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Fedelissimo, devotissimo e scostumato popolo di Mazara tra ’700 e ’800

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Mazara del Vallo, Piano maggiore, acquaforte di Louis Depreé, 1743-1804

di Rosario Lentini

Nella notte tra il 21 e il 22 dicembre 1798, mentre l’esercito francese avanzava in direzione della capitale partenopea, re Ferdinando di Borbone e la regina Maria Carolina si imbarcavano sotto protezione britannica a bordo del Vanguard, la nave ammiraglia di Nelson, per trovare asilo a Palermo, confidando – soprattutto la regina – di potere presto organizzare dalla Sicilia la riconquista del regno meridionale. In realtà il rientro a Napoli sarebbe avvenuto solo a giugno del 1802 e non definitivamente; il re, infatti, fu costretto a una seconda fuga a Palermo per rimanervi altri dieci anni, dal 1806 al 1815, periodo questo che lo vide pienamente impegnato a coltivare la sua grande passione per la caccia e per la pesca del tonno.

Poche settimane prima che Ferdinando IV lasciasse la Sicilia, i giurati che amministravano Mazara, il 22 maggio 1802, gli inviarono una “supplica” per cercare di porre rimedio a una grave mancanza commessa dal procuratore degli interessi della città presso il Parlamento siciliano il quale, contrariamente a quanto avevano fatto i rappresentanti di Marsala e di Salemi, aveva trascurato di avanzare richiesta al re di elevare il consiglio civico mazarese al rango di Senato:

«giacché è in grado di meritarla [la grazia] con maggior ragione di tutte le altre, per essere un’antichissima, e Fedelissima Città, Capo di Valle, e di Diocesi, e Sede Vescovile, decoratissima per la di lei Fedeltà di tanti speciosi [speciali] Privileggi, fra i quali di quello amplissimo del Mero, e Misto Impero, di cui non è fregiata detta Città di Marsala, sollevata a detta decorazione».

Tra i privilegi, basti ricordare anche quello concesso da Ferdinando II nel 1507, in forza del quale i mercanti mazaresi erano esentati dal pagare il diritto doganale dovuto all’Erario regio nelle immissioni e nelle estrazioni tanto per mare che per terra [1]. Perciò, insistevano i giurati nel testo della lettera,

«essendo la stessa Città [Mazara] Capo di Valle, e Capo di Diocesi, e trovandosi le dette Città di Marsala, e di Salemi aggraziate [cioè già beneficiate del provvedimento regio in questione] dependenti, e soggette a questa Città, come quelle, che sono situate dentro del Valle, e dentro la Diocesi di questa stessa Città, sembra mostruoso, che la Madre, o sia il Capo delle medesime sia sfornito di questa prerogativa, che godono le dette sue dipendenti Città».

In buona sostanza, con la supplica a firma del sindaco Francesco de Girolami e Marsiglia e dei tre giurati Francesco Sansone, Nicolò Marzo e Nicolò Vajasuso [2], si intendeva sottolineare l’incongruenza che si era venuta a determinare – non per responsabilità regia – di due città collocate al rango superiore rispetto a quella da cui dipendevano amministrativamente. Tuttavia il danno ormai era fatto e la questione sarebbe stata affrontata alla successiva convocazione del Parlamento; ma, come spesso accade, il sopraggiungere di eventi ben più rilevanti sospese la valutazione del provvedimento e solo nella seduta del 10 luglio 1806 Mazara ottenne l’ambito riconoscimento: «Il diploma – notava Filippo Napoli – fu firmato il 9 Ottobre e la deliberazione divenne esecutiva il 10 Novembre quando furono pagati tutti i diritti stabiliti per simili grazie»[3].

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La pesca del tonno a Solanto, part., olio su tela di Paolo De Albertis, prima metà XIX sec.

In quelle stesse settimane, mentre gli amministratori mazaresi attendevano con ansia un riscontro alla loro prima “supplica”, il vescovo Orazio La Torre inviava al re una lunga lettera datata 26 settembre 1802, dal contenuto davvero allarmante, sotto il profilo della moralità e del costume sociale, avente per oggetto il dilagare delle bestemmie e del libertinaggio a Mazara e nei comuni della sua Diocesi.  Ma perché il vescovo scriveva al re e non al pontefice? Non va dimenticato che la Chiesa siciliana dipendeva dal sovrano sin da quando, nel 1098, papa Urbano II aveva designato “Legato pontificio” il re normanno Ruggero (e i suoi successori) che aveva liberato l’Isola dai Musulmani. A questi competeva, quindi, nominare vescovi, istituire diocesi, presiedere sinodi:

«Il ruolo di legato apostolico del re – scrive Gaetano Zito – era reso a tutti evidente nelle cattedrali: in ciascuna di esse, dirimpetto al soglio episcopale vi era quello del sovrano, di tre gradini più alto e sul lato sinistro della navata da dove, lui o per lui il viceré, partecipava alle celebrazioni liturgiche, soprattutto nelle solenni cappelle reali»[4].

 L’istituto dell’apostolica legazia sarebbe stato soppresso solo dopo l’unificazione nazionale, con la legge del 13 maggio 1871 (cosiddetta delle guarentigie) ma i sovrani della dinastia borbonica non furono da meno di chi li precedette nell’avvalersi di questa prerogativa e, per esempio, proprio Ferdinando IV nel 1799 disponendo

 «i più severi castighi contro il vizio esecrando della Bestemmia, che annunzia una perfetta irreligione, il libertinagio nello smodesto vestire, con cui si presentano sin nelle chiese le disoneste donne, le canzoni oscene, le publiche impudicizie, ed i giochi proibiti»[5],

dava incarico ai parroci, ai rettori delle chiese locali e ai vescovi di vigilare e di richiedere anche l’intervento delle autorità di governo «per porre un argine alla scostumatezza, all’Empietà, ed allo scandalo»[6]. Perciò l’iniziativa di monsignor La Torre – originario di Palermo, assegnato a Mazara nel 1792 – rientrava pienamente nel quadro dei rapporti di fisiologica subordinazione che il mondo ecclesiastico doveva mantenere nei confronti del sovrano e il contenuto della lettera tendeva a mostrare non solo lo zelo nell’esecuzione di una disposizione regia, ma anche a stigmatizzare il comportamento complice di quelle autorità che avrebbero dovuto supportare gli ecclesiastici:

«Ma ad onta della voce dei Sacri Ministri divenuta rauca, delle publiche rimostranze di Religiosa Pietà, e Zelo, la licenza, e sfrontato libertinagio impuniti, i vizii protetti, le impudicizie e scostumatezze già publiche, e senza rossore, non solo anno trattenuto l’impetuoso loro corso, anzi, con il più alto sentimento di grave cordoglio nell’animo mio, e dei miei Curati, si sono a dismisura accresciuti, e se ne vede di molto ingrossare la corrente dalla quale quei pochi, che sin oggi l’anno scanzato, sono in pericolo di venire trascinati. […] Il soggetto principale delle rimostranze dei Curati di non poche chiese della Diocesi commessami, è la manifestazione dell’indolenza di taluni ministri dai quali ricercano l’appogio della forza, e a loro viene assolutamente negata in faccia, o non curata la loro istanza e ciò perché alcuni di essi trovansi infangati negli stessi vizii per arrestar li quali si dimanda il Castigo, o perché tali altri che viver vogliono sopra la carica, sono corrotti dal danaro, che li somministrano i malviventi, o perché altri deboli, e contemplativi, non vogliono urtare con le persone potenti nei rispettivi paesi: ond’è che di detti Sacri Ministri non pochi mi dimandano la loro dimissione della Cura, che senza alcun frutto spirituale le fatica di molto, e li espone a pericoli certi d’insolenze, e della vita» [7].
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Maria SS.ma del Paradiso, olio su tela di Sebastiano Conca, 1760 ca.

Nonostante, però, questa rappresentazione inquietante dello stato della morale pubblica e persino della pubblica sicurezza – religiosi minacciati e in pericolo di vita – nel volgere di pochi mesi il vescovo mazarese tornava a scrivere al re per informarlo dettagliatamente del pieno successo delle celebrazioni svoltesi in occasione della «solenne coronazione della Sagra portentosissima Immagine di nostra Signora del Paradiso, che si venera con molta universale devozione nell’Oratorio della S. Casa degli Esercizj fuori le mura di questa Città»[8].

Come noto, sin dalla prima manifestazione miracolosa del 1797 [9], la devozione popolare per il quadro lacrimante crebbe enormemente in breve tempo, coinvolgendo anche gli abitanti dei paesi vicini. Perciò, il 10 luglio del 1803, si svolse la celebrazione principale nella cattedrale mazarese, preceduta per diversi giorni da sermoni quotidiani di un «celebre» missionario della diocesi. La partecipazione di popolo ai riti e per venerare l’immagine della Madonna fu rilevante e di certo alimentata dalla possibilità di conseguire l’Indulgenza plenaria, «concessa in questa particolare circostanza a tutti i Fedeli, che confessati, e comunicati fossero intervenuti alla Funzione solenne, o almeno visitassero la Sagra Immagine».

Il vescovo, inoltre, teneva a sottolineare nella sua lettera che i parroci lo avevano assicurato del gran numero di confessioni e comunioni somministrate ai fedeli, maggiore di quanto registrato durante il periodo pasquale. Tutto sommato, quindi, la gran quantità di libertini, di scostumate e di potenziali assassini, almeno per l’occasione, aveva dimostrato di volersi redimere o, quanto meno, di volersi concedere … una pausa, chi per riflettere, forse pentirsi e chi per non dare troppo nell’occhio.

Si tenga presente che a quella data la popolazione mazarese contava circa 9.000 unità e un numero di sacerdoti pari a 108 di cui 30 considerati «inabili al sagro Ministero per vecchiezza»[10]; di certo sembrarono tantissimi all’ufficiale della marina inglese William Henry Smith una decina di anni dopo, rimanendo tanto sorpreso «dalla molteplicità di istituzioni ecclesiastiche e dall’elevato numero di rappresentanti del clero, da trovare del tutto comprensibile l’origine del proverbio “che ogni casa e tugurio di Mazzara contiene un prete e un porco”»[11].

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mons. Orazio La Torre, vescovo della Diocesi di Mazara dal 1792 al 1811

L’elevato numero di ecclesiastici non riguardava solo Mazara, ma tutte le diocesi dell’Isola; nel 1737 – come stimato da Francesco Maria Stabile – escludendo chierici, monaci, suore ed ecclesiastici in genere, in Sicilia si contava mediamente un sacerdote ogni 98 abitanti [12]. Nel 1799, effettivamente, questo rapporto era più elevato a Mazara (1 ogni 83) – anche in ragione del fatto di essere sede vescovile – contro 1 ogni 151 a Trapani [13], 148 a Castelvetrano [14] e 105 a Marsala  [15].

Il re consentì che la prevista processione per le vie della città con il dipinto raffigurante il volto della Madonna si potesse effettuare, in via del tutto eccezionale, nel pomeriggio, a conclusione dei Vespri solenni, anziché nella mattina.

«[…] Nel corso di questa Sagra Ottava e Triduo che con il giorno della Coronazione tennero occupato il Popolo per lo corso di dodici giorni non si vidde ne in Città, ne in Chiesa, ne nella gran folla alcun menomo disordine, ne è succeduto il menomo sconcerto.
La sincera devozione mantenne nel gran Concorso il buon ordine conservato dagli atti di Cristiana Religione. Ed il felice esito, che corrispose alla pietà de’ comuni desiderj relativi a celebrarsi con pomposo festino una così nobile e sagra Funzione ha impegnato l’attenzione mia a parteciparne l’Ecc.a V.ra, cui auguro mille benedizioni dal Cielo, mentre ossequiandola pieno di rispetto mi confermo.
Di V.a Ecc.za
Dev.mo Osseq.mo Servo Vero
Orazio de la Torre Vesc. Di Mazara»

 Per quel che sappiamo è improbabile che re Ferdinando dedicasse tempo alla lettura di libri – li detestava – e, per quanto religiosissimo, ancor meno ne dedicava a quella delle lettere del La Torre o di chiunque altro; c’erano i suoi consiglieri e ministri e c’era Maria Carolina, regina di carattere, colta e intelligente, a occuparsi della corrispondenza e degli affari interni. Tuttavia avrebbe sicuramente apprezzato un passaggio della lettera del vescovo mazarese di “respiro” politico:

«Stimai inoltre accompagnare alle solenni cerimonie una Sacra Omelia da me fatta per animare la Sagrosanta Religione, ed il particolare Culto della Vergine Madre del Salvadore, quali sostegni principali della Corona, ed Avvocati nelle grandi Calamità presso la sdegnata Onnipotenza, che si è benignata a loro intercessione preservare i nostri Religiosissimi Sovrani, ed il Regno nostro dalle comuni disgrazie, che l’Europa ha sofferto, e soffre».

 Il riferimento alle guerre napoleoniche era implicito quanto evidente; a marzo di quel 1802 era stato firmato un trattato di pace ad Amiens tra Napoleone e l’Inghilterra nel quale era stato previsto, fra l’altro, il ritiro delle truppe francesi dal regno di Napoli a fronte di quello degli inglesi dall’Egitto. Ma fu semplice tregua tra belligeranti, che sarebbe durata appena un anno; altre processioni e omelie sarebbero state necessarie per preservare il «Regno nostro» e assistere al declino della parabola napoleonica.

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Stemma del vescovo Orazio La Torre

Monsignor La Torre mostrava, quindi, di saper coniugare l’azione pastorale nei confronti del suo gregge, con la visione generale del benessere dell’istituzione regia: la cura delle anime dei suoi fedeli e l’invocazione, mediata dal simulacro mazarese della Vergine, a protezione del sovrano. Probabilmente in questa sua strategia della comunicazione alcuni accenti erano deliberatamente più acuti del dovuto, quali ad esempio quelli sul degrado morale e sulla scostumatezza dilaganti, forse per dare maggiore enfasi al successo religioso dei riti, delle cerimonie e delle processioni, misurato in termini di grandissima partecipazione di popolo. Così facendo, però, sopravvalutava il concetto di religiosità popolare, ignorando la commistione di sacro e profano, di autenticamente spirituale e di puro conformismo, che hanno sempre contraddistinto queste manifestazioni, analizzate in modo approfondito dalla letteratura antropologica novecentesca [16].

La società mazarese rappresentata nelle due lettere dal vescovo La Torre appare dunque stereotipata, quasi irreale, frutto di una visione manichea: da una parte il mondo ecclesiastico a difesa della «Sagrosanta Religione» e dall’altra un popolo dalla spiccata predisposizione al peccato. Come se non fosse vero che lo stesso clero nel suo complesso fosse affetto dal male endemico di una generale concezione dell’accesso alla vita sacerdotale più per alleggerire le famiglie numerose che per vocazione; collocare una figlia in convento o un figlio in seminario equivaleva a trovare un’occupazione sicura. E come se non fosse vero che molti religiosi dedicassero poco tempo all’esercizio delle proprie funzioni per gestire, invece, affari, svolgere attività di commercio o prestare denaro.

Tutto sommato, dunque, quel popolo non era poi così libertino e neppure tanto religioso; perciò, se Ferdinando IV tralasciò di leggere la lettera di monsignor La Torre non lo si può rimproverare.

Dialoghi Mediterranei, n. 37, maggio 2019
Note

[1] Archivio di Stato di Palermo (ASPa), Suprema Giunta delle Dogane, busta (b.) 6, fasc. 142, relazione alla Giunta delle Dogane di Antonino Maria Martinez, Palermo 1-7-1807.
[2] Ivi, Real Segreteria, Incartamenti (RSi), b. 2393, Memoriale al re dei giurati e sindaco di Mazara, 22-6-1802.
[3] Napoli Filippo, Storia della città di Mazara, Stab. Tip. Hopps, Mazara 1932 (ristampa anastatica Athena New, Mazara del Vallo 1997): 200.
[4] Zito Gaetano, 1098 La Chiesa del re, in Storia mondiale della Sicilia, a cura di Giuseppe Barone, Laterza, Bari-Roma 2018: 128-131.
[5] ASPa, RSi, b. 2394 dispaccio regio del 21-10-1799 richiamato nella lettera al re del vescovo Orazio La Torre, Mazara 26-9-1802.
[6] Ibidem.
[7] Ibidem.
[8] Ivi, RSi, b. 2396, lettera al re del vescovo Orazio La Torre, Mazara 18-7-1803.
[9] Lentini Rosario, Mazara 1811: quando il castello contava meno del grano, «Dialoghi Mediterranei», n. 21, settembre 2016.
[10] ASPa, RSi, b. 1204, lettera del vescovo La Torre al marchese Di Blasi, Mazara 3-6-1799; lettera al re dell’avvocato fiscale del Real Patrimonio, marchese Giovanni Di Blasi, Palermo 24-5-1799. In verità il Di Blasi scriveva che i preti fossero 132, dei quali 35 inabili; tuttavia, ritengo più attendibile la fonte ecclesiastica. Riguardo al numero degli abitanti, nella relazione «ad limina» del vescovo La Torre, per l’anno 1800, si indicava il dato di 8.348; cfr. Nicastro Gaetano, La Diocesi di Mazara nelle relazioni «ad limina» dei suoi vescovi (1800-1910), Istituto per la storia della Chiesa mazarese, Trapani 1992: 305.
[11] Lentini Rosario – Russo Giancarlo, I viaggiatori stranieri, in Mazara 800-900. Ragionamenti intorno all’identità di una città, a cura di Antonino Cusumano e Rosario Lentini, Sigma, Mazara del Vallo 2004: 299.
[12] Stabile Francesco Maria, Il clero siciliano nella prima metà dell’Ottocento, in Problemi di storia della Chiesa: dalla restaurazione all’Unità d’Italia, Dehoniane, Napoli 1985: 463
[13] ASPa, RSi, b. 1208, lettera al re del marchese Di Blasi, ottobre 1799. Trapani sarebbe diventata sede vescovile solo nel 1844.
[14] Ivi, RSi, b. 1207, 26-9-1799.
[15] Ibidem, 4-9-1799.
[16] Cusumano Antonino, La città come parafrasi della memoria. Le permanenze tra quotidiano e rituale, in Mazara 800-900 cit.: 187-198.
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Rosario Lentini, studioso di storia economica siciliana dell’età moderna e contemporanea. I suoi interessi di ricerca riguardano diverse aree tematiche: le attività imprenditoriali della famiglia Florio e dei mercanti-banchieri stranieri; problemi creditizi e finanziari; viticoltura ed enologia, in particolare, nell’area di produzione del marsala; pesca e tonnare; commercio e dogane. Ha presentato relazioni a convegni in Italia e all’estero e ha curato e organizzato alcune mostre documentarie per conto di istituzioni culturali e Fondazioni. È autore di numerosi saggi pubblicati anche su riviste straniere. Il suo ultimo studio edito da Torri del Vento è dedicato alla Storia della fillossera nella Sicilia dell’800.
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