Etnografia in spiaggia

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Cefalù (foto Garofalo)

di Concetta Garofalo

Non è mia intenzione considerare la spiaggia come un sottile confine, un lembo di terra, una linea limitrofa. La spiaggia è uno spazio vissuto, è un’istanza di conoscenza che procede nella bi- direzionalità prospettica. La spiaggia intrattiene un continuo dialogo con il suo mare che, a sua volta, ne costituisce l’elemento di movimento e che fa da contrappunto alla costituzione stabile e solida della spiaggia. Un andirivieni ritmico e percepibile a diversi livelli di conoscenza e interpretazione. Un andirivieni che prende forma di storie e della Storia.

Penso di ripercorrere all’inverso il viaggio, fisico e metaforico, dell’etnologo auspicato dal paradigma dell’antropologia classica e l’approdo dell’osservatore partecipante impersonato da Malinowski che racconta la spiaggia della conoscenza dell’altro e del lontano:

«Immaginatevi d’un tratto di essere sbarcato insieme a tutto il vostro equipaggiamento solo su una spiaggia tropicale vicino a un villaggio indigeno […]. Immaginate ancora di essere un principiante, senza alcuna esperienza precedente, senza niente che vi guidi e nessuno che vi aiuti, perché il bianco è temporaneamente assente o magari non può o non vuole sprecare il suo tempo per voi. Ciò descrive esattamente la mia iniziazione al lavoro sul terreno […]» (Malinowski, 1922).

Il mio arrivo nella località di mare pre-scelta prevede la ricerca di un parcheggio dove lasciare la mia auto. Finalmente! Attraverso la breve striscia di lungomare asfaltato ed eccomi affondo i piedi nella sabbia con l’intento di dirigermi verso il mare, avvicinarmi e tuffarmi! Ma andiamo per ordine. Già! Quale ordine? Il susseguirsi del tempo scandito dal mio orologio di colore azzurro vert-de-gris, nuovo trend della stagione; la successione logistica dei miei movimenti, di azione e appropriazione degli spazi; il susseguirsi appena calmo, ora veloce dei miei pensieri che si integrano con i ricordi di un passato lontano, così vicino; l’affrettarsi del passo sulla sabbia che scotta! Sì, perché io non ho bisogno del viaggio metaforico dell’antropologo che parte verso destinazioni lontane da osservare, studiare, conoscere e, poi, descrivere e raccontare. Sono nata e cresciuta in una località di mare. Vivo in un’isola: il suo Est e l’Ovest, il suo Nord e il Sud sono per me mare, mare e mare.

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Dunque, scrivo in contrappunto a Montes e alla sua antropologia dei sensi (Montes, 2014). Cerco e scelgo il mio posi- zionamento come Augé a La Baule e a Saint-Marc-sur-Mer (Augé, 2009). Il posizionamento dell’etnografo sul campo è una questione di metodo e strategia di scelta del punto di osservazione come si evince dai due esempi tratti da Un etnologo a La Baule: a Saint Marc Augé si trova in spiaggia e si distende «comodamente», a La Baule «si sistema sulla terrazza di un ristorante». La differenza è chiara, l’etnografo in campo sceglie di osservare da una posizione partecipante nel primo caso, dall’alto nel secondo caso. Nel testo, alla descrizione dei due posizionamenti fanno seguito considerazioni inerenti due diversi livelli discorsivi: se l’autore osserva dalla spiaggia (a Saint Marc) il testo procede con una sequenza riflessiva riguardo a questioni di classe sociale, democrazia, sistemi economici, disuguaglianze sociali ed esercizio del potere; se, invece, l’antropologo osserva dall’alto (a La Baule) segue una sequenza descrittiva dei frequentatori della spiaggia, della gestione quasi geometrica degli spazi. Dal punto di vista testuale si intravede una certa coerenza narrativa, nell’osservazione interna all’oggetto prevale la riflessione, nell’osservazione dall’alto prevale la descrizione.

A La Baule, l’autore si sorprende perché il luogo è “conforme” alla rappresentazione cinematografica del film Vacances de Monsieur Hulot. In virtù del meccanismo del riconoscimento, l’etnologo colloca se stesso in una cornice evocativa narrata dall’interessante sequenza semantica parafrasabile segmentando il testo originale in: fuggevole sensazione → far parte di un vecchio quadro → risalire il tempo → in incognito → inserirsi nella finzione. Dalla accentuata performatività del linguaggio utilizzato, emerge che si tratta di azioni evocative e simboliche con le quali l’individuo percorre il passaggio dalla realtà senso-percettiva alla realtà rappresentata.

Il percorso etnografico che procede dall’esterno verso l’antropologo in campo lo ravvedo in E se fosse un gioco? Un antropologo in spiaggia e i sensi dell’altrove di Stefano Montes. L’antropologo seduto in equilibrio su una pietra, in spiaggia, guarda il mare e avvia il dialogo col sé e l’altrove della molteplice sensorialità dell’esperienza. Montes abbatte le frontiere del sé e dello spazio. Il suo intento è sempre l’analisi dell’esperienza sensoriale soggettiva rispetto all’ambiente che è contesto di interazione e dialogo. Procede incalzante e avvolgente l’analisi della sinestesia dialogica fra i cinque sensi, gli sportivi fra cielo e mare, la bimba del libro, Stefano e la sabbia, il vento in contrappunto alla sordità.

Una prospettiva antropologica non dissimile e l’attenzione alla sensorialità mi portano a conclusioni diverse, solo in parte. La mia percezione dell’essere in spiaggia è di illimitata partecipazione del piccolo al grande e immenso. Non percepisco frontiere fra me e lo spazio, gli elementi naturali, gli altri bagnanti. Entro timidamente in acqua, è fredda all’inizio, poi –  si dice –  “ti abitui”. Cosa vuol dire abituarsi? L’organismo regola la temperatura corporea attraverso vari meccanismi di regolazione dei flussi sanguigni. Nel frattempo, sento le parti del mio corpo che entrano in simbiosi con l’acqua. Il mio corpo si lascia accarezzare, sfiorare, immergere dall’acqua mentre avanzo con passi incerti affondando i piedi nel fondale sempre più profondo. Fino a quando sotto i piedi non ho più nulla. Non poggio, mi tuffo, mi lascio andare fra le onde leggere ondulate. Non ho più il controllo della staticità del mio corpo. Al largo sono un puntino nel mare, mi sfiorano dei pesci, io ne faccio parte. Da lontano, dalla spiaggia bagnanti osservanti mi vedono piccola, punctum colorato informe modellato dai punti di fuga dei giochi prospettici direzionati e orientati dalla linearità della costa sabbiosa rispetto al mare.

Ma non sono sola: l’acqua del mare è il continuum che mi lega agli altri bagnanti. La mia esperienza di immersione che sembra, solo all’apparenza, così sensorialmente personale si ripete ogni qualvolta qualcuno entra in acqua nella diversità dei corpi e delle persone, un’esperienza sempre uguale. Siamo tutti attanti sensoriali?

Nei giorni affollati in acqua si è in tanti, lo spazio è condiviso, i movimenti e gli spostamenti sono limitati, le pratiche disegnano un contesto azionale ‘armonico’ e collettivo. Quando il mare è mosso, si ridisegna la fruizione dello spazio di acqua antistante la spiaggia. I bagnanti, esperti e meno esperti nuotatori, si concentrano in riva. Le pratiche si concentrano ancora di più: mi urta il materassino del vicino, ricevo una pallonata del gruppo di ragazzi e rimando il pallone, i ragazzini spruzzano, sento le chiacchiere di un gruppo di anziane donne che sostano, libero il passo di chi sopraggiunge correndo in acqua.

In Un etnologo a La Baule il mare è lo sfondo sonoro. Il sottofondo sonoro è un elemento narrativo-descrittivo che ricorre spesso nei testi di Augé. Ritengo interessante come l’analisi dell’antropologo-Augé, in questo caso, sembra privilegiare il vicino rispetto al lontano. Nel senso che è la spiaggia il nonluogo, i bagnanti non hanno contatto con il mare, esso è un continuum visivo e sonoro rassicurante, i suoi colori scandiscono il tempo del giorno che passa. Anche qui, allora, ritroviamo il gioco fra figura e sfondo ma con una rappresentazione più sensoriale della percezione del rapporto fra tempo e spazio. Sono le pratiche a scandire il susseguirsi degli eventi, mentre il mare lo si guarda e lo si ascolta dalla spiaggia.

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Io in spiaggia? La stessa cosa: la sabbia, per me, crea un continuum di appartenenza. Gli ombrelloni posizionati a distanza ravvicinata, le foto dei bagnanti vicini, il vento porta via gli ombrelloni, sento le chiacchiere allegre e i dissensi familiari altrui, i bambini che rincorrono la palla invadendo la sezione di spazio che compete agli ombrelloni di altri nuclei familiari. È come se i cinque sensi soggettivi fossero messi in comune con gli altri bagnanti. Ma tutto ciò a cosa è dovuto? Soltanto ad una questione di affollamento di uno spazio ristretto? Alla vicinanza fisica con l’altro? Alla morbida e porosa flessibilità della sabbia che avvolge i corpi e li lega in un continuum di forme ondeggianti? Non credo proprio! Allora, procedo con l’analisi delle modalità di condivisione delle pratiche, diverse e personali, simili nell’occorrenza delle azioni ripetute (Garofalo, 2016).

Rispetto a Montes non penso ad un sesto senso ma all’armonica [1] complementarietà dei cinque sensi. Nelle pratiche di vita quotidiana, prevale, in maniera totalmente inconsapevole, un senso sugli altri. Di volta in volta prevale la vista (quasi sempre), l’udito e l’olfatto; invece, il tatto e il gusto, nella nostra cultura prettamente occidentale e nel nostro tempo storico, sono meno valorizzati. Nell’esperienza al mare sembra che fra i cinque sensi non prevalga uno sull’altro. Il vento, nella mia esperienza, non esclude o assolutizza il senso dell’udito. Il vento è una voce narrante, un sibilo che racconta, attraverso le orecchie, ai cuori e alle menti, rinnova il rimando ai ricordi per interconnessioni emotive ed esclusive nell’unicità soggettiva. Nell’hic et nunc  della mia etnografia in spiaggia risuonano le parole scritte da Coelho, da cui riporto qualche significativo passaggio:

«Di notte, stendevano le coperte e non accendevano fuochi. Nel deserto le notti erano fredde e, a mano a mano che la luna calava nel cielo, divennero sempre più scure. Per una settimana viaggiarono in silenzio, parlando solo delle precauzioni necessarie per evitare le battaglie tra i clan. La guerra continuava e, ogni tanto, il vento portava l’odore dolciastro del sangue. Qualche battaglia doveva essere avvenuta lì vicino e il vento ricordava al giovane che esisteva il linguaggio dei segni, sempre pronto a mostrare ciò che gli occhi non riuscivano a vedere» (Coelho, 1988: 144).
«Il vento si avvicinò al giovane e gli sfiorò il viso. Aveva ascoltato la sua conversazione con il deserto, perché i venti sanno sempre tutto. Attraversano il mondo, ma senza avere un luogo da cui nascere e un luogo in cui morire» (Coelho, 1988: 164).
«Il vento aveva tanti nomi. Lì lo chiamavano Scirocco, perché gli arabi credevano che venisse da terre ricoperte d’acqua, dove abitavano uomini neri. Nel lontano paese da cui proveniva il ragazzo, lo chiamavano Levante, perché credevano che trasportasse le sabbie del deserto e le urla di guerra dei mori. Forse in qualche luogo più distante dalle campagne in cui si trovavano le pecore, gli uomini pensavano che il vento nascesse in Andalusia. Ma il vento non proveniva da alcun luogo e non andava in alcun luogo, e perciò era più forte del deserto. Un giorno avrebbero potuto piantare gli alberi nel deserto, e addirittura allevarvi le pecore, ma non sarebbero mai riusciti a dominare il vento» (Coelho, 1988: 165).

La rappresentazione letteraria della personificazione del vento è una modalità di comunicazione da cui prendere spunto per riflessioni di natura interdisciplinare. Nel caso specifico, il vento diviene metafora di interazione fra soggetti inscritti in contesti di movimento, di viaggio, di partenza e di ritorni. Il vento amplifica l’esperienza e la dilata, la diffonde e la rende condivisione. Tale condivisione inconsapevole la si avverte nella ripetitività diffusa delle azioni che dotate di senso in riferimento ad uno spazio d’uso diventano pratiche e si traducono in sistemi simbolici di riferimento sociale e di localizzazione degli spazi e degli eventi culturali. Il vento espande i ritmi, i battiti e mi rende parte di un tutt’uno sensoriale con gli altri elementi naturali. Unisce il mare e la terraferma, chi in acqua a nuoto si allontana e chi resta inerte sulla spiaggia. Dialoga con il sole e con il calore che emana dall’aria, che avvolge i corpi ed attiva i sistemi fisiologici degli organismi degli esseri viventi, scandisce il ritmo degli opposti e complementari, l’attraversamento di frontiere sensoriali e la traduzione nel sé percettivo: asciutto-bagnato, caldo-freddo, lontano-vicino, movimento-inazione. Il vento coinvolge il tutto in osmosi, immerge nella condivisione senza intiepidire o lenire le specificità. Il pensiero libero nello spazio illimitato di spiaggia, cielo e acqua vola insieme agli elementi naturali. Sempre di antropologia si tratta: è l’esperienza dell’individuo che agisce in un contesto di fruizione collettiva, nel quale mio e tuo, io, noi e loro, vicino e lontano, ampio e ristretto, sono categorie esperienziali interconnesse. Dunque, sto portando ad estreme conseguenze l’annosa questione dell’osservazione partecipante? Metto alla prova i contesti di applicabilità delle metodologie della ricerca sul campo?

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Il mio intento è di considerare la spiaggia un campo situato, localizzato nello spazio geografico e storicizzato nel tempo delle azioni e interazioni di soggetti che, percorrendo lo spazio, tracciano le molteplici direzioni delle istanze in- dividuali. Una località di mare è attraversata e vissuta dai vacanzieri di svariate nazionalità, dal personale addetto ai servizi turistici del terzo settore, dai venditori ambulanti e … dall’antropologo! Istanze individuali traducono il proprio esserci, situate e posizionate in virtù di sistemi di attribuzione di ruoli sociali e habitus culturali. Da questo punto di vista la spiaggia si pone, anche, come un luogo sociale e culturale di rottura e di discontinuità. Nello svolgersi sincronico dell’hic et nunc del campo si svolgono, in realtà, istanze molteplici e diversificate. I vacanzieri che in albergo si svegliano tardi e fanno colazione, piacevolmente si ingozzano, poltroni e serviti; il personale dell’albergo che inizia la sua giornata al mattino presto per approntare l’accudimento del cliente che si sveglia (“Una cosa simile accade in ospedale!”); i villeggianti che all’alba fanno una corsa lungomare; il vacanziere che pianta l’ombrellone alle otto sulla sabbia ancora vergine dopo il passaggio della macchina puliscispiaggia; i ragazzi degli ombrelloni e i bagnini eseguono performance atletiche dotate di una propria estetica fisica dei movimenti. Le azioni e le sequenze di azioni hanno una loro geometria.

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Trascorrere le proprie vacanze in spiaggia implica una rottura che instaura sequenze e pratiche altre di definizione degli spazi esistenziali. Quanti di noi riescono a progettare la non progettualità. La routine della vita quotidiana è tale da costituire essa stessa una forma di progettualità ed è vero anche il contrario: cioè la progettualità nell’ambito della freneticità della vita quotidiana diviene routine. Un automatismo ugualmente viscerale nelle prassi cognitive più o meno consapevoli.

In vacanza, al mare, in spiaggia, non bastano ventiquattro ore per conquistare una dimensione di vuoto, vacanza progettuale, cioè il “non ho niente da fare”? Anche se siamo sdraiati al sole con qualche nuvola e un piacevole venticello che mitiga il calore del sole che attraversa la pelle e invade e penetra capillarmente il nostro corpo; ebbene tutto ciò non basta a dissetare il nostro bisogno di progettualità nel senso di pre-vedere, pre-gettare azioni e configurarle mentalmente nella dimensione aspettuale dove meglio pre-gustarli e pre-figurarli. Allora, chiedo – idealmente – a Stefano Montes (Montes, 2015): si è mai veramente liberi? Ci si sente mai veramente liberi in questa dimensione di proiezione in avanti delle nostre azioni? A tal proposito riporto un passaggio, esemplificativo di quanto detto, tratto da L’idea fissa di Valéry, dove racconta dell’incontro in spiaggia fra le due voci narranti del libro:

«Ma guarda!» disse. «Ehi! Buongiorno!». «Sono io … Dipinge, pesca? Dipinge e pesca?». «Niente affatto … Ho portato da dipingere e da pescare. Ma i pesci e il paesaggio non hanno nulla da temere. Mi servono da pretesti … Io simulo, mio caro! Tutti simulano, in vacanza. Alcuni fanno i selvaggi, altri gli esploratori. Alcuni fingono di riposarsi; altri di darsi da fare ..». «E in parte è vero …». «E lei, invece, fa finta di dipingere e pescare». «Io? Io simulo coscientemente … In realtà provo a non far niente. Ma è complicato. Come si fa a non fare niente? Non conosco niente di più difficile» (Valéry, 2008: 21).

Il mio riferimento a Valéry e l’astuzia dell’argomentare che contraddistingue l’autore mi permettono di dare profondità alla portata delle mie riflessioni riguardo l’analisi di contesti relazionali, come nel caso delle località balneari, e di porre anche la giusta attenzione alle modalità di scrittura e di rappresentazione del lavoro sul campo e dei giochi di assunzione di agentività e del gioco di realtà e finzione impliciti nell’iscrizione dell’antropologo osservante.

Si è sempre attori di attanti, inscritti in contesti d’uso secondo habitus e pratiche, codificati e attribuiti dai sistemi simbolici e culturali di appartenenza. La spiaggia si offre allo sguardo dell’antropologo come una piccola comunità fluida con le sue azioni, schemi comportamentali, regole e violazioni, ruoli e funzioni, sistemi abitudinari, tempi dell’azione e tempi di attesa; ogni spiaggia ha la sua geografia e le sue geometrie azionali.

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Foto Garofalo

In questo specchio di geometrie emerge il contrappunto dei percorsi e le sonorità della spiaggia che raccontano la lontananza da casa. Motivazioni storiche e radici culturali si traducono in suoni, ritmi e movimenti che tracciano percorsi sulla sabbia. Allora compio una scelta metodologica e parlo con  i numerosi venditori ambulanti provenienti dal Maghreb, dalla Costa d’Avorio, Mali, Senegal e Ghana. Si raccontano, nella speranza di vendere gadget, collanine, manufatti di legno, teli, tessuti e abbigliamento. Sì, perché loro prima ancora di essere “ambulanti” e “immigrati”, sono venditori, svolgono un lavoro! Infatti, proprio nel tempo della scrittura di questo mio testo etnografico scelgo di far parlare una voce narrante diretta, rappresentativa ed evocativa, tratta dal libro Io, venditore di elefanti di Pap Khouma, scritto e pubblicato a cura di Oreste Pivetta:

«Così è questo il gioco: schivare gli zii e vendere collanine lungo una spiaggia che percorro ogni giorno per chilometri, riempiendomi di sabbia, che con il sudore si appiccica addosso e dà un fastidio bestia. Li avrete visti un’infinità di volte quei ragazzi neri, con le gambe magre e i piedi lunghi che affondano nella sabbia, carichi di collanine e di elefanti. Ero uno di loro, tra i primi, quando per voi eravamo ancora una curiosità. Fuori posto, perché non è al suo posto un nero a Rimini oppure a Riccione, anche se io di spiagge ne conosco tante e soprattutto conosco il mare di Dakar, che è poi l’oceano che si perde infinito, tutto il contrario del vostro Adriatico che è piccolo, chiuso e sporco. Pure la sabbia è diversa, e là non mi dava fastidio come invece succede qui. Ma vado lo stesso avanti, perché a forza di andare avanti arriva la sera, la gente si ritira e anch’io mi ritiro e poi si vedrà» (Khouma, 2006: 33).
«I carabinieri sono due. Sono di pattuglia. Non so cosa mi prende. So purtroppo che mi metto a correre come un disperato, con le collane attorno alle braccia, i calzoncini che danzano, i miei lunghi piedi che perdono presto i sandali. Le collane volano a terra. Non ho speranze: da una parte c’è il mare, dall’altra l’auto dei carabinieri, alle spalle un carabiniere che mi insegue a piedi, davanti un canale, che è poi una fogna a cielo aperto, a sbarrarmi la corsa e a togliermi ogni possibilità. Mi arrendo. Mi fermo. Il carabiniere mi è addosso, rosso, eccitato, sbuffa e bestemmia: “Maledetto negro”. Non reagisco. Mi afferra per il collo e mi trascina verso la macchina. Sospiro […] Qualcuno si muove dalla spiaggia. Ha assistito a tutta la scena, l’inseguimento, la cattura, le botte, e adesso protesta: “Basta non potete trattarlo così. Non ha fatto niente di male. Ha solo venduto le sue collane. Basta è una vergogna”» (Khouma, 2006: 99).

Sono testimonianze, queste, della polifonica configurazione delle sperequazioni sociali, delle distorsioni culturali e dell’apertura al dialogo possibile, il coraggio di vedere oltre le urla e le fatiche del mare (Garofalo, 2015). La Sicilia è la regione ridente in mezzo al Mediterraneo, sfiorata dal mare, baciata dal sole, accarezzata dai venti di scirocco … e tutt’intorno? La morte … la disperazione … l’inganno … il cinico e crudele opportunismo economico internazionale … in una sola espressione “la migrazione di migranti immigrati”. Vi riporto un vivido racconto di cosa accade nelle località di mare del Mediterraneo:

«In una tranquilla e soleggiata mattina di luglio, la spiaggia lentamente si anima di bagnanti e villeggianti, le ore trascorrono lente, quando fra le infinite linee dell’orizzonte si intravede un corpo:
le onde hanno raccolto il suo ultimo respiro,
ossigeno tradotto in energia liquida e libera
le onde lo proteggono, lo cullano, lo accompagnano e lo posano, dolcemente e con cura, sulla soglia della riva
il mare lo riconsegna lo offre alla terra che lo ha generato
lo affida alle mani dell’uomo che non lo ha voluto proteggere
a chi non è stato capace di prendersi cura del suo figlio, fratello, amico …
Il mare non unisce e non separa, il mare si vive, si percorre, si “brucia”, si muore!

Il mio contributo rivolto al mare non può non avere una conclusione di vita e di morte, di severa dolcezza, di ossimorica essenza e controversa istanza. Allora è così? È sempre una questione di punti di vista, posizionamenti e prospettive?

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Il mare si percorre. E il percorrere comporta tracciare linee e direzioni. Ogni direzione traccia confini, segna zone di semiosfere fra un prima e un dopo, aldiqua aldilà. Un percorso si vive e lo si rivive e lo si collettivizza nel racconto. In tal senso, l’ambiente marino si connota come paesaggio che non soltanto si offre all’osservazione e alla descrizione (disciplinare, artistica, musicale, letteraria) piuttosto è un paesaggio che racconta all’osservatore intento all’ascolto.

L’antropologo non studia un sistema culturale omogeneo, egli focalizza le interconnessioni fra le istanze multiple e specifiche. Le individualità sono, dal punto di vista antropologico, rappresentative dei sistemi culturali di riferimento e consistono in configurazioni di contesti di potere economico, politico e sociale. I soggetti sono descritti in uno spazio di azione e interazione, sociale, storico, culturale, orientato da dinamiche e da modalità di gestione del territorio con interessi e implicazioni di carattere locale, ma anche, in alcuni casi, nazionale e internazionale. L’esempio più immediato, in termini di spaziazione e dal punto di vista storico attuale, è sicuramente rappresentato dagli sbarchi di immigrati che attraversano il Mediterraneo e chiamano in causa continenti, forze politiche, azioni economiche, a livello nazionale e mondiale. Partendo da questi presupposti, nel caso specifico delle località di mare, il mio posizionamento consiste nell’iscrizione dell’antropologo in una “zona di contatto”. Il temine è un esplicito riferimento a James Clifford, il quale prende in prestito da Imperial Eyes di Mary Louise Pratt, l’accezione di zone di contatto intese come spazi di ibridismo, giustapposizioni e ri-localizzazione, uno spazio di coniugazione del passato e del presente. Esse rappresentano, in definitiva, lo spazio, fisico e disciplinare, della post-modernità. La riflessione disciplinare identifica nel proprio oggetto di ricerca nei processi di produzione culturale e nelle relative modalità di rappresentazione, spostando l’attenzione sui «processi di prestito, di appropriazione, di traduzione culturali – processi multi-direzionali» (Clifford, 2004: 40) che riconducono la questione alle complesse modalità di ri-articolazione e interconnessione dei sistemi culturali.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017
[1]  In questa sede mi preme fornire dei chiarimenti riguardo all’uso del termine armonica complementarietà. Il mio è un intenzionale riferimento interdisciplinare all’accezione teorica di “armonia”. Si intende per armonia «la combinazione simultanea di due o più suoni […]. L’armonia, al contrario della melodia che si costruisce orizzontalmente, ha struttura verticale. […] sopra una nota considerata come fondamentale sono altre note, chiamate armonici, che risuonano contemporaneamente ad essa. […] tutti disposti verticalmente sopra la nota fondamentale. Questo fenomeno ci fornisce la prima testimonianza della presenza dell’armonia in natura e, di fatto, su di essa si è istintivamente costruito il nostro sistema armonico» (Károlyi, 1983: 79). Mi sembra importante delineare un livello di discorso, parallelo e interpretativo del  rapporto di simultaneità dell’esperienza senso-percettiva del reale, soprattutto se, dal punto di vista antropologico, io volgo la mia analisi alle relazioni ed alle interconnessioni fra istanze individuali iscritte in un contesto di azione e fruizione sociale e culturalmente orientato e codificato.
Riferimenti bibliografici
Augé M., Disneyland e altri nonluoghi, Bollati Boringhieri, Torino, 2009
Clifford J., Ai margini dell’antropologia, Meltemi, Roma, 2004
Coelho P., L’alchimista, Bompiani, Milano, 2014
Corbin A., L’invenzione del mare, Marsilio, Venezia, 1990
Garofalo C., Azione e interazione nel dialogo fra culture in divenire, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 15, settembre 2015
Garofalo C., Il divenire-sapere dell’antropologia tra ritmo, differenza e ripetizione, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 18, marzo 2016
Károlyi O., La grammatica della musica, Einaudi, Torino, 1969
Khouma P., Io, venditore di elefanti, Baldini Castoldi, Milano, 2006 (1990)
Malinowski B., Argonauti del Pacifico occidentale. Riti magici e vita quotidiana nella società primitiva, Newton Compton Italiana, Roma, 1973, (ed. or. 1922)
Montes S., E se fosse un gioco? Un antropologo in spiaggia e i sensi dell’altrove, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 10, novembre 2014
Montes S., Tempo d’estate, tempo di mare, tempo al tempo. Sull’agentività in vacanza, in “Dialoghi Mediterranei”, n. 15, settembre 2015
Valéry P., L’idea fissa, Adelphi, Milano, 2008
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Concetta Garofalo, laureata sia in Lettere sia in Studi storici, antropologici e geografici presso l’Università degli Studi di Palermo, studia i molteplici aspetti teorici e pragmatici della agency e i processi, a breve e lungo termine, di interazione fra soggetti, instaurati nel mondo contemporaneo in relazione ai sistemi culturali di appartenenza, in spazi e tempi configurati soprattutto dai contesti urbani e dai contesti di apprendimento. La sua prospettiva di ricerca interdisciplinare attinge agli ambiti di studio più specifici dell’etnopragmatica e della sociosemiotica.

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