L’esigenza di esplorare e conoscere, nell’immediato secondo dopoguerra, le ragioni meno evidenti del carattere nazionale e la necessità convinta di proporre un’analisi a tutto tondo della situazione sociale animarono l’impegno di una buona parte degli intellettuali italiani. Ne sono testimonianza i lavori cinematografici di matrice neorealista, la ripresa di istanze narrative di denuncia sociale, il valore analitico accordato all’inchiesta sul campo, la rappresentazione della vita popolare promossa dalle arti figurative, l’avvio di imprese editoriali con propositi di intervento diretto e l’infaticabile riflessione militante, talora aspra e accesa, depositata su riviste e periodici. Fenomeni di varia qualità e natura che, pur incontrandosi spesso con motivi personalistici di elaborazione poetica e con ragioni prossime alla dimensione territoriale dell’agire, descrivono una realtà culturale quasi interamente protesa alla scoperta del Paese concreto [1].
Indagare a fondo tutti questi fenomeni può servire per rimettere sul tavolo un ordine di riflessione della cosiddetta “questione meridionale” che l’attuale contesto culturale e politico pare aver accantonato.
Mapping the History of Subaltern Literature in Southern Italy è il titolo del progetto di ricerca da cui origina il libro Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi, curato da Marco Gatto, Bernardo De Luca e Fabio Moliterni, con un reportage fotografico di Lorenzo Pallini, edito di recente da Carocci. Il primo risultato ottenuto è l’inizio di una cartografia possibile di quelle scritture letterarie capaci di rappresentare l’assai vario universo delle classi sociali subalterne dal 1945 a oggi. Il secondo è l’aver riconsiderato, attraverso l’interrogazione di testi non canonici, aspetti e punti problematici della “questione meridionale”.
Scegliendo di indagare la categoria della “subalternità” e rifacendosi all’interpretazione delle classi sociali subalterne che Gramsci ha proposto ne I quaderni dal carcere, le modalità di indagine sono state indirizzate verso una lettura politica delle forme e delle relazioni egemoniche (guardando in questo caso al lavoro di Ernesto de Martino) rispecchiate dagli artefatti letterari e culturali. Antonio Gramsci ha sviluppato un nuovo concetto di classi o gruppi sociali subalterni, utilizzato per caratterizzare tutti quei gruppi sociali che sono soggetti a forme di comando e di direzione politica e sociale imposte da altre classi, dominanti o dirigenti. Convertito al singolare, il concetto di “subalterno” è una di quelle nozioni originariamente gramsciane, che ha goduto grande successo a livello internazionale, soprattutto negli ultimi anni. Esso ha dato origine a un intero campo di ricerca accademica – i Subaltern Studies – affermando Gramsci come uno dei suoi “padri-teorici” più significativi.
In Italia, la discussione sul concetto di classi subalterne e sulle categorie a esso connesse, in particolare quella di “popolare”, iniziò alla fine degli anni Quaranta e nei primi anni Cinquanta, coinvolgendo tra gli altri proprio De Martino [2].
La divisione permeabile tra élite e subalternità talvolta permette ai singoli di attraversare e persino dominare queste identità, sollevando così la questione della coscienza di classe; questa divisione permeabile permette la mobilità tra realtà socioeconomiche disparate, e crea nuovi modi di immaginare il nostro pianeta e le sue reti di connessione sempre più aggrinzite. Purtroppo, non si può però dire che tale mobilità sia arrivata a coinvolgere i gruppi subalterni studiati, la cui deprecabile esclusione dalle reti critiche della comunicazione contemporanea è resa visibile soltanto da un iniquo accesso all’istruzione, alle tecnologie informatiche avanzate, agli spostamenti e via discorrendo [3].
Anche per questo un lavoro di ricerca e indagine, come quello che ha preceduto e prodotto il testo curato da Gatto, De Luca e Moliterni deve essere ben accolto maggiormente laddove riporta in evidenza problematiche e ambivalenze sociali strutturali mai realmente sanate. Lo stesso Gramsci scriveva che, per una élite sociale, gli elementi dei gruppi subalterni hanno qualcosa di barbarico o patologico, e che l’intellettuale concede loro dignità di culture specifiche nella loro unicità, rischiando però una forma di relativismo. Nessuna cultura può presumere di essere la premessa necessaria, universale di ogni modo di pensare e agire [4].
Non si tratta di risolvere la problematica für ewig (per sempre), bensì di operare in una tensione storica, dialettica, ovvero in quello che Gramsci definiva il “con-sentire” allo scopo di raggiungere la “catarsi di civiltà moderna” che segni il momento dell’unità avvenuta tra intellettuale e popolo, tra osservatore e osservato. Anche se, a ben vedere, la catarsi aveva anche un altro scopo: riunificare le ambizioni dei gruppi subalterni, la cui storia è, per forza di cose, disgregata ed episodica, in forza comune e quindi egemone. Se così la subalternità contadina del meridione domandava il “con-senso” dell’avanguardia intellettuale torinese, al contempo quello stesso Meridione mercato di vendita semicoloniale andava ripensato anche in relazione ad altri contesti coloniali e semicoloniali come India e Africa [5].
Nel libro Per un atlante della letteratura meridionale viene effettuata una ripartizione in regioni utile a individuare confini apparentemente invalicabili, dal momento che temi, contenuti, problemi di ordine storico-teorico hanno attraversato, senza distinzioni di sorta, tutte le regioni rappresentate, isole incluse. Per cui gli autori operano l’analisi della rappresentazione delle classi sociali subalterne nella letteratura del meridione distinguendo tra: Abruzzo, Basilicata, Calabria, Campania, Puglia, Sardegna, Sicilia.
Le masse, irrompendo nella storia, portano con sé le loro abitudini culturali, il loro modo di contrapporsi al mondo, la loro ingenua fede millenaristica e il loro mitologismo. Persino certi atteggiamenti magici. A questo timore, che è in fondo un sintomo dell’insicura egemonia delle classi dominanti, bisogna opporre un’avvertita e riformatrice storicizzazione del mondo popolare e subalterno, capace di indirizzare queste nuove energie culturali in senso progressivo. Ovvero, si rende necessario lo sviluppo di una resistenza in grado di ostacolare quel processo che, anni addietro, aveva permesso alla ferocia nazista di assorbire l’arcaico, convertendolo in elemento ideologico portante e costitutivo di una mistica tribale della razza e del sangue [6].
Si chiedeva, Ernesto de Martino, se la vita culturale delle classi subalterne è soltanto arretratezza e superstizione oppure se ha dei prodotti validi e accettabili, soprattutto nella sfera delle manifestazioni artistiche e letterarie [7]. Due elementi dialettici che il discorso demartiniano prova a tenere insieme: da un lato, l’immagine del folklore come cultura non sofisticata e non criticamente elaborata; dall’altro, l’immagine del folklore come risposta umana, sul piano culturale, a un conflitto determinato. Sottomissione e attivismo, insomma, stretti in una relazione complessa e contraddittoria, che permetteva tuttavia di sottolineare l’elemento elaborativo e di interpretarlo in chiave politica, aprendo così, almeno per De Martino, la breve parentesi del “folklore progressivo” [8], entro la quale poteva rientrare anche l’interesse per il dialetto come veicolo di forme letterarie [9].
Le rapide trasformazioni della società italiana tra anni Cinquanta e Sessanta concorrono a sdoganare l’immagine di repentino cambio di rotta nell’interesse degli intellettuali per le classi sociali subalterne. Gli autori sottolineano che, se è evidente che lo sguardo si rivolge altrove, ad esempio in direzione della realtà operaia settentrionale, e quindi verso il nuovo nesso “industria-letteratura”, e si diffonde la sensazione, complice il fallimento della riforma agraria, di una sostanziale scomparsa della cosiddetta civiltà contadina sotto i colpi inferti dalla modernizzazione, è anche vero che una certa tradizione intellettuale capace di pensare gramscianamente la questione meridionale come questione italiana riesce a cogliere in modo unitario, all’inizio degli anni Sessanta, i nessi che legano la metamorfosi capitalistica del Paese e le nuove forme di sfruttamento delle classi sociali sottomesse.
L’ipotesi da verificare del testo è che il prolungamento di un interesse analitico e politico per gli strati sociali subalterni si attua con più efficacia quando non si accetta passivamente il dogma culturale della “mutazione” (spesso letta nei termini di una rottura tra passato e presente), vale a dire che i risultati migliori si ottengono quando la trasformazione in atto continua a essere letta come storia di conflitti. E da questi conflitti l’immaginazione sociologica trae, nella crisi del passaggio d’epoca, nuove figure sociali della subalternità, contribuendo a generare problemi di categorizzazione: dal subalterno al marginale, fino a giungere al ribelle. Più la sociologia o le scritture di confine che la rappresentazione letteraria “tradizionale”, in dati periodi storici, sono riuscite a cogliere la transizione in atto.
Il conflitto, nelle società del passato come anche in quella del presente, non deve essere visto solo come una frattura o una deviazione dell’ordine sociale. Esso si configura come una dimensione costitutiva delle relazioni umane, capace di produrre crisi ma anche trasformazione, rinegoziazione e nuove possibilità di convivenza [10].
Nelle inchieste dei positivisti (da Giovanni Verga a Luigi Capuana) il subalterno è un “vinto” caratterizzato da una rassegnazione fatalista, una sottomissione alle leggi della natura e della fiumana del progresso. Dal secondo dopoguerra e con il neorealismo il subalterno vive una transizione che lo porta a prendere consapevolezza dei propri diritti attraverso le lotte per la terra (si vedano per esempio le opere di Carlo Levi, Rocco Scotellaro, Ernesto de Martino). Dal finire del Novecento il subalterno diventa un ribelle, un marginale che rifiuta le narrazioni egemoniche del consumismo e dello sviluppo. La sua protesta si sposta dalle campagne ai margini urbani, alle ecomafie e allo sfruttamento globale (si pensi alle opere di Leonardo Sciascia, Vittorio Bodini, Alessandro Leogrande, Nicola Lagioia).
Il vero zoccolo duro da scalfire, quando ci si approccia a un’indagine conoscitiva/esplorativa della cultura italiana, come anche della letteratura, è la rappresentazione geografica simbolica di un divario incolmabile tra Nord e Sud. Nella fattispecie nella dicotomia sviluppo/arretratezza, industria/agricoltura. L’identità, come è noto, si forgia in un’interazione con un altro, in un gioco di rimandi continui. Ci si dipinge come l’interlocutore ci vuole vedere o ci si rappresenta per contrapposizione. Quando il rapporto è asimmetrico, sarà il più forte a dettare i valori con cui confrontarsi. È la dinamica che ha governato la relazione fra i nord e i sud del mondo. In Italia, la dicotomia nord-sud si è giocata all’interno della comunità nazionale, una “comunità immaginata” perfettamente dicotomica che si è formata nel processo di nation building [11]. Come nelle metafore coloniali, il Nord figura negli scritti del tempo come un dottore che deve guarire un paziente ammalato, incapace di prendere decisioni da solo [12].
E così, se a partire dagli anni Settanta si è assistito a una “estensione planetaria” della questione meridionale gramsciana [13], in anni più recenti si è iniziato a osservare anche il movimento inverso: la riflessione gramsciana, arricchita delle sue ramificazioni e riletture sorte nell’ambito del Sud globale, è tornata a interessare il Meridione. E il libro di Gatto, De Luca e Moliterno rientra a pieno titolo in questo filone di studi. È Spivak a sottolineare come il termine subalterno, che originariamente per Gramsci indicava il proletariato, muta il suo significato proprio in relazione alla questione meridionale: esso diventa un soggetto completamente escluso dai circuiti della rappresentazione e del potere globale [14].
D’altra parte, tornare a interrogarsi sull’Unità d’Italia, sulla questione meridionale e sul sud Italia in una prospettiva postcoloniale non significa necessariamente sposare le tesi revisioniste del colonialismo interno, per quanto sia lo stesso Gramsci, in un certo senso, ad autorizzarle, assimilando il Meridione d’Italia e le isole a “colonie di sfruttamento” [15]. Rileggere l’unificazione con lenti postcoloniali o subalterne significa riconoscere l’asimmetria che l’ha caratterizzata, analizzare la dialettica identitaria e culturale messa in campo nel processo di fondazione nazionale, indagare la pressione discorsiva esercitata dalla nascente nazione sui suoi confini, la “violenza epistemica” perpetrata dal centro sulla periferia nello sforzo di autodeterminarsi e autoconservarsi [16].
Del resto, a partire dagli anni Novanta, si è assistito a una quasi totale scomparsa dei meridionalisti, sostituiti dai sudisti, ovvero dai difensori del Mezzogiorno così com’è [17]. Sul piano politico-economico, a rivelarsi costitutiva è la tendenza a valorizzare le autonomie territoriali, a costruire una sorta di “Sud diffuso”, in larga parte coincidente con esperienze estetico-turistiche che favoriscono un esasperato localismo. Per cui, come evidenziato dai curatori nel testo, ritorna il tema dell’esotismo, ma in una chiave spettacolare e consumistica che trova il suo risvolto nella dismissione dell’antica lettura nazionale e nell’estenuarsi di una concezione autonomistica e decentralizzata.
Se è vero che la questione meridionale – ossia un discorso collettivo capace di coinvolgere più matrici culturali e più indirizzi disciplinari, alla ricerca di un quadro unitario – è entrata in crisi a partire dagli anni Settanta, è altrettanto vero che a questo collasso si è data una risposta culturale, estetica e persino “poetica”, non certo politica.
Dal campionario di testi ed esperienze che il libro raccoglie e ambisce a cartografare emerge una possibile e ventura lettura teorico-politica che assegna alla critica delle rappresentazioni letterarie non solo il compito di verificare, ed eventualmente stabilire, i termini del conflitto, ma anche la funzione di convertirsi in critica delle relazioni egemoniche, ossia dei nessi materialisticamente determinati che legano le ideologie dominanti e quelle dominate.
Completano il volume Per un atlante della letteratura meridionale le fotografie di Lorenzo Pallini, immagini che ritraggono luoghi e individui storici, iconici e suggestivi del Meridione. Il cinema, che nel corso del Novecento ha condensato in immagini i tratti dell’italianità, ha colto anche le differenze tra Nord e Sud. Ma lo ha fatto, il più delle volte, riflettendo o addirittura enfatizzando stereotipi regionali. Ciò è accaduto anche nella vastissima produzione di documentari [18]. Le immagini di Pallino sono senza confronti, nel senso che regalano l’immagine originale del Sud rappresentato non rispetto a bensì per quello che è.
Dialoghi Mediterranei, n. 82, novembre 2026
Note
[1] M. Gatto, La rappresentazione letteraria delle classi sociali subalterne in Italia dal 1945 a oggi, in M. Gatto, B. De Luca, F. Moliterni (a cura di), Per un atlante della letteratura meridionale. Temi, luoghi e rappresentazioni della subalternità dal secondo dopoguerra a oggi, Carocci, Roma, 2026.
[2] P.D. Thomas, Cosa rimane dei subalterni alla luce dello “Stato integrale”?, in International Gramsci Journal, n. 4 (Seconda Serie), Giugno 2015.
[3] C. Larkosh-Lenotti, Gramsci, l’interferenza epistemica e le possibilità di sib-alternità, in ECHO – Rivista Interdisciplinare di Comunicazione, 2, 2020.
[4] A. Gramsci, Quaderni dal carcere Einaudi, Torino, 2014.
[5] R. Dainotto, Tre Sud di Ernesto de Martino, in narrativa – nuova serie 39 | 2017 Nuove Frontiere del Sud.
[6] E. De Martino, Intorno a una storia del mondo popolare subalterno, in Società, V, 3, 1949.
[7] E. De Martino, Gramsci e il folklore, in Il Calendario del Popolo, 8, 1952.
[8] E. Imbriani (a cura di), Ernesto de Martino e il folklore, Atti del convegno (Matera Galatina, 24-25 giugno 2019), Progedit, Bari, 2020.
[9] E. De Martino, Nuie simme ‘a mamma d’a bellezza, in Il Calendario del popolo, 8, 1952.
[10] G. Accardo, F. Bertuzzi, T. Latini, A. Levy, G. Mazzanti (a cura di), Conflitto e trasformazioni sociali. La dimensione generativa delle dinamiche del mondo contemporaneo, Carocci, Roma, 2026.
[11] G. Gribaudi, Nord e Sud: una geografia simbolica, in Contemporanea, Vol. 13, No. 1 (gennaio 2010).
[12] N. Moe, Un paradiso abitato da diavoli. Identità nazionale e immagini del Mezzogiorno, L’ancora del mediterraneo, Napoli, 2004.
[13] I. Chambers, Esercizi di potere: Gramsci, Said e il postcoloniale, Meltemi, Sesto san Giovanni (Milano), 2006.
[14] G.C. Spivak, Interview with Leon De Kock, in Ariel: A Review of International English Literature, 23 (3), 1992.
[15] A. Gramsci, L’ordine nuovo 1919-1920, Einaudi, Torino, 1987.
[16] M.V. Dominioni, L’altra Italia. Per una lettura subalterna del Meridione di Grazia Deledda, in From the European South 3 (2018).
[17] I. Sales, Leghisti e sudisti, Laterza, Bari, 1993.
[18] M. Palmieri, Le due Italie. Il Sud come periferia nel documentario italiano, in C. Uva, S. Parigi, V. Zagarrio (a cura di), Cinema e identità italiana, RomaTre Press, Roma, 2019.
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Irma Galgano, laureata in Lettere, indirizzo geografico-antropologico, è docente per le classi di concorso A012, A018, A019, A021, A022, A054. Formatore e Supervisore EIPASS, docente esperto nei percorsi di orientamento e formazione per il potenziamento delle competenze STEM, digitali e innovazione, docente L2 – Insegnante di italiano per stranieri, collabora con varie riviste.
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