
Stalker, carta lenticolare della Sicilia realizzata per la mostra Islam in Sicilia, 2000. Particolare con la sovrapposizione visiva dei toponimi italiani e arabi. Gibellina, Fondazione Orestiadi.
di Giuseppe Mandalà [*]
1. I nomi come carte del tempo
Vorrei cominciare da una carta. È una Sicilia tracciata nel 2000 dal collettivo Stalker per la mostra Islam in Sicilia della Fondazione Orestiadi. Si tratta di una stampa lenticolare: basta spostarsi di pochi passi perché i nomi contemporanei scompaiano e al loro posto affiorino quelli arabi. Favara, Caltanissetta, Gibellina e molti altri centri diventano, sotto i nostri occhi, le forme che li precedettero o dalle quali ebbero origine.
Questa immagine dice già quasi tutto ciò che vorrei sostenere. Il territorio apparentemente rimane immobile; sono i nomi a mutare. Ma, cambiando nome, anche il territorio cambia significato. Una carta non registra soltanto lo spazio: seleziona una memoria, stabilisce quale lingua debba essere visibile, attribuisce autorità a una determinata lettura del passato.

Stalker, carta lenticolare della Sicilia, 2000. Particolare osservato da una diversa angolazione: il mutamento del punto di vista fa affiorare le denominazioni arabe accanto a quelle italiane. Gibellina, Fondazione Orestiadi.
La toponomastica è lo studio dei nomi di luogo, della loro origine, delle forme assunte nel tempo e degli usi che ne fanno le comunità. È una disciplina linguistica, ma non soltanto linguistica. Per comprendere un toponimo bisogna interrogare documenti, carte, paesaggio, viabilità, insediamenti e pronuncia locale. Un nome può sopravvivere alla lingua che lo ha creato e continuare a essere pronunciato per secoli da persone che non ne comprendono più il significato. Proprio allora cominciano le trasformazioni più interessanti: il nome opaco viene adattato, tradotto, spezzato in parole note, talvolta reinventato (sull’etimologia come scienza storica rimando a Baglioni 2016; sulla toponomastica e gli arabismi in Sicilia lo stato della questione è affidato a Caracausi 1983, Pellegrini 1989 e Caracausi 1993).
Per questo raccogliere e disporre i nomi su una carta non è mai un’attività innocente. Significa produrre un’immagine del paese e, in qualche misura, costruire una comunità che possa riconoscersi in quell’immagine. La toponomastica entra così nei processi di nation building: nel nostro caso non soltanto nella costruzione della nazione italiana, ma anche nella più antica e specifica costruzione della Sicilia come soggetto storico (per un inventario completo e dettagliato della cartografia della Sicilia rimando a La Gumina 2015).

Filippo Cluverio, carta della Sicilia antica con toponomastica greca, incisa da Nicolaus Geilkerck, in Sicilia antiqua, Leida, 1619. Universitätsbibliothek Paderborn.
2. Inventare e ritrovare la Sicilia
Molto prima che la toponomastica diventasse una disciplina scientifica, antiquari, storici e geografi avevano compreso che dare un nome ai luoghi significava assegnare alla Sicilia un’origine. Le carte della Sicilia antica, a partire dalla Sicilia antiqua di Filippo Cluverio [Philipp Clüver] nel Seicento, cercavano sotto i centri moderni le città dei Greci e dei Romani (Cluverio 1619). Nel Seicento con Samuel Bochart, e poi ancora nell’Ottocento le grandi costruzioni sulla civiltà fenicia, come quelle di Franz Carl Movers, incoraggiarono la ricerca di etimologie semitiche (Bochart 1646; Movers 1841–1856; per un quadro generale rimando a Bernal 2011).

Filippo Cluverio, carta della Sicilia antica con toponomastica latina, incisa da Nicolaus Geilkerck, in Sicilia antiqua, Leida, 1619. Universitätsbibliothek Paderborn
Alla fine del Settecento, l’impostura araba di Giuseppe Vella (1749–1814) aveva generato non soltanto falsi testi, ma una falsa geografia del passato, capace di contaminare rappresentazioni storiche e cartografiche (Vella 1789–1792) (sulla ricostruzione immaginaria di una Sicilia islamica da parte di Vella si veda Bresc 2010; per un profilo di Vella, da ultimo, Siragusa 2019).
In tutti questi casi la carta serviva a rendere visibile una Sicilia desiderata: classica, fenicia, araba. Il rischio comune era che la somiglianza fra nomi acquistasse valore di prova e che l’etimologia più seducente finisse per sostituirsi alla storia documentata.

Samuel Bochart, Sicilia insula, carta della Sicilia con toponimi latini ed ebraici e un riquadro dedicato a Siracusa, in Geographia sacra, Caen, 1646. Wikimedia Commons
3. Michele Amari: la filologia diventa carta
È con Michele Amari (1806–1889) che lo studio della Sicilia islamica, e con esso quello della sua geografia e dei suoi nomi, cambia radicalmente statuto. Amari non si limita a proporre etimologie: raccoglie le fonti arabe, le confronta con i documenti greci e latini, verifica distanze, itinerari e caratteristiche fisiche dei luoghi. La sua Storia dei Musulmani di Sicilia, pubblicata fra il 1854 e il 1872, e la Biblioteca arabo-sicula, uscita fra il 1857 e il 1887, accompagnata dalla contemporanea traduzione italiana che giunge fino al 1889, l’anno della morte, costruiscono insieme un nuovo archivio della Sicilia medievale.

Siciliae antiquae sub imperio Saracenorum descriptio, carta della Sicilia islamica derivata dalla ricostruzione di Giuseppe Vella, nell’edizione tedesca della sua opera tradotta da Philipp Wilhelm Gottlieb Hausleutner, Geschichte der Araber in Sicilien und Siciliens unter der Herrschaft der Araber, IV, Königsberg, Nicolovius, 1792. Incisione firmata F. Bamberg. Wikimedia Commons.
La Carta comparata della Sicilia moderna con la Sicilia del XII secolo, pubblicata a Parigi nel 1859 con il geografo Auguste-Henri Dufour (1798–1865) sulla base di al-Idrīsī (XII sec.) e di altri autori arabi, è il risultato visivo di questo metodo (per un riesame della Carta comparata si rimanda Dufour – Amari 1859, e all’edizione Amari – Dufour 2004, oltre che a Santagati 2010). Il titolo contiene una parola decisiva: comparata. La Sicilia moderna non cancella quella medievale e la Sicilia di al-Idrīsī non viene immaginata in isolamento; le due geografie sono poste l’una sull’altra. Identificare un toponimo significa far coincidere criticamente un nome trasmesso dai manoscritti con un luogo reale, misurabile e cartografabile.

Auguste-Henri Dufour e Michele Amari, Carte comparée de la Sicile moderne avec la Sicile au XIIe siècle d’après Édrisi et d’autres géographes arabes, Parigi, 1859. Parigi, Bibliothèque nationale de France, riproduzione digitale Gallica.
Questa operazione è scientifica, ma anche civile e politica. Amari, protagonista del Risorgimento siciliano prima e italiano poi, trasforma il periodo musulmano da parentesi estranea in parte costitutiva della storia dell’isola. La filologia araba contribuisce così a una forma di nation building siciliano: restituisce alla Sicilia un passato autonomo, complesso e mediterraneo, che non coincide interamente con la narrazione dinastica di Napoli né con quella della nuova Italia unita.
La carta di Amari è dunque un punto di svolta e può essere letta anche in rapporto alla cartografia dello Stato borbonico. Alle carte dello Stato borbonico, che misurano il territorio per amministrarlo e tassarlo, Amari affianca una carta storica della Sicilia islamica: non soltanto uno spazio da governare, ma un passato da riconoscere e rivendicare. Non si tratta però di una contrapposizione tecnica: Amari si serve anche degli strumenti cartografici prodotti dall’amministrazione borbonica. La distinzione riguarda soprattutto gli scopi e la lettura storica del territorio. Da un lato corregge l’arbitrio erudito attraverso la conoscenza dell’arabo e la critica delle fonti; dall’altro mostra che anche la ricostruzione più rigorosa produce un’immagine storica dell’isola. Ogni identificazione riuscita inserisce un luogo moderno dentro un racconto comune; ogni nome recuperato amplia i confini della memoria siciliana.

Reale Officio Topografico di Napoli, Carta topografica della regione di Palermo, 1849–1852, foglio 5, particolare di Montelepre e Giardinello, scala 1:20.000. Firenze, Istituto Geografico Militare, Cartoteca
4. Dalla carta borbonica alla carta nazionale
Negli stessi decenni un’altra cartografia, di carattere tecnico e amministrativo, stava fissando i nomi del territorio. La Carta topografica della regione di Palermo, levata fra il 1849 e il 1852 dal Reale Officio Topografico di Napoli, registra già, ad esempio, Montelepre, nella forma italiana oggi ufficiale. Questo dato è importante: la trasformazione non nasce dopo il 1860 e non può essere attribuita semplicemente alla burocrazia piemontese (Carta topografica della regione di Palermo 1849–1852; per alcune considerazioni sull’opera rimando a Rombai 2018: 85; Cardamone 2022: 20–21).

Carta manoscritta del territorio di Monreale, con la rappresentazione dei feudi e dei territori confinanti; nel settore settentrionale compare Montelepre. Fondo cartografico Mortillaro di Villarena, riproduzione digitale CRICD
Accanto alla carta topografica va ricordato il Catasto borbonico di Sicilia, dove per inciso compare ancora una volta Montelepre. Fra il 1837 e il 1853 il governo affidò al marchese Vincenzo Mortillaro di Villarena (1806–1888) l’incarico di completare le operazioni catastali e il relativo supporto cartografico. Mortillaro non fu l’autore materiale di tutte le mappe: il fondo che porta il suo nome raccoglie 427 carte — 286 mappe di territori comunali e 138 piante urbane, oltre a tre documenti generali — redatte da architetti, ingegneri, agrimensori e cartografi al servizio dell’amministrazione. È un passaggio decisivo: il nome locale entra nella griglia fiscale dello Stato e la carta catastale, mentre misura proprietà, colture e confini, contribuisce anche a fissare la forma ufficiale dei luoghi (il fondo Mortillaro è pubblicato in Caruso, Nobili 2001, e disponibile on-line grazie alla digitalizzazione promossa dal CRICD diretto da Laura Cappugi; su Mortillaro, arabista, coinvolto in prima persona nella rivolta del “Sette e mezzo”, ed a un certo punto acerrimo e implacabile avversario scientifico di Amari, sebbene con risultati assai modesti…; sul personaggio rimando a Romano 2012).
Dopo l’Unità, gli uffici cartografici degli antichi Stati furono riuniti nell’Ufficio tecnico del Corpo di Stato maggiore, dal quale sarebbe nato l’Istituto Geografico Militare. La direzione era nazionale, ma il patrimonio tecnico era composito: sabaudo, toscano, napoletano. Le campagne di rilevamento, la triangolazione, le tavolette e poi la Carta d’Italia produssero una normalizzazione sempre più capillare. Le forme scelte come ufficiali entrarono nelle carte, nei catasti, nella scuola e nell’amministrazione; le pronunce locali rimasero spesso fuori campo.
La carta rende conoscibile e governabile il territorio, collega i luoghi entro un sistema comune e conserva migliaia di microtoponimi. Ma nello stesso momento li immobilizza in una grafia. Il rapporto fra nome detto e nome scritto, fra voce locale e autorità cartografica, è uno dei problemi centrali della toponomastica.
5. Una comparazione: la Libia coloniale
Un caso più tardo e politicamente assai diverso aiuta a comprendere il funzionamento di questi meccanismi. Riccardo Contini e Luca D’Anna hanno ricostruito il dibattito sulla trascrizione dei toponimi libici durante la colonizzazione italiana, mettendo a confronto Eugenio Griffini (1878–1925) e Carlo Alfonso Nallino (1872–1938). Il problema era apparentemente tecnico: come trasferire nelle carte italiane nomi arabi e berberi? In realtà vi si scontravano filologia, pronuncia locale, esigenze militari, strumenti tipografici e ideologia nazionale (Contini, D’Anna 2020).
Nallino stabilì che la trascrizione italiana dovesse approssimarsi il più possibile alla pronuncia indigena, pur servendosi delle lettere e delle regole ortografiche italiane. Conosceva bene i limiti di questo compromesso e propose di affiancare nelle carte e negli elenchi la grafia araba. Soprattutto vietò ricostruzioni etimologiche, traduzioni e classicizzazioni quando non fossero sostenute dall’uso effettivo. Il nome pronunciato dagli abitanti doveva prevalere sul nome che il filologo avrebbe desiderato trovare.
Nella fase fascista questa cautela sarebbe stata progressivamente insidiata dalla volontà di italianizzare lo spazio e di recuperare una presunta geografia classica, eliminando quella che appariva come una parentesi islamica. E nel caso concreto emerge un problema comune a ogni cartografia statale: nel momento in cui una forma viene selezionata, trascritta e stampata, una variante acquista autorità e le altre diventano marginali.
6. Le parole che costruiscono il paesaggio
La presenza araba nella toponomastica siciliana è riconoscibile anzitutto in alcune parole ricorrenti che classificano il territorio. Qalʿa, qaṣr e ḥiṣn indicano forme diverse di luogo fortificato; raḥl e manzil rinviano a insediamenti, stazioni o proprietà rurali; ǧabal, ṣaḫra, šaraf e raʾs descrivono montagne, rocce, alture e promontori; ʿayn, wādī, fawwāra e qanṭara nominano sorgenti, corsi d’acqua, sorgenti zampillanti e ponti; faḥṣ designa un territorio aperto o una pianura coltivabile.
Questi elementi non costituiscono un semplice catalogo di arabismi. Rivelano il modo in cui lo spazio veniva percepito, organizzato e attraversato. Favara conserva fawwāra, ossia “sorgente zampillante”, Gibellina ǧabal, ovvero “monte”, Alcantara al-qanṭara, parola che rimanda a un “ponte”, Falsomiele faḥṣ al-amīr che è il “campo dell’emiro”. Ma i casi più istruttivi sono quelli nei quali il significato originario è diventato opaco e il nome è stato reinterpretato da una lingua successiva; un fenomeno linguistico, ma anche culturale, che documenta una transizione storica.
7. Mongibello, Conca d’Oro e Monte d’Oro
L’esempio siciliano più noto di un nome che spiega due volte la stessa cosa è Mongibello. Il nome dell’Etna unisce il latino mons, o il romanzo monte, all’arabo ǧabal: due parole che significano entrambe “montagna”. Quando ǧabal non fu più compreso, gli venne premesso il suo equivalente romanzo. La forma latina Mons Gibellus è documentata dal 1136; Mongibello si diffonde dalla seconda metà del XIII secolo. Non si tratta di una curiosità: la tautologia registra il passaggio da una comunità linguistica a un’altra, nel contesto delle trasformazioni linguistiche e insediative dell’area circumetnea, segnate anche dall’arrivo dei lombardi (Mandalà 2017b: 156–157).
Un processo vicino, benché più complesso, potrebbe celarsi in Conca d’Oro. Nel mio studio sulla storia di questo toponimo ho mostrato che la spiegazione corrente mediante il colore degli agrumi è tarda e non basta a renderne conto: la coltivazione estensiva degli agrumi si afferma soltanto fra Sette e Ottocento, mentre Conca aurea è attestata già intorno al 1470. Dietro “d’Oro” ho proposto di riconoscere l’arabo dāra, “spazio aperto circondato dai monti”, oppure dawr / dawra, “cerchio, giro, circuito”, dalla radice d-w-r, “girare”. La forma popolare *conca-dāra o *conca-dawr(a), divenuta opaca, sarebbe stata reinterpretata come Conca d’oru e infine nobilitata nell’umanistico Conca aurea (Mandalà 2017b: 158).

Francesco Lojacono, Palermo e il monte Pellegrino da un terrazzo, 1865–1870 circa, olio su tela, 40,4 × 78 cm, collezione privata.
Il valore topografico è decisivo: la conca palermitana è una piana racchiusa dal giro dei monti. La stessa famiglia lessicale sopravvive probabilmente nell’Addaura, documentata come Daura già nel 1270, con riferimento al giro di Monte Pellegrino. È il paesaggio, ancora una volta, a conservare il significato che la lingua ha dimenticato (Mandalà 2017b:154).
A Palermo a questa possibile trafila etimologica si sarebbe successivamente sovrapposta una diversa spiegazione, che riconduceva l’oro della conca al nome del fiume Oreto. Nel 1630 Francesco Baronio Manfredi (1593–1654) scriveva: «… e più propriamente [si chiama] Conca d’Oro per il suo Oreto, poiché l’Oreto trae il nome dall’oro e riposa placidissimo nel grembo della conca aurea» («… et rectius Concha aurea Oretho suo, cum ex auro Orethus nomen trahat, et in aureae conchae sinu placidissime conquiescat», passo già citato in Mandalà 2017b: 149 n. 68). È una spiegazione erudita che intreccia il nome della piana e quello del fiume, distinta dall’ipotesi linguistica qui discussa. Ma è importante aggiungere che l’immagine dell’oro dell’Oreto risuona ancora nella splendida canzone di Dimartino L’oro del fiume, che apre un album dal titolo abbastanza eloquente: L’improbabile piena dell’Oreto (2026).

12. Palermo, il Genio di piazza del Garraffo, detto Palermu lu Grandi. Particolare della figura coronata con il serpente, collocata entro una nicchia sormontata da una conchiglia. Wikimedia Commons.
A questa elaborazione del paesaggio si associa anche, a un certo punto della sua lunga storia, la lettura fluviale del Genio di Palermo: l’enigmatico personaggio maschile coronato e avvolto dalle spire di un serpente, assiso su, o sormontato da, una conca / conchiglia che rappresenta la piana circostante la città (sulla genesi iconografica si rimanda a Mandalà 2017°: 66–80; Dell’Aira, Purpura 2021).
A Montelepre il confronto diventa sorprendentemente concreto. Il Monte d’Oro che sovrasta l’abitato può essere accostato alla medesima costellazione di forme: non necessariamente un monte “dorato”, un ipotetico mons aureus, ma piuttosto un Monte d’Oro come suggerisce già la carta di Samuel von Schmettau (1719–1720) (Dufour 1995, tavola 9; diversamente Filingeri 2024: 29), ossia un nome nel quale *dawr(a), il “giro” o “circolo”, è stato riascoltato come d’oru. La posizione del monte e la forma del paesaggio offrono un indizio locale prezioso. Prima ancora di affrontare Montelepre, scopriamo così che anche il monte che lo domina potrebbe raccontare una storia di opacizzazione e rinascita semantica.

Samuel von Schmettau, carta della Sicilia, 1719–1720. Particolare dell’area di Montelepre con l’indicazione di Monte d’Oro (ph. Giuseppe Mandalà)
8. Enna: lo stesso nome sotto lingue diverse
Enna offre un caso quasi esemplare di continuità mascherata. Prima di essere Castrogiovanni fu l’antichissima Henna, la città posta al centro dell’isola e consacrata a Cerere, descritta da Cicerone nelle Verrine (In Verrem, II, 4: 106–108). In età bizantina la fortezza poteva essere designata con l’equivalente bizantino di Castrum Hennae (*κάστρον Ἔννας, *kástron Énnas); nelle fonti arabe diventa Qaṣr Yānī o Qasr Yānah (che non deriva direttamente dalla forma greca classica Ἰωάννης, Iōánnēs, ma piuttosto dalla lingua parlata Γιάννης, Giánnis, pronunciato circa Yànnis in forma colloquiale). Qaṣr indica il luogo fortificato, mentre Yānī non va necessariamente inteso come il nome di una persona: conserva, adattandolo alla fonetica araba, l’antico nome Henna (Caracausi 1993, I: 560).
Quando il secondo elemento divenne incomprensibile ai parlanti romanzi, fu interpretato come Giovanni: da qui Castrogiovanni. Dietro un Giovanni che non è mai esistito rimane dunque la Henna di Cicerone. Nel 1927 il governo fascista ripristinò ufficialmente il nome Enna. Anche questo ritorno all’antico è un atto toponomastico e politico: recupera la forma classica, ma rende invisibile nella denominazione ufficiale la lunga mediazione araba e medievale.
9. Caltanissetta: donne reali o donne nate dalle parole?
Caltanissetta contiene il formante arabo qalʿa, “rocca, fortezza”. al-Idrīsī, nel Libro di Ruggero del 1154, registra Qalʿat al-nisāʾ, “la rocca delle donne” (al-Idrīsī, L’Italia descritta, ed. Amari–Schiaparelli, 1883: 49). Già Goffredo Malaterra, narrando gli avvenimenti del 1086, presenta Calatenixet e ne esplicita il significato: quod, nostra lingua interpretatum, resolvitur Castrum foeminarum, «che, tradotto nella nostra lingua, significa “Castello delle donne”» (De rebus gestis, IV, 5, ed. Pontieri, 1927–1928: 88). La lettura “delle donne” era dunque affermata nell’età normanna, ma ciò non dimostra che il nome fosse nato per indicare una presenza femminile (Caracausi 1993, I: 251-252).
Luigi Santagati ha proposto di riconoscervi un precedente nome Nissa o Nyssa, collegato a un insediamento bizantino: Qalʿat Nissa, “la rocca di Nissa”, sarebbe stato reinterpretato come Qalʿat al-nisāʾ, “la rocca delle donne”. Nell’ipotesi dello studioso stratioti bizantini provenienti da Nyssa in Cappadocia, oggi Nevşehir, sarebbero stati incaricati della costruzione del castello di Pietrarossa e del vicino villaggio, corrispondente all’attuale quartiere degli Angeli, dando nome ai luoghi (Santagati 2009; Santagati 2012: 71–73). L’ipotesi va però distinta dalla tradizione erudita che attribuiva alla città un’antica origine sotto il nome di Nissa, sostenendola attraverso testimonianze apocrife; le iscrizioni addotte per provare Nissa e Petilia sono infatti classificate come false nei corpora epigrafici (CIL X, 1068*–1069*; IG XIV, 2*; in merito rimando a Bejor 1985: 276; Pellegrini 1989: 144; Panvini 1990).
La lettura “rocca delle donne” potrebbe dunque nascere da una precedente Nissa, ma è un’ipotesi che attende un’attestazione autentica. E “le donne” evocate sin dal Medioevo potrebbero quindi appartenere alla storia del luogo oppure, molto più probabilmente, alla storia della reinterpretazione del suo nome.

Isola delle Femmine (prov. di Palermo): veduta dall’alto dell’abitato, del promontorio e dell’isolotto con la torre. Wikimedia Commons
10. Isola delle Femmine: da Fimi alle donne
Un caso vicino, particolarmente utile per comprendere la formazione delle etimologie, è Isola delle Femmine. Le leggende hanno immaginato sull’isolotto un carcere femminile o una comunità di donne, dando una spiegazione narrativa al nome attuale. La documentazione medievale conserva però una denominazione diversa: nel 1182 l’isola è ricordata come insula quae dicitur Fimi prope portum Galli, l’isola chiamata Fimi presso il porto di Gallo. Il punto di partenza è dunque Fimi, mentre “Femmine” rappresenta una reinterpretazione del nome attraverso una parola familiare, capace a sua volta di generare racconti sulla storia del luogo.
Il Dizionario onomastico della Sicilia di Girolamo Caracausi riconduce Fimi a Eufemio, il comandante bizantino la cui ribellione precedette la conquista musulmana della Sicilia: si tratterebbe quindi dell’isola di Eufemio (Caracausi 1993, I: 596). L’interpretazione trova un’analogia in Calatafimi, tradizionalmente spiegato attraverso l’arabo qalʿa, “rocca, fortezza”, e l’antroponimo Eufemio: dunque “rocca di Eufemio” (Caracausi 1993, I: 239). L’accostamento offre un confronto toponomastico per la componente Fimi, ma occorre distinguere la spiegazione linguistica del nome dalla sua attribuzione a uno specifico personaggio storico. E anche ammettendo la derivazione di Fimi dall’antroponimo Eufemio, il collegamento con il celebre ribelle richiederebbe una testimonianza che ne chiarisse il rapporto con l’isolotto. La notorietà del personaggio e il parallelo con Calatafimi non costituiscono, da soli, una prova dell’identificazione.
Accanto a questa interpretazione merita di essere riesaminata l’ipotesi di un’origine araba riferita alla conformazione della costa. Gaetano Trovato proponeva già «giazīrah el fum», “isola dell’imboccatura”, mettendo tuttavia il nome in relazione con il seno di Carini, e non con il portus Galli, l’attuale baia di Sferracavallo; affiancava a questa lettura una diversa spiegazione connessa alle granaglie e ai loro mercanti (Trovato 1949: 100–101). Le espressioni riportate da Trovato sono però proposte etimologiche, non denominazioni arabe medievali documentate; il loro interesse consiste nell’avere individuato una possibile motivazione geografica del nome.
Il confronto pertinente è con l’arabo famm, “bocca”, dal quale si può muovere per ipotizzare il significato di apertura o imboccatura di un passaggio. Un parallelo mediterraneo particolarmente vicino è il maltese Fomm ir-Riħ, “bocca del vento”, sulla costa nord-occidentale di Malta. Alla relativa voce, Godfrey Wettinger registra nella carta di Abela del 1647 la grafia Fom.e Rieh e richiama la descrizione «Arenale della bocca di vento». Il riscontro offre sia un uso costiero di fomm, sia una sua resa cartografica con una sola m. Wettinger contempla tuttavia anche una derivazione alternativa da Forn Arrig, «forno o calcara di Arrigo», qualificandola come concepibile ma non documentata: una cautela da conservare nell’impiego del confronto (Wettinger 2000: 128).
Il parallelo maltese rafforza la plausibilità semantica e geografica dell’ipotesi araba, ma non risolve il rapporto fonetico con Fimi. Si potrebbe interrogare il ruolo di fenomeni di anteriorizzazione e innalzamento vocalico, eventualmente riconducibili all’imāla, prospettando una sequenza famm > femm > fimm.
La topografia rende comunque significativa la domanda. L’isolotto fronteggia il canale che lo separa dalla terraferma e il documento del 1182 lo colloca presso il portus Galli: una denominazione riferita alla “bocca” del passaggio o all’imboccatura di un approdo avrebbe dunque una motivazione riconoscibile. Una diversa proposta, avanzata da Francesca Mercadante, mette invece in relazione Fimi con limo / fimo e con l’arabo ṭīn, “argilla”, nel tentativo di chiarire il rapporto con l’approdo denominato marsà al-ṭīn, il “porto dell’argilla” menzionato nelle fonti arabe medievali (Mercadante 2001: 92–104).
Isola delle Femmine permette così di osservare diversi livelli della ricerca toponomastica: una forma medievale attestata, Fimi; la sua interpretazione attraverso l’antroponimo Eufemio, sostenuta dal confronto con Calatafimi; una possibile lettura araba fondata sulla geografia dell’imboccatura; la reinterpretazione paretimologica in “Femmine”, accompagnata da racconti che rendono il nome immediatamente comprensibile. Il confronto con Malta invita a mantenere aperta l’ipotesi araba, ma mancano ancora un’attestazione medievale nella lingua d’origine e forme intermedie siciliane che ne sostengano la trafila. Il compito dello storico è ordinare queste spiegazioni secondo il loro diverso grado di prova, ricostruendo insieme la storia dei nomi e quella dei significati che le comunità hanno attribuito ai luoghi.

Lampedusa, l’Isola dei Conigli e il basso fondale che la separa dall’isola maggiore. Wikimedia Commons.
11. L’isola dei Conigli: un’etimologia troppo bella
Il titolo di questo intervento promette anche dei conigli. Arriviamo dunque a Lampedusa e all’Isola dei Conigli, il cui nome è al centro di una spiegazione molto fortunata (su Lampedusa e la sua storia mediterranea rimando a Fragapane 1993, e soprattutto alla magnifica indagine condotta da Albera 2025). Secondo un racconto largamente diffuso, l’ufficiale di marina, idrografo e astronomo britannico William Henry Smyth (1788–1865) avrebbe registrato nella mappa la denominazione Rabit Island, conservando un arabo rābiṭ, interpretato come “legame, collegamento”: un riferimento alla lingua di sabbia che, in particolari condizioni, collega l’isolotto a Lampedusa. Una seconda b, aggiunta per errore o per assimilazione alla parola inglese rabbit, avrebbe fatto comparire i conigli; la successiva traduzione italiana avrebbe completato la trasformazione («against the cliffs between Cape Ponente and Rabbit Island», Smyth 1824: 287; «contro la scogliera tra Capo Ponente e l’Isola dei Conigli», Smyth 1989: 282).

William Henry Smyth, Plan of the Pelagie Isles. Tavola con le carte di Linosa, Lampedusa e Lampione e una veduta di Linosa da sud-ovest (ph. Giuseppe Mandalà)
La spiegazione ha una forza narrativa evidente: collega la forma del paesaggio a una parola araba e risolve l’apparente incongruenza del nome attraverso un equivoco cartografico. Ma la cronologia delle attestazioni contraddice proprio il passaggio decisivo del racconto. Come ricorda Giuseppe Surico, il Piano dello stato presente dell’Isola di Lampedusa formata da Domenico Melodia sopra le osservazioni fatte dal Sig. Gio Bitta Ghiott, Pilota della Sacra Religione Gerosolomitana, databile al periodo 1775–1797, registra nella legenda «(X) Cala dei Conigli; (E) Scoglio dei Conigli», ma non Rabit (Surico 2020: 44). Anche la relazione di Luigi Imbimbo del 1791 menziona già la «Cala dello Scoglio dei Conigli»: il nome italiano circolava dunque prima dei rilevamenti ottocenteschi di Smyth e non può essere spiegato come una loro successiva traduzione.
Anche le denominazioni inglesi richiedono maggiore attenzione. Nell’analisi di Surico, Smyth distingue l’isolotto maggiore dagli scogli circostanti mediante due espressioni che rimandano entrambe ai conigli: «Sulla mappa di Smith sono riportati, parte in italiano e parte in inglese, i seguenti siti: […] Calata (cioè il Vallone dello Scoglio o Vallone Dragut, già Cala dello Scoglio dei Conigli), Rabbit I. e The Coneys»; e ancora: «Con il termine “The Coneys” (“I Conigli”), sono indicati i piccoli scogli intorno all’isoletta maggiore che Smith chiama “The Rabbit”, “Il Coniglio”» (Surico 2020: 47–48). Alla nota 28 Surico aggiunge una spiegazione etimologica: «Coney è parola inglese che deriva dall’olandese Konjn e significa, per l’appunto, coniglio». Al di là della derivazione proposta nella nota, per il nostro argomento conta soprattutto il significato del termine e la distinzione cartografica fra l’isolotto e gli scogli vicini.

Bernardo Sanvisente, Isola di Lampedusa, 1849. Particolare con le denominazioni «Isoletta Rabit» e «Scogli dei Conigli», dalla carta allegata a L’isola di Lampedusa eretta a colonia dal munificentissimo nostro sovrano Ferdinando II (ph.Giovanni Purpura)
Un’ulteriore testimonianza viene dalla carta Isola di Lampedusa, allegata alla descrizione di Bernardo Sanvisente pubblicata a Napoli dalla Reale Tipografia Militare nel 1849. Qui si leggono le denominazioni «Isoletta Rabit» e «Scogli dei Conigli» (Sanvisente 1849). La grafia Rabit è dunque effettivamente documentata nella cartografia ottocentesca e convive, nel medesimo documento, con il nome italiano riferito agli scogli vicini. La documentazione settecentesca esclude tuttavia che il nome italiano derivi da un fraintendimento dell’inglese di Smyth, mentre la successiva carta di Sanvisente del 1849 aggiunge un passaggio significativo alla storia del toponimo, attesta la compresenza di «Rabit» e «Conigli», ma non dimostra inequivocabilmente che Rabit trascriva una parola araba, potrebbe trattarsi di un cortocircuito basato sulla cartografia precedente. Per comprenderne il valore storico del toponimo occorrerebbe chiarire il rapporto di questa rappresentazione con i precedenti rilevamenti e con le denominazioni già in circolazione. In definitiva resta aperta l’origine più antica della denominazione: il richiamo alla radice araba r-b-ṭ, “legare”, suggerisce un possibile rapporto con la conformazione del luogo, ma manca ancora un’attestazione araba che sostenga inequivocabilmente questa lettura.
Il caso merita comunque di essere raccontato. Mostra quanto facilmente una somiglianza linguistica, sostenuta da un particolare del paesaggio, possa diventare una storia delle origini e acquistare, attraverso la ripetizione, l’apparenza di un fatto. Anche queste spiegazioni hanno una storia culturale: raccontano il desiderio di riconoscere la presenza araba nei nomi della Sicilia. Alla ricerca spetta ricostruire quella presenza attraverso testimonianze databili, distinguendo ciò che i documenti consentono di affermare da ciò che resta soltanto suggestivo.

Montelepre (prov. di Palermo), veduta dell’abitato e del paesaggio montuoso circostante. Wikimedia Commons
12. Montelepre: dalla lepre al punto in cui si svolta
Arriviamo finalmente a Montelepre. La forma italiana sembra perfettamente trasparente: un monte e una lepre. Nel Settecento Vito Amico registra il lemma latino Mons Leporis e aggiunge la forma volgare Mongilepre (Amico 1856: 162). Non sta però necessariamente conservando l’origine del nome: traduce in latino una denominazione che, a quell’altezza cronologica, era ormai compresa come “monte della lepre” (Caracausi 1993, II:1062).
Prima ancora di interrogare il nome di Montelepre, due microtoponimi mostrano quanto profondamente l’arabo abbia organizzato il paesaggio rurale circostante. Il primo è Mazzamartino, che potrebbe celare un Manzil Martīn, il “casale di Martino”. Il secondo è Calcerame che potrebbe celare un Raḥal al-Karrām, attestato nel secondo decennio del Trecento come ad esempio [porta] Rachalcarum (oggi Portella Suvarelli presso Sàgana): al-karrām significa “il vignaiolo” e sembra dunque conservare memoria della coltivazione della vite e della specializzazione agricola del luogo, sebbene non sia da escludere una connessione con il gaito Karrām attestato, forse, per via genealogica in un transunto latino di un originario documento arabo del 1130 («Abū l-Ḥasan ibn al-qā’id Karrām [?] al-Ṣālī [?]»), proprio in connessione con il luogo in questione (Johns 2002: 316, nr. 4; Filingeri 2024: 18).
Il Martino ricordato dal primo toponimo potrebbe essere il potente gaito Martino documentato fra il 1161 e il 1169, uno dei principali eunuchi e saraceni di palazzo della corte normanna. Fu magister camerarius e familiaris regis, ma soprattutto al-shaykh al-qāʾid Martīn ṣāḥib al-dīwān, direttore del dīwān al-taḥqīq: precisamente l’ufficio che amministrava le terre del demanio regio, ne controllava vendite e concessioni e ne stabiliva i confini. Nel 1162 Guglielmo I, lasciando Palermo, gli affidò persino il governo della città. Martino possedeva certamente beni propri: nel 1176 una sua casa nella Kemonia, quando egli era già morto, fu concessa a Santa Maria di Monreale (Johns 2002: 219-222).
Non possediamo ancora un documento che attribuisca espressamente al gaito Martino il Manzil Martīn di Montelepre. La coincidenza resta tuttavia significativa: un’altissima figura della corte palermitana, direttamente responsabile dell’amministrazione fondiaria, potrebbe avere lasciato il proprio nome a un possedimento situato lungo la prima tappa montana a occidente della capitale. La data e il contesto della più antica attestazione del toponimo saranno decisivi per verificare questa proposta; e un eventuale rapporto con il demanio regio dovrà essere ricostruito attraverso la documentazione dei possessi e dei loro trasferimenti.
Per il nome di Montelepre, la documentazione medievale conserva invece la forma Munkilebi. Le carte relative al monastero di Santa Caterina del Cassaro ricordano il casale, le terre e il fondaco di Munkilebi. Il 13 luglio 1329 compaiono le terre di Munkilebi; il 26 agosto dello stesso anno il fundacum Munkilebi; e la forma continua a ricorrere nel Trecento e nel Quattrocento (Sardina 2016: 191–198, in particolare 191–193). Il punto di partenza dell’indagine non deve dunque essere Montelepre, ma Munkilebi, insieme alla pronuncia siciliana Muncilebbru o Muncilebbri.
Propongo quindi un confronto con l’arabo munqalab, dalla radice q-l-b, “voltare, rovesciare, mutare direzione, ritornare”. Munqalab può indicare un ritorno, un esito o un punto nel quale il movimento si inverte, ossia un «lieu où se fait une inversion, un changement» (Kazimirski 1860, II: 797). L’adattamento della qāf araba come velare k è plausibile; anche la b semplice delle forme trecentesche merita attenzione, mentre resta da spiegare compiutamente il vocalismo da -qalab a -kileb-.

Aragona (prov. di Agrigento), Macalube. Particolare di un vulcanello di fango e delle colate circostanti. Wikimedia Commons
Il significato del termine si comprende meglio collocando munqalab nella costellazione lessicale della radice q-l-b, che esprime l’idea del voltare, capovolgere, rovesciare o mutare direzione. È in primo luogo la radice della parola araba per “cuore”, qalb, ma anche di maqlūb, “capovolto”, alla quale sono tradizionalmente ricondotte le Macalube di Aragona, dove la terra sembra rivoltarsi e ribollire (Caracausi 1993, II: 895–896); ed è la radice di inqilāb, “rivolgimento”, termine che nell’arabo moderno indica una rivoluzione o un colpo di Stato. Aggiungerei ancora che il vocabolo munqalab è attestato anche nel linguaggio astronomico: al-munqalab al-ṣayfī e al-munqalab al-šitawī sono i punti solstiziali, nei quali il corso apparente del sole raggiunge un estremo e torna indietro (al-Bīrūnī, Kitāb al-tafhīm, 1934, § 143). Il riscontro rende particolarmente chiaro il valore semantico dell’inversione.
Come è emerso nel corso dell’incontro tenuto a Montelepre, un profondo conoscitore del territorio, Giovanni Filingeri, aveva già intuito una qualche connessione etimologica, pur non arrivando alle presenti conclusioni che sono piuttosto fondate sulla viabilità, la topografia e il paesaggio, come vedremo a breve («A rendere più intricante lo studio etimologico è l’ipotesi che lega parte del toponimo Munchilebi / Munkilebi, alla radice semitica K.L.B., nel significato di “cane”; in realtà, esso potrebbe anche ricondursi al termine arabo Munqualeb “inclinato”, “rovesciato”, “rivoltato”, “invertito”, “messo sottosopra”, forse alludendosi alle rovine dell’impianto urbano [di Monte d’Oro]! Chissà!», Filingeri 2024: 21).
Ma nel nostro caso anche il paesaggio deve essere interrogato meglio. Munkilebi era dotato di un fondaco e occupava un nodo fra Palermo, Carini, Partinico e la costa occidentale. Nel sistema dei collegamenti fra la costa e Palermo, il sito poteva costituire un punto di svolta verso i percorsi montani. Il possibile significato di “punto del volgersi” risulterebbe dunque coerente con la funzione viaria del luogo.
A questo dato si aggiunge una testimonianza locale di grande interesse. La strada che giunge direttamente da Palermo, in prossimità di Montelepre, compie una netta inversione, un vero gomito; il luogo è chiamato Testacursa. Il confronto con altri centri siciliani impone però cautela. Il vocabolario di Antonino Traina definisce testa di la cursa come il «sito d’onde parton i cavalli della corsa» (Traina 1868: 284), e la stessa espressione indica il capo di percorsi equestri a Giarre, Calascibetta e Castellammare del Golfo. Testacursa non può dunque essere presentato semplicemente come traduzione siciliana di munqalab.
Tuttavia c’è un altro elemento da prendere in considerazione; il percorso montano da Palermo, attraverso Bellolampo, Piano dell’Occhio e Torretta, misura circa ventotto-trenta chilometri: una distanza compatibile con una giornata di viaggio, o marḥala, variabile secondo terreno, carico e condizioni del cammino. E Montelepre poteva dunque costituire una tappa del percorso (Amari e Schiaparelli osservano che il «miglio ordinario od arabo» corrisponde in molti casi al miglio romano di 1.481 metri, prossimo a quello siciliano di 1.487 metri, sottolineando tuttavia la variabilità delle misure e il carattere approssimativo della giornata di cammino, al-Idrīsī, L’Italia descritta, ed. Amari–Schiaparelli, 1883: XII e 37–38).
Si potrebbe allora interrogare un eventuale valore viario di Testacursa, inteso come estremità di un tragitto. La memoria locale richiama però le corse equestri, in accordo con il significato registrato da Traina; la pendenza del terreno sembra escludere questa spiegazione.
In definitiva la proposta che avanzo è la seguente: Munkilebi potrebbe riflettere munqalab, “luogo della svolta” o “punto d’inversione”; Muncilebbru ne sarebbe la continuazione locale, mentre Montelepre rappresenterebbe una rimotivazione paretimologica prodotta quando il nome antico non fu più compreso. La lepre sarebbe entrata tardi nella storia del nome.

Stalker, carta lenticolare della Sicilia, 2000. Veduta d’insieme con i toponimi italiani. Gibellina, Fondazione Orestiadi (ph.Giuseppe Mandalà)
13. Conclusione: conservare anche ciò che non comprendiamo
Possiamo ora tornare alla carta di Stalker. La Sicilia non possiede un solo repertorio di nomi, ma molti repertori sovrapposti. Alcuni toponimi descrivono il paesaggio; altri conservano lingue scomparse; altri ancora sono stati adattati o reinterpretati. La vicenda dei “Conigli” di Lampedusa mostra quanto sia necessario controllare la cronologia delle spiegazioni; quella di Munkilebi invita a tenere insieme testimonianze scritte, difficoltà linguistiche e conoscenza del territorio.
Studiare questi nomi non significa attribuire tutto agli arabi né sostituire un mito con un altro. Significa ricostruire, caso per caso, la stratificazione delle voci che hanno nominato la Sicilia. Occorrono filologia, documenti, cartografia e conoscenza dei luoghi; soprattutto occorre rispettare le forme locali, anche quando non sappiamo ancora spiegarle.
Un nome opaco non è un errore da correggere immediatamente. È un documento. Se lo normalizziamo troppo in fretta, se lo traduciamo nella prima parola familiare, rischiamo di perdere l’unica traccia rimasta di una strada, di un insediamento o di una lingua. La toponomastica è importante precisamente per questo: insegna che il paesaggio conserva memoria non soltanto nelle pietre, ma nelle parole con cui continuiamo ad abitarlo.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
[*] Un ringraziamento speciale all’amico Paolo Valentini che mi ha invitato a cimentarmi con la storia di Montelepre, offrendomi l’occasione di esplorare temi e fonti di grande interesse. Ringrazio altresì Francesca Maria Corrao e Giulia D’Oro della Fondazione Orestiadi di Gibellina per avermi favorito nell’accesso all’opera di Stalker, e Giovanni Purpura per la mappa di Sanvisente. Ringrazio inoltre Cristina La Manna e Maria Gabriella Lo Presti, dei Fondi antichi della Biblioteca centrale della Regione Siciliana “Alberto Bombace”, per la costante disponibilità e il prezioso sostegno alle mie ricerche. Una prima versione di questo contributo è stata presentata il 4 settembre 2026 alla Torre Ventimiglia di Montelepre, durante la giornata di studi organizzata nell’ambito del Palio dei Ventimiglia e del primo Torneo nazionale di danza storica e folk Ars Saltandi, manifestazione patrocinata e promossa dall’Assessorato regionale dei Beni culturali e dell’Identità siciliana, guidato da Francesco Scarpinato.
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Giuseppe Mandalà, è professore associato di Storia dei Paesi islamici all’Università degli Studi di Milano, dove insegna Storia culturale del Mediterraneo. Prima di approdare a Milano è stato ricercatore titolare (científico titular) presso il Consejo Superior de Investigaciones Científicas di Madrid. Si occupa di storia culturale e intellettuale del Mediterraneo, con particolare attenzione alla Sicilia, alla trasmissione dei testi e alle relazioni fra mondo arabo-islamico, ebraico e cristiano nel Medioevo e nella prima età moderna. Fra le sue pubblicazioni recenti, Palermo ebraica. Spazio urbano, cultura e società nel medioevo (Roma, Viella, 2024), scritto con Angela Scandaliato.
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