Appunti sull’arte aborigena australiana

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Graffito della penisola di Burrup (ph. Grishin)

di Sasha Grishin

Come tradizione artistica ancora viva, l’arte aborigena australiana può farsi risalire almeno a 40 mila anni fa. Ciò la rende la più antica e persistente cultura figurativa del mondo tant’è che ci sono molte centinaia di migliaia di antiche incisioni e pitture rupestri in Australia che datano a decine di migliaia di anni.

Una delle più importanti e ricche collezioni di antiche incisioni rupestri aborigene si trova sulla penisola Burrup, che fa parte dell’arcipelago Dampier, a circa 1.200 km a nord di Perth, e si affaccia nell’Oceano Indiano al largo della costa di Pilbara dell’Australia occidentale. La penisola Burrup (conosciuta nella lingua locale come Murujuga – che significa “ileo sporgente –) contiene, secondo alcune stime, fino a un milione di antiche incisioni rupestri (immagini incise nella pietra), la maggior parte delle quali risale a circa 40 mila anni a.C. fino a 5 mila a. C, anche se ci sono alcuni esempi più recenti. Se si considera che la primitiva arte dell’antico Egitto, quella del vecchio Regno è datata a circa 5 mila anni, le incisioni di Burrup hanno dai 40 mila a 25 mila anni circa. Si può quindi parlare di una raffinata cultura figurativa attestata in Australia, che precede le pitture rupestri del Paleolitico in Europa, come le grotte di Lascaux, fatte risalire da alcuni studiosi al massimo a 20 mila anni fa.

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Uccelli con uova: incisioni di Burrup (ph. Grishin)

I graffiti di Burrup sono di notevole raffinatezza: una grande incisione per esempio, raffigurante una coppia di uccelli, chiamati “faraone” dagli aborigeni locali, sembra rappresentare un rito di fertilità, essendo  gli uccelli uno maschio e l’altra femmina e quest’ultima con tre uova. Le figure sono incise su una roccia incredibilmente refrattaria, soprattutto vulcanica, fratturata a blocchi e su cui le linee zoomorfe sono state realizzate attraverso contorni che delimitano l’interno puntellato delle forme. Alcune composizioni sono molto complesse, con molti soggetti inclusi in ciascun frammento, come ad esempio nel cosiddetto frammento “uomini che si arrampicano”, che è stato interpretato in modo diverso da vari archeologi e dalle stesse popolazioni aborigene. Mentre per alcuni sembra  rappresentare  uomini che si arrampicano sugli alberi, altri hanno interpretato il significato di questa incisione come una cerimonia basata a terra, forse una documentazione di quadri di sabbia. Se si esamina il volto alla nostra sinistra, la incisione è abbastanza elegante. È un esempio di quello che potrebbe essere definito un “petroglifo negativo”; lo spazio di superficie che è stato lasciato in realtà è impiegato per definire l’immagine. Le due forme circolari, che sono state interpretate come occhi umani, si ritrovano su altre teste arcaiche di corpi presenti nella penisola di Burrup e queste “teste arcaiche”, attraverso varie tecniche di datazione, sono state identificate e datate come di notevole antichità. La tecnica dell’intaglio dei cosiddetti uomini che si arrampicano è molto diversa per i contorni beccati e il riempimento lisciato, secondo la tecnica utilizzata per incidere la faraona.

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Uomini che si arrampicano: incisioni di Burrup (ph. Grishin)

Quando i primi europei sono arrivati in Australia e hanno incontrato esempi di una cultura figurativa avanzata, non potevano ammettere l’idea che questa arte potesse essere creata da una popolazione che era, ai loro occhi, selvaggia e nomade, abitante di un continente quasi del tutto vuoto di presenza umana. Si ipotizzò che alcuni dei più sofisticati esempi di arte aborigena non sarebbero stati opera delle persone che vi abitavano, bensì realizzati e lasciati da parte dei visitatori che lì sono arrivati. Alcune ipotesi ancora più fantasiose hanno suggerito che ci fossero stati esseri extra-terrestri, che bloccati sulla terra sono finiti in Australia, e sarebbero gli autori di queste figure  simboliche che alludono ad uno spazio cosmico, come ad esempio le teste nelle figure Wandjina. In un certo numero di casi famosi, fino al XX secolo, questa arte non è mai stata attribuita agli abitanti indigeni.

Purtroppo, a differenza che in Italia, dove esiste una forte sensibilità nella conservazione del patrimonio culturale, l’Australia è relativamente primitiva sotto questo profilo e il patrimonio culturale della penisola di Burrup, pur essendo un luogo di notevole valore culturale e di bellezza artistica, non è stato proposto dal governo australiano, sia a livello statale che nazionale, per l’inserimento nel registro del Patrimonio mondiale dei beni culturali. All’industria pesante è stato permesso di operare su questo prezioso sito culturale e si stima che siano state già distrutte migliaia di petroglifi: un grosso impianto di gas  e una potente fabbrica di fertilizzanti, gestita dalla società internazionale Yara Pilbara, stanno attualmente producendo piogge acide che cadono sull’area interessata dai graffiti artistici così che ciò che durava da decine di migliaia di anni sta rapidamente per essere distrutto.

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L’artista Bill Whisky Tjapaltjarr al lavoro in Australia centrale (ph. Grishin)

Ad ogni modo, l’Australia è un paese giovane, con una cultura antica. Negli ultimi cinquanta anni si è registrata una esplosione di interesse per l’arte aborigena australiana e quella isolana delle Torres Strait Islander che conta un certo numero di artisti famosi emergenti. I quali fanno arte con materiali moderni, come ad esempio l’uso dell’acrilico su tela, ma si richiamano ad antiche tradizioni. Alcuni di questi artisti, tra cui Rover Thomas, Emily Kngwarreye e Michael Nelson Tjakamarra, sono diventati molto famosi e le loro opere sono valutate centinaia di migliaia di dollari sul mercato internazionale dell’arte. Nonostante questa forte attenzione internazionale sul patrimonio culturale originale dell’Australia, alcuni tra i più antichi e preziosi esempi di arte aborigena continuano ad essere tranquillamente trascurati o attivamente distrutti.

Dialoghi Mediterranei, n.25, maggio 2017
 (traduzione dall’inglese a cura di Antonino Cusumano)

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Alexander (Sasha) Grishin, professore emerito presso l’Australian National University di Canberra, lavora a livello internazionale come storico dell’arte, critico e curatore. Ha studiato nelle università di Melbourne, Londra e Oxford. A più riprese è stato invitato a tenere lezioni presso l’università di  Harvard. Nel 2004 è stato eletto membro dell’Australian Academy of the Humanities. Nel 2005 gli è stato conferito l’Order of Australia per meriti storici ed artistici. Ha pubblicato numerosissime opere e oltre duemila articoli, critiche e saggi in cataloghi su diversi aspetti dell’arte.

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