Donne musulmane d’Occidente e il femminismo “interpretativo”

copertinadi  Antonietta Sammartano

Centinaia di donne in minigonna sono scese in strada a Izmir, un pomeriggio di questa estate torrida, per protestare contro il tentativo patriarcale di controllare l’abbigliamento delle donne turche. Organizzata dal gruppo femminista Kiyafetime Karisma, che significa, più o meno, “non ti impicciare di quello che indosso”, la protesta si è estesa ad Ankara e Istanbul. La laica Turchia sta tornando ad essere sempre più uno Stato islamico e i primi obiettivi sono le donne. Nel 2014 il presidente Erdogan ha dichiarato che il ruolo naturale per loro è quello di madri e dovrebbero quindi stare più a casa e ha messo in discussione la parità di genere. Secondo il rapporto dell’organizzazione “Fermeremo il femminicidio”, in Turchia in media più di una donna al giorno viene uccisa da un uomo che conosce.

Ma mentre la Turchia cerca di segregare nuovamente le donne, il mondo islamico comincia ad andare in una diversa direzione. Con una decisione storica, il Parlamento giordano ha appena abolito la legge che permetteva ai violentatori di evitare il carcere sposando le vittime (sottoponendole quindi a violenza protratta per il resto della vita). La decisione deve essere approvata dalla Camera alta e dal Re, dopodiché la Giordania si unirà a Paesi come la Tunisia e il Libano, che hanno appena abrogato la legge, il Marocco, che lo ha fatto nel 2014 (dopo il suicidio di una 16enne e il tentato suicidio di una 15enne costrette a sposare i loro stupratori), e l’Egitto nel ‘99.

La situazione sta cambiando quindi, in alcuni Paesi islamici e forse a dare la spinta sono stati quei movimenti femministi nati in Occidente, alla fine del secolo scorso, e diffusi grazie alla comunicazione web e alla condivisione capillare delle organizzazioni liberali. Movimenti nati sulla base dello studio di teologhe e storiche musulmane trasferitesi negli Stati Uniti, ma anche di convertite molto attive che hanno stabilito che il Corano afferma l’assoluta parità di genere fin dai primi versetti sulla Creazione dell’umanità, dal 4:1. Di questi movimenti, di quello che viene ormai definito femminismo interpretativo parla il recente saggio di Luciana Capretti La jihad delle donne, della Salerno editrice (2017).

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Amina Wadud

Attraverso i contatti diretti che Luciana Capretti intreccia con Amina Wadud, prima Imamah in assoluto, che dopo un’esperienza pubblica di preghiera a Cape Town in Sudafrica, conduce nel 2005 a New York la salah al –jum’ah (la preghiera del venerdì), davanti a una comunità di uomini e donne,  con Sherin Khankan a Copenaghen,  a Los Angeles Edina Lekovich e Ani Zonneveld, la fondatrice della Muslims for Progressive Values, Musulmani per i Valori Progressisti, emerge una realtà incredibilmente aperta, innovatrice, sconosciuta ai più, ma destinata a rivoluzionare i rapporti fra il mondo musulmano e il cosiddetto “Occidente”, e all’interno dello stesso mondo musulmano.

Una rivoluzione che scaturisce da una rilettura, o meglio, da una lettura corretta del Corano approfondita e sviluppata da Amina Wadud. Questa singolare figura di studiosa, nata nel Maryland, convertita da adulta alla religione musulmana, studiosa di grande rigore, nel suo Qur’an and Woman, Rereading the Sacred Text from a Woman’s Perspective,  rilegge il Corano spogliandolo di tutte le interpretazioni patriarcali e devianti per ricondurlo, attraverso una puntuale analisi ermeneutica e linguistica, alla sua essenziale autenticità. Secondo la sua lettura non ci sono, nel Corano, differenze fra uomo e donna «in quanto a capacità individuali e spirituali» ma «l’unica distinzione fra gli esseri umani è costituita dalla taqwaa, la coscienza in ognuno della presenza di Dio».

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Rabeya Mueller

Anche Rabeya Müller, imamah di Colonia è una convertita, ha fondato insieme alla scrittrice Lamya Kaddor il Liberal-Islamicher Bund (LIB), il cui assunto è che non ci sono differenze  fra uomini e donne e neppure fra immigrati di etnie diverse. Quanto mai prezioso il contributo del LIB in uno Stato, la Germania, in cui i musulmani sono oltre 6 milioni, e nel quale i musulmani radicali hanno creato uno Stato nello Stato, dove vigono ancora le leggi più restrittive della patriarcale interpretazione del Corano.

Davvero stupefacente è il numero delle donne studiose dell’Islam, che in diverse parti del mondo, ma specialmente in quello occidentale, si sono cimentate con coraggio nella revisione e rilettura del Corano e quindi dell’applicazione dei suoi precetti. A cominciare da Laleh Bakhtiar che nella sua traduzione del Corano ha rivoluzionato l’interpretazione del famoso versetto 4 34, quello della sottomissione della donna all’uomo, dando al verbo daraba il significato di “allontanatevi” e non il tradizionale “battetele”, escludendo così ogni forma di violenza da parte dell’uomo sulla donna. Interpretazione condivisa da molti studiosi, fra cui Reza Aslan, dell’Università della California, Riverside, celebre autore di  No god but God.

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Asra Nomani

Ci sono anche donne come Asra Nomani, giornalista del Wall Street Journal, che presente in Pakistan quando avvenne la barbara uccisione del suo amico e collega Daniel Pearl da parte di Al Qaeda, impossibilitata ad entrare in moschea dove erano state appese dai rapitori le foto di Pearl ostaggio, decide di iniziare una campagna contro la discriminazione delle donne da parte dell’Islam e scrive una Carta dei diritti delle donne nelle moschee, la attacca alla porta della moschea di Morgantown, West Virginia, dove vive, ed entra in moschea dalla porta principale.

Un gesto così rivoluzionario da essere paragonato a quello di Rosa Parks, l’afro-americana che scatenò, con il suo rifiuto di andare in fondo all’autobus riservato ai neri, nel 1955, l’inizio della lotta per i diritti civili. È lei, Asra Nomani, a organizzare la prima preghiera condotta da una imamah, davanti ad una ummah mista di fedeli, uomini e donne: quella di Amina Wadud alla Synod House di New York. Più problematica l’affermazione del femminismo islamico nei Paesi dove l’Islam è religione di Stato, anche se, ad es. in Pakistan, nel 2016 è stata finalmente cambiata la legge sul delitto d’onore che consentiva all’omicida di evitare la condanna grazie al perdono dei familiari della vittima. Pakistana è Sharmeen Obaid Chinoi, regista, che con i suoi documentari, Una ragazza nel fiume, Saving Face e soprattutto Qandeel Baloch. A Very Short Story ha contribuito alla promulgazione della nuova legge.

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Sharmeen Obaid Chinoi

Fra tutte queste donne non potevano mancare quelle della tradizione, come Hajar, la concubina di Abramo, e quelle unite a Maometto, le donne sagge, forti, capaci, mature e giovanissime, che hanno accompagnato l’esistenza del profeta. Ritratti di donne che sembrano anticipare quelle di oggi protese a dar vita alla loro jihad, cioè all’affermazione di sé, lo sforzo positivo per essere quello che il Corano, se letto correttamente, dice.

Il libro si legge come un romanzo: l’autrice, oltre ad una consolidata esperienza professionale, mostra una esigenza di verità ed empatia verso un mondo che le appartiene. Nata a Tripoli, il canto del muezzin e le visite alla moschea hanno accompagnato la sua prima infanzia. Luciana Capretti, autrice di due notevoli romanzi, Ghibli e Tevere, ha, con la sua scrittura, la capacità di coinvolgere e appassionare il lettore e questo suo ultimo lavoro, quanto mai attuale, ne è la conferma.

Dialoghi Mediterranei, n.27, settembre 2017

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Antonietta Sammartano, ha insegnato nei Licei classici lettere italiane e latine; diarista d’onore al Premio Saverio Tutino Pieve Santo Stefano con Campo San Polo 2024 – Ricordi 1943-45, presidente onorario di U.NI.MA Italia (Union Internationale de la Marionnette), si occupa come ricercatrice di Teatro di figura. Ha redatto le voci relative all’Italia per l’Enciclopedia Mondiale della Marionetta edita da L’Entretemps-Montpellier-Parigi.

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Una risposta a Donne musulmane d’Occidente e il femminismo “interpretativo”

  1. Giulia Alberico scrive:

    Interessantissimo il libro, lo leggerò presto. Accattivante la recensione anche per le tante riflessioni a cui invita. Una scrittura, quella della professoressa Sammartano, che mostra una bella mano e una grande cultura.
    Tutta la rivista é bellissima, densa e graficamente eccellente.

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