Editoriale

Mimmo Cuticchio nel suo teatrino (Foto Giaramidaro)

Mimmo Cuticchio nel suo teatrino (Foto Giaramidaro)

  

Forse più che nei precedenti in questo numero Dialoghi Mediterranei celebra davvero il Mediterraneo, riferimento geografico e formazione storica, realtà effettuale e metafora simbolica,  crocevia di rotte economiche e umane, di mercanzie e di lingue, di armi e di scambi, di idee e di dèi. In questo mare antico e sempre nuovo, in cui tutto è accaduto, anche quello che deve ancora accadere, si incrociano e si spiegano storicamente e dialetticamente emigrazione e immigrazione, le memorie del passato e le dinamiche del presente, gli Ulisse di ieri e di oggi.

Che il Mediterraneo sia luogo policentrico di cumulazione e coagulo, di stratificazione e sedimentazione, di aspra conflittualità e civile urbanità, lo dimostrano i vari contributi che legano con un filo comune in una trama collettiva storie e spazi diversi, temi ed eventi molteplici: le esperienze artistiche del festival a Lampedusa nate sulla scia dell’impegno di protesta e di lotta  contro le politiche militari della frontiera meridionale dell’Europa e gli arrembaggi dei migranti ai confini di Ceuta e Melilli a nordest dello stretto di Gibilterra; le testimonianze degli insorti raccolte nelle piazze di Tahir del Cairo, di Syntagmatos di Atene e di Taksim a Istanbul e i racconti di chi abita la periferia più degradata di Palermo, lo Zen; i viaggi della neve tra il XVII e il XIX secolo dalla Sicilia a Malta e le transumanze dei turisti nell’immaginario prodotto dalla globalizzazione del nostro tempo; la condizione dei minori stranieri non accompagnati, soggetti a procedure di “normalizzazione” dei loro corpi ad opera delle istituzioni di controllo dello Stato, e la non meno sofferta forma di spaesamento cui sono costretti i giovani laureati italiani, fuggiaschi anche loro e attori involontari delle nuove evoluzioni del nomadismo contemporaneo.

Associazioni indirette e contraddizioni apparenti tra realtà sociali e culturali diverse che nel patchwork mediterraneo ordito dai mille traffici e transiti umani è possibile leggere in un unico orizzonte di senso, in un mosaico di connettività che tutte le comprende e le risolve. Così il lavavetri africano che si insedia nei semafori delle strade palermitane fino a rendersi invisibile nel paesaggio urbano della quotidianità può incontrarsi senza dissonanze né incongruenze con le giovani, Silvia italiana e Sundari di origine indiana, che insieme, nella tessitura di un “dialogo tutto mediterraneo” sul traghetto della vita, sono alla ricerca di identità giocate tra somiglianze e diversità.

Se è vero che secondo l’antica lezione di G.B.Vico cercare connessioni tra cose lontane e diverse è la ragione ultima del conoscere e del comprendere, il lettore troverà nelle pagine dei diversi autori gli elementi e le relazioni che compongono e sostanziano questa sorta di arazzo screziato e polisemico, prodotto dalla fenomenologia delle migrazioni culturali transnazionali. A questa dimensione interetnica e universale appartengono le collezioni museali del Louvre Abu Dhabi, capitale degli Emirati Arabi Uniti, dove dialogano opere d’arte di popolazioni e civiltà stratificate entro un comune ordine di intelligibilità, secondo un progetto e un modello museografico che invita a ripensare e rimescolare gli stessi concetti di arte, artigianato ed estetica maturati e definiti in epoche e culture diverse. Come ad un’unica matrice narrativa di un’amplissima area mediterranea va ricondotta la figura di Giufà, straordinario esempio e compendio di un’invenzione popolare e letteraria che è amalgama di storie, di commistioni e di ibridazioni simboliche prodotte nei plurimi contatti tra mondo arabo, anatolico e indiano.

Il Mediterraneo, dunque, quale orizzonte transcontinentale e transculturale, fecondo laboratorio di sperimentazione di movimenti e attraversamenti, è decisamente al centro dei discorsi proposti in questo numero, che inaugura una nuova sezione, quella dedicata alle immagini. Abbiamo chiesto  ad amici fotografi di illustrare la loro idea di Mediterraneo, il loro modo di pensarlo e di rappresentarlo. Per scoprire con loro la pluralità dei modi in cui può essere raccontato lo stesso soggetto e per capire di ciascuno di loro il mondo intellettuale, umano e affettivo che ne orienta e sostiene lo  sguardo.

Siamo convinti che la fotografia dei maestri possa cogliere le strutture profonde di ciò che guardiamo e immaginiamo. Per certi aspetti anche il fotografo è un homo viator, un viandante  solitario che migra tra nòstos ed èxodus per fissare in una sorta di citazione quel frammento di spazio sottratto al tempo, quell’attimo di presente già convertito al passato. Prolungamento dell’occhio umano e organo di ampliamento delle facoltà di percezione del comune osservatore, potente dispositivo di presentificazione di ciò che è assente o lontano, il mezzo fotografico per sua natura si colloca sul doppio versante della minuziosa ricognizione del reale e della sua puntuale e immediata trasposizione simbolica. «Tutto ciò che la macchina registra – ha scritto Susan Sontag – è una rivelazione, raffigura realtà che già esistono, anche se solo la macchina può rivelarle». Nel dettaglio, nella rivelazione del particolare che sfugge ai nostri occhi opacizzati dal greve e eguale ripetersi dei giorni, consiste l’arte del fotografare, il segreto della sua densità semantica.

Nella consapevolezza che la fotografia non ha lo scopo di dimostrare ma se mai di mostrare, di documentare e di disvelare l’invisibile che si cela dietro il visibile, cercheremo nelle immagini del e sul Mediterraneo non solo quel che vediamo ma anche ciò che gli occhi del fotografo hanno visto per noi e in nostra assenza. Quel ritaglio di spazio e di tempo che ci dice qualcosa del soggetto rappresentato e forse molto di più dell’autore dell’oggetto.

Unitamente alla selezione di dieci fotogrammi abbiamo chiesto ai fotografi di scrivere un testo libero che accompagni le immagini non per spiegarle ma se mai per raccontarle, o semplicemente evocarle, come lieve contrappunto di parole alla complessa sintassi figurativa. Così ha fatto Nino Giaramidaro che in questo numero presenta il suo Mediterraneo, coagulato nel triangolo Sicilia, Tunisia e Spagna, ove si addensano e indugiano i miti della memoria quali strenuo e ultimo presidio per combattere ed esorcizzare quei «mostruosi nocchieri» che governano oggi le acque di un mare attraversato come sempre da corsari e da crociati, da pirati e da schiavi, da coloni e da clandestini. Nella suggestione di un racconto che narra di luoghi ove «si sente tutto il tempo passato» ma anche «più acuminato tutto il tempo presente»,  lasciamo al lettore il piacere di attraversare e respirare Il Mediterraneo di Nino Giaramidaro.

   Dialoghi Mediterranei, n.8, luglio 2014
 

SOMMARIO

   Clelia Bartoli

Somiglianze

Chiara Brambilla

Borderscape euro/africano attraverso il Mediterraneo. Esperienze artistiche dal LampedusaInFestival

Antonino Cangemi

Cagliostro e Lorenza Serafina Feliciani

Antonella Elisa Castronovo

Dentro la periferia. Il quartiere Zen di Palermo

Francesca M. Corrao

Serve ancora parlare di Giufà?

Vincenzo Maria Corseri

L’ordine sconosciuto delle immagini

Roberta Cortina

La Grande Muraglia d’Europa.Viaggio a Ceuta e Melilla

Antonino Cusumano

Se il Mediterraneo è il luogo di un prossimo Rinascimento

Chiara Dallavalle

Vilem Flusser: dall’esule al nomade

 Valeria Dell’Orzo

Forme nuove del camminare transnazionale

Piero Di Giorgi

La vittoria di Renzi, ovvero della speranza

Fabiola Di Maggio

Louvre Abu Dhabi. Verso il primo museo universale arabo

Marta Gentilucci

Narrare l’orrore

Nino Giaramidaro

Il Mediterraneo

Luigi Lombardo

Il viaggio della neve nel Mediterraneo: dalla Sicilia all’isola di Malta

Luisa Messina

Il corpo dei minori migranti

Stefano Montes

Voi, lavavetri a Palermo. Una riflessione antropologica

Luca Pollicino

La produzione del turismo. Tra volontà e azione

  Gianluca Solera

Arriva il Generale, ma è già vecchio. L’Egitto dopo le elezioni

Marcello Vigli

La Chiesa italiana ai tempi di Papa Francesco

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