, non è proprio così, atteso che la storia insegna come l’idea di edificare il concetto di uomo nuovo abbia avuto conseguenze fatali nello spazio della coscienza, e come soprattutto quest’idea non sia affatto affondata nelle tenebre del passato. E questa è la lezione che ci insegnano persone come Victor Klemperer e il linguista Franco Fochi, o scrittori come George Orwell, dalle cui lezioni si comprende come simile prospettive mirino a distruggere il senso della molteplicità, così come dalle traduzioni della Bibbia che si sono susseguite nell’arco dei secoli, ciascuna ha portato con sé particolarismi e molteplicità.

7Victor Klemperer, infatti, linguista tedesco vissuto sotto il dominio del Terzo Reich, analizza in tempo reale il rapporto tra linguaggio e potere, stato cognitivo individuale e coscienza collettiva. Le sue osservazioni traggono origine dalla sua esperienza personale di intellettuale ebreo, sfuggito alla persecuzione perché, essendo sposato con una tedesca di razza ariana secondo la normativa nazista, pur perdendo i diritti dei cittadini tedeschi, lui al quale il potere nega l’identità di essere tedesco, potrà sopravvivere negli anni bui dello sterminio. Tuttavia dalla sua esperienza si ricavano due importanti considerazioni, che peraltro trovano una conferma in luoghi diversi, in tempi diversi e in ambiti culturali diversi, il che consente di ritenerle vere. La prima attiene al significato dell’appartenenza a comunità identitarie identificate come nemiche da una comunità identitaria che si ritiene vittima di queste e che agisce cercando di cancellare il mondo di appartenenza di quelle, eliminando i parametri di riconoscimento che ciascuna comunità usa nella relazione con le altre. La seconda considerazione consegue alla prima, poiché l’effetto di questa operazione non agisce solo orizzontalmente, il che consentirebbe di limitare i danni, ma verticalmente, penetrando sia nella comunità agente per cancellarne i parametri linguistici precedenti, sia negli spazi cognitivi degli appartenenti alla comunità bersaglio.

Viene così alterata sino alla scomparsa la stessa conoscenza dei significati, con l’effetto ulteriore di cancellare il sapere attraverso il quale la storia si è stratificata nella mente degli individui e dei popoli. Klemperer definirà questa operazione come LTI (la Lingua del Terzo Impero). Klemperer rileva come, con la presa del potere da parte del partito nel 1933, da lingua di un gruppo (cioè di una tribù, per dirla con Mounk) divenne lingua di un popolo e si impossessò di tutti gli ambiti della vita, pubblici e privati, nella politica, nella giustizia, nell’economia, nell’arte, nella scienza, nella scuola, nello sport, nella famiglia, negli asili e nella stanza dei bambini. Egli osserva come il potere irrazionale di un mito inventato (Alfred Rosemberg, Il mito del ventesimo, ed. Thule Italia 2017)) e la diffusione capillare di un parlato reso obbligatorio nelle riviste giuridiche, sui giornali, sulla pubblicità, nei romanzi, nella poesia, nei discorsi radiofonici, fosse penetrato nel linguaggio usuale di tutti, dalle persone colte a quelle ignoranti, come egli ebbe a verificare, ascoltando parlare le persone che pulivano le strade. Persino in coloro che erano le vittime più perseguitate e che necessariamente dovevano essere nemiche mortali del nazismo, perfino fra gli ebrei, dappertutto, nei loro discorsi, nelle loro lettere e anche nei loro libri.  Altrettanto onnipossente quanto povera, resa onnipresente dalla sua povertà, regnava la Lingua del Terzo Impero, scrive.

9-5George Orwell (La neolingua della politica, Garzanti 2021) l’autore di 1984 afferma che dallo stravolgimento delle parole alla manipolazione del pensiero il passo è breve, e teorizza che una nuova lingua abbia due scopi collegati per coloro che ne diventeranno i portatori, cioè di diventare un mezzo espressivo adatto ai loro ambiti mentali e alla loro visione del mondo e di rendere qualsiasi altra forma di pensiero impossibile.

Infatti, essendo il pensiero dipendente dalle parole, a poco a poco i neologismi eliminano le vecchie parole mentre la grammatica viene sempre più semplificata, abolendo le variazioni formali tra un nome e un verbo che derivano dalla stessa radice e creando solo “non verbi”, tutti regolarizzati nella coniugazione, nel plurale, mentre gli aggettivi e gli avverbi si formano aggiungendo un suffisso standard al nome verbo.

Sul piano della realtà il linguista Franco Fochi (La lingua in rivoluzione, Feltrinelli 1966: 42 e ss.), rileva come un semplice prefisso, “pre”, appunto, venne usato dal fascismo per alterare il significato di moltissime parole, trasformate in un veicolo del pensiero totalitario. Parole come “allarme”, “militare”, coniate col prefisso “pre” acquistarono significati nuovi, come “preallarme” o “premilitare”, cioè parole che inducevano immagini di prossimi bombardamenti o di nuove modalità di vita, come l’addestramento premilitare dei giovani destinati alla guerra. Così come accadde per “prebellico” e all’aggettivo “prestabilito”, poi penetrato nel binomio “piani prestabiliti”, usato dall’alto comando tedesco. Si trattava di parole, come “pre”, che di per sé non possono essere parole, ma che nell’espressione composta con il pre acquistarono valore di attributo cambiando il senso della parola. Infatti, dare alla preposizione “pre” valore di attributo fa sì che se si stacca la preposizione dalla parola si esprime un concetto, se lo si fonde unificando i due vocaboli in una sola parola, non solo se ne rende il suono offensivo per il senso del parlato, cioè per la sua eufonia, ma si agisce pure sugli spazi cognitivi colonizzandoli con nuovi significati.

Ma piuttosto si noti come, sul piano strettamente linguistico, tutto ciò è analogo all’uso dell’asterisco o della schwa mandati a comporre il nuovo significato di vocaboli come “tutti”, o “amici”” collega” “studenti”, di aggettivi superlativi, di articoli e sostantivi e altro, sostanzialmente impronunciabili, tanto che per superare il problema sono in atto in Belgio studi finalizzati a coniare un suono condiviso, indispensabile alla pronuncia di segni come la schwa e gli asterischi.

Tuttavia questa operazione va contro il sapere scientifico sulla nascita della scrittura, risalente a meno di 10 mila anni fa, quando vennero inventati segni grafici per rendere visibili i suoni, ma ciò a fronte dell’origine del Sapiens posta nel remoto di 200 mila anni, tanto che quasi altrettanti ce ne vollero per passare dal suono al segno grafico, e ciò attraverso l’evoluzione naturale della lingua, mentre il percorso inverso si scontra con la logica razionale che guida la scienza. Allora, poiché l’ideologia ritiene di farne a meno, sul potere della logica sarà necessario più avanti spendere alcune parole, così come sugli aspetti più propriamente grammaticali e sintattici.

Viceversa la cosa che ora interessa, essendo l’alterazione della lingua funzionale a un progetto ideologico, è  verificare, ad esempio, come l’uso di questo “pre”,  fosse veicolo di nuove parole usate per introdurre nuovi concetti e nuove modalità di vita in modo così pervasivo da contagiare, tra l’altro, dopo la guerra, anche il pensiero di un filosofo come Benedetto Croce che coniò la parola “prepartito”,  con cui intese nominare un’associazione ideale lontana dagli interessi e dai programmi economici e materiali dei partiti, incarnando la coscienza etica e il rifiuto di ogni compromesso politico e la manipolazione del suo partito liberale. Il punto, rileva Fochi, è che, quanto più invasivo sul piano cognitivo si fece l’uso del suffisso, tanto più colonizzò il cervello delle persone con significati nuovi.  Ed è impressionante rilevare come questo tipo di operazione sia proseguita nel lessico dei decenni successivi in modo analogo con la preposizione “post”, entrata a scardinare i significati di parole come fascismo, verità, democrazia, trasformandone il senso. Fochi esamina in modo approfondito gli effetti della irreggimentazione della lingua in costrutti veicolati dal potere, e richiamerà questo capovolgimento dei valori correnti, per cui sotto la Repubblica di Salò si potrà esaltare come virtù l’essere fanatici.

La comunanza di intenti dei regimi totalitari emerge proprio dall’esame della parola “fanatico”, sulla quale Klemperer indugia, ricavandone la modifica di valore dallo stravolgimento del significato che ne aveva dato l’Illuminismo, il cui universalismo lo pone agli antipodi delle filosofie identitarie in esame.

9Fanatico, dunque, inteso dal pensiero universalista come controparte del razionalismo all’essere sanguinario e crudele, cioè «un qualcosa di proibito, a metà tra la malattia e il delitto» (Klemperer, cit.: 81, 82)). Viceversa il nazismo, poiché la lingua tedesca non la contemplava, la coniò con “fanatisch”, intraducibile e insostituibile, significando coraggio, passione, tenacia. Una parola in cui si fondevano tutte queste virtù, diventata sinonimo di «una gradevole mistura di audacia e dedizione appassionata». Tra l’altro, lo si passi, si tratta del medesimo senso attribuito alla parola “passione”, penetrata nel lessico del Presidente della Federazione Russa e dell’ideologo Alexandr Dugin per esaltare la virtù del soldato russo (Noomachia, rivolta contro il postmoderno, AGA 2020) che ha riesumato le teorie del filosofo Lev Nikolaevic Gumilev.

Mussolini, in uno dei suoi scritti, oltre a esaltare la parola “fanatico”, diede un significato nuovo anche alla parola “misticismo” (e vedremo quanto la problematica del misticismo rileva per il tema in esame) dicendo che «la democrazia ha tolto lo stile nella vita del popolo, cioè una linea di condotta, quindi il colore, la forza, il pittoresco, l’inesplorato, il mistico». Anche l’aggettivo “dinamico” divenne sinonimo di aggressivo, mentre parole come “granitico, fatidico, storico, eroico”, erano rimaste nel lessico  tanto che, negli anni 60 il Segretario della Fiom aveva  parlato di «unità granitiche delle forze sindacali», e  in modo identico molte parole guida usate nella edificazione della nuova lingua del Terzo Reich rimasero nella lingua tedesca, tanto che Klemperer dirà: «Lingua che crea e pensa per te, veleno che ingerisci inconsapevole e che farà il suo effetto».

In verità esistono alcuni meccanismi che agiscono sulla lingua per sottrarre il potere dei suoni quando evocano pensieri e associazioni mentali, sia attraverso l’eufonia che sacrifica la regolarità grammaticale, sia ricorrendo a parole brevi e secche. Si pensi a woke, del tutto innocente, fatto salvo il particolare storico del primo grido di battaglia delle formazioni naziste  dei primi anni 30: “Svegliati (Woke) Germania!” ma si pensi, su altro verso, soprattutto all’acronimo M.S.I. (Movimento Sociale Italiano), che richiama l’acronimo R.S.I (Repubblica Sociale Italiana), e al fatto che l’acronimo MSI  indicava una formazione politica  fondata da chi, nella RSI, era stato un alfiere dell’ideologia  e un esecutore di azioni  coerenti e finalizzate alle deportazioni di massa verso lo sterminio, oltre alle stragi di civili usate come rappresaglie.

Si tratta sempre della contrazione in sigle di gruppi di parole, in modo da impedire la riflessione sul significato emergente dal complesso linguistico, così semplificato. Così la parola GESTAPO, acronimo di Polizia segreta di Stato, la parola AGITPROP, cioè Agitazione e Propaganda, o, nota Orwell, poiché la sigla INPRECOR, composta dalle inziali di “International, Press e Correspondence”, essendo una sorta di eufonica parola macedonia, rende l’atto di parlare, specialmente quando l’argomento non è ideologicamente neutrale, il più possibile indipendente dal pensiero cosciente (Orwell, cit.: 93).

Si tratta di un’operazione così pervasiva, dice Orwell, che l’abolizione di alcune parole avrebbe reso impossibile formulare il cosiddetto pensiero eretico. Non solo, anche qualora ciò fosse accaduto, recuperando ad esempio alcune parole espunte dal vocabolario, la frase non avrebbe avuto senso per l’orecchio della persona adusa al nuovo linguaggio.

Pertanto un uso pervasivo della censura farà sì che un aggettivo di uso generale come “uguale”, in passato presente nelle Costituzioni, avrebbe perso ogni significato. Allora una frase come “tutti gli uomini sono uguali” sarebbe stata analoga a “tutti gli uomini sono biondi”, poiché il concetto di uguaglianza politica non esisteva più, e di conseguenza questo significato secondario, eliminato dall’aggettivo uguale, così come “libero” non poteva significare “intellettualmente libero”, avrebbe avuto l’analogo effetto per chi, cresciuto nel dominio della nuova lingua, «non (avendo) mai sentito parlare degli scacchi, non potrà conoscere i significati di Regina e Torre relegati in una sorta di archelingua» (Orwell, cit.: 103).

Allora, superata l’archelingua, ogni legame col passato sarebbe stato reciso. La storia riscritta e anche i frammenti della letteratura sfuggiti alla censura non sarebbero mai più stati comprensibili e quindi traducibili.

Ne consegue che un’accurata Cancel Culture, «quando la storia fosse stata già riscritta, avrebbe fatto sì che, qualora esistessero ancora dei frammenti sparsi nella letteratura del passato, sfuggiti alla censura, sarebbero diventati incomprensibili e quindi intraducibili». Ciò avrebbe comportato «che nessun libro scritto prima di una certa data si sarebbe potuto tradurre per intero, mentre la letteratura prerivoluzionaria poteva solo essere oggetto di un’opera di traduzione ideologica». Il che tra l’altro sta già accadendo con la censura, la messa all’indice o la riscrittura dei classici, motivata dai fautori e dai propagandisti dell’odierna nuova lingua in fieri.

8Orwell fa l’esempio di un noto passo della Dichiarazione d’Indipendenza degli Stati Uniti, per cui, nel mondo della neolingua, sarebbe scomparso dalla coscienza collettiva il concetto di «governi costituiti e dei loro giusti poteri derivati dal consenso dei governati per garantire i loro diritti» ancorato al principio talché «Ogni qual volta qualsiasi forma di governo tenda a ledere questi fini è diritto del popolo cambiarla o abolirla e istituirne uno nuovo e istituire un nuovo governo».

In verità questo fenomeno reale nel III Reich e paventato in un futuro distopico da Orwell, è riconducibile al “folle progetto di unificazione” culturale esaminato dal linguista Franco Fochi nel suo Lingua in rivoluzione. Fochi vede come la distruzione del vero privilegio che la lingua ha nella sua molteplicità dei significati, viene aggredito attraverso la lotta contro la lingua libera, che si vuole unificata nel lessico, nella morfologia e nella sintassi. È un’operazione molto pericolosa (Fochi cit.: 320 nota 7), e Fochi  rileva che questa operazione contrabbandata in un saggio pubblicato nel 1936 a Lipsia e poi a Firenze nel 40, cioè sotto i regimi del nazismo del fascismo, col fine apparente di  restaurare una lingua  “semplice, unica e classica”,  tende a distruggere una lingua libera, arieggiante la ricchezza stilistica delle lingue classiche, dove concetti propri di quella libertà sono il regionalismo, la tradizione dialettale, i focolai di una libera espansione culturale.

Per ora basti osservare, richiamando ancora Orwell, che «se il pensiero corrompe la lingua, la lingua può corrompere il pensiero» (Orwell cit.: 57)

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
[*] Premessa e Introduzione della conferenza tenuta nel Palazzo della Provincia di Savona il 17 settembre 2026. Lo sviluppo della conferenza seguirà nel prossimo numero di Dialoghi Mediterranei.
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Roberto Settembre, entrato in magistratura nel 1979, ne ha percorso tutta la carriera fino al collocamento a riposo nel 2012, dopo essere stato il giudice della Corte di Appello di Genova estensore della sentenza di secondo grado sui fatti della Caserma di Bolzaneto in occasione del G8 2001. Ha scritto per Einaudi Gridavano e piangevano, edito nel 2014. Si è sempre occupato di letteratura, pubblicando racconti, poesie, recensioni sulle riviste “Indizi”, “Resine”, “Nuova Prosa”, “La Rivista abruzzese” e il “Grande Vetro”. Con lo pseudonimo di Bruno Stebe ha pubblicato nel 1992 il romanzo Eufolo per Marietti di Genova e nel 1995 I racconti del doppio e dell’inganno per la Biblioteca del Vascello nonché la quadrilogia Pulizia etica per Robin edizioni e nel 2020 Virus e Cherie con la Rivista Abruzzese. È stato collaboratore di “Altreconomia”.

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