Di come va il mondo. Da un incontro con Giulio Soravia, islamologo

 Giulio Soravia (ph. G. Bianco)

Giulio Soravia (ph. G. Bianco)

di Lella Di Marco

Ho conosciuto per caso Alì ad una di quelle assemblee di territorio organizzate dalle istituzioni, per progetti condivisi, partecipazione democratica, rilevazione dei bisogni del quartiere. Alì studente a scienze politiche a Bologna si è presentato come italiano, figlio di genitori di origine pakistana, non di seconda generazione «perché secondi a nessuno» ovviamente, ma di Nuova Generazione, non disposta a subire come i genitori che hanno scelto di emigrare in Italia e preferiscono tacere. Consapevoli del valore della democrazia, rivendicano di essere “cittadini italiani” a tutti gli effetti, “pretendendo” di partecipare per decidere e contare, consci dei diritti ma anche dei doveri, con la volontà di contribuire a risolvere le contraddizioni, le diseguaglianze, le conflittualità presenti nella società

L’intervento del giovane Alì ha spiazzato un po’ tutti i presenti, soprattutto quando ha posto l’accento sulla cultura di cui i migranti sono portatori, sulla negazione o non considerazione della stessa, sui tentativi ignorati di produrre pensiero nuovo che pure si esprime da parte di gruppi minoritari. Ha messo al centro temi largamente dibattuti nella cronaca politica e nel discorso pubblico: l’Islam, il Corano, gli arabi, i musulmani e gli interrogativi che incalzano: come orientarsi per capire? cosa realmente sta succedendo? Quali coordinate adottare per decifrare il mondo, sempre più disordinato e inintelligibile?

Situazione indubbiamente difficile, ma il giovane “nuovo cittadino italiano” ha posto una questione notevole e quasi del tutto assente dall’agenda dei politici: la mutazione antropologica dei migranti e  l’energia culturalmente “esplosiva” della nuova generazione. Di quei ragazzi e ragazze nati negli stessi ospedali dei nostri figli e nipoti,  di quelli che si incontrano ogni giorno a scuola, nei pub, nei centri sociali o per le strade a bighellonare. Di chi oggi ha 16-20-24 anni, che non rinnega le origini, le radici dei genitori ma non intende rinunciare all’essere italiani. Soprattutto vivere con “determinatezza” l’italianità ed  essere riconosciuti come “pari”.

Al di là della questione politica e sociale, il giovane Alì ha posto l’enorme questione culturale, che – ci ha ricordato  – sta in fondo dentro le prime regole del Corano:   Iqra اقرأ – …studia, ricerca, conosci.

Per noi che, al massimo, abbiamo letto qualche sura del testo sacro, in italiano, la cosa più logica  ed immediata ci è sembrata quella di chiedere “lumi” a Giulio Soravia, italiano-musulmano, studioso di cultura e produzione artistica araba, già docente di Glottologia e Lingua e letteratura araba presso l’Università di Bologna . E tanto altro. Ci siamo avvicinati a lui per discutere di questi temi in una chiave storico-culturale, oltre la mera dimensione religiosa. Lo abbiamo incontrato prima al quartiere Cirenaica, durante una festa etnica di strada e poi nel suo studio al Dipartimento all’Università. Fra i banchetti dei migranti, gli odori di spezie, aromi e street food, con al fianco palestinesi ed egiziani, era proprio a suo agio. Era lì seduto davanti ad una bottega di tabacchi di cui  sua moglie conduce l’attività assieme a lui che ne è con-socio. La cosa è divertente. La Cirenaica è un quartiere popolare costruito in epoca fascista e qui lo conoscono come il “tabaccaio” ma fra i migranti è noto come una sorta di “maestro” cui rivolgersi anche solo per fare due chiacchiere. La strada è il luogo ideale per conoscere, per scoprire l’altro, per “viaggiare”.

ph. G. Bianco.

L’incontro all’Università (ph. G. Bianco)

Ecco, dovessi definire Soravia penso che il termine più completo possa essere “viaggiatore”. Il nostro prof è peren- nemente in viaggio anche stando fermo. Viaggia attraverso le relazioni umane nello spirito delle persone, nei dettagli, nelle voci, nelle lingue dei popoli, nei libri, nei racconti. Nelle narrazioni e nelle storie di vita che ascolta con la curiosità del conoscere quel mondo umano che si nasconde al di là delle pile di libri della sua biblioteca. Sa ascoltare ma va, anche, come un fiume in piena incontro alla gente, felicemente accompagnato dalla passione della comunicazione. Sembra quasi ingenuo quando dice sorpreso di non capire perché viene considerato un autorevole islamista” o il più grande conoscitore di cultura zingara. E sorridendo con ironia aggiunge:« per forza, sono l’unico …». Parla con grande rispetto dei suoi allievi che ritiene anche suoi insegnanti. In un suo recente libro li ringrazia nominandoli tutti. Come dire ? Di lui ci si può innamorare a prima vista. Le chiedo non senza pudore: «ma lei non sarà il classico prof di cui tutte le studentesse si innamorano ?». E mi spiazza confessandomi: «la mia seconda moglie era una studentessa somala che frequentava i miei corsi.».

Dall’incontro con Soravia ho ricavato un taccuino denso di appunti. Provo adesso non senza qualche difficoltà  e approssimazione a riassumerne il pensiero e restituirne in qualche modo la voce. Il fare ricerca e studio di Soravia muove dunque dalla cura delle relazioni umane e si spiega e si dispiega alimentandosi della  curiosità ed empatia per l’Altro, il diverso, lo sconosciuto, nella convinzione che il nuovo ci deve essere e che lo dobbiamo costruire in una continua operazione culturale. Nuova.

Ogni epoca, ogni generazione hanno un nuovo compito, senza cancellare o distruggere il vecchio.  L’Islam non distrugge ma il nuovo va pensato, proiettato in un orizzonte dalle nuove coordinate che ci aiutino a decifrare il senso delle metafore del Libro sacro. In relazione ai tempi e alla naturale mutazione antropologica. Ma questo è oltre lo spirito religioso, perché il problema vero che conferisce senso alle cose che facciamo e diciamo è la ricerca-continua del sapere, per la cui pratica non occorre essere “credenti” o peggio credenti inerti.

La non conoscenza dell’Islam è enorme e non soltanto in Italia. Nonostante da oltre un ventennio ci sia, nel nostro Paese,  interesse nel bene e nel male verso l’Islam, si fatica a capire la differenza tra religione e politica poiché la tradizione sembra negare la separazione tra le due sfere. Esiste, in questo senso, una tradizione molto negativa sui musulmani. E se non si può negare la Storia, oggi bisogna assolutamente ri-leggerla, ri-discuterla e tentare di interpretarla con valutazioni adeguate ai tempi. La tradizione va conosciuta e rispettata ma va anche superata, reintepretata.. Ma si badi, non è l’Islam che va cambiato – cosa impossibile e insensata – ma i musulmani. Occorre che comprendano quali sono i problemi reali interni al loro percorso spirituale ed anche fra i non musulmani. Occorre che favoriscano la maturazione di una nuova coscienza di musulmano in Italia, dal momento che la loro presenza nel nostro Paese è diventata consistente. Alcune decine di migliaia  di uomini e donne chiedono attenzione, rispetto, riconoscimento sociale e civile. Loro sono già a “casa loro” e non possono essere invitati a ritornare al loro Paese.

2È anche tristemente vero il senso comune che afferma “i peggiori nemici dei musulmani sono se stessi”. I musulmani in Europa che  hanno studiato al loro Paese durante il colonialismo hanno interiorizzato l’idea di sè – come razza inferiore – e come tale soffrono di un complesso di inferiorità che a volte gestiscono male, mentre il musulmano europeo sente un’inferiorità come “musulmano non vero del tutto” , un musulmano dimezzato, dimidiato in quanto cresciuto e socializzato in una cultura diversa. Su questo bisogna lavorare per evitare false consapevolezze ed eventuali conflitti

Nel Corano non si parla di contrapposizione tra religione e scienza e l’essere un italiano musulmano non significa astenersi dal citare o apprezzare Dante o Freud,  Darwin o Jung o Nitzsche. Assistiamo, ormai da anni, a crimini orribili compiuti “in nome dell’Islam”. L’analisi è molto complessa… ma non impossibile , ma ciascuno deve fare la sua parte. Oltre a pensare con la propria testa occorre conoscere. Dice il detto del Profeta: «chi è sulla via della conoscenza è sulla via di Dio».

Occorre pertanto rivedere la scuola, l’istruzione parcellizzata, la cultura settorializzata, la divisione ottocentesca e gesuitica tra discipline umane e discipline scientifiche. La scienza è un linguaggio universale su cui i popoli possono incontrarsi per costruire la pace. Divisiva è la tecnologia utilitaristica che mira al solo profitto. Il vero sapere indispensabile per costruire la Pace è anche espressione di una pace interiore ma non è definibile in sé compiuto, non è mai certezza. È invece dubbio, provocazione, ricerca, voglia di continuare…

La vera scommessa per i migranti musulmani è la costruzione di una identità nuova, che senza rinnegare l’Islam tradizionale acquisti una connotazione diversa a seconda dei Paesi dove si è sviluppato. Da secoli esiste un Islam persiano, un Islam turco, uno indiano, etc. Nessuno ha rinunciato alla propria lingua, alla propria cultura e nemmeno a tradizioni profane. Nessuno può pensare di essere in possesso del vero Islam, dal momento che esistono in teoria e vivono in pratica Islam diversi.

3Il problema dei musulmani immigrati sta proprio in questo; non riuscire ad attraversare la cosidetta modernità, crogiolarsi dentro una tradizione che mentre dà forse sicurezza e si rifiuta di accogliere elementi di innovazione, di assorbire abitudini mentali e comportamentali del Paese ospitante, validi anche sul piano dei diritti, dei doveri e delle libertà democratiche.

Sul fascino che esercitano la cultura e il modo di vivere occidentale si giocano le vite delle “seconde generazioni”: vivere l’autoghettizzazione oppure mettersi in gioco nella trasformazione pur senza accettare la cieca e passiva assimilazione.

La politica oggi e ancora per molti anni dovrà misurarsi su questa sfida, una scommessa culturale che eviti da un lato di strumentalizzare l’Europa cattolica e dall’altro di rappresentare un Islam antidemocratico e oscurantista. La ricerca del vero non conosce scorciatoie. Le semplificazioni portano a verità parziali ma spesso producono ambiguità ed equivoci nella conoscenza, per non dire clamorosi e rovinosi errori. Senza un approfondito esame dei luoghi, del carattere dei popoli presso i quali l’Islam si è diffuso, della loro lingua, di tutte le lingue  non ci può essere conoscenza e non si capiscono le differenze che fanno pensare ad un Islam con sfaccettature diverse. E poi gli errori che si commettono anche in Italia, a partire dalla tendenza ad associare l’Islam agli arabi. Equivoci dovuti a non conoscenza ma in molti casi anche per deficienze di natura linguistica, per la non corretta traduzione del lessico arabo. In Persia ad esempio, Paese islamico, non sembrano accettare tranquillamente l’essere considerati arabi. Come gli Egiziani, del resto, che non si ritengono arabi.

Il problema è complesso ma merita una riflessione. È in parte retaggio della politica coloniale che l’ha alimentato per evitare una ribellione provocata dalla compattazione anticoloniale dei popoli islamici assoggettati. Il problema è addirittura precedente e riguarda il conflitto antico tra Islam cittadino e i nomadi. Sembra un problema d’altri tempi ma è molto vicino all’attualità. Se vogliamo leggere la questione in chiave antropologica, la parola arabi-(Al Arab ) viene usata non per indicare i cittadini o i contadini stanziali, ma i nomadi, i beduini, così in Egitto soltanto i nomadi del deserto possono vantare l’appellativo di – arabi (àrab). Siamo davanti ad un paradosso (letterario e ideologico) basato sul riconoscimento della superiorità del beduino in quanto presunto portatore di “virtù intatte”, pur trascurando la sua scarsa ortodossia religiosa. È questo soltanto un esempio di come le identità islamiche siano intrecciate in modo complesso e ambiguo. Su questo si innestano questioni grossissime a cominciare dalla fine della seconda guerra mondiale, come il conflitto israelo-palestinese e le vicende petrolifere seguite dalla migrazione dai Paesi arabi e islamici verso l’Europa .

E qui la faccenda si complica a proposito della ricerca di identità dei figli e delle figlie dei migranti, che spesso tendono a “fondersi “ con i coetanei locali o abbracciano un processo di radicalizzazione. Non possiamo inoltre, non tener conto dei nuovi “convertiti” all’Islam e dei conflitti nel mondo arabo, con i Paesi che si propongono come Paesi guida , o leader per tutta la Umma, come l’Arabia Saudita o l’Iran,  e, ancora più lacerante e dolorosa, la contraddizione evidente fra tradizione e modernità..

n-4Soravia ritiene che tutte le culture abbiano pari dignità, che ognuna di esse in modi diversi esprime il bisogno dell’uomo di rendere migliore la vita, sommando natura a cultura, tenendo tuttavia presente che non sempre la “culturalizzazione” migliora l’esistente. Soprattutto perché le risposte sono parziali e in quanto tali determinano le divisioni, le gerarchie, le superiorità pur rimanendo inchiodati e sconfessati nella relatività della conoscenza.

Soravia ha piena consapevolezza delle difficoltà implicite nel percorso di ricerca per l’abitudine “culturalmente connaturata” ad usare categorie occidentali, come la storicizzazione dei percorsi di pensiero,  i paradigmi della scienza, le parcellizzazioni dell’arte. Categorie e metodologie profondamente diverse da quelle adottate dall’Islam, tanto da fargli apparire due mondi e due realtà perfino incomunicabili tra di loro.

Nessuno è esente da pregiudizi, una volta per tutte occorre convincersene, come del resto l’ignoranza è patrimonio comune. Non c’è bisogno di fare riferimento a Socrate per averne coscienza. Come del resto l’essere preda di sentimenti negativi; non basta negarli, spesso peggiorando la situazione, come si tende a fare ormai da decenni. Può sembrare ovvio il ragionamento che se la paura nasce dall’ignoto, dalla non conoscenza, basta indagarne le cause per contrastarla. Anche la ricerca ha dei limiti qualitativi e quantitativi: può arrivare anche al dominio assoluto della ragione con la pretesa di aver trovato la via ad una unica verità. Ma lo scientismo è altro dalla scienza, è la sua escrescenza, la sua patologia politica.

Cosa fare allora? Soravia, che tra l’altro ci ha confidato che ha scelto l’Islam, perché ci si trova bene e può spaziare in un’ampia possibilità di speculazioni, senza essere ingabbiato dall’ideologia, ci esorta a studiare, musulmani e non, un celebre passo di al-Ghazali (Al-mùnqìdh, 1969, testo in arabo e francese):

«… la sete di comprendere le cose era per me abitudine e pratica fin dalla mia prima giovinezza, per un istinto una disposizione da Dio posti nella mia natura, non per scelta e artificio da parte mia, la conseguenza fu che, all’avvicinarsi della adolescenza mi si sciolsero i legami della cieca soggezione alle idee altrui e mi si infransero le credenze ereditate, avendo notato che i fanciulli cristiani non avevano modo di crescere che nel cristianesimo, i fanciulli ebrei nel giudaismo, i fanciulli musulmani nell’Islam, e avendo sentito la tradizione riferita all’inviato di Dio  “ogni uomo nasce nella religione naturale e sono i genitori che fanno di lui un ebreo, un cristiano,un mazdeo”. Il mio animo si mosse a ricercare quale fosse in realtà e la religione naturale originaria e la credenza sopravvenuta in seguito alla cieca obbedienza ai genitori e ai maestri. La distinzione fra questi conformismi come del resto il loro inizio, avviene per suggerimento ed è proprio nel separare il vero dal falso che nascono le differenze . Dissi dentro di me:  “ciò che debbo ricercare è soltanto la scienza della verità delle cose … ogni scienza che non dà sicurezza non è scienza certa”…»

Del resto la stessa scienza è soggetta a revisioni,  a successivi, reiterati e sperimentati gradi di verità destinati a trasformare la nostra stessa vita. Basti pensare all’influenza che la fisica moderna ha avuto su quasi tutti gli aspetti della esistenza umana, è diventata la base della società e insieme alla scienza applicata ha determinato, nel bene e nel male, le condizioni di vita nel pianeta. Ha condizionato influenze sulla cultura e sulla concezione dell’Universo e sul rapporto che l’essere umano ha con esso.

Ma sulle ricerche scientifiche dell’Occidente pesa un inquietante sospetto che la visione del mondo sia soggetta a continue falsificazioni … Ricordo personalmente come, a cominciare dal 68, tale riflessione sia stata tema centrale nella produzione del pensiero “nuovo” per contrastare il cosiddetto “sistema”, quando, dietro la spinta di lotte sociali forti e del movimento di studenti, operai, intellettuali, artisti sulla scorta di una metodologia di analisi materialista-marxista, si sosteneva che nessuna pedagogia è “innocente” e che “la scienza non è neutra”, in quanto punto di vista del “sistema-potere” finalizzato ad accumulare plus-valore. Le classi come definizione sociologica sono scomparse, l’accumulazione capitalista no. Ma ci rimane la certezza dell’incertezza ontologica della scienza, della permanente impermanenza della conoscenza  e della perenne e drammatica divisione del mondo in ricchi e poveri. Così va il mondo, dice Giulio Soravia.

Dialoghi Mediterranei, n.26, luglio 2017

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Lella Di Marco, laureata in filosofia all’Università di Palermo, emigrata a Bologna dove vive, per insegnare nella scuola secondaria. Da sempre attiva nel movimento degli insegnanti, è fra le fondatrici delle riviste Eco-Ecole e dell’associazione “Scholefuturo”. Si occupa di problemi legati all’immigrazione, ai diritti umani, all’ambiente, al genere. È fra le fondatrici dell’associazione Annassim.
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3 risposte a Di come va il mondo. Da un incontro con Giulio Soravia, islamologo

  1. Alessandra Lazzari scrive:

    Leggere Lella Di Marco è sempre fonte di arricchimento e piacere. Scanzonata e irriverente, indipendente e colta, ogni volta “mi! aggiunge qualcosa.
    Spesso mi stupisco della sua incrollabile apertura nei confronti del diverso – contro i luoghi comuni, i fatti stessi, o la loro apparenza. La sua lettura non è mai acrimoniosa e scontata.
    Sull’Islam dice molte cose che condivido – anche se io sono, lo riconosco, molto più infastidita e insofferente di ogni <>: islam, cattolicesimo, comunismo, vegan-ismo, vaccin- o non/vaccim-ismo…. ecc. ecc. Tutte FEDI accecanti e che scarico senza quasi più soffermarmici. Ma Lella Di Marco no: lei indaga, scava, cambia punto di osservazione, ascolta, introietta…. e se ne esce con analisi lucidissime e mai scontate. e – il che non guasta – piacevolissime da leggere. Grande levatura.
    Grazie del contributo – anche questa volta mi ha arricchito e fatto crescere.

  2. Dony scrive:

    Grazie a Lella Di Marco per i suoi scritti sempre illuminanti ed emozionanti. Si io mi emozione quando la leggo. Il suo modo di scrivere è un elogio alla lingua Italiana. Grazie Lella. Mi piacerebbe approfondire i vari argomenti trattati in maniera così tanto nteressante

  3. Giulio Soravia scrive:

    Non credevo di essere riuscito a dire tante cose, ma il merito ovviamente è di Lella Di Marco.
    Mia moglie tiene a rettificare che è somala, non etiope.

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