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Dinamiche identitarie e ibridazione culturale: la comunità tabarchina nella Reggenza di Tunisi

Barbary Coast, mappa 1701

Barbary Coast, mappa 1701

di Luigi Tortora [*]

La profondità storica e geopolitica del bacino del Mediterraneo, durante la prima età moderna, non era semplicemente caratterizzata da una rigida separazione o differenziazione tra il mondo cristiano e i precetti islamici del Dar al Islam, ma era un vero e proprio reticolo poroso di frontiere mobili, osmosi commerciali e mediazioni diplomatiche.

All’interno di questo crocevia di sentieri tortuosi, segnato dalla dialettica egemonica della Monarchia ispanica e dalla forte presenza dell’Impero ottomano, la comunità tabarchina rifletteva tutti quegli interessi connessi alle dinamiche di ibridazione culturale e di negoziazione identitaria. Proprio all’interno dell’enorme scacchiere geopolitico-storico della sponda sud del Mediterraneo s’inserì l’isola di Tabarka, la quale per molti secoli storici assunse la forma di un laboratorio umano e istituzionale di prim’ordine, dove le tradizionali categorie giuridiche della sovranità beylikale tunisina dovettero ridefinirsi. Lungi dall’essere un’enclave chiusa ed isolata, la comunità riuscì ad elaborare una fitta rete di mediazioni linguistiche, una ridefinizione del proprio status giuridico e una serie di strategie di sopravvivenza economica che anticiparono le complesse dinamiche delle identità mediterranee. 

Tarbarka, veduta seicentesca

Tabarka, veduta seicentesca

Tabarka: cuore geopolitico dell’antichità e della sponda sud del Mediterraneo 

Abbracciare e prendere in considerazione l’isola di Tabarka non è semplicemente un richiamo, con faro nostalgico, ai fasti del passato oppure una semplice analisi di contesto. Questa piccola realtà, caratterizzata da antiche origini fenicie, è stata per molti secoli storici il primo esempio lampante di come la cultura vince sempre su tutto.

Perno fondamentale della costa settentrionale della Barberia Orientale nonché punto di snodo di quelle che, per lungo tempo, sono state le reggenze fondamentali dell’Impero ottomano, l’isola di Tabarka si è presentata, agli occhi dell’antichità, in una veste geopolitica-storica molto complessa. Le difficoltà e tutte le problematiche connesse alle sue terre e alle sue coste erano soggette alle mire espansionistiche spagnole, alla Reggenza di Tunisi e agli interessi commerciali della Repubblica di Genova. Ed è proprio quest’ultima che, a differenza delle altre realtà europee, ha progettato una logica di relazioni che andasse al di là del concetto stesso di colonizzazione. Infatti, Genova ha fin da subito preso coscienza del fatto che bisognasse fare leva sull’identità culturale di questo territorio, piuttosto che dare spazio ad un depauperamento senza fine logico. Oltre a definire una propria posizione economica-commerciale, lungo la sponda sud del Mediterraneo, il tutto accompagnato da un’abile attività diplomatica, la Repubblica di Genova ha sempre compreso che la cultura è il principale strumento di interazione per antonomasia. Tuttavia, per più di due secoli di storia, la sua permanenza in territorio musulmano è stata dettata con grande chiarezza riflettendo un concetto di cultura come organismo vivo e in continua evoluzione, rifiutando l’idea che le culture debbano essere statiche o isolate. Questo processo di insediamento, oltre al pagamento dei cosiddetti lismi (tributi), è stato alla base della permanenza nonché delle reti di relazioni con il sistema beylikale tunisino precoloniale.

Le rotte commerciali su Tabarka nei secoli

Le rotte commerciali su Tabarka nei secoli XVI e XVIII

Tabarka è stata un centro nevralgico e cuore pulsante per il commercio del corallo svolgendo un ruolo cruciale nonché significativo nel collegare l’intero bacino del Mediterraneo a un’economia che stava compiendo i primi passi verso un mondo sempre più globalizzato. La consapevolezza che questa piccola isola, poi unita alla terraferma, abbia rappresentato una rete cruciale nell’economia globale della prima età moderna ha suscitato, negli ultimi decenni, un crescente interesse da parte della letteratura storiografica. Basti pensare che le prime relazioni commerciali tra i principali porti costieri nordafricani e le varie località europee hanno radici molto profonde, risalenti all’Alto e al pieno Medioevo. Già a partire dai primi anni del XIII secolo, ai mercanti cristiani europei vennero concessi privilegi commerciali e una certa libertà di movimento all’interno del Califfato Hafside, Stato vassallo della dinastia degli Almohadi che detenevano un controllo territoriale sull’Ifriqya (Riggio, 1948).

Ancor pima di identificare tutti i tasselli fondamentali legati alla pura attività commerciale nella zona settentrionale nordafricana, è necessario sottolineare l’importanza, nella logica diplomatica genovese, del concetto prossemico di spazio a Tabarka. In altre parole, alla base dell’iceberg commerciale genovese, c’erano delle logiche di fondo connesse all’idea di percepire e gestire lo spazio circostante, e aggiungerei completamente nuovo e diverso rispetto allo scenario europeo, in un’ottica in cui le distanze fisiche dovevano essere valorizzate attraverso le relazioni interpersonali, quest’ultime considerate come parte integrante della comunicazione non verbale. In questo senso, una determinata cultura e uno specifico contesto socio-storico non possono essere compresi sulla base di contenuti approssimativi e attraverso elementi isolati, ma bisogna conoscere in profondità la disposizione di ogni parte all’interno dell’insieme e del contesto con cui s’interagisce, restando tuttavia necessario fare leva anche su tutte quelle componenti che fanno da specchio al funzionamento dei sistemi sociali e delle dinamiche principali nonché la natura delle loro relazioni.

Da una prospettiva puramente storica e tenendo fortemente in considerazione le varie concessioni commerciali garantite dalle varie dinastie musulmane, l’importanza di Tabarka è strettamente connessa alla sua cruciale posizione geografico-strategica naturale, e ai vari fenomeni storici che hanno interessato questa realtà territoriale.

Per molti secoli, il Mediterraneo è stato interessato da svariati collegamenti marittimi, siano essi legati alle coste di Gibilterra o all’antica città di Nicomedia. La maggior parte dei flussi commerciali collegavano mercati diversi e univano centri storici consolidati a nuove aree pronte per essere valorizzate, e Tabarka era una di queste. Come ben sappiamo, la storia fatta di narrazione e ricordi non sempre è stata benevola verso gli insediamenti fondati da chi giungeva dal mare: rivolte locali, incursioni piratesche, disastri naturali, accordi politici sottobanco e conflitti, i quali spesse volte hanno consolidato un vero e proprio oblio nonché piena dimenticanza del territorio conquistato.

La comunità tabarchina è il primo esempio storico di mediatori d’ambiente e attori chiave nell’assetto politico tunisino precoloniale (Verdiani, 2018). 

fratelli-barbarossaTabarka da enclave commerciale a laboratorio umano 

Nonostante le varie vicissitudini politiche dettate dalle Primavere Arabe e dalle incursioni dei vari gruppi jihadisti, nella zona settentrionale tunisina e in special modo sull’isola di Tabarka è possibile avvertire un forte spessore storico caratterizzato da secoli molto tortuosi. Ancor prima dell’avvento di Genova e soprattutto delle famiglie Grimaldi e Lomellini, l’isola al confine con l’attuale Algeria e buona parte del contesto nordafricano sono state soggette al controllo, come detto in precedenza, della dinastia Hafside. Quest’ultima, per più di tre secoli, e precisamente dal 1229 al 1574, si è presentata come principale erede della grande tradizione amministrativa e ideologica di stampo sunnita-malakita almohade.

images-1-9Per quanto il Mediterraneo si fosse sempre presentato come fulcro economico e geopolitico, durante tutto il periodo medievale, Tabarka e di conseguenza l’Ifriqya, corrispondente all’incirca alla moderna Tunisia, alla parte orientale dell’Algeria (il Constantinois) e alla Tripolitania (la Libia nord-occidentale), riflettevano la centralizzazione dello Stato hafside nel XV secolo come una transizione trionfale che lasciò alle spalle la frammentazione del potere e tutte le problematiche instabili dell’epoca precedente. Tuttavia, tale processo di centralizzazione si fondava su tattiche e strategie adattive che gli Hafsidi avevano sviluppato proprio per far fronte alle turbolenze del XIV secolo. Nonostante il suo notevole splendore per lunghi anni, il Cinquecento fu un’epoca caratterizzata da una serie di adattamenti e risposte da parte degli Hafsidi alle dinamiche geopolitiche dell’Ifriqiya. Infatti, la fine del XIV secolo fa da specchio e riflette con estrema precisione le manovre diplomatiche e politiche degli Hafsidi, i quali risentirono negativamente del peso sia degli Spagnoli che degli Ottomani. Lo Stato sopravvisse alla trasformazione dell’Ifriqiya: da territorio almohade a entità politica indipendente e, infine, a califfato caratterizzato da molteplici centri urbani talvolta in competizione tra loro (Hinrichsen 2024).

Sul fronte algerino, la dinastia musulmana ha dovuto fronteggiare nel primo decennio del Cinquecento l’incursione dei fratelli corsari Aruj e Khayr al-Din, quest’ultimo noto alla storiografia occidentale come il Barbarossa. In quell’occasione, il sultano ottomano, Selim I, si assicurò il sostegno dei fratelli per promuovere gli interessi ottomani nella regione, facendo leva sull’autorità religiosa e sulla legittimità giuridica: un modus operandi che garantì agli Ottomani un solido punto d’appoggio su tutto il territorio. Tale evento è stato studiato come uno dei principali snodi storiografici per spiegare il mutamento degli assetti geopolitici nel bacino mediterraneo della prima età moderna. Il 1516 non fu solo e soltanto caratterizzato da un evento bellico, ma segnò la transizione della fascia costiera maghrebina da una compagine di poteri locali frammentati e tributari a una provincia strutturata nell’orbita dell’Impero ottomano, inaugurando la parabola istituzionale di quella che fu la Reggenza di Algeri (Belabdelouahab-Fernini, 2019).

Ritornando sul fronte tunisino e con un occhio particolare a quello tabarchino, durante l’estate del 1534 Khayr al-Din Barbarossa, sovrano della Reggenza di Algeri e, dal 1533, ammiraglio della flotta mediterranea del sultano ottomano Solimano il Legislatore, avviò una pesante campagna bellica col preciso fine di attuare un rigido controllo su Tunisi. Nel frattempo, il sovrano Mulay Hassan, noto esponente del califfato hafside in territorio nordafricano, indicato nelle fonti cristiane come Re di Tunisi, riuscì a fuggire chiedendo aiuto al suo più potente alleato cristiano, Carlo V nel cui impero il sole non tramonta mai. Durante la metà del 1535, Carlo V guidò personalmente una massiccia operazione anfibia, reclutando truppe da gran parte dell’Europa per aiutare Mulay Hassan a riconquistare il regno. La spedizione si inserisce nel solco della contesa per la supremazia marittima tra la monarchia asburgica e la Sublime Porta, guidata dal sultano Solimano il Magnifico e rappresentata sul piano navale da Khayr al-Din Barbarossa. Ed è proprio in questo frangente storico che inizia ad inserirsi, seppur in maniera timida, la comunità italofona di stampo ligure.

Rubens, La vittoria di Carlo V a Tunisi, 1535

P. P. Rubens, La vittoria di Carlo V a Tunisi, 1535

A seguito del successo di Carlo V, Tabarka proprio su volere dell’imperatore divenne una delle principali roccaforti cristiane sul suolo musulmano. Nel frattempo la sua amministrazione fu concessa al viceré del Regno di Sicilia Ferrante Gonzaga, il quale nel 1542 gettò le basi per quello che passò alla storia come l’asiento (accordo). Questa stipula contrattuale, la quale prevedeva una concessione economico-commerciale, rappresentava il primo caso paradigmatico di compenetrazione tra la finanza genovese e la proiezione geostrategica della Monarchia Ispanica nel Mediterraneo della prima età moderna.

Con la fine della spedizione su Tunisi del 1535, la Corona spagnola si trovò ad affrontare il problema della stabilizzazione dei banchi corallini e degli approdi commerciali della costa nordafricana, ricadenti nominalmente nell’area d’influenza del resuscitato ma debole Sultanato Hafside sotto protettorato asburgico. In questo contesto intervenne la stipula del contratto di appalto (asiento), stipulato sotto l’autorità del viceré del Regno di Sicilia (all’epoca Ferrante Gonzaga) per conto dell’imperatore Carlo V, con i rappresentanti del patriziato mercantile e finanziario genovese, in particolare le famiglie Lomellini e Grimaldi (Bent, 1881).

La fine decisiva del controllo hafside e soprattutto della presenza cristiana della Corona spagnola avvenne nel 1574, data in cui l’Impero ottomano conquistò definitivamente il territorio tunisino dando vita alla Reggenza di Tunisi. A seguito di queste iniziative belliche, l’intento dell’Impero ottomano era quello di contrastare la presenza cristiana sul territorio nordafricano, ma anche quello di unificare tutta la regione magrebina sotto il loro dominio. Senza ombra di dubbio, la caduta di Tunisi sancisce il definitivo punto di svolta politico-militare nella contesa per il controllo del Mediterraneo centrale durante la prima età moderna. Tale evento segnò il fallimento del progetto asburgico di stabilizzare nonché di creare un protettorato cristiano nell’Africa settentrionale e sancì la permanente integrazione del territorio tunisino nella sfera d’influenza della Sublime Porta.

Nonostante la massiccia presenza musulmana all’interno della città di Tabarka, la famiglia Lomellini per quasi due secoli riuscì a ritagliarsi un ruolo di primo piano nella piccola isola, rendendola uno degli avamposti commerciali di corallo tra i più fluenti del Mediterraneo. A questo va aggiunto che questa piccola realtà fu per lungo tempo un importante luogo di riscatto per i prigionieri cristiani.

I Lomellini, durante il corso del Cinquecento e di tutto il Seicento, non si presentarono come dei semplici agenti della Repubblica di Genova, ma come una vera e propria potenza economica autonoma capace di muoversi agilmente tra la sovranità formale spagnola, le pretese giurisdizionali genovesi e l’egemonia ottomana-maghrebina.

Questa proiezione transnazionale ha reso Tabarka un vero e proprio laboratorio di contaminazione geopolitica, sociale e culturale. Per mantenere il proprio status quo, la propria indole commerciale e la sicurezza della comunità tabarchina (composta da pescatori, artigiani e militari liguri), i Lomellini dovettero sempre mediare e costruire delle forti relazioni sia con la Reggenza tunisina che con quella algerina. Il pagamento dei tributi (lismi) non era solo un atto di sottomissione fiscale, ma un dispositivo diplomatico che permetteva a una comunità cristiana minoritaria di prosperare ed esistere all’interno del Dar al-Islam. La presenza dei Lomellini non fu, a questo punto, solo di stampo economico, ma riuscì anche a plasmare la struttura antropologica della comunità italofona.

screenshot-2025-04-22-alle-20-08-55L’incessante afflusso di manodopera e di coloni liguri con la realtà socio-politica della Barberia Orientale diede vita ad un forte nonché significativo processo d’ibridazione culturale. Tuttavia, con la presenza della dinastia husaynite, le ripercussioni geopolitiche dei trattati di Utrecht (1713-1714) e il ridimensionamento dei banchi corallini nel 1736, la fertilità delle relazioni con le popolazioni arabe iniziò a scemare. Rifiutando con decisione la presenza di piccoli avamposti stranieri di caratura cristiana, la Reggenza di Tunisi portò avanti un modus operandi politico rivolto ad una rigida territorializzazione. L’attacco del 1741 e la riconquista di Tabarka da parte di Tunisi posero fine a due secoli di gestione ispano-genovese. È proprio a partire da questo spartiacque che si innesca la fase più complessa di diaspora e ridislocazione della comunità tabarchina (Rollandi 2024).

Fino alla metà del Settecento, quest’isola rappresentava un faro culturale e allo stesso tempo un microcosmo straordinario: una vera e propria enclave genovese gestita dalla famiglia Lomellini, nata per lo sfruttamento dei banchi corallini e diventata un perno economico tra la Liguria, la Spagna e la Reggenza di Tunisi. Tabarka non era solo un emporio commerciale, ma un laboratorio umano dove la lingua e le consuetudini liguri convivevano a stretto contatto con la sponda sud del Mediterraneo.

Tuttavia, gli equilibri si spezzano nel 1741 con la presa dell’isola da parte del Bey Abu’l-Hasan Ali I, e culminano nelle drammatiche vicende del sacco di Carloforte del 1798. Questi spartiacque storici, anziché estinguere la comunità tabarchina, danno vita a una complessa diaspora e a un processo di integrazione profonda nell’assetto politico e sociale tunisino. È proprio questa comunità italofona, in bilico tra lo status di dhimmi e ruoli chiave all’interno del sistema beylikale, che si presenta come un prisma nonché mediatore tra il mondo europeo e la Tunisia precoloniale. 

61a9ncyfpel-_ac_uf10001000_ql80_Conclusioni

Lo studio e l’analisi del popolamento e della presenza italofona all’interno della Tunisia beylikale offrono una serie di spunti di riflessioni interessanti, proprio col preciso fine di comprendere ed estrapolare l’essenza ontologica delle reti marittime e transculturali nel Mediterraneo moderno e anche contemporaneo.

Ancor prima del colonialismo puro, avvenuto per mani francesi nel 1881 a seguito della formazione del protettorato francese di Tunisi, tutte le vicende connesse agli insediamenti liguri-tabarchini, livornesi e meridionali mettono in luce la persistenza di una frontiera porosa in cui le dinamiche d’integrazione, servitù, intermediazione mercantile e migrazione politica si sono reciprocamente alimentate e influenzate. Pertanto, la comunità tabarchina non si manifesta e tanto meno si presenta come un’appendice coloniale ante litteram, ma risulta essere un importante ponte di collegamento nonché cerniera e crocevia essenziale nella costruzione delle identità mediterranee.

Gli studi, le riflessioni e le attenzioni su alcune traiettorie biografiche, come il caso della famiglia Lomellini o di alcune personalità rese schiave durante il sacco di Carloforte, molte delle quali riuscirono a scalare le varie posizioni nel sistema socio politico beylikale, riescono a intessere forti connessioni tra la dimensione macro-strutturale della grande geopolitica mediterranea e la micro-storia delle pratiche quotidiane. Queste traiettorie sottolineano il carattere osmotico dello spazio tunisino, all’interno del quale le reti di relazione, le lealtà negoziate e le strategie d’adattamento individuale si presentano come il vero motore della coesistenza e dell’ibridazione culturale.

Lo spazio beylikale tunisino funzionò storicamente come perno e come laboratorio di contaminazione interculturale, dove l’identità non era un dato ascritto e immodificabile, bensì una costruzione relazionale e in continua ridefinizione. 

Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026 
[*] Testo dell’intervento presentato al Convegno di Matabbia, “Convivenze Mediterranee”, Messina 1-3 ottobre 2026
Riferimenti bibliografici 
Álvarez Dopico, C. I., 2017, L’île de Tabarka en 1730. Notes de voyage du père Francisco Ximénez, in H. Amamou & M. Jrad (a cura di), Échanger en Méditerranée. Recueil d’études en hommage à Sadok Boubaker, Tunis, Latrach Edition: 117-143.
Belabdelouahab-Fernini, L., 2019, The exploits of the Barbarossa brothers and the founding of the regency of Algiers: 1516-1533, Msila, Université d’Msila.
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Clancy-Smith, J. A., 2011, Mediterranei. Nord Africa ed Europa nell’era delle migrazioni, c. 1800-1900, Berkeley, University of California Press.
González Cuerva, R., 2020, Infidel friends: Charles V, Mulay Hassan and the theatre of majesty, Palermo, Mediterranea – ricerche storiche.
Hinrichsen, L., 2024, The lost libraries of Tunis: Book culture of Hafsid Ifrīqiya and Arabic manuscripts in Europe after the sack of Tunis (1535), Berlin/Boston, De Gruyter.
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Riggio, A., 1948, Genovesi e Tabarchini in Tunisia settecentesca, Genova, Società Ligure di Storia Patria.
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Verdiani, G., 2018, The Tabarkinian Towns in the Mediterranean Area, ResearchGate.

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Luigi Tortora, è dottorando di ricerca (borsista PNRR, XXXIX ciclo) in Politiche Pubbliche di coesione e convergenza presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università di Napoli “Federico II”. Presso lo stesso Ateneo ha conseguito con lode la Laurea Triennale in Scienze Politiche e la Magistrale in Relazioni Internazionali. Ha inoltre conseguito un Master di II livello alla LUISS School of Law, uno alla Fondazione Italia-USA e uno nel Centro Studi Comunicare per l’Impresa. Già ricercatore del Club Atlantico di Napoli e collaboratore della rivista Opinio Juris, i suoi interessi di ricerca vertono su geopolitica, soft power, storia delle relazioni internazionali e idro-politica, temi presentati a convegni nazionali (Società di Studi Geografici 2025). Nel 2022 ha vinto il premio “Prof. G. Tesauro”. È co-autore del volume La Diplomazia Napoletana nel periodo Pre-Unitario (Giannini, 2022). È autore del saggio Idro-politica nel Corno d’Africa e nello scenario saheliano sulla rivista scientifica Geopolitica (Vol. XIV, n. 2/2025) e per la rivista Opinio Juris, Artico Crocevie di Potenze. La Cina nel Grande Nord, novembre 2025, ISSN 2531-6931. Inoltre è autore di altre pubblicazioni presso le Memorie Geografiche e per la rivista Kosmos di MInter Group S.r.l.

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