Generazioni a confronto

Giovani tunisini in agitazione

Tunisi, protesta dei giovani nei giorni della Primavera araba

di Federico Costanza

Il quotidiano francese Libération titolava “Génération Bataclan” all’indomani degli attacchi di Parigi del 13 novembre scorso. Una secca definizione dalla connotazione drammatica che racchiudeva un’intera generazione di giovani europei: ragazzi abituati ad attraversare le frontiere da sempre, incoraggiati a testimoniare la propria molteplice identità, a confrontarsi quotidianamente con l’altro. Questa era la fotografia che il giornale francese faceva di quella moltitudine di giovani che quella sera a Parigi venne presa di mira dai terroristi, la loro spensieratezza e libertà bersaglio del jihadismo.

Il Bataclan rappresenta un luogo decisamente europeo, uno dei tanti music venue delle grandi capitali del Vecchio Continente, un luogo di incontro per i giovani che vogliono assistere a un concerto, a Parigi come a Londra o Berlino. In quei luoghi, come ben testimonia ad esempio la piattaforma Liveurope, finanziata dalla Commissione Europea, si aggrega quello spirito europeo che per decenni è stato coltivato, promosso con programmi quali Erasmus, con l’incoraggiamento alla mobilità dei giovani, attraverso il tentativo di creare un ethos comunitario. In quei luoghi, nasce forse un sentimento di appartenenza a una società fortunata, con le sue simbologie, con i suoi rituali, il suo  senso di sicurezza e appartenenza. È questo, probabilmente – asserisce sempre Libération – lo spirito avversato dai terroristi che al Bataclan e in altri luoghi di svago parigini hanno aperto il fuoco quella drammatica sera.

Eppure, quella definizione è stata avversata perché non rappresenta integralmente il senso di smarrimento di questa generazione di giovani, spesso obbligata alla fuga, alla mobilità, alla ricerca di fortuna lontano dal luogo natìo, che prima di riconoscersi in una comunità deve fare i conti con la comprensione della propria identità spesso affondata in società “liquide”, ove occorre riconoscere l’altro e imparare ad accettarlo.

L’Europa di oggi è smarrita in questi dilemmi. La Comunità Europea che i Trattati istitutivi volevano sviluppare e declinare in “Unione”, affronta attualmente la maggiore crisi di identità dall’inizio di quel processo di ricostruzione post-conflitti mondiali. I figli di questa Europa “confusa” sono protagonisti di società eterogenee, che accolgono ondate sempre maggiori di immigrazione senza riuscire a far fronte alle proprie crisi interne, economiche, sociali e politiche.

L’epoca delle rivolte arabe, dall’altra parte del Mediterraneo, si è invece aperta nell’inquietudine globale: una vasta vague di proteste che dall’economia alla politica ha investito la parte “ricca” del pianeta, prima ancora che il mondo musulmano. I giovani protagonisti di questi movimenti sono in contatto fra loro e seguono riflessioni che percorrono il globo. Quando irrompono i giovani attivisti arabi sembra che la scintilla abbia trovato il luogo in cui divampare. Eppure sembrano luoghi lontanissimi: l’Europa con le  promesse di crescita e i Paesi arabi nel loro immobilismo politico. Ci si dimentica che le società arabo-musulmane sono state anch’esse investite da fenomeni di globalizzazione e che i regimi politici non riuscivano a evitare che filtrassero idee e spinte dall’esterno.

FOTO 1Otto anni fa, uno storico e sociologo americano del Medio Oriente, Mark LeVine, appassionato attivista e musicista, pubblicava un’interessante ricerca sul rapporto dei giovani arabo-musulmani con la musica metal e tutto quell’universo di moda e stili di vita legato a quel genere musicale. Heavy metal Islam è stato uno dei primi lavori accademici che ha acceso i riflettori su un segmento della popolazione araba che meriterebbe ben altro interesse, rappresentando il futuro di quelle società nonché la componente demografica più rilevante.

Il 2008 è stato tanto tempo fa se si pensa a quello che è successo da allora. Le cosiddette “Primavere arabe”, e gli accadimenti conseguenti, hanno sconvolto tutta l’area, non solo rovesciando regimi ultradecennali, ma proiettando l’intero mosaico delle società arabo-musulmane in uno scenario di instabilità grave. Riflettere su quel periodo, in apparenza lontano ma significativo, è comunque importante. LeVine  racconta quella che era una realtà neanche troppo nascosta: sotto le mentite spoglie di società sclerotiche si agitavano dappertutto spinte libertarie. Ricordo sempre con una certa nostalgia i miei primi giorni a Tunisi. Dopo settimane di involontaria segregazione all’interno della città vecchia, seguendo i ritmi tradizionali dei quartieri più popolari, cadenzati dai richiami alla preghiera e dalla vita monotona dei caffé del centro città, una sera un amico mi rivelò un’altra Tunisi. Scoprii allora un universo parallelo che mi apparve quasi grottesco. Centinaia di giovani adoloscenti tunisini si ritrovavano, maschi e femmine confusi, al chiuso di un auditorium in un quartiere moderno alla periferia della città, reiterando il rituale laico del “raduno metal”. Vestiti con maglie e pantaloni neri, truccati e acconciati in stile “dark”, sfoggiavano maglie dei maggiori gruppi hard rock e metal diffusi internazionalmente: i Def Leppard, i Metallica, i Black Sabbath, i Kiss. Quei ragazzi ballavano, chiacchieravano di musica, cantavano, si baciavano liberamente come una qualsiasi comitiva di giovani, lontani anni luce dal pudore della pubblica via. Fu uno choc per me e la dimostrazione che le nuove generazioni arabeavessero ancora molto da rivelarmi.

Dal Marocco all’Iran –  come racconta Mark LeVine nella sua ricerca –  era un proliferare di gruppi rock e metal, festival più o meno grandi, spesso ostracizzati, a volte timidamente sostenuti dalle autorità pubbliche – forse più per esigenze di controllo che altro. In fondo, si andavano formando i primi gruppi di resistenza e opposizione che, attraverso la rete e il diffondersi della globalizzazione della protesta, sarebbero poi divenuti i protagonisti delle rivoluzioni degli anni seguenti.

 Tunisi, proteste dei movimenti giovanili

Tunisi, movimenti giovanili nelle piazze

I movimenti si sono nutriti in questi anni di un flusso continuo di produzione artistica e creativa indipendente: dal cinema al teatro, alle arti plastiche e visive, alla musica, il mondo della cultura alternativa araba ha rappresentato una fucina non solo di talenti ma di idee, di attivismo e sperimentazione, che ha favorito l’attecchire di ambiti democratici e partecipativi in società che avevano subito nel corso di decenni l’oppressione e la chiusura verso l’esterno. I legami fra gli artisti e i movimenti di Paesi diversi hanno permesso lo scambio di esperienze e la diffusione di uno spirito collaborativo che promuovesse istanze comuni, le libertà civili su tutte.

Tuttavia, i giovani arabi e musulmani tornano oggi a essere vittime di una nuova oppressione che, con l’autorità dello Stato, espressa dalla polizia o dall’esercito, esercita il controllo e la repressione più spietata. Le Primavere arabe si sono tramutate in un lungo autunno gravido di pesanti conseguenze per la buona riuscita dei percorsi di transizione intrapresi. I nuovi regimi arabi hanno scelto di congelare la fase delle riforme, con la scusa di combattere la piaga del terrorismo e il suo rapido diffondersi a livello globale, riuscendo nell’impresa di rafforzare il proprio potere, seppur in situazioni sociali ed economiche sempre più critiche. Si tratta infatti di governi che dipendono sempre più dagli aiuti economici internazionali e che presto saranno i nuovi fantocci al servizio di un nuovo statu quo mediorientale. La componente “islamico-moderata” è stata ben presto scartata o ridotta al servaggio politico, se non addirittura annichilita, come successo in Egitto.

Il dato più evidente di questo clima di restaurazione è stato sicuramente il passo indietro nell’affermazione dei diritti civili, come ben testimoniato dall’esperienza tunisina, la cui Costituzione, accolta con ampie celebrazioni in Europa, non è praticamente mai entrata a pieno regime, per il ritardo nell’approvazione di diverse disposizioni richieste dal testo. In tale temperie, lo sconforto degli attivisti e dei giovani in generale è aggravato dal ritorno all’utilizzo delle vecchie normative autoritarie per strozzare ogni vagito libertario. Succede così che alla violenza ormai conclamata verso i movimenti in Egitto si associ un amaro rigurgito di persecuzione dissuasiva in Tunisia. L’ampio ricorso al vecchio e discusso Codice penale rappresenta attualmente lo strumento più utilizzato per mettere fuori gioco esponenti del mondo intellettuale e dell’attivismo politico. La legge 52 sul consumo e la detenzione di stupefacenti e gli articoli del Codice penale come il 230 sull’omosessualità sono oggi al centro di un acceso dibattito, drammaticamente testimoniato da fatti molto allarmanti come l’arresto e la condanna anche di minorenni, accusati senza fornire prove evidenti e costretti a subire perquisizioni corporali umilianti. Le carceri tunisine ospitano attualmente migliaia di giovani condannati sulla base della legge antidroga o accusati di reati di moralità che spesso confliggono con lo stesso testo costituzionale. I tentativi del Governo di riformare queste leggi aggiustando il dettato normativo hanno di fatto creato una sorta di “formalizzazione della repressione”, come denunciato dagli attivisti.

Tunisi, funerali del leader di sinistra Belaid, febbraio 2013

Tunisi, funerali del leader di sinistra Belaid, febbraio 2013

La situazione sociale è infine tornata esplosiva. Le sommosse di gennaio a Kasserine e in altre zone della Tunisia dimostrano che la scintilla rivoluzionaria non si è spenta e che la situazione sociale, peggiorata per lo più, è pronta a esplodere nuovamente. Rispetto alla vigilia della rivoluzione del gennaio 2011, però, oggi la Tunisia è uno Stato più debole, poggiando la situazione politica su basi molto precarie: una scissione interna al partito di maggioranza ha reso la situazione più fumosa, seppure l’equilibrio fra i due maggiori partiti non sembra poter crollare. Troppo forti sono le paure che provengono dalla confinante Libia e l’angoscia dei governi occidentali di far naufragare l’ultimo avamposto delle Primavere arabe, già piuttosto provato dagli attacchi terroristici e dalla minaccia che incombe costante. Dismessi i toni di contrasto precedenti, i partiti di maggioranza relativa Ennahdha e Nidaa Tounes devono tenere la barra del timone in quello che si preannuncia come un lungo autunno.

Il mondo arabo che è stato per decenni sfruttato e assoggettato a logiche politiche e commerciali è oggi dilaniato da guerre intestine. Le sue genti sono in fuga verso l’Europa che respinge ostinatamente questa masse e umilia gli stessi valori su cui si vuole fondata. Minacciato dal terrorismo jihadista,  rischia di perdere l’ultima speranza che gli è rimasta: le giovani generazioni che hanno creduto possibile una rinascita all’indomani delle Primavere arabe. Ripartire dal ruolo della società civile in questi Paesi sarebbe la cosa più importante per non tradire quelle speranze o ciò che ne rimane. Capire che il dovere di dare accoglienza alle masse di profughi in fuga dalla liquefazione di interi territori in Medio Oriente e Nord Africa non è una semplice questione di pietas cristiana.

Riunire le generazioni che magari sognano la libertà nelle note di un artista metal e quelle che pensano di godere di tale libertà nell’ascoltare quelle note dentro uno dei tanti “Bataclan” della loro città significa costruire un baluardo contro le logiche nichilistiche che oggi rischiano di travolgere ogni futura generazione.

 Dialoghi Mediterranei, n.18, marzo 2016

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Federico Costanza, si occupa di europrogettazione e management strategico culturale, con un’attenzione specifica all’area euro-mediterranea e alle società islamiche. Ha diretto per diversi anni la sede della Fondazione Orestiadi di Gibellina in Tunisia, promuovendo numerose iniziative e sostenendo le avanguardie artistiche tunisine attraverso il centro culturale di Dar Bach Hamba, nella Medina di Tunisi.

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