Editoriale

editorialeMentre va in rete il terzo numero del nostro periodico bimestrale, il Mediterraneo resta epicentro gravitazionale del dramma quotidiano che si consuma in mezzo a quella che Papa Francesco ha chiamato “la globalizzazione dell’indifferenza”.
Scompaiono tra i flutti dei naufragi vite senza nome e senza storia. Precipitano nelle foibe di questo mare su cui si dispiegano diaspore di massa e traversate di ventura. L’attenzione mediatica che il Papa ha voluto sollecitare con il suo gesto eminentemente simbolico della visita a Lampedusa sembra essersi già spenta. Eppure quel gesto, così potente ed esemplare, del pontefice venuto dalla fine del mondo dovrebbe scuotere le coscienze dei potenti della terra, dovrebbe irrompere ed imporsi nell’agenda politica di tutti coloro che hanno responsabilità di governo nel mondo. Così non sembra essere se è vero che Lampedusa continua a restare da sola a fronteggiare e gestire un fenomeno che appartiene alle dimensioni epocali di un incontenibile esodo, di un sommovimento planetario, di una migrazione di profughi che fuggono dalle guerre e dalla fame, da città e comunità attraversate e disgregate dagli sconvolgimenti delle rivoluzioni o controrivoluzioni in atto.

Lampedusa è diventata un luogo nevralgico della nostra contemporaneità, un avamposto di tutte le contraddizioni emergenziali: qui solo apparentemente comincia l’Europa, in verità finiscono le regole dell’Europa civile, non valgono né il diritto internazionale né i principi elementari della democrazia nati nel vecchio continente e cancellati nella piccola isola frontiera del Mediterraneo. A Lampedusa si combatte, in realtà, la quotidiana battaglia di quella nuova “guerra fredda” che si è scatenata tra il Nord e il Sud del mondo: qui la linea di confine, lungo la quale precipitano nel perenne buio dei fondali migliaia di naufraghi delle carrette del mare – potremmo dire i “sommersi” del nostro tempo, nel senso tragicamente letterale e in quello simbolico ancor più drammatico proposto da Primo Levi – sembra concentrare al massimo grado la sovranità politico-statuale, la potenza del suo volto più violento insieme all’impotenza o alla compiacenza rispetto alle reti criminali e mafiose che sfruttano il traffico internazionale delle persone. Tanto più che la cronaca ci informa che il destino dei migranti che tentano la fuga è spesso paradossalmente comune a quello dei tonni stretti a pascolare prima della mattanza nella cattività delle gabbie disseminate nel canale.

Mentre l’ecatombe nel Mediterraneo continua e i Paesi che vi si affacciano sono in fiamme (vd. Egitto, Tunisia, Turchia, Siria), gli sbarchi si moltiplicano ogni giorno, nonostante i respingimenti dello scellerato proibizionismo e la clamorosa violazione del diritto umanitario nei confronti dei rifugiati. E in Italia continua a vigere la legge Bossi-Fini, gli immigrati continuano a scontare gli assurdi reati della clandestinità e della povertà con lunghissime reclusioni nei CIE, con un sistema punitivo e repressivo di accoglienza. “Clandestini” resta una parola-chiave nelle retoriche di quanti tendono a de-umanizzare i migranti e i profughi, verso i quali non cessa, anzi sembra accentuarsi il disprezzo razzista. Oggi divampa l’odio xenofobo contro il ministro Kyenge, si rinnova e si rinfocola la politica di chi trae le proprie rendite elettorali dalla paura dello straniero. Il magma oscuro del razzismo senza pudori né mascheramenti sembra tracimare e deflagrare nel mezzo di una società piegata ed assuefatta alle più volgari nefandezze.

 Il clima nel nostro Paese si è fatto davvero sordido e irrespirabile. E i cittadini più sensibili ai valori etici e costituzionali di una democrazia matura cominciano a percepire i miasmi di una profonda decadenza della vita sociale e culturale, provano sdegno e vergogna per quel che sta accadendo sul piano dei diritti umani e civili.

Dell’immigrazione e dei vari aspetti delle vicende di questo fenomeno si occupano diversi articoli presenti in questo numero della rivista. Ne sono in gran parte autori giovani antropologi della Scuola di Palermo che su questi temi sono da tempo impegnati e hanno prodotto serie ricerche e studi rigorosi. La redazione di Dialoghi Mediterranei è grata della loro collaborazione, restando aperta ai contributi di quanti riconoscendosi nella sua linea editoriale vogliono rafforzarne e definirne il profilo identitario.

A questi giovani studiosi si aggiungono in questo numero firme prestigiose che con esiti autorevoli e orginali scrivono di letteratura, di storia e di attualità sociale e culturale. Anche a loro la redazione esprime la sua gratitudine.

L’Istituto Euro Arabo di cui questo periodico è emanazione è lieto di accogliere l’appello del Sindaco di Lampedusa e intende contribuire con la donazione delle sue pubblicazioni all’istituzione della biblioteca comunale.

Dialoghi Mediterranei, n.3, agosto 2013
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Una risposta a Editoriale

  1. filippo scrive:

    Il problema della immigrazione clandestina e della relativa coscienza all’accoglienza si conosce da molti anni. Ma è come se fosse un problema marginale e non incidesse sugli obiettivi sociali del sud dell’Europa. Ci dobbiamo chiedere però, quali obiettivi di evoluzione sociale ha il sud dell’Europa. In questo clima di edonismo esasperato, di sofferenza per la rinuncia del trend consumistico a cui eravamo abituati, di alterazione dei valori fondamentali a cui il ventennio del kaimano ci ha portato; il tema della integrazione tra i popoli è estraneo anche tra tantissimi che si definiscono cattolici o cristiani. C’è un S.O.S. in atto che troppe persone e troppe istituzioni non sentono.
    Bisogna dunque amplificare l’S.O.S. per esempio con manifestazioni culturali di grande coinvolgimento. Potrebbe essere la musica a dare un nuovo input al problema dell’integrazione ( la world music questi temi li aveva spianati trent’anni fa ). Vogliamo pensare ad un concerto con musicisti e poeti “europei” ed “extraeuropei” con cadenza annuale ?

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