CIP
di Gloria Di Miceli
Il vero lusso in questi tempi di guerra/ È avere una casetta con un pezzo di terra/ Un orto e una vigna di Guarnaccino/ Due calci ad un pallone ed un bicchiere di vino/ Quante volte ho sentito parlar di campagna/ Alla gente che vive in città/ E che loda la vita bucolica/ Però in campagna, poi, mica ci sta. [Dario Brunori, La Ghigliottina, 2024 ]
C’è una Sicilia che negli ultimi anni si è fatta spazio sui social e appare attraverso una grammatica ormai riconoscibile, fatta di paesi assolati, balconi, anziani seduti davanti alle case, tavole apparecchiate con tovaglie a quadri che si muovono al vento, campagne silenziose abitate da api laboriose, amache, gesti quotidiani ripetuti lentamente. È la Sicilia della vita lenta, costruita per opposizione alla velocità urbana e diventata, insieme, immaginario turistico e linguaggio digitale. Una terra che sembra offrire a chi arriva da turista la possibilità di sospendere il tempo, di vivere una dimensione altra rispetto alla razionalità e alla tristezza del Nord, come scrive Vito Teti in Maledetto Sud, un’isola felice scampata alla modernità.
In questo quadro che viene fuori dalle immagini e dai video che scorrono su Instagram soprattutto d’estate, nessuno lavora, o almeno nessuno sembra farlo davvero. Il pescatore toglie lentamente i pesci dalla sua rete, uno a uno; la nonna rugosa stende il pomodoro per fare l’astrattu per i nipoti; il giovane isolano gira in Vespa appena dopo l’alba in una zona di mare. Chissà di che vive, chissà di che vivono.
Come evidenziato dalla economista e attivista meridionalista Claudia Fauzia, in relazione all’analisi del tormentone estivo Al Mio Paese [1], che tratteggia un quadro abbastanza in linea con quanto appena delineato, questa tipologia di discorso produce un effetto di senso problematico, in cui il Meridione viene ridotto al «posto dell’immobilismo, del non lavoro, della pausa tra una vita e l’altra». L’uso stesso del termine paese, sottolinea Fauzia, nella canzone agisce come un dispositivo che appiattisce la complessità di un territorio frastagliato, enorme e disomogeneo, confermando un’idea rurale e premoderna comoda da esportare e che rischia di cancellare la presenza di chi in quel Sud vive e lavora tutto l’anno.
Il problema, quindi, non è stabilire se queste immagini siano vere o false, se corrispondano alla realtà o a una sua rappresentazione orientata. Ovviamente. Il problema è comprendere che cosa lasciano fuori campo, è sapere che lasciano tanto altro fuori campo.
Dietro una Sicilia che riposa, che dilata il tempo, che vive di non si capisce bene cosa, esiste una Sicilia che, incredibilmente, lavora, produce caos, persino rifiuti, vive oltre i colori desaturati di certe immagini o troppo saturati di altre, fatica a immaginarsi nel lungo periodo, arranca. Dietro il paesaggio da contemplare esiste un territorio da mantenere, da preservare dagli incendi e da abbeverare durante le estati sempre più difficili; dietro la lentezza trasformata in valore estetico esistono economie fragili, servizi che non riescono a servire, lavoro agricolo mortificato dalle logiche del mercato, assenza di infrastrutture, rischio imprenditoriale, paesi disabitati e giovani in fuga che, una volta andati via, non riescono talvolta neppure a tornare per le vacanze estive.
È precisamente dentro questa distanza tra rappresentazione di una Sicilia onirica e pratica quotidiana dell’abitare che si collocano le vicende di alcuni piccoli produttori di vino siciliani, che hanno scelto di costruire — o ricostruire — la propria traiettoria professionale in luoghi dai quali, per generazioni, si è stati abituati a partire.
Nelle loro storie, restare non ha significato necessariamente non essere mai andati via. Anzi, quasi sempre è vero il contrario. Sono partiti, hanno studiato altrove, si sono formati e hanno osservato la propria terra da una distanza nuova, per poi decidere di tornare. Il movimento viene prima della permanenza. E proprio questa apparente contraddizione permette di leggere le loro esperienze nei termini non di un ripiegamento nostalgico verso la campagna, ma come una scelta intenzionale che investe insieme biografia, lavoro, memoria familiare e impegno nel territorio. La restanza, nel senso elaborato da Teti, indica un restare attivo, fondato sulla cura dei luoghi e sulla possibilità di renderli ancora abitabili. Guardate da questa prospettiva, le esperienze di questi produttori raccontano non solo un nuovo modo di fare vino. Raccontano un modo di costruire la propria presenza nella loro terra.
Il contesto vitivinicolo in cui queste esperienze prendono forma è, del resto, attraversato da trasformazioni profonde. La Sicilia è una delle principali regioni vitivinicole italiane, seconda per superficie vitata e prima per superficie coltivata in biologico [2] e produzione di vino biologico [3]. La sua storia recente è passata dalle grandi produzioni destinate ai vini da taglio alla progressiva ricerca di un’identità qualitativa e territoriale, fino all’affermazione contemporanea dell’Etna come polo enologico di rilevanza internazionale, quella isola nell’isola che il discorso sul vino ha trasformato anche nella “Borgogna del Mediterraneo” [4]. Parallelamente alla valorizzazione commerciale e istituzionale di alcuni territori di pregio, si è sviluppata una sensibilità minoritaria e critica che eredita molte istanze del movimento del vino naturale.
Definire oggi cosa sia il vino naturale appare più complesso di quanto si pensi. Michele A. Fino, saggista e docente all’Università di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, definisce questa produzione “anarchica” nel suo libro Non me la bevo (2024). Più che una categoria formalmente codificata, con vino naturale si indica un insieme di pratiche e soprattutto una postura produttiva fondata sulla riduzione degli interventi in cantina, sulle fermentazioni spontanee, sull’uso di lieviti indigeni, sul rifiuto di correzioni percepite come invasive, sull’attenzione alla biodiversità e alla storia del territorio e sull’accettazione della variabilità delle annate. Il senso di questa produzione si costruisce discorsivamente spesso per sottrazione: senza fertilizzanti chimici di sintesi, senza lieviti aggiunti, senza filtrazioni, senza chiarifiche. Viene fuori anche una nuova figura del produttore: il vignaiolo non si presenta più come il tecnico che domina e corregge la materia, ma come qualcuno che la accompagna, la osserva, se ne prende cura. Non è un caso che nelle parole degli stessi produttori ricorrano figure come quella del “custode” o della “levatrice” che si prende cura delle uve.
È dentro questo alveo che le loro biografie individuali assumono un significato più ampio. Sull’Etna, le vicende di Gloria Di Paola e Nerina Cardile sono, da questo punto di vista, particolarmente significative. Gloria Di Paola gestisce alcuni ettari di vigneto fra Trecastagni, Milo e Lavinaio, una pluralità geografica e affettiva sintetizzata già nel nome del suo progetto, Tre.Mi.La Etna Wine. La vigna era presente nella sua vita prima ancora di diventare un mestiere. Dopo gli studi in architettura, un’esperienza come guida naturalistica e un periodo di studio trascorso in Francia, Di Paola matura la decisione di trasformare il patrimonio agricolo familiare in un progetto produttivo. È proprio l’esperienza fuori dalla Sicilia, e in particolare l’incontro con una cultura nella quale il vino è percepito come parte della quotidianità sociale, a contribuire alla ridefinizione del rapporto con ciò che aveva già a casa.
Il ritorno, in questo caso, riguarda il mutamento dello sguardo su qualcosa che era sempre stato lì. Non è la scoperta di qualcosa di nuovo. Di Paola vinifica in un piccolo ambiente assimilabile a un garage, controllando personalmente le diverse fasi della produzione e lavorando su quantità ridotte. Ma il rapporto con il territorio non si esaurisce nell’origine geografica delle uve. La presenza di alberi da frutto all’interno dei vigneti, l’attenzione alla biodiversità e la gestione prevalentemente manuale raccontano una vigna pensata come sistema complesso, non semplicemente come superficie produttiva.
Anche la scelta di non commercializzare uno dei suoi vini, E-migrante, sotto la denominazione Etna DOC [5] assume in questa prospettiva un valore significativo. Il vino non rientrava nei parametri previsti dal disciplinare, racconta Di Paola nel docu-film A Muntagna [6], e così, invece di modificarlo attraverso interventi in cantina per renderlo conforme, Di Paola ha preferito mantenerne le caratteristiche e commercializzarlo come IGT [7]. Non si tratta soltanto di una scelta di natura enologica, ma di una rivendicazione di autonomia rispetto a un sistema normativo percepito come incapace, in alcuni casi, di accogliere la complessità della produzione e del territorio [8].
A pochi chilometri di distanza, a Solicchiata, nel territorio di Castiglione di Sicilia, la storia di Nerina Cardile parte invece da una separazione più netta. Dopo un percorso professionale come psicologa tra Milano e Padova, Cardile sceglie di tornare sull’Etna. Nel documentario A Muntagna racconta gli anni lontani dalla Sicilia attraverso un senso costante di inquietudine e descrive il vulcano come un luogo dotato di un’“energia felice”. Tornare nel suo caso significa imparare un nuovo mestiere in un luogo già intimamente conosciuto. Cardile svolge un periodo di apprendistato in una piccola realtà vinicola e in seguito avvia una propria produzione sui terreni affidatile dal padre. La vigna diventa così lo spazio concreto nel quale la nuova traiettoria professionale incontra una storia familiare precedente: le vigne di Contrada Piano dei Daini, una vigna centenaria allevata ad alberello, un piccolo palmento costruito dal nonno prima della Seconda guerra mondiale.
Il passato non viene semplicemente conservato. Viene selezionato, reinterpretato e reso operativo nel presente. La produzione di Cardile è molto contenuta e segue pratiche di minimo intervento. Anche lei assume una posizione critica nei confronti del disciplinare produttivo della DOC Etna, considerato limitante. Nella sua lettura, l’esclusione di alcune aree e varietà dalle possibilità previste dal disciplinare rischia di favorire l’estirpazione delle vigne più vecchie e, con esse, di una parte della biodiversità e della memoria viticola locale. Anche il nome di uno dei suoi vini, Terremoto, lega direttamente produzione e biografia: era il soprannome con cui il padre la chiamava da bambina. Nel retro-etichetta la dedica della bottiglia al padre prende in prestito le parole del maestro Guccini: «sentirai che tuo padre ti è uguale, lo vedrai un po’ folle, un po’ saggio nello spendere, sempre ugualmente la paura e il coraggio di dire: io ho sempre tentato». Il vino diventa in questo modo sia espressione di un luogo, ma anche oggetto attraverso il quale una relazione familiare viene riscritta dentro una nuova pratica professionale [9].
Le storie di Di Paola e Cardile permettono già di intravedere una caratteristica comune poi a molte di queste esperienze: l’eredità non coincide con la ripetizione e neppure con l’immobilismo. Le vigne dei genitori e dei nonni, i palmenti, le pratiche agricole non vengono recuperati, ma rivalorizzati attraverso competenze nuove, sensibilità e sguardi maturati anche altrove.
Spostandoci, come un drone fotografico, dall’Etna al resto della Sicilia, questa dinamica ritorna nella vicenda di Clara Vitaggio, a Marsala.Vitaggio è enologa e ricercatrice presso l’Università di Palermo. Anche il suo percorso passa da un’esperienza lontano dalla Sicilia, in Borgogna, che contribuisce a maturare uno sguardo critico sulla produzione vinicola e sulla relazione tra competenza tecnica e sensibilità contadina. Il ritorno a Marsala assume così la forma di un progetto contemporaneo che si innesta, ancora una volta, su uno spazio familiare: la sua piccola cantina è ricavata all’interno di un vecchio magazzino di famiglia anticamente utilizzato per produrre vino; sotto di esso, una cava di tufo accompagna la maturazione del prodotto.
Qui la continuità con il passato convive con la precisione scientifica. Vitaggio infatti non abbandona la propria formazione tecnica per “tornare alla natura” come racconta: prova piuttosto a far convivere le due dimensioni. Il suo lavoro accademico sul recupero dei vitigni reliquia siciliani ne costituisce una delle basi teoriche. Anche le sue etichette, dedicate ai componenti della famiglia, inscrivono il vino dentro una rete di relazioni che precede la nascita dell’azienda e che viene portata nel presente [10].
Una vicenda per certi versi simile è quella di Calogero Caruana. Trasferitosi a Pisa con l’intenzione iniziale di studiare ingegneria, Caruana racconta di essersi imbattuto quasi per caso nella facoltà di Agraria, entrando così nel mondo della viticoltura e dell’enologia. Gli anni trascorsi in Toscana sono decisivi per la costruzione di quella che lui stesso definisce una propria «coscienza agricola ed enologica». Ma questa nuova competenza finisce per riportarlo verso un patrimonio già presente nella storia familiare, ovvero quello del nonno contadino. Il ritorno in Sicilia diventa allora un processo di recupero non soltanto di una terra, ma di un’appartenenza che viene ricostruita professionalmente.
Oggi, nei pressi di Torre Salsa, in provincia di Agrigento, Caruana gestisce un’azienda agricola biologica nella quale vigneti, uliveti e macchia mediterranea convivono in un sistema integrato. La produzione rimane contenuta perché, come emerge dal suo stesso racconto, la scala ridotta consente di mantenere una relazione personale con la vigna e con la cantina.
Anche il linguaggio attraverso cui descrive il proprio lavoro è significativo. I suoi sono vini «senza maschere» e il produttore si rappresenta come una «levatrice», qualcuno che non crea, ma accompagna un processo già in atto.
Nel suo Vino Rosso, ottenuto dalla co-fermentazione di Nero d’Avola e Inzolia, Caruana recupera una consuetudine delle campagne siciliane: quella di produrre vini generici, non necessariamente identificati attraverso un nome, utilizzando insieme uve bianche e rosse. In questa operazione il passato contadino viene ancora una volta ricostruito nel presente. Non si tratta di una riproduzione inconsapevole e rituale di un’abitudine tramandata, ma di una pratica selezionata, nominata e valorizzata da chi ha messo in campo le sue competenze [11].
A Vittoria, nel ragusano, la vicenda di Carmelo Cappello introduce una variante importante. Il ritorno, qui, non è propriamente geografico. È piuttosto un ritorno professionale che accompagna una scelta etica. Cappello racconta infatti di aver lavorato per circa vent’anni nell’agricoltura intensiva, un sistema del quale oggi critica le logiche speculative e l’esasperazione tecnologica. Cappello racconta nel suo sito ufficiale la trasformazione del suo lavoro attraverso un lessico quasi terapeutico: la terra e la vite diventano una possibilità di riabilitazione da una condizione precedente, mentre il produttore stesso passa dal ruolo di sfruttatore a quello di «custode della terra». Anche in questo caso la svolta biografica riattiva una memoria familiare: il nonno era vignaiolo e Cappello si presenta oggi in ideale continuità con quel mestiere.
Dal 2016 produce vino nel proprio garage di Vittoria, in quantità limitate, lavorando su vitigni siciliani come Frappato e Nero d’Avola e recuperando anche alcune antiche varietà reliquia. Attraverso la ricerca in vecchi vigneti coltivati da anziani contadini del territorio, Cappello ha recuperato diverse varietà minori per riprendere la tradizione della “Linguata”, una striscia di terreno nella quale varietà diverse, a bacca bianca e rossa, venivano coltivate e poi vinificate insieme.
Il suo progetto tiene insieme due universi apparentemente lontani: da un lato la memoria contadina siciliana, dall’altro l’interesse per il modello francese del vin de garage, resa visibile anche nell’impiego di piccole botti francesi e nell’estetica minimale delle sue etichette. Qui il locale si costruisce nel confronto con ciò che viene da fuori e nella presa in prestito di pratiche vinicole di altre aree geografiche [12].
Se la vicenda di Cappello esplicita formalmente il legame con il modello del vin de garage francese, tutti gli altri produttori siciliani esaminati condividono questa stessa anima e postura garagista, legata cioè a una filosofia della micro-produzione e a una gestione minuziosa, artigianale e personalissima di superfici vitate estremamente limitate sorta in Francia, nella regione del Libournais, Bordeaux, tra gli anni 80 e 90 [13]. Anche se non tutti utilizzano esplicitamente questa etichetta, la loro pratica quotidiana risponde alle medesime logiche di micro-produzione e artigianalità radicale. Infatti, per tutta questa nuova generazione di vignaioli, la dimensione del garage smette di essere un semplice limite logistico e diventa uno spazio simbolico di resistenza, rivendicato per difendere la propria autonomia produttiva ed etica contro le logiche standardizzate del mercato convenzionale.
Uno degli aspetti più interessanti delle storie di questi produttori riguarda il fatto che nessuno di loro sembra incarnare davvero quell’idea di Sicilia immobile e autosufficiente sulla quale si fonda tanta parte dell’immaginario cartolinesco contemporaneo. Le loro biografie sono fatte, al contrario, di partenze, spostamenti, incontri, mescolanze e rapporti non solo col resto d’Italia ma anche d’Europa. È attraverso queste traiettorie che il luogo d’origine viene riguardato, reinterpretato e infine scelto per restare e avviare il proprio progetto produttivo. Restare non significa ancorarsi.
E tornare non significa cancellare ciò che è avvenuto durante l’assenza. Le esperienze esterne vengono riportate in Sicilia e utilizzate per produrre qualcosa di nuovo.
Padri e nonni ritornano continuamente nelle narrazioni di questi produttori, ma non sotto forma di generica nostalgia per “come si faceva una volta”: ritornano materialmente, attraverso appezzamenti affidati ai figli, palmenti ancora presenti nelle vigne, soprannomi d’infanzia che diventano etichette, consuetudini agricole che vengono studiate e riprodotte.
È in questo senso che il vino diventa un dispositivo biografico che permette di ricostruire una continuità con la propria storia familiare, ma anche di modificarla e di collocarla dentro il presente. Ed è qui che la distanza dalla Sicilia da cartolina diventa più evidente. Perché quella rappresentazione racconta soprattutto un territorio disponibile allo sguardo di chi arriva. Le storie di questi produttori raccontano invece un territorio abitato da chi deve occuparsene.
La differenza non è trascurabile. Un paesaggio può essere contemplato; un territorio deve essere mantenuto. Una vigna deve essere potata, vendemmiata, protetta dal troppo caldo o dalla grandine. Un terreno abbandonato cambia. Un vecchio vitigno può scomparire se nessuno se ne cura, se non è funzionale alla produttività del mercato. Un palmento può crollare. Un paese può svuotarsi. Una produzione agricola può non essere economicamente sostenibile. La terra di cui parlano e che lavorano questi vignaioli non è uno sfondo per una vita più autentica: è contemporaneamente materia di lavoro, eredità, rischio, responsabilità e possibilità.
È precisamente in questa frattura tra l’illusione cartolinesca dei social e la fatica quotidiana di un territorio fragile che la «pratica del restare» — o del ritornare — smette di apparire come un ripiego bucolico e assume un carattere esistenziale, etico e politico.
Di Paola, Cardile, Vitaggio e Caruana hanno vissuto, con percorsi diversi, un iniziale allontanamento dalla Sicilia. Nel caso di Cappello, lo spostamento è avvenuto invece all’interno dello stesso mondo agricolo, attraverso il passaggio da un modello intensivo a una diversa idea del rapporto con la terra. In tutte queste vicende, però, qualcosa viene rimesso in discussione: il luogo d’origine, il mestiere ereditato, il significato stesso della produzione agricola. La Sicilia alla quale tornano non è intatta e non è incontaminata. Non è fuori dalla modernità, dal mercato, dalla tecnologia o dalle trasformazioni globali. Al contrario, è attraversata da tutte queste tensioni. Proprio per questo la loro scelta non può essere confusa con il desiderio di rifugiarsi in un mondo precedente, in un passato mitizzato e colonizzato da nonne che cucinano benissimo o pani neri sulle tavole.
Questi produttori non tornano indietro, ma vivono il presente attraverso le loro scelte. Vivono una Sicilia nella quale restare implica assumersi il rischio di immaginare un futuro proprio là dove la partenza ha rappresentato a lungo una delle possibilità più immediate.
In questo senso la produzione di vino non costituisce soltanto l’esito di una scelta imprenditoriale. Ne è una delle forme concrete. Le loro sono pratiche attraverso cui la permanenza acquista materialità. La restanza non è, allora, l’immobilità che l’immaginario turistico attribuisce al Sud, la lentezza insita al Dna di un popolo. È quasi il suo contrario. Presuppone movimento, decisione, conflitto e soprattutto lavoro. Fuori dall’inquadratura della Sicilia che riposa continua quindi a esisterne un’altra che produce, tenta, fatica, sbaglia, ritorna, resta. Una Sicilia meno fotogenica forse, certamente meno pacificata. Ma viva.
Dialoghi Mediterranei, n. 81, settembre 2026
Note
[1] L’articolo di riferimento è il seguente: https://www.ilpost.it/2026/04/14/al-mio-paese-polemiche
[2] Il vino biologico è disciplinato dalla Commissione Europea che nel 2012 adottò un regolamento che definisce la categoria e norma la sua vinificazione.
[3] Si rimanda all’analisi del settore vitivinicolo siciliano dell’IRVO – Regione Siciliana:
https://www.irvos.it/wp-content/uploads/2021/02/Analisi_settore_vitivinicolo_siciliano.pdf (dati aggiornati al
2024).
[4] Definizione attribuita al commerciante di vini Marc De Grazia, come si evince dal seguente articolo:
https://www.lemonde.fr/en/lifestyle/article/2024/08/18/the-eruption-of-etna-wines_6717875_37.html?
[5] Etna DOC è una denominazione di origine controllata, istituita nel 1968, che raggruppa i vini prodotti sull’Etna da uve autoctone quali Nerello Mascalese, Carricante e altre.
[6] “A Muntagna”, è un docu-film autoprodotto da Alessandro Freno e Davide Avanti, a luglio 2024. Si trova online nella piattaforma Patreon.
[7] Per IGT si intende un’Indicazione Geografica Tipica. I disciplinari delle DOC sono più rigorosi rispetto a quelli delle IGT. La normativa italiana ed europea impone infatti alle DOC vincoli più restrittivi su rese per ettaro, aree di produzione, vitigni ammessi e tempi di affinamento, limitando la flessibilità invece caratteristica delle IGT. Quasi tutti i vini dei produttori siciliani menzionati seguono infatti il disciplinare IGT Terre Siciliane.
[8] La ricostruzione della vicenda di Gloria Di Paola è tratta dal suo sito ufficiale https://tremilawine.com e dalla
visione del docu-film “A Muntagna”, autoprodotto da Alessandro Freno e Davide Avanti, a luglio 2024.
[9] La ricostruzione della vicenda di Nerina Cardile è tratta da diversi contributi disponibili online seguendo gli
indirizzi: https://www.rollingwine.com/it/produttori/3456-nerina-cardile.html
https://vinglou.it/vignaioli/nerina-cardile https://www.apetimemagazine.com/etna-vini-nerina-cardile/ https://www.cronachedigusto.it/l-intervista/doc etna-off-10-nerina-cardile-denominazione-si-o-no-ogni-parte-del-vulcano-ha-le-sue-caratteristiche https://qds.it/nerina-cardile-richiamo-etna-vino-come-dialogo-uomo-natura/ e dalla visione del docu-film “AMuntagna”, autoprodotto da Alessandro Freno e Davide Avanti, a luglio 2024.
[10] La ricostruzione della vicenda di Clara Vitaggio è tratta dall’intervista a Cronache di Gusto
https://www.cronachedigusto.it/vino-della-settimana/clara-2024-vitaggio/ e dall’intervista svolta il 20 ottobre
2025, a Palermo dall’autrice di questo articolo.
[11] La ricostruzione della vicenda di Calogero Caruana è tratta dal suo sito ufficiale del produttore
https://www.calogerocaruana.it/vino/ da un’intervista video amatoriale comparsa su YouTube disponibile al seguente indirizzo: https://www.youtube.com/watch?v=Mh3u1xok4D4 e dalla scheda del produttore, pubblicata nel sito https://millesuoli.it
[12] La ricostruzione della vicenda di Carmelo Cappello è tratta esclusivamente dal suo sito ufficiale.
[13] L’analisi del fenomeno del vin de garage, delle sue trasformazioni e delle relative strategie comunicative è stata oggetto di tesi di laurea magistrale dell’autrice di questo articolo.
Riferimenti bibliografici
Alonso González, P. e Parga Dans, E., a cura di, 2025, Uncorked: Negotiating Science and Belief in the Natural Wine Movement, Cham, Springer Cham.
Bardin, G., 2013, Le vin de garage, Bordeaux, Eltys.
Dottori, C., 2012, Non è il vino dell’enologo. Lessico di un vignaiolo che dissente, Roma, DeriveApprodi.
Feiring, A., 2019, Vino naturale per tutti, Bra, Slow Food Editore.
Fino, M. A., 2024, Non me la bevo, Milano, Mondadori.
Mangiapane, F., 2021, “Cinema e politiche del vino”, in Montanari, M., a cura di, Cucina politica. Il linguaggio del cibo fra pratiche sociali e rappresentazioni ideologiche, Roma-Bari, Laterza: 111-128.
Marrone, G., 2011b, Addio alla natura, Torino, Einaudi.
Marrone, G., 2015, “Resistenza naturale”, in Dire la natura, Roma, Aracne: 17-29.
Marrone, G., 2022b, “L’impero del senza”, in Prometeo. Rivista trimestrale di scienze e storia, anno 40, n. 158: 116-119.
Occhipinti, A., 2013, Natural Woman, Roma, Fandango.
Puca, D., 2023, “La materia nel discorso vinicolo: semiotica del terroir Etna DOC”, in E|C. Rivista dell’Associazione Italiana di Studi Semiotici, anno XVII, n. 38, Milano-Udine, Mimesis: 69-85.
Puca, D., 2026, Esperienze enologiche. Attuali prospettive critiche sul vino, Pisa, Edizioni ETS.
Sangiorgi, S., 2014, L’invenzione della gioia. Educarsi al vino, Roma, Porthos Edizioni.
Teti, V., 2013, Maledetto Sud, Torino, Einaudi.
Ventura Bordenca, I., 2022, Food Packaging. Narrazioni semiotiche e branding alimentare, Milano, Franco Angeli.
_____________________________________________________________
Gloria Di Miceli, vive tra Mezzojuso e Palermo. Nel luglio 2026 ha conseguito la Laurea Magistrale in Comunicazione per L’Enogastronomia a Palermo, dopo aver conseguito la triennale in Scienze della Comunicazione per le Culture e le Arti. Da dicembre 2025 è Sommelier. È appassionata di storie legate al cibo e al vino, mettendo al centro il contesto culturale, i territori e soprattutto le persone che ne fanno parte, valorizzando le differenze e le peculiarità.
_____________________________________________________________














