San Giovanni e il solstizio d’estate

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S. Giovanni in una miniatura del xv secolo

di Mariano Fresta

Nella nostra società contemporanea, il solstizio d’estate passa quasi inosservato, nonostante in tempi non molto lontani esso sia stato festeggiato con lo stesso entusiasmo che si continua a tributare a quello invernale; i due momenti astrono- mici, infatti, sono stati sempre sentiti come periodi cruciali della vita sulla Terra e come tali sono stati ricordati e celebrati con cerimonie e rituali specifici.

La Chiesa cattolica, per sconfiggere queste credenze profondamente radicate nelle culture umane, è intervenuta riprendendole e cristianizzandole, in modo tale che il solstizio invernale coincidesse con la nascita di Gesù (notte tra il 24 e 25 dicembre) e quello estivo con la celebrazione della nascita di san Giovanni Battista (evento unico nel calendario liturgico cattolico, che celebra i santi solo nel giorno del loro martirio e della loro morte).

Di questi fenomeni sincretici dovuti all’azione della Chiesa cattolica si sono occupati non solo i folkloristi ma anche gli storici delle religioni e gli antropologi. Tra questi, Vittorio Lanternari ha avuto modo di illustrare con acume e accuratezza scientifica il processo che ha trasformato i due appuntamenti astronomici in due capisaldi del calendario liturgico cattolico, riportando e analizzando alcuni sermoni di s. Agostino [1]. In essi, il vescovo di Ippona aveva congetturato che la frase del Vangelo di Giovanni Illum oportet crescere, me autem minui (III, 30: occorre che Lui cresca e che io invece diminuisca) potesse riferirsi ai due fenomeni celesti; ecco come Lanternari spiega l’interpretazione agostiniana:

«Il crescere di Gesù è nella crisi solstiziale d’inverno, onde esso inizia l’incremento del sole; il diminuire di Giovanni è nella crisi solstiziale d’estate, onde il sole comincia a decrescere».

In questo modo, spiega Lanternari, è stato possibile sostituire la celebrazione della nascita del Sol Invictus (25 dicembre) con quella di Gesù; e la celebrazione della nascita della Fors Fortuna (il 24 giugno) con quella di Giovanni Battista. E poi:

«Il solstizio estivo segna col suo decrescere una fase, la fine del Vecchio Testamento rappresentato da Giovanni; il solstizio d’inverno, che inizia la fase crescente del sole, segna una nascita: la nascita del Nuovo Testamento e dell’Era di Cristo».

L’intervento teologico della Chiesa non annullò le antiche credenze, anzi la nuova interpretazione non fece che rafforzarle e attribuire alla notte solstiziale estiva le stesse facoltà miracolistiche di quella invernale: se in questa era successo il prodigio della nascita del Figlio di Dio, anche nella seconda, dedicata al Precursore, non potevano non accadere altri eventi portentosi, magie e sortilegi d’ogni sorta. C’era chi credeva, infatti, che nella notte di san Giovanni gli animali parlassero come altri dicono che ciò avvenga nella notte di sant’Antonio Abate (la cui festa cade il 17 gennaio, nel periodo solstiziale invernale). E proprio a queste due date astronomiche, caratterizzate, secondo le credenze, da molteplici prodigi, si riferiscono le due commedie di Shakespeare, La dodicesima notte (tra il 5 e il 6 gennaio) e Sogno di una notte di mezza estate (tra il 23 e il 24 giugno), in cui sono protagoniste le magie e le favole.

Nonostante il persistere delle antiche credenze e la sovrapposizione ad esse di feste religiose cattoliche, il solstizio estivo oggi passa quasi sotto silenzio e la sua celebrazione avviene in forme molto meno rumorose di quelle che sono dedicate al solstizio invernale; e inoltre, mentre quest’ultimo viene ricordato con grande risonanza in quasi tutto il mondo con tante feste che le televisioni riescono a unificare, il 24 giugno ha perso ormai la sua forza ed è presente in qualche piccola area dove ancora ci sono sopravvivenze di alcune pratiche magiche.

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Sedilo, festa dell’Ardia

Le pratiche rituali

Vediamo adesso sommariamente quali erano le credenze e le usanze che caratterizzavano le due notti solstiziali. Il passaggio da un semestre all’altro era sottolineato da pratiche rituali come quella dell’accensione del fuoco: per Natale è uso dar fuoco ad un grosso ceppo, come auspicio al ritorno dell’astro che con la sua crescita provocherà la buona stagione; a giugno, invece, le fiamme dei falò punteggiavano di notte colline e pianure per salutare il sole che va a concludere la sua corsa in pieno inverno. La tradizione dei fuochi estivi sopravvive in alcune regioni, soprattutto in Sardegna dove è ancora largamente diffusa. Un’altra usanza rituale, conservata anch’essa in Sardegna, era quella di svolgere libere cavalcate lungo gli arenili la mattina del 24 giugno.

Se il solstizio invernale è incentrato tutto sulla celebrazione del Natale cristiano e del Capodanno che assorbono molti dei riti antichi, quello estivo è dedicato invece ad un gruppo eterogeneo di cerimonie, di riti e di pratiche che riguardano il mondo magico. Un po’ dappertutto in Italia, infatti, la notte era dedicata alla preparazione di pomate e pozioni per uso medicinale. Visto che a giugno la natura è rigogliosa, si raccoglievano erbe e fiori per poi esporli, nella notte, alla rugiada notturna che miracolosamente o magicamente infondeva loro virtù capaci di alleviare e sconfiggere i malanni, preservare la bellezza delle ragazze e combattere invidia e malocchio. Con queste erbe (l’iperico, l’artemisia, la ruta, la salvia, la verbena, la mandragora, il rosmarino, le stesse che si trovano nelle erboristerie odierne, ma senza ormai l’intermediazione di san Giovanni), si preparavano anche polveri, creme, e perfino un liquore, come il nocino. Dar conto delle innumerevoli usanze riguardanti le erbe e le pozioni, le pomate e i loro effetti sul corpo e sulla psicologia di chi ne faceva uso, sarebbe troppo lungo: per capire la loro importanza presso molte società, è sufficiente leggere le opere di Grazia Deledda nelle quali si trova tanta della cultura popolare sarda (che sembra quella che maggiormente ha conservato certe tradizioni), compresi i riferimenti al divieto di fare il bagno il 24 giugno, onde evitare di ripetere il battesimo di origine pagana che non può essere confuso con quello impartito dal Battista; e compresa quella di smettere gli abiti invernali e indossare quelli più leggeri (en passant: fino a qualche anno fa i Carabinieri lasciavano la divisa invernale per quella più leggera nel mese di giugno). Ed ancora in Sardegna si diceva che nella notte del 24 giugno si aprisse il Cielo in modo che i bambini buoni vedessero il Paradiso con gli angeli, il Signore e lo Spirito santo; che l’acqua di sorgente, attinta proprio quella notte, facesse guarire i paralitici, che i rami d’alloro raccolti quella notte, posti poi sui muri, tenessero lontani ladri e volpi; e così via. Simili usanze, anche se in modo meno frequente e meno profondo, erano diffuse in tutte le regioni d’Italia.

Quale marito

La notte e il giorno di San Giovanni erano anche sentiti come momenti in cui si potevano fare previsioni circa il destino matrimoniale delle ragazze. Molte erano le credenze cui si dava vita in quella giornata: in certe zone si metteva in una bottiglia l’albume sbattuto di un uovo, che si lasciava per tutta la notte all’aperto. La figura che si veniva a formare, per il rapprendersi dell’albume, dava delle indicazioni per individuare il probabile marito. In altri luoghi (nel Casertano, o sulle pendici orientali dell’Etna) si usavano immergere nell’acqua stagno o zolfo fuso, che solidificandosi formavano delle figure da interpretare. C’erano ancora altre usanze in diverse zone, come quelle confinanti tra Campania, Puglia e Lucania, che son ricordate in una canzone di Vinicio Capossela:

«Ora le ragazze per San Giovanni
chiedono al fuoco di svelaPieghevolere gli inganni
chiedono al cardo chiedono al piombo
chi avranno un giorno per compagno intorno
E anche le crude Masciare, (masciare sono le streghe)
questa notte vogliono volare
e ognuno indaga nel cielo
qualche segno dal mondo del vero
Ora le ragazze per San Giovanni
chiedono al dito chi sarà il marito
chiedono al cardo esposto nell’alba,
nella luce fuori dalla stanza
la mattina nel sole che avanza,
se fiorisce, fiorisce la speranza».

Il comparatico, vincolo sociale e affettivo 

L’usanza più importante, dal punto di vista sociale, era però il comparatico, specie quello relativo al battesimo cattolico dei bambini; addirittura in Sicilia il compare di battesimo si indica direttamente col termine sangiuvanni. Il che dimostra la forte influenza che ha avuto la Chiesa cattolica nel convincere i suoi credenti, attraverso la figura del Battista, che la sacralità del battesimo è molto più forte di quella dei tradizionali e antichi riti di passaggio.

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Fuochi di san Giovanni

Così il termine sangiovanni, da solo o accompagnato come epesegetico del nome “compare”, indica il padrino del bambino che viene battezzato (che a sua volta è chiamato “figlioccio”) ed è diffuso in tutta la penisola. Tra l’altro, la sacralità del sangiovanni è tale che essa non può essere usata per scopi poco corretti e per tornaconto personale; in Toscana, infatti, è diffuso il proverbio che recita: San Giovanni non vuole inganni, ma più che il popolaresco modo di dire, è lo stesso autorevole Dizionario del Battaglia a ribadire il concetto alla voce “padrino”, che così recita:

«Padrino: Chi assiste un battezzando o un cresimando (figlioccio), e , secondo le usanze sociali, tale fatto instaura rapporti di amicizia quasi parentale e, in ambienti più tradizionali, anche di stretta solidarietà fra le due persone e le loro rispettive famiglie. Secondo il diritto canonico, attraverso tale assistenza il padrino, oltre che fungere da testimone del rito, diventa affidatario morale e in particolare responsabile e garante dell’educazione e della condotta cristiana del figlioccio; anche fra i due sorge un vincolo di parentela spirituale (che rientra negli impedimenta dirimenta)».

Il rapporto di comparaggio, dunque, crea vincoli molto forti che, in una comunità di pochi membri, come quella di villaggi e di piccoli paesi, permette di farsi degli alleati e quindi di allargare la famiglia e di farla diventare dominante.

Ovvio, dunque, che, in certe società, questi rapporti venissero cercati e quindi moltiplicati con altri tipi di comparaggio. Accanto, infatti, a quello del sangiovanni, che riguarda il battesimo dei bambini, ce ne sono altri come quello dell’anello o del fazzoletto (compare di nozze), c’è la comare di cuffia (spesso è un’amica o una parente della mamma, che regala o lava per la prima volta la cuffia del neonato), c’è il compare o la comare di cresima. In Sardegna, oltre al sangiovanni che si attua nella notte dei falò rituali, saltando sul fuoco e tenendosi per mano cantando filastrocche, oppure tenendo per gli angoli un fazzoletto, c’è anche il comparatico dei fiori che avviene con lo scambio di un vaso in cui è stato fatto germinare qualche chicco di grano (i nenniri). Anche per queste usanze la Deledda presenta un ricco campionario.

Altri comparatici avvengono fra donne: in Calabria le ragazze che vogliono diventare comari nel giorno di san Giovanni si scambiano ’u zitiellu, un mazzo di fiori ed erbe simboleggiante un bamboccio; la stessa usanza era praticata anche in alcune aree della Sardegna. In Sicilia, le ragazze divenivano comari di basilico se si scambiavano un vaso con una piantina dell’erba, come ci testimonia anche Giovanni Verga nei Malavoglia:

«La Barbara aveva perciò mandato in regalo alla Mena il vaso del basilico, tutto ornato di garofani, e con un bel nastro rosso, che era l’invito a farsi comare» [2].

Inoltre, sempre in Sicilia, come testimonia il Pitré, a Sortino, se due donne vogliono stringere amicizia, il giorno di san Giovanni prendono una mela, vi fanno la croce, recitano un credo, dividono in due il frutto, ognuna ne mangia la metà, si baciano e recitano: zoccu avemu ni spartemu – semu cummari ppi tuttu lu tempu (“ci dividiamo ciò che possediamo – siamo comari per l’eternità”). Altre intrecciano i mignoli delle destre e dicono: Cummari cummaredda // ca viniti alla funtanedda // ppi cùgghiri rosi sciuri // ppi parari lu Signuri (“Comare comarella – che venite alla fontanella – per cogliere rose e fiori – per adornare il Signore”).

A Butera, invece, in una catinella piena d’acqua si versa del sale. Poi vi si immerge un anello ponendolo ritto sul fondo. Delle due donne che vogliono farsi commare una si china a prendere con la bocca l’anello e poi lo porge alla bocca dell’altra, la quale dopo averlo preso lo immerge di nuovo nel catino. Quindi si baciano e diventano comari. Invece dell’immersione dell’anello, alcune bevono un sorso di acqua salata. In Campania, a Marcianise, c’era la stessa usanza, ma l’acqua non era salata. 

 La prova del comparatico

La prova del comparatico

Comparaggi affettivi

Questi ultimi comparaggi rimandano a rapporti diversi da quelli che si instaurano tra famiglie, per mezzo del battesimo di un neonato: questi presuppongono la costru- zione di una rete sociale che offre protezione al più debole e dà al più forte la possibilità di estendere il proprio potere; qui invece ci troviamo di fronte ad un comparatico in cui c’è solo un forte vincolo di affettività e di amicizia. In Sardegna questo legame tra le due persone era sancito con la sacralità del rito, saltando le fiamme di un falò tenendosi per mano e giurandosi fedeltà reciproca nella notte di san Giovanni. È Grazia Deledda nel romanzo Marianna Sirca a testimoniarci dell’importanza che assume il vincolo dovuto al comparaggio rituale: in un momento di disaccordo, Costantino, uno dei protagonisti, dice a Simone, suo compare:

«Ricordati che ci siamo giurati fede la notte di San Giovanni; e il compare di San Giovanni, quale io sono per te e tu per me, è più che la sposa, più che l’amante, più che il fratello, più ancora del figlio. Non c’è che il padre e la madre a superarlo» [3].

Questo tipo di comparaggio, sia nelle testimonianze riportate nei testi letterari, sia in quelle orali raccolte negli ultimi decenni, assume aspetti singolari. La prima impressione che si ha è che si tratti di una scelta personale, nel senso che il rapporto di comparaggio è allacciato dal singolo o dalla singola per decisione autonoma, al di fuori di norme sociali tradizionalmente stabilite, e sembra non avere secondi fini ed essere libero da qualsiasi interesse materiale. Clara Gallini, nel volume Intervista a Maria (Palermo 1981), ci ha lasciato un notevole ritratto di una donna sarda, Maria, che in gioventù “si era fatta” comare di una ragazza più grande di lei. Conosciutesi grazie al fatto di svolgere lo stesso lavoro e trovando fra di loro affinità di pensieri e sentimenti, decidono di diventare “comari” e passare dal Tu al Voi, come era d’uso in questi casi. Il loro vincolo durò per molti anni, fino a che la morte di una le separò, diversamente dai comparatici dello stesso tipo che avevano una durata limitata: le due donne, infatti, continuarono a frequentarsi anche quando Maria rimase nubile e l’altra invece scelse di sposarsi e di avere dei figli. La storia di Maria (come quella, del resto, dei personaggi del romanzo della Deledda più sopra ricordato) riproduce probabilmente una situazione arcaica rispetto agli anni in cui venne rilasciata l’intervista: essa ricorda le mitiche amicizie virili raccontate a cominciare da Omero (Achille e Patroclo), da Virgilio (Eurialo e Niso), fino all’Ariosto (Cloridano e Medoro), per i quali è possibile parlare di una latente omosessualità (senza dubbio sentita e vissuta in maniera diversa che da noi). Per non dire del nostro immaginario odierno in cui convivono personaggi letterari come Jules e Jim dello scrittore Henri-Pierre Roché e quelli di una cultura di massa, che si esprime nei romanzi e nei film western, in cui spesso si incontrano coppie di uomini uniti da vincoli forti di amicizia, inferiori solo, come scriveva la Deledda, a quelli che legano i figli ai genitori [4].

Forse la storia di Maria è un’eccezione, per come ha sentito e vissuto il suo comparaggio con l’amica, e magari la realtà del suo rapporto si è basata veramente su un affetto di natura “spirituale”, come suggerirebbe il passaggio dal Tu al Voi, pronome questo usato nei confronti di persone verso le quali si nutre un rispetto profondo, un sentimento di affetto che travalica i confini della semplice amicizia. Ma l’uso del pronome di seconda persona plurale potrebbe servire a dare al rapporto un valore più alto, al di sopra dei livelli normali in cui si situa l’amicizia, proprio per mascherarne l’essenza, con un processo di sublimazione che nasconda quegli elementi di omosessualità ad una società che non riesce più ad ammetterli.

È anche vero, tuttavia, che i miti antichi parlano di amicizie virili, non di quelle femminili. Eva Cantarella nel libro Secondo natura ha dimostrato che la letteratura antica non si è quasi mai occupata di relazioni tra donne perché al genere femminile si negava un qualsiasi valore sociale. Probabilmente, però, queste relazioni dovevano pur esistere, se è vero che gli studiosi di folklore come Pitré, La Marmora, Corso e, più recentemente Clara Gallini e scrittori come Deledda e Verga ne hanno trovato traccia indagando sulle usanze al tempo della festa di san Giovanni.

Che è il tempo delle magie, dei sortilegi, ma anche, forse, quello di rapporti fra uomini e fra donne che si uniscono al di fuori delle convenzioni sociali esistenti.

4Comparaggi sociali

Probabilmente i vari comparatici nascono, in seno alle comunità e ai clan, dalla necessità di creare alleanze quanto più vaste possibili; essi sono promossi sia dai ceti deboli che hanno bisogno di protezione, sia dai ceti dominanti che se ne servono per accrescere il loro potere. Questo tipo di legame ha avuto in Italia un incremento notevole dopo il secondo dopoguerra, quando la nuova carta costituzionale dette a tutti i cittadini la possibilità di diventare classe politica dirigente del Paese e degli enti locali. Chi allora, tra le classi emergenti, aspirasse a ricoprire cariche politico-amministrative e avesse l’ambizione di conquistare un qualche potere politico, fece largamente ricorso a questa pratica. Furono soprattutto gli avvocati e i medici che si servirono di questi rapporti intessendo larghe reti di comparatico. Molti dei sindaci meridionali si sono serviti (e in molti casi si servono ancora) di questa tradizione per ampliare il loro elettorato e per rafforzare il classico clientelismo: i più deboli se ne servono con l’intento, prima o poi, di essere ripagati con una raccomandazione per il posto di lavoro del figlio, i più forti per consolidare la base sociale del loro potere. Ma il patronage era già abbastanza diffuso in tutta l’Europa mediterranea, come ci testimonia il libro di Pitt-Rivers, The people of the Sierra, pubblicato nel 1954: soltanto che da quel periodo in poi è diventato, in Italia, strumento perverso del clientelismo e del cosiddetto “voto di scambio”.

I vocabolari prendono atto di questa situazione; il Battaglia ne accenna quando dà una definizione figurata del termine padrino: «fig. Chi fornisce a una persona aiuto, protezione, appoggio, particolarmente nelle circostanze difficili dell’esistenza». E poi aggiunge nella quinta definizione:«5. Nella criminalità organizzata chi dirige o dà copertura».

Tutti noi ricordiamo che il termine padrino è stato utilizzato, nel 1972, per titolare un famoso film di Francis F. Coppola in cui l’attore Marlon Brando interpretava in modo memorabile il capo della mafia newyorchese, dando alla figura del personaggio e al vocabolo una diffusione mondiale.

Con il trasferimento di significato del termine, dal campo cattolico a quello mafioso, avvenuto in tempi più antichi rispetto a quelli del film, si passa da una situazione di ritualità e di rapporti sociali basati sull’affettività e il rispetto, ad una in cui la rete dei comparatici serve a permeare il tessuto delle comunità a scopo di dominio sociale e finanziario; e, attenuandosi via via il concetto di legalità, la rete si trasforma in organizzazione criminale. Anche in questo caso ci vengono in aiuto i vocabolari, nei quali alcune definizioni di comparaggio, di compare e di comparatico rimandano a rapporti e vincoli molto lontani concettualmente sia dal significato antico sia dal vincolo cattolico che ha per perno affettivo e spirituale il battesimo o la cresima di un bambino.

Nei vocabolari, infatti, il comparaggio è identificato con la “consorteria”, con una patto fraudolento; la stessa definizione abbiamo anche per comparatico; addirittura, per questo termine, già il Tommaseo scriveva:

«comparatico non si direbbe che per celia dei molti e troppi compari che taluni accettano per altri intenti che spirituali …»

L’ironia del Tommaseo ci esime da andare oltre nella discussione terminologica, perché ci è sufficiente a questo punto soffermarsi sul fatto che il termine compare si usa anche per indicare quella persona che nelle fiere e nei mercati asseconda l’attività più o meno truffaldina del ciarlatano e, per estensione, chiunque si attivi, più o meno palesemente, a favorire un altro in imprese non sempre lecite.

I rapporti di comparatico sono dunque una specie di ragnatela che tiene uniti i membri di un gruppo; nello stesso tempo, però, essi si sono trasferiti da una società in cui il comparatico svolgeva un ruolo di solidarietà quasi parentale, a una associazione criminale in cui il vincolo si trasforma in un rapporto di dominanza-subalternità, costringendo il sottoposto a diventare l’esecutore di delitti di varia gravità, fino all’omicidio. Senza che il più debole possa opporre diniego, pena l’accusa di tradimento e la conseguente eliminazione fisica.

La cultura del comparatico ha certamente svolto un ruolo importante nella formazione delle associazioni della mafia, della ‘ndrangheta e della camorra. In genere il padrino che battezza o cresima fa un bel regalo al figlioccio: per la cresima, il dono è costituito solitamente da un orologio, ma in ambienti camorristici si dice che il padrino regali al figlioccio ’o fierro, il ferro del mestiere, ovverosia la pistola.

Così il solstizio d’estate e la festa di san Giovanni si presentano come un complesso di riti, di usanze e di credenze molto vari e diversi fra di loro, presentandoci elementi di profondi rapporti fra uomo e natura, momenti di grande solidarietà o di grande poesia, come i comparatici dei fiori, ed anche momenti in cui predomina il lato oscuro dell’umanità.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017
Note
[1] Lanternari V., La festa di san Giovanni, in Preistoria e folklore, Ed. Asfodelo, Cagliari 1967.
[2] Verga G., I Malavoglia, Mondadori, Milano 1961:108.
[3] Deledda G., I romanzi, Newton Compton, Roma 1993: 735.
[4] Tra i film sono da segnalare Butch Cassidy and the Sundance Kid (con Paul Newman e Robert Redford), e poi quelli di John Wayne con Robert Mitchum e Dean Martin (Rio Bravo, El Dorado), ed infine quello molto esplicito di Ang Lee, Brokebock  Mountain, tratto dal romanzo omonimo di Annie Proulx.
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Mariano Fresta, già docente presso il Liceo classico di Montepulciano, ha collaborato con Pietro Clemente, nella Cattedra di Tradizioni popolari a Siena. Si è occupato di teatro popolare tradizionale in Toscana, di espressività popolare (canti e proverbi), di alimentazione, di allestimenti museali (Tepotratos-Monticchiello), di feste religiose, di storia degli studi folklorici, nonché di letteratura italiana (I Detti piacevoli del Poliziano, Lo stile narrativo nel Pinocchio del Collodi). Ha pubblicato sulle riviste Lares, La Ricerca Folklorica, Antropologia Museale, Archivio di Etnografia, Archivio Antropologico Mediterraneo. Ultimamente si è occupato di identità culturale, della tutela e la salvaguardia dei paesaggi (L’invenzione di un paesaggio tipico toscano, in Lares) e dei beni immateriali. Fa parte della redazione di Lares. Ha curato diversi volumi partecipandovi anche come autore: Vecchie segate ed alberi di maggio, 1983 ; Il “cantar maggio” delle contrade di Siena, 2000 ; La Val d’Orcia di Iris, 2003. Tutti i suoi lavori si possono leggere in http//marianofresta.altervista.org

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