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EDITORIALE

Mikea, cacciatori del Madagascar (ph. Thierry Corn)

Mikea, cacciatori del Madagascar (ph. Thierry Corn)

«Gli uomini non producono e consumano oggetti ma producono e consumano simboli». Queste parole che Antonino Buttitta amava ripetere sono tornate alla mente quando abbiamo visto i ragazzi incappucciati che scendevano in piazza nelle grandi città e, nelle vie dello shopping, hanno rotto le vetrine, saccheggiato i negozi del lusso, si sono appropriati degli sneakers, «i pezzi di plastica più costosi della storia, misteriosamente promossi al novero di status symbol», per usare le parole di Michele Serra. A leggere bene però in questa grammatica dei simboli sembrano rientrare anche i libri, se è vero che gli stessi adolescenti hanno assaltato a Torino la libreria Feltrinelli, senza tuttavia rubare nulla ma limitandosi a rovesciare scaffali ed espositori. Due gesti apparentemente di segno diverso riconducibili al medesimo accadimento che nella violenza cumula ed esprime una complessa eterogeneità di soggetti, di moventi e di significati.

Dei poteri simbolici iscritti nelle cose, le quali – come ci insegnano gli antropologi – non sono soltanto cose, la vetrina è immagine esemplare perché – come scrive Massimo Canevacci in questo numero – «mostra e nasconde, è pubblica nella visione e privata nell’acquisto», luogo scintillante di ostensione del feticismo delle merci e del loro consumo e per ciò stesso politicamente connotato, socialmente e pervasivamente marcato. Rompere le vetrine è gesto dunque di una violenza trasgressiva, iconoclasta, dissacrante. Una forma di luddismo contro la teca scenografica del lusso, contro le insormontabili frontiere della ricchezza. Al furore della rabbia che ha dominato i manifestanti si è fusa e confusa l’ansia predatoria di alcuni, la seduzione dei desideri di chi è escluso dal banchetto, di chi è discriminato nel ghetto delle periferie e nello stigma dei “maranza”, come sono chiamate con disprezzo razzista le seconde generazioni degli immigrati, ospiti indesiderati da “remigrare”. L’attrazione per le cose materiali oltre la loro stessa intrinseca utilità e funzionalità muove tuttavia dall’indistinto universo dei bisogni umani che hanno scaturigini simboliche e non meramente meccaniche: l’aspirazione nonostante tutto ad “essere” prima ancora che ad “avere”.

La verità è che dentro questo tumulto dei giovani e dei minorenni che si danno appuntamento nelle piazze delle metropoli convivono e si sovrappongono mondi diversi, anime conflittuali, spinte contraddittorie, background culturali e sociali diseguali, idealità politiche plurali, forse confuse e incomprensibili perché appartengono ad un alfabeto estraneo alle categorie novecentesche dei partiti, ispirate allo spontaneismo della disobbedienza civile, della volontà critica e della collera generalizzata che irrompe sulla scena pubblica senza una riconoscibile rappresentanza e senza una strutturale organizzazione. Sfilano insieme gli studenti che rivendicano più risorse per la scuola e difendono il diritto allo studio, quanti si battono contro il riarmo e per la pace, i giovani che chiedono salari più alti e maggiori investimenti sul mercato del lavoro per non emigrare all’estero, quelli che protestano per il carovita e gli esosi affitti delle case, coloro che lottano per la cura dell’ambiente, per l’attenzione alla questione climatica, per la salute delle città, contro la cementificazione e il degrado delle periferie, quanti tra i nuovi italiani senza cittadinanza reclamano politiche di integrazione e di riconoscimento giuridico e sociale. Hanno tutti il volto scoperto, sventolano bandiere della pace o della Palestina ma anche il tricolore, marciano disarmati tenendosi per mano, lanciano slogan, mostrano cartelli con scritte come “Welfare not Warfare” o “La frutta aumenta, mangeremo Meloni”. Dissentono e testimoniano con i loro corpi la libertà di dissentire nel rispetto dell’articolo 21 della Costituzione.

E poi ci sono quelli col passamontagna, un gruppuscolo infiltrato sempre presente ed armato di bombe carta o di mazze, pronto a trasformare la manifestazione di protesta in una guerriglia urbana. C’è qualcosa che assomiglia ad un copione che si ripete eguale nell’esecuzione delle azioni, nella loro narrazione mediatica e nelle conseguenti risposte politiche, tutte ispirate a soluzioni securitarie e a norme repressive. Un’iterazione di sequenze tanto inquietanti quanto prevedibili. C’è però qualcosa di più profondo e di più complesso nel modo in cui questi fatti di ottobre sono letti e interpretati come parti di un fenomeno conosciuto, sperimentato, compiuto e ben definito. C’è qualcosa di inedito, come ha osservato il Presidente Mattarella, c’è la presenza di minorenni, il protagonismo di adolescenti che sono passati all’opposizione di questa nostra società, c’è una questione generazionale in un Paese di vecchi che non sa ascoltare i giovani, il loro disagio, l’angoscia di non avere un posto nel mondo da abitare e un qualche futuro possibile da immaginare  

Scrive tra l’altro in questo numero Pietro Clemente: «Per molti giovani – in tempi diversi – le manifestazioni di piazza e i conflitti con le forze dell’ordine sono stati riti di iniziazione al protagonismo. Oggetto di narrazioni quasi leggendarie. Queste grandi manifestazioni di giovani, ai cui margini ci sono le vetrine rotte, sono un evento nuovo, sorprendente, forse anche transeunte, ma è chiaro che sono una critica pratica al nostro tempo e al nostro modo di vivere. Un fenomeno che ha attraversato l’Europa, fenomeno da comprendere senza né esaltare né minacciare, perché in esse può esserci forse un modo ancora ignaro e opaco del nostro domani».

Non sappiamo se il mondo sarà salvato dai ragazzini come auspicava Elsa Morante in un suo famoso libro del 1968. Non sappiamo se il dissenso si trasformerà in un movimento politico collettivo, se la rabbia si spegnerà senza diventare progetto, se l’interesse civico da cui scaturisce il conflitto è destinato ad essere frustrato dall’inerzia della classe dirigente e e dall’indifferenza degli adulti. Apprendiamo che in Serbia hanno vinto l’elezione gli studenti riuniti in una Lista che ha sorprendentemente battuto l’autocrate nazionalista e filorusso Aleksandar Vucic. Nell’Europa che oggi attraversa una delle crisi più profonde della sua storia, i giovani serbi che guideranno il governo del loro Paese aprono con coraggio nuove strade, offrono una speranza al futuro della democrazia.

Quanto accade nelle piazze riempite dai giovani ricorda l’esperienza della Global Sumud Flotilla, l’azione diretta non violenta di una coalizione di cittadini volontari impegnati a tentare di raggiungere con imbarcazioni civili e disarmate Gaza affamata e stretta nell’assedio militare. Un’impresa dall’alto valore simbolico e per ciò stesso politico dal momento che con la sua azione pubblica ha reso visibile le contraddizioni e le violazioni del diritto internazionale e ha chiesto agli attori istituzionali di assumersene la responsabilità. Ne scrive in questo numero Maria Elena Delia, coordinatrice e portavoce del movimento in Italia, che a distanza di un anno traccia un bilancio di quella storia, una riflessione da leggere per capire come possa un soggetto privo di potere istituzionale, militare o economico contribuire a costruire alleanze ed aprire spazi di iniziativa obbligando altri soggetti a misurarsi sulle questioni irrisolte delle nostre democrazie. Così conclude la sua preziosa analisi rigorosamente critica e autocritica: «La nostra capacità politica non si misura dal fatto di aver sostituito il potere degli Stati. Si misura anche dall’aver dimostrato che la loro inerzia non ci condanna necessariamente all’immobilità. È una possibilità, non una garanzia. E proprio per questo richiede organizzazione, rigore e continuità». Una esortazione che vale in tutta evidenza oltre la Flotilla.

A fronte del confuso e rapido affastellarsi di fatti e immagini delle cronache quotidiane che fanno irruzione nelle nostre vite, investite e travolte dal flusso incessante di guerre, eventi climatici catastrofici, crisi economica, sfide nucleari e oscure minacce tecnologiche, stragi in mare dei migranti e relazioni sociali sempre più lacerate da intolleranze razziali e paure securitarie, ci si interroga sul tema del discernimento, sulla capacità o sulla fragilità di distinguere tra esperienza e racconto, tra realtà e rappresentazione. A guardar bene, infatti, paradossalmente non è la presunta sostituzione etnica che ci mette in pericolo ma la concreta sostituzione della realtà, «la progressiva dissoluzione dei criteri con cui giudichiamo: la sostituzione della conoscenza con l’esposizione al flusso, della argomentazione con la reazione, dell’autorevolezza con la visibilità». Così scrive Cesare Natoli che insieme a Luigi Baldari e Sergio Todesco ragiona sulle derive di una società sempre più vulnerabile alla propaganda e alla costruzione artificiale del consenso.

Intorno alle questioni di rilevanza antropologica dell’interpretazione e rappresentazione del mondo abitato nella frontiera di Ceuta Raffaello Rossini e Ikram Jarmouni discutono su come rendere compatibili il proprio privilegio di enunciazione e la necessità di rendere visibili le asimmetrie del campo. «Soltanto accettando che il nostro sguardo venga incrinato dall’altro, la ricerca e la documentazione sui confini possono smettere di essere un dispositivo di estrazione per diventare uno spazio critico di trasformazione reciproca». E su questo stesso nervo scoperto della narrazione che si dibatte tra la tirannia degli algoritmi e la resistenza del pensiero critico riflette Susanna Coppolecchia sia davanti al racconto di Ceuta sia nel confronto con le immagini che arrivano dalla Palestina attraverso due diversi film. Nell’uno come nell’altro caso la studiosa che si occupa delle dimensioni educative dell’economia sociale ribadisce la problematicità delle domande di metodo che proprio per le premesse da cui muovono ospitano in nuce questioni di ordine epistemologico. «Educare lo sguardo – annota – non significa renderlo impermeabile alle emozioni, come se la lucidità richiedesse una qualche sterilizzazione del sentire. Significa impedire che l’emozione esaurisca l’esperienza e che l’assuefazione la cancelli. Vuol dire imparare a sostare nella distanza fra ciò che vediamo e ciò che crediamo di aver capito, riconoscendo in quella distanza la necessità di cercare, confrontare, conoscere la storia, ascoltare voci differenti e sottoporre a verifica persino ciò che vorremmo fosse vero».

Parole che hanno implicazioni antropologiche e che ci ricordano in qualche modo altre parole, quelle di Elsa Guggino: «Faccio dire agli altri ciò che non dicono? Mi servo delle mie esperienze nel mondo della magia popolare per cercare risposta alle mie ambasce concettuali? (…) Di norma ci troviamo di fronte a pensieri rigorosi o a sentimenti palpitanti. Temo soprattutto gli ultimi, ma i primi non poco mi turbano. Temo l’equivocità che insidia troppo spesso il sentire commosso; mi turba colui che sa come veramente stanno le cose». Scomparsa poco più di un mese fa, l’antropologa è in questo numero ricordata con un’ampia rassegna di contributi di colleghi, allievi, amici. Tutta la sua opera si colloca nel segno di un’antropologia che confina con la letteratura, di un’antropologia diaristica, autobiografica, umanistica. «Il fatto è – ha scritto – che il mio lavoro come antropologa si pone e mi si impone come un’estensione del mio modo sovrabbondante di relazionarmi al mondo. Ciò talvolta mi consente di percepire, dentro quel momento della conoscenza che chiamiamo sensibilità, intuizione, livelli di senso profondi… La mia scrittura, in molti luoghi, inevitabilmente risente di tutto ciò. Scrivere un diario, se così posso chiamare certe immediate notazioni ai margini della ricerca antropologica, mi diverte molto più della scrittura di un saggio in forma riflessiva e sistematica».

Scienza del dubbio e infinita ricerca del senso, radicale interrogare e interrogarsi, il racconto della sua esperienza conoscitiva in prima persona si è sempre felicemente intrecciato con le diverse voci della letteratura antropologica più autorevole, sia che abbia scritto dei tonnaroti o dei carrettieri, dei maghi o dei cantastorie ciechi, avendo intimamente legato la sua stessa vita «alla vita delle persone incontrate per città, campagne, sobborghi di Sicilia. Nella gioia e nel dolore, come si recita alle coppie che si uniscono in matrimonio», per usare le sue stesse parole contenute nel suo ultimo libro edito nel 2010 da Sellerio, La campana e il deltaplano. Un dialogo che qui è restituito dal ricordo dei diversi autori delle testimonianze, dalla commossa gratitudine di chi con lei ha partecipato ad una intensa stagione di passioni culturali al giudizio storiografico di Fabio Dei che scrive: «Elsa Guggino appartiene a una generazione che ha praticato lo studio della cultura popolare ponendosi il problema di mostrarne la complessità e la raffinatezza, contro un’alta cultura che la disprezzava ma anche e soprattutto contro la banalità e la volgarità dei modelli “leggeri” della cultura di massa».

In questo numero è ricordato un altro antropologo a vent’anni dalla morte. Si tratta di Clifford Geertz, che con Elsa Guggino aveva se non altro qualche affinità nell’approccio interpretativo e semiotico della cultura intesa come sistema di simboli e di significati. Discutono della sua lezione e della sua eredità tre giovani antropologi, Giovanni Gugg, Dario Inglese e Nicola Martellozzo, muovendo dalle pagine dell’ultimo numero monografico, a cura di Federico Scarpelli e Lorenzo D’Orsi, della “Rivista di Antropologia Contemporanea”, dedicato allo studioso di San Francisco. Ne affiorano sotto profili diversi i molteplici aspetti della sua “densa” opera alla luce del dibattito critico più recente, restando per tutti, nonostante alcuni rilievi critici, un maestro ancora “buono da pensare”, soprattutto quando vogliamo tornare a ragionare sui rapporti tra scrittura e potere, tra cultura pubblica e conoscenza, tra politica e senso comune, tra responsabilità etico-sociali e doveri scientifici. «L’antropologia contemporanea ha ancora un gran bisogno di pensare con e contro Geertz».

Nel difficile contesto di questo nostro tempo di ferro e di fuoco, di conflitti materiali e culturali, di guerre di religioni e di memorie collettive tradite o travisate, Dialoghi Mediterranei continua a porsi come spazio di riflessione e di confronto critico, di pensiero meridiano e di dibattito di idee. Sfogliare l’affollato sommario può voler dire inoltrarsi in una complessa e impervia architettura di titoli e temi dai confini porosi, dipanare una aggrovigliata trama dai fili invisibili, districarsi in un dedalo di possibili o improbabili percorsi. Ci piace pensare che a ispirare e a guidare il lettore in questa ricerca sia Maria Lai, l’artista sarda che ha fatto della tessitura l’icona mundi, la metafora di un’esistenza, il paradigma simbolico di una poetica. Essere è tessere è il significativo titolo della mostra a lei dedicata presso il Museo Madre di Napoli, di cui scrive Andreina Parise nelle pagine sulla Sardegna. Connettere i fili, ordinarli, annodarli, manipolarli sono operazioni che non appartengono soltanto alla realtà materiale, alle fisiche evidenze tecniche dei cicli produttivi. Sembrano piuttosto emblematicamente riprodurre la complessità, la varietà e l’interdipendenza degli elementi costitutivi delle culture, delle idee, dei linguaggi, il legame profondo che nelle opere di Maria Lai connette i fili dell’arte alla memoria di tutta una regione.

Come il tessuto è di per sé realtà di pieni e di vuoti, di diritti e di rovesci che si costituiscono e si definiscono nel loro reciproco insieme, così sull’immaginario telaio di Dialoghi Mediterranei si dispiega l’orditura e si dipanano i fili di un serrato dialogo e, nel cuore della sua generosa antologia – si discuta di diaspore o di comunità transnazionali, di musei o di letteratura nel Mezzogiorno, di Cervantes o di Rousseau, di Edith Bruck o delle donne del Bauhaus, di scuola o di cinema, di cibo identitario o di fionde scolpite, del Festival della Sebiba del Sahara algerino o dell’ultima tribù di cacciatori del Madagascar – sono accolte e intrecciate le idee e le parole, le immagini e le storie di generazioni diverse di autori e di studiosi, la trama multiforme di voci, di esperienze e di simboli, orizzonti incrociati di letture e scritture che ci auguriamo possano accompagnare e sillabare i giorni del lungo autunno del nostro scontento. 

Questo nuovo numero di Dialoghi Mediterranei va in rete mentre i giovani, numerosissimi, scendono ancora una volta in piazza. Nella forza vitale delle loro proteste sono le nostre speranze nel futuro della democrazia. Contro la loro criminalizzazione e affinché come Crono non finiamo col divorare i nostri figli, sosteniamo questi ragazzi che si battono per uscire dalla minorità e dalla subalternità in cui sono costretti da una gerontocrazia bieca e cieca. Torniamo ad ascoltare le parole di Walter Benjamin che incoraggiava le nuove generazioni «verso cose grandi e nuove, a mostrare i loro volti, a fare sentire la loro voce, a non essere clandestini, ad avvertire che il loro tempo è ora, non domani; che hanno il futuro nel sangue e il privilegio di dare del tu al tempo».

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
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