L’incontro con i libri: quando sono i libri a leggere il lettore

copertinadi Virginia Lima

La vita è un perenne, continuo incontro. Questo è, infatti, una costante della nostra quotidianità: un amico, un familiare, un conoscente, un collega o perfino un semplice sconosciuto hanno il potere di influenzare il corso della giornata modificando il nostro umore, suscitando in noi allegria, gioia, ma anche nervosismo e rabbia. Quante volte in effetti capita che una giornata iniziata sotto cattivi auspici si sia improvvisamente mutata grazie al sorriso di uno sconosciuto, alla visione di un gesto di tenerezza o allo scambio di una parola di incoraggiamento e di fiducia. Allo stesso modo, gli incontri che facciamo durante la nostra vita, nell’infanzia, nel periodo critico dell’adolescenza così come nell’età adulta, ci plasmano, ci formano, segnando le esperienze, i rapporti, le idee, invitandoci a coltivare le nostre ambizioni e ad alimentare le nostre inclinazioni.

Proprio il tema dell’incontro, di un incontro particolare, quasi insospettabile, è il protagonista dell’ultimo lavoro di Massimo Recalcati, A libro aperto. Una vita è i suoi libri (Feltrinelli, 2018). Lo psicanalista milanese racconta la propria esperienza di studente, di lettore, di scrittore, di padre, in una parola sola, di uomo, attraverso quei libri che come epifanie hanno prodotto scoperte di emozioni e di conoscenze: «Se l’incontro è qualcosa che modifica il corso di una vita, che la orienta, se l’incontro è un evento che offre senso alla vita aprendola a una nuova immagine del mondo, allora un libro indubbiamente, può essere un incontro» (Recalcati 2018: 25). Gli incontri, afferma l’autore, sono, infatti, «quegli eventi capaci di dare una forma nuova alla nostra vita, che, appunto contribuiscono a trasformarla» (Ivi: 42). Come l’incontro con uno sconosciuto che è destinato a divenire centrale nell’esistenza dell’individuo, allo stesso modo «l’incontro con le idee, le immagini, i suoni e le parole o i movimenti collettivi può essere un incontro capace di dare una forma nuova alla vita» (Ivi: 43).

Per Recalcati il libro è, così, un coltello «perché taglia la nostra vita offrendole la possibilità di acquisire una forma nuova, perché distingue la nostra vita com’era prima della lettura da come è diventata dopo» (Ivi: 16). L’autore avverte che la lettura, quella sana, non implica la visione del libro come muro, non determina cioè passività e inerzia, come nel caso del paziente collezionista compulsivo di libri per il quale i libri costituiscono un surrogato della vita. Al contrario, la lettura deve «generare un’incrinatura nel muro, minare la sua apparente solidità, introdurre nella compattezza del muro una discrepanza, una fessura» (Ivi: 32).

Recalcati ripercorre la propria vita attraverso i libri fondamentali nella sua esistenza, attraverso i sentimenti, i pensieri e le emozioni, i disagi e gli smarrimenti che questi hanno provocato: «i nostri libri parlano della nostra storia, sono la nostra lingua, raccolgono non solo le parole di chi li ha scritti m anche il tempo avvincente della nostra lettura. Una libreria conserva le tracce di una vita intera» (Ivi: 26). Una forma particolare di autobiografia, dunque, che da un lato offre una libreria variegata di testi classici, e non solo, a cui attingere, e dall’altro, aiuta a comprendere l’uomo professionista e l’uomo intimo che è l’autore, guidandoci contemporaneamente nella nostra storia di lettori, tra quei «frammenti di memoria, di immagini, affetti, tracce accavallate, stratificate del nostro passato» (Ivi: 19).

1Si scongiura così quel rischio pericoloso dell’autobiografia che consiste, ci ricorda Ferrero nella prefazione Da una notte all’altra. Passeggiando tra i libri in attesa dell’alba (Fruttero, 2015), nel diventare una semplice «operazione di marketing personale, una finzione narcisistica in cui l’Io, pur animato da oneste intenzioni, finisce per appellarsi in tutta la sua molesta supponenza» (Ivi: 7). L’autobiografia così particolare di Recalcati mira invece a raccontare il proprio rapporto con la lettura in uno con la formazione della propria identità attraverso i libri fondamentali nella propria esperienza di vita, proponendo contestualmente una teoria della lettura discussa da grandi pensatori del nostro tempo.

A tal proposito, dialogando con Llosa Vargas, Claudio Magris sostiene che la grandezza degli scrittori non si intraveda tanto nell’arricchimento della nostra cultura, quanto nella capacità di questi di irrompere «nella nostra vita, nel nostro modo di sentire il tempo, la storia» ed è proprio da questa capacità che essi creano «l’incontro dell’individuo con la totalità» (Magris, Vargas LLosa 2012: 9-11). Per George Steiner il potere del libro è immenso, in quanto «il medesimo libro, la medesima pagina può avere sui lettori gli effetti più disparati» (Steiner 2013: 9), provocando conseguenze diverse in base, ad esempio, alle condizioni esistenziali con cui ci si approccia alla lettura. In fondo, è proprio questo il potere della cultura in genere, ricorda Recalcati: «Non si tratta solo di istruire cognitivamente la vita, di avviarla all’accumulazione sterile di un sapere morto. Non si tratta solo di erudizione, ma di offrire alla vita l’occasione dell’incontro con la parte più segreta di se stessa rendendo possibile il suo rinnovamento, la sua espansione inedita, l’acquisizione di una nuova forma» (Recalcati 2018: 51).

2Eppure, se è vero, come ricorda Berardinelli che «leggere libri non è naturale e necessario come camminare, mangiare, parlare o esercitare i cinque sensi» (Berardinelli 2012: 5), è anche vero che il romanzo possiede una funzione di discretizzazione della realtà: «il romanzo ci permette di comprendere una realtà, che senza di esso e le altre istituzioni culturali – la religione e le ideologie – sarebbe per noi semplicemente caotica» (Magris, Vargas LLosa 2012: 22). Tale necessità è da rintracciare «nella notte dei tempi, nella caverna primitiva, quando quegli esseri umani pieni di terrore di fronte a un mondo di cui non comprendevano nulla, in cui tutto rappresentava una minaccia, iniziarono dopo aver inventato il linguaggio, a raccontarsi storie, vale a dire ad evadere da quel mondo pieno di pericoli per rifugiarsi in un mondo diverso in cui si sentivano più sicuri, in un universo che potevano comprendere perché aveva un inizio ed una fine, perché i comportamenti umani avevano una spiegazione, delle motivazioni e delle conseguenze» (Ivi: 23). Nei libri, infatti, si trova anche un rifugio quando si vive un disagio, quando «l’ambiente, la famiglia, la scuola, il quartiere, i coetanei, gli adulti, i concittadini, i connazionali ci mettono a disagio. Allora bisogna spiegare il perché di questo disagio innanzi tutto a se stessi» (Berardinelli 2012: 26-27).

3La letteratura non ha quindi direttamente uno scopo morale, «non ha il compito di proporre programmi politici o ideologici, ma piuttosto di far sentire, toccare con mano, questa necessità avventurosa di creare ogni volta un nuovo mondo» (Ivi: 11-12). Citando Orham Pamuk, Magris sostiene che la letteratura è «identificazione con un personaggio, con il suo modo di essere (generoso o malvagio), con la sua fede, la sua passione, la sua violenza o il suo delirio» (Xingjian, Magris 2012: 43-44). Nelle stesse pagine, Xingjian afferma che la letteratura «non ha la vanità di fornire una concezione del mondo, mantiene un atteggiamento di grande apertura e spinge l’uomo verso associazioni di idee sempre nuove, colmandolo di emozioni infinite» (Ivi: 21). Dello stesso parere è Augias quando afferma che l’unico ruolo della letteratura è quello «di rappresentare la contraddittoria esperienza del tutto e del nulla della vita, del suo valore e della sua assurdità. La letteratura, i libri che la compongono si limitano insomma a fornire un quadro, sta al lettore trarne, se ne ha la voglia e la possibilità, qualche deduzione che lo riguardi» (Augias 2007: 113).

È il disagio e l’inquietudine che spesso accompagnano l’esistenza umana a condurre l’uomo alla scrittura e molto più di frequente alla lettura. Berardinelli nel raccontare la propria esperienza di lettore ancor prima che di critico annota che «si comincia così a leggere romanzi e poesie a confrontare vita vissuta e vita immaginata. Si comincia mettendosi nei panni dei personaggi raccontati. Si provano emozioni che ci vengono trasmesse da certi misteriosi e potenti congegni verbali» (Berardinelli 2012: 27).

4L’identificazione con il personaggio implica che l’incontro con il testo non debba collocare il lettore in un atteggiamento passivo, tipico, ad esempio, dello strutturalismo, secondo cui «i libri, gli autori, le opere erano considerati solo in quanto oggetti testuali da analizzare» (Ivi: 15) e secondo cui «l’atto di leggere veniva bonificato da tutti i germi dell’occasionalità e delle interferenze della soggettività non professionista del lettore» (Ivi: 16). Al contrario, per Umberto Eco – riprende Augias – «il vero padrone è in realtà l’interprete, cioè il lettore, o l’osservatore nel caso di un’opera visiva. Tutte le grandi opere d’arte, sosteneva, non solo quelle moderne, sono aperte a diverse possibilità di letture, suscettibili cioè di essere interpretate nei modi più vari» (Augias 2007: 6).

In realtà, lo psicanalista milanese porta alle estreme conseguenze il pensiero di Eco ed arriva a suggerire che il lettore non è il padrone del testo. Recalcati si pone così sulla stessa scia di Steiner per il quale «i nostri momenti d’intimità insieme con un libro, dunque, sono a tutti gli effetti dialettici e reciproci: leggiamo un libro, ma, più profondamente forse, è il libro a leggere noi» (Steiner 2013: 17).

Leggere bene, dunque, è un atto di coraggio in quanto ci si arrende davanti al testo, si diventa vulnerabili, ma è anche un atto di amore, un atto attraverso cui il libro si trasforma in corpo «sicché per leggere davvero non è mai sufficiente la competenza avvertita della nostra mente, ma è necessario innanzitutto la presenza del cuore» (Recalcati 2018: 17). Il corpo, infatti, è inteso in senso fisico: «è, se si vuole, l’evento meraviglioso di ogni incontro amoroso: poter essere un libro per qualcuno, farsi leggere e rileggere, diventare la superficie sulla quale si calamita lo sguardo dell’Altro, trasformare il corpo dell’amato in un libro. Essere al tempo stesso, il lettore del libro e il libro stesso» (Ivi: 49).

5Anche per Steiner, «Il lettore impegnato collabora con l’autore. Comprendere un testo, illustrarlo, nel quadro nella nostra immaginazione, della nostra memoria e della nostra rappresentazione combinatoria, equivale, seppur nei limiti delle nostre capacità, a ricrearlo» (Steiner 2013: 17). Ed è proprio in tal senso che in Recalcati il libro diventa mare: «come il mare, il libro è una figura straordinaria dell’Aperto. Apre e non chiude il mondo …porta con sé l’inesauribilità della lettura, in quanto ogni libro può essere letto in mille modi diversi e può dar luogo a infiniti altri libri, perché la proprietà del libro è quella di rinunciare a ogni proprietà» (Ivi: 18). L’immagine del libro/mare è in perfetta antitesi con quella del libro/muro: «mentre il muro vorrebbe riparare la vita dalla sua esposizione all’alterità, il libro impone al lettore l’incontro rinnovato con l’alterità sempre nuova e sempre in movimento» (Ivi: 32). La lettura ci aiuta, dunque, a rompere il muro della paura, dei pregiudizi, in quanto «mentre ci apre a mondi impensati, inauditi, non ancora visti, non ancora conosciuti, apre la testa del lettore, ovvero lo aiuta a rinunciare alla tentazione del muro» (Ivi: 34).

In altre parole, il libro concorre alla costruzione dell’identità: «I libri sono contagiosi, ma per subire il contagio bisogna leggerli con passione e, diciamo pure, con una certa ricettiva ingenuità. Senza essere Don Chisciotte o Emma Bovary, traviati dall’eroismo cavalleresco o dall’amore romantico, ogni lettore appassionato (non solo di romanzi) fa entrare le sue letture predilette nella costruzione della propria identità. La lettura permette di stabilire delle vie di comunicazione fra l’io profondo, con il suo caos, e l’io sociale, che deve fronteggiare le regole del mondo» (Berardinelli 2012: 11-12).

con-i-libri-001 Non diversamente Maurizio Bettini osserva che «i libri hanno il potere di sintonizzare, come la manopola della radio. Non credo che siano in grado di produrre direttamente l’amore, come pensano alcuni, ma hanno sicuramente il potere di intonarlo» (Bettini 1998: 15). E sulla forza di immedesimazione e di interiorizzazione delle esperienze di lettura così scrive il filologo richiamando anche lui memorie adolescenziali: «Non mi sono mai chiesto che cosa ci si dovesse fare con Capitani coraggiosi, lo leggevo e basta. Quando al campo accendevano il fuoco e cucinavano la carne sulla brace, era come se mangiassi anch’io» (Ivi: 35).

La stessa cosa aveva in fondo scritto Italo Calvino nella prefazione a Il sentiero dei nidi di ragno: «Le letture e le esperienze di vita non sono due universi ma uno. Ogni esperienza di vita per essere interpretata chiama certe letture e si fonde con esse» (Calvino 1964: 15-16). E ai rapporti intimi ed intensi tra mondo scritto e mondo non scritto Calvino – come si sa – ha dedicato pagine indimenticabili: «Quando mi stacco dal mondo scritto per ritrovare il mio posto nell’altro, in quello che usiamo chiamare il mondo, fatto di tre dimensioni, cinque sensi, popolato da miliardi di nostri simili, questo equivale per me ogni volta a ripetere il trauma della nascita, a dar forma di realtà intelligibile a un insieme di sensazioni confuse, a scegliere una strategia per affrontare l’inaspettato senza essere distrutto» (Calvino 2002: 114).

7E Recalcati, nel confermare che i libri non hanno la pretesa di sostituirsi al mondo ma se mai di ospitarlo, che  la loro lettura «rende innanzitutto possibile la lettura stessa della nostra esperienza del mondo», si spinge a dire che «il libro, per il lettore, può avere la proprietà di un vero e proprio corpo: un corpo erotico. Il che significa che ogni libro ha un profumo, una carne, uno sguardo, una geografia sensuale, un modo di camminare e di esistere. Quando leggo un libro non lavora solo la mia mente, ma è il mio corpo pulsionale a essere messo in moto» (Recalcati 2018: 16).  La verità è che nei libri ci si perde, nei libri ci si ritrova, nei libri si impara, «ciascuno trova nel libro pezzi di sé stesso che aveva dimenticato o che ancora non conosceva» afferma Recalcati (Ivi: 19). Leggere, dunque, non è un atto tecnico e meccanico né tantomeno naturale, piuttosto «la lettura è un’avventura non solo perché ci porta in una lingua e in un mondo che non conosciamo, ma perché ci separa da noi stessi, dalle nostre credenze, dalla nostra identità già costruita» (Ivi: 37). Il libro può anche essere fondamento dell’identità di un popolo intero, di una comunità intera, come nel caso del popolo ebraico, definito, appunto, il popolo del libro. L’identificazione totale e assoluta tra identità e libro, tuttavia, conduce pericolosamente al dogmatismo, al fanatismo: «il testo che si impone silenziosamente non permette la vivacità della discussione, del riesame, della confutazione critica. Soffoca la creatività che può nascere dal dubbio» (Steiner 2013: 29).

8Nella prima parte del testo, dunque, Recalcati ci presenta una vera e propria teoria della lettura dove trova spazio anche un’interessante riflessione sulla lingua, una lingua che non è l’oggetto di studio dei linguisti, ma «veicolo del pensiero, dell’emozione e dello spirito» (Xingjian, Magris 2012: 25). La lingua di cui parla Recalcati è «una lingua senza legge», quella che Lacan definisce lalangue e che «sorge dall’incontro del tutto contingente tra le parole di chi accudisce il bambino e il modo con il quale questi le interiorizza facendole proprie» (Ivi: 54). Il linguaggio inteso come corrispondenza tra significato e significante si crea e si struttura su questa «brace inconscia» che nasce, come detto, «dagli incontri sempre unici, contingenti, irripetibili con le “parole” dell’Altro che colpiscono la sua vita» (Ivi: 55). Per tale ragione, sostiene Recalcati, la brace derivante dalle esperienze di ciascun individuo è unica, non omologabile a quella di un altro soggetto: «Lalingua non è fatta per essere condivisa, ma per definire la singolarità incondivisibile di una vita e delle tracce uniche e irripetibili che l’hanno trasformata» (Ivi: 58). Probabilmente è anche in tale proprietà, ricorda Xingjian, che consiste la differenza tra filosofia e letteratura: «Laddove la filosofia si richiama alle distinzione della ragione pura, la letteratura raggiunge la propria conoscenza rimanendo in contatto con i sensi e le emozioni» (Xingjian, Magris 2012: 15). Al contrario della cronaca, la letteratura parte dall’osservazione del mondo da parte dell’autore e quindi è «una percezione risvegliata e cosciente dell’individuo» (Ivi: 20). Così ad esempio, nel ricordare la propria esperienza di scrittore, Vargas LLosa afferma che «al momento di scrivere un romanzo, la ragione, l’intelligenza, la conoscenza non sono necessariamente gli ingredienti principali. Altri fattori spontanei, irrazionali, istintivi, intuitivi, possono svolgere un ruolo importante quanto quella della pura ragione, e in molti casi, trascinare la razionalità al seguito di qualcosa che viene da profondità irrazionali della personalità» (Magris, Vargas LLosa 2012: 27).

La lettura insomma «è in grado di rivelare con grande acutezza le perplessità e le inquietudini, le attese e gli smarrimenti della vita umana, di far apparire con precisione gli oscuri recessi dell’umanità e la coscienza profonda dell’uomo. Questa sorprendente capacità di svegliare le persone supera di gran lunga tutto quanto pertiene alla politica, al discorso assiologico e morale e a maggior ragione alle analisi linguistiche postmoderne e a ogni gioco verbale concepibile dall’uomo» (Xingjian, Magris 2012: 17).

9Nella seconda parte del testo, Recalcati ci accompagna nel ricordo di quei testi che hanno segnato più profondamente le sue esperienze, ma nello stesso tempo ci ricorda l’importanza dell’incontro con noi stessi e con i nostro inconscio: «Il deposito de lalingua costituisce la brace del nostro inconscio. La lettura riattiva il suo fuoco, rianima i tizzoni sparpagliati. Le letture che ci leggono e i libri che non dimentichiamo sono quelli che hanno stabilito un contatto segreto con la nostra prima lingua. Sono quelli che ci rendono libri a noi stessi: libri letti da libro» (Recalcati 2018: 63).

Recalcati ci accompagna dunque nel piacere della lettura, della propria lettura. Un viaggio che inizia dall’ Odissea, suo «primo ricordo culturale», e che termina con La strada di C. McCarthy passando per i Vangeli, per Il Sergente nella neve di M. Rigoni Stern, per La Nausea di Sartre e per l’Idiota di Famiglia di Flaubert, per Essere e tempo di Heidegger e per gli Scritti di Lacan. In ciascuno dei testi citati, Recalcati/Bambino, Recalcati/Studente, Recalcati/Psicoanalista, Recalcati/Padre, trova una parte di sé, scopre qualcosa di nuovo della propria persona che segna un punto di rottura e, dunque, una trasformazione. Così, si racconta di un Recalcati di sette anni che rimane colpito da un Ulisse esiliato, naufrago, solo, umano (Ivi: 73). Un Ulisse, ricorda l’autore, profondamente diverso dall’immagine dantesca, e sempre fedele alla propria terra e alla propria famiglia: «non erano allora la scaltrezza, l’astuzia, la proverbiale intelligenza, l’arguzia della sua parola, né il coraggio, la saggezza o la virtù eroica che di Ulisse mi toccavano. Era appunto la sua profonda fedeltà. Una fedeltà tale che lo aveva portato a rinunciare persino all’immortalità» (Ivi: 77) e che per il bambino/lettore non si addiceva al finale epico di un nuovo viaggio tanto da creare un proprio epilogo, in linea con il bisogno esistenziale di un bambino che sente la mancanza del padre: «la mia Odissea si concludeva con il ritorno a casa dell’eroe e della giustizia a Itaca» (Ivi: 79).

10L’altro eroe per Recalcati/bambino è Gesù, un Gesù che, ancora una volta, differisce però dall’immaginetta offerta durante il corso di catechismo. Quello che emerge nella lettura, infatti è il Gesù dei miracoli, «esplosioni di vita quando la vita sembrava infelice, colpita, ferita, spaventata o morta» (Ivi: 83). Il piccolo lettore si immerge poi nell’episodio della notte del Getsemani in cui Gesù rimane solo, abbandonato e tradito anche dai propri discepoli e un dubbio atroce lo affligge: «E se fossi stato io un suo discepolo? Come mi sarei comportato? Lo avrei anch’io tradito, abbandonato, gli avrei voltato le spalle?» (Ivi: 85). Scorrendo le pagine del libro e della vita si incontra poi un ragazzino delle scuole medie che si approccia al romanzo di Stern, Il Sergente nella Neve, e che rimane colpito dalla neve e dal ghiaccio e dalla capacità dei soldati di sopravvivere accompagnati dalla preghiera, Nell’ora della nostra morte che, non a caso, dà il titolo al capitolo, durante il ritorno a casa: «i passi che faticosamente, uno dopo l’altro, affondavano nel bianco della steppa. La necessità della resistenza della vita e, insieme, la presenza imminente, in ogni passo, in ogni istante, della possibilità della morte. Eccomi allora lì tra loro, in fila con loro con tutta la mia vita» (Ivi: 93). Recalcati ricorda di essersi, dunque, immedesimato nei soldati in quanto come loro anche lui è stato ad un passo dalla morte: «Anch’io in fondo, pensavo, sono stato un alpino perduto nel freddo emotivo dell’incubatrice, dato, nel racconto ripetuto dei miei genitori, per morto appena nato, battezzato e, nello stesso tempo, benedetto dall’estrema unzione, come se l’inizio della vita dovesse coincidere con la sua fine…» (Ivi: 93-94).

11Dalla scuola media si passa all’Università e troviamo uno studente confuso, nauseato in partenza per le vacanze estive, intento nella lettura di La Nausea di Sarte. Qui il ragazzo trova «i suoi stessi pensieri, quei pensieri ai quali però non riuscivo a dare una forma giusta». (Ivi: 102). Dopo tutto, a chi non è capitato di trovare nelle pagine scritte, uno stato d’animo, un pensiero, un’emozione che pur sentendo propria, non riesce a trasformare ed esprimere a parole. Siamo in presenza di una ragazzo, che come tanti, in preda alla nausea dell’esistenza cerca conforto e spiegazione nei cantautori e nella lettura di Sartre. Nelle pagine del filosofo francese, il giovane non trova certamente delle risposte, ma la trasformazione in libro di un sentimento e stato d’animo. Altri incontri fondamentale nella vita di un Recalcati studente sono stati quelli con Essere e tempo di Heidegger, considerato come «una pioggia ristoratrice dopo mesi di arsura» (Ivi: 121) e con Freud, dal quale comprende che la vita è una difesa straziante di sé stessa da sé stessa, ma è anche «difesa dal mondo, muro, arroccamento, scudo, baluardo di fronte all’angoscia del mondo in quanto fonte inesauribile di perturbazioni, in quanto luogo dove ammontano spaventosamente enormi energie impossibili da governare» (Ivi 137).

12L’Idiota di famiglia di Flaubert così come Gli Scritti di Lacan, assumono un ruolo centrale nella costruzione dell’identità di Recalcati. Se infatti, nel primo romanzo egli trova conferma che la soggettività non sempre può essere incatenata dai piani familiari, ma che è possibile «una deviazione dalla predestinazione già scritta nell’universo familiare», negli Scritti egli trova una versione di inconscio definita «come il luogo di una parola nuova. Di una parola in grado di non divergere dal desiderio, ma di esserne una portavoce» (Ivi: 162). Il saggio dello psicanalista milanese si conclude con il romanzo di C. McCarthy, La strada, lettura dell’età matura. Ancora una volta un incontro casuale in un momento preciso dell’esistenza: la nascita del primo figlio. I due protagonisti, un padre e un figlio, sono immersi nelle tenebre, in un mondo buio e apocalittico in cui entrambi sono occupati nella lotta per la sopravvivenza senza, tuttavia, perdere il carattere di umanità che dovrebbe distinguere l’uomo. Non a caso, il padre ogni sera legge al figlio un libro che diventa simbolo di memoria: «se la mano del padre custodisce la vita del figlio, è solo la vita del figlio che dà senso al viaggio del padre» (Ivi:181).

Attraverso la propria storia, attraverso la propria biografia, Recalcati offre un elogio alla letteratura. Una scrittura lineare con cui l’autore non dà risposte al lettore, non si erge come risolutore di problemi sociali e personali, tuttavia, con delicatezza invita alla lettura, a scoprire se stesso nei testi, a rileggere con un sentimento nuovo, con occhi nuovi. Scorrendo le pagine di questo ultimo lavoro di Recalcati, anche noi più o meno inconsapevolmente, torniamo indietro all’infanzia e all’adolescenza per ricordare quei libri che sono rimasti nel nostro cuore, quei testi ai quali abbiamo permesso di leggerci dentro. La lettura, infatti, non è compiacimento, non è sterile collezionismo di saperi, la lettura è un incontro con l’altro e con noi stessi: «nella vita e in letteratura tutto si tiene, i libri sono i nodi di una rete in cui possono e devono convivere generi, espressioni, linguaggio, esperienze diversissime» (Fruttero 2015: 22).

Un invito alla lettura, alla lettura fatta bene, alla lettura intima, concentrata, è un invito alla rottura, al cambiamento, all’abbattimento del muro di cinismo, di stereotipi, di certezze cieche e assolute, di banalità: «La solitudine dell’uomo di oggi non è certo il risultato della mancanza di riflessione, anzi, più che mai, questi sembra cosciente delle questioni che riguardano il senso dell’esistenza e ansioso di ottenere la libertà sotto molteplici aspetti […] Fortunatamente, di fronte al torpore del nostro tempo, la letteratura sembra diventata una sorta di baluardo, ultima traccia di una speranza vivissima, e questo può spiegare, forse, perché la letteratura contemporanea, stranamente, non stia scomparendo» (Xingjian, Magris 2012: 28).

Dialoghi Mediterranei, n.37, maggio 2019
Riferimenti bibliografici
Corrado Augias, Leggere perché i libri ci rendono migliori, più allegri e più libri, Milano, Mondadori 2007.
Alfonso Berardinelli, Leggere  è n rischio, Roma, Nottetempo 2012.
Maurizio Bettini, Con i libri, Torino, Einaudi 1998.
Italo Calvino, Il sentiero dei nidi di ragno, Torino, Einaudi 1964.
Italo Calvino, Mondo scritto e mondo non scritto, Roma, Mondadori 2002.
Carlo Fruttero, Da una notte all’altra. Passeggiando tra i libri in attesa dell’alba, Milano, Mondadori 2015.
Claudio Magris – Mario Vargas Llora, La letteratura è la mia vendetta, Milano, Mondadori 2012.
George Steiner, I libri hanno bisogno di noi, Milano, Garzanti 2013.
Gao Xingjian e Claudio Magris, Letteratura e ideologia, Milano Bompiani 2012.
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Virginia Lima, laureata in Beni Demoetnoantropologici e specializzata in Antropologia culturale ed Etnologia presso l’Università degli Studi di Palermo, ha orientato parte dei suoi interessi scientifici verso l’antropologia del mondo antico, approfondendo la funzione culturale del prodigium inteso non solo come momentanea rottura dell’ordine cosmico ma anche come strumento della memoria culturale del popolo romano. Il suo contributo all’interno del periodico è stato spesso finalizzato al tentativo di legittimare, attualizzare e rivendicare il concetto di classico rileggendo temi, argomenti e aspetti tipici del mondo antico, in particolare di quello latino, sullo sfondo delle categorie culturali che attraversano la società contemporanea.
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