Agricoltura e immigrazione nel contesto dei nuovi mercati globali

copertina di   Franco Pittau e Antonio Ricci

È infondato dare un’immagine dell’agricoltura come di una realtà arretrata e marginale. Il settore, in verità, sta cambiando come attestano la tipologia delle colture, la diversificazione e le specializzazioni produttive, la meccanizzazione delle operazioni, la strutturazione del lavoro, la capacità di produrre reddito e di inserire forza lavoro immigrata per rispondere alle carenze di manodopera che le famiglie italiane delle aree rurali non riescono più a colmare, anche perché spesso le nuove generazioni preferiscono dedicarsi ad altre attività. La disponibilità dei lavoratori immigrati costituisce un apprezzabile rimedio all’invecchiamento della popolazione rurale e alle relative carenze occupazionali, contribuendo a contenere lo spopolamento delle aree agricole sia in maniera diretta che indiretta, assicurando l’assistenza alle famiglie in qualità di collaboratori domestici.

Anche nei confronti dei Paesi esteri è fondamentale evidenziare e valorizzare l’agricoltura come un’eccellenza del Made in Italy. L’Italia è al primo posto in Europa per prodotti ortofrutticoli, inclusi quelli a qualità certificata (DOP E IGP): 36 milioni di tonnellate (di cui solo 9 per il consumo interno), pari al 26% della produzione europea. È tutto italiano anche il primato nel biologico, con oltre 120mila ettari coltivati.

Ma non mancano i problemi. In questi ultimi anni si è determinato un drammatico calo dei consumi nel mercato interno, con 1.200.000 tonnellate in meno di ortofrutta acquistata tra il 2000 e il 2010. Eppure il comparto dell’ortofrutta nazionale – che vale oltre 12 miliardi di euro l’anno complessivamente, di cui 4 miliardi derivanti dall’esportazione, in misura pari e qualche volta superiore al valore dell’esportazione del vino – include un paniere di eccellenze (pere, mele, kiwi, uva da tavola, meloni, radicchi, pomodoro, patate, carote…) da considerare un patrimonio unico, non solo a livello produttivo ma anche storico e culturale.

foto1Inoltre, negli ultimi cinquanta anni sono notevolmente diminuite le aziende del settore agricolo. Nel 2000 sono state censite 2.611.580 aziende agricole, forestali e zootecniche, con una flessione di 411.764 unità rispetto al censimento del 1990, più accentuata nel Nord, mentre nel Mezzogiorno la diminuzione è stata meno intensa. In particolare, la Puglia è stata l’unica regione italiana a far registrare un pur contenuto aumento nel periodo intercensuario.

Negli anni Duemila sono scomparse mediamente 18mila imprese attive all’anno secondo i dati Movimprese di Unioncamere (flessione media annua del -12,6% e il dato arriva al -18% nell’Italia nord-orientale). Nella quasi totalità dei casi si è trattato di imprese con oltre 2 ettari di superficie SAU (Superficie Agricola Utilizzata) e di ditte individuali, che nel settore agricolo costituiscono il 92% delle imprese attive.

L’elevato numero di ditte individuali è un indicatore dei ritardi strutturali della realtà italiana, in quanto le imprese dispongono in media di 7,6 ettari di SAU contro i 12 della media europea. Le imprese con più di 50 ettari SAU sono appena il 2% in Italia, mentre sono ben il 22% in Germania e il 35% in Francia. Per circa il 70% del totale della produzione sono protagoniste le aziende di minore dimensione che impiegano fino a tre unità di lavoro. Questo frazionamento può trasformarsi in un serio condizionamento negativo se i servizi alla produzione non vengono razionalizzati in modo da sostenere la concorrenza del mercato allargato. Nel frattempo sono andate aumentando le società di capitali, le società di persone e le altre forme giuridiche di società, favorite perché sono a dimensione più ampia, garantiscono una maggiore stabilità dell’occupazione e fanno ampio ricorso ai mezzi meccanici e alle moderne tecniche di conduzione.

foto2La popolazione rurale ha conosciuto una diminuzione molto consistente e ha perso oltre 12 milioni di lavoratori. Nel 1950 l’agricoltura assorbiva il 43,9% degli occupati, nel decennio tra il 1951 e il 1960 la percentuale è scesa al 37,6% e al 24,7% nei dieci anni successivi (1961-1970), quindi al 15,7% nel 1971-1980 e all’8,9% nel 1981-1990. Negli anni 2000 la parabola discendente è continuata e gli addetti all’agricoltura hanno inciso sul totale degli occupati per il 5,3% nel 2000 e per il 4,0% nel 2007, e quindi questa discesa è continuata anche come numero di addetti (al di sotto di 1 milione).

Non mancano, tuttavia, gli aspetti positivi. Al posto delle vecchie generazioni di agricoltori s’insediano persone con un’ottica di pluriattività (agriturismo, attività di trasformazione in azienda, coltura di prodotti tipici), anche al fine di pervenire a una ottimale stabilizzazione dei redditi attraverso la diversificazione. Si riscontra una situazione a carattere dualistico. Nelle regioni settentrionali l’agricoltura risulta modernamente sviluppata a livello aziendale, ben inserita nel mercato, con fatturato e valore aggiunto superiori alla media nazionale: diverse zone, che vanno dalle coste alla pianura padana, hanno conosciuto, negli anni Sessanta e Settanta (e poi grazie anche agli incentivi UE), un processo di modernizzazione tale da presentarsi tra quelle più ricche e competitive anche a livello internazionale. Altre aree, ubicate nel Mezzogiorno (o in zone di montagna), appaiono scarsamente dotate di infrastrutture e di competitività, talvolta anche prossime allo spopolamento.

foto3Il fabbisogno di lavoratori immigrati nell’agricoltura italiana

Il lavoro stagionale, che da tempo è conosciuto come una diffusa forma di lavoro temporaneo, si inquadra pienamente nel più recente concetto di migrazioni circolari. Si tratta, sostanzialmente, di una forma di mobilità che si configura come una triple win situation, che porta cioè benefici al Paese di origine, al Paese di occupazione e al migrante stesso, sulla base del presupposto che sussistano adeguate previsioni di tutela dei suoi diritti e che tali previsioni vengano effettivamente attuate. Sull’idea di migrazioni circolari la Commissione europea sta insistendo a partire dai primi anni del 2000 per rispondere al bisogno di una maggiore flessibilità occupazionale degli Stati membri, pressati dall’accresciuta concorrenza a livello mondiale e dalla crescente delocalizzazione dei processi produttivi e interessati, quindi, ad avere con i Paesi terzi dei partenariati per una mobilità gestita e, nella misura del possibile, temporanea.

L’impiego di immigrati tra i lavoratori stagionali si configura maggiormente come un rimedio alla mancanza di lavoratori locali. Le figure più richieste sono gli operatori agricoli generici e, in misura più ridotta, gli addetti alle coltivazioni orticole e dei vigneti, i vendemmiatori, i potatori e così via. I momenti di punta di lavoro supplementare nei campi si verificano nelle fasi della semina e del raccolto. Ai lavoratori stranieri assunti si richiede competenza nella raccolta manuale dei prodotti, capacità di controllo nella fase di manutenzione, inserimento nelle fasi di confezionamento e trasformazione.

In Italia, in considerazione della durata limitata dei contratti e della loro peculiarità, per i lavoratori stagionali non comunitari le forme di previdenza e assistenza sono limitate all’assicurazione per l’invalidità, la vecchiaia e i superstiti, all’assicurazione contro gli infortuni sul lavoro e le malattie professionali, a quella contro le malattie e all’assicurazione per la maternità. Restano esclusi pertanto gli assegni familiari e l’assicurazione contro la disoccupazione involontaria. A mo’ di sostituzione, il datore è tenuto a versare all’INPS un contributo pari all’importo dei contributi non versati e tali somme sono destinate a promuovere interventi socio-assistenziali a favore dei lavoratori stranieri, come previsto nell’articolo 25 del Testo Unico.

La linea di intervento dell’Unione Europea consiste nel riuscire a massimizzare i vantaggi per l’economia dei Paesi di accoglienza, ma allo stesso tempo di tutelare i diritti dei cittadini dei Paesi terzi attraverso strumenti giuridici affidabili per il reclutamento di manodopera stagionale, fondamentale in settori come l’agricoltura o il turismo, nonché necessario per sconfiggere, anche con l’inasprimento delle sanzioni, il fenomeno dello sfruttamento di manodopera (sfruttamento sessuale,  obbligo di compiere lavori supplementari o di lavorare per lunghe ore, condizioni di lavoro inumane e prive dei requisiti minimi di sicurezza, disparità di salario, sistemazioni alloggiative precarie e igienicamente non accettabili, corvée varie, ecc.), che tanta preoccupazione destano anche in Italia.

foton4(1)L’inserimento dei lavoratori immigrati in Italia, con aggiornamento dei dati al 31 dicembre 2013, è descritto nel Dossier Statistico Immigrazione 2014. Rapporto UNAR, curato da IDOS, dove Romano Magrini della Coldiretti scrive (p. 276): «Nel 2013 l’occupazione agricola rilevabile dalle denunce trimestrali registrate dall’Inps è risultata in crescita rispetto al 2012, sia per numero dei rapporti agricoli (+67.571), sia per giornate di occupazione complessive (+7.795.145). L’incremento dei rapporti di lavoro è stato determinato da una crescita tanto di operai a tempo indeterminato (OTI, +69.951), quanto di operai a tempo determinato (OTD, +2.380). Tuttavia, nelle regioni del Nord e del Centro le giornate di occupazione sono aumentate sia per la componente OTI (+4.798.013) sia per quella OTD (+376.033), mentre nelle regioni del Sud e delle Isole, a fronte di un importante incremento di giornate per gli OTI (+3.719.880), il saldo complessivo risulta ridimensionato per la consistente flessione di giornate relative agli OTD (-1.098.781)». Nel 2013, complessivamente si è trattato di 320.064 lavoratori nati all’estero impiegati in agricoltura (un livello sostanzialmente stabile rispetto al 2012) per un totale di 25.924.402 giornate lavorative (325.953 in più rispetto all’anno precedente), di cui 22.909 a tempo indeterminato, 5.570 stagionali e 291.585 a tempo determinato. È risaputo che l’inserimento degli immigrati in agricoltura riguarda in prevalenza i lavoratori dipendenti, provenienti soprattutto dal Marocco, dall’India, dal Pakistan, dalla Tunisia, dall’Albania.

Da diverse indagini condotte (in particolare dall’INEA) è risultato che oltre il 40% degli immigrati addetti al settore è impiegato nella produzione delle colture arboree e nella raccolta della frutta, il 30% nella raccolta di ortaggi e pomodori, il 14% nell’allevamento di bestiame (specialmente negli allevamenti di bovini da latte), mentre la quota restante opera nell’agriturismo e nella vendita dei prodotti agroalimentari. Il loro impiego è prevalentemente a carattere stagionale, ma l’inserimento si fa più stabile nei contesti in cui sono più sviluppati i comparti zootecnico e florovivaistico. 

foto5Gli immigrati operanti come imprenditori in agricoltura

A livello nazionale, dai dati di Unioncamere aggiornati alla fine del 2013 risulta che le imprese agricole a conduzione immigrata – 14mila quelle a prevalente partecipazione immigrata e 17.000 in tutto quelle partecipate da immigrati, seppure in misura minoritaria rispetto agli autoctoni – fanno capo in larga maggioranza a imprenditori provenienti dai cosiddetti Paesi a sviluppo avanzato. Se prendiamo in considerazione solo le ditte individuali con titolare immigrato (12.520 al 31 dicembre 2013), prevalgono gli svizzeri (2.037 e 16,3% del totale), i tedeschi (1.893 e 15,1%), i francesi (923 e 7,4%), i romeni (800 e 6,4%), i britannici (526 e 4,2%), i tunisini (411 e 3,3%), gli statunitensi (448 e 3,6%), i canadesi (362 e 2,9%), i venezuelani (328 e 2,6%) e i macedoni (302 e 2,4%); con almeno 100 imprenditori, seguono gli olandesi, i polacchi, i serbi, i libici, i cinesi. Tuttavia, al fine di evitare una non corretta interpretazione di questi dati, bisogna tenere conto che, trattandosi di un archivio basato sulla nascita all’estero dei titolari di impresa, molti di questi “stranieri” sono solo nati in un Paese estero, ma sono cittadini italiani rimpatriati dalle principali aree di destinazione dell’emigrazione italiana dei decenni passati. Quanto alla distribuzione sul territorio nazionale, gli imprenditori agricoli nati all’estero non seguono la ripartizione caratteristica della generalità degli imprenditori immigrati e, ad esempio, mostrano una netta preferenza per la Toscana.

Disaggregando i dati di Unioncamere, la CIA ha posto in evidenza che sono circa 7mila le imprese agricole condotte da migranti non comunitari, aumentate del 40% nel corso dell’ultimo decennio. A gestirle sono soprattutto tunisini, marocchini, albanesi, montenegrini, macedoni e serbi. È fondamentale distinguere tra gli imprenditori che vengono dall’estero appositamente per investire in un’attività agricola e gli immigrati già residenti in Italia che passano dal lavoro dipendente a quello autonomo. Al momento, la prima categoria è quella più numerosa, mentre la seconda è quella più promettente per quanto riguarda le future prospettive. La vocazione agricola di questi nuovi protagonisti è differenziata e si occupano, oltre che delle attività tradizionali, di agriturismo, trasformazione dei prodotti, agribenessere, agriasilo, recupero di antiche varietà di prodotti, fattorie didattiche, valorizzazione di prodotti tipici, adozione di piante e animali online e tante altre attività innovative. Sulle caratteristiche degli imprenditori agricoli immigrati l’INEA e la Fondazione Moressa hanno reso nota nel 2013 i risultati di una indagine basata su 532 questionari. (http://www.pianetapsr.it/flex/cm/pages/ServeBLOB.php/L/IT/IDPagina/1066). 

foto 6Alcune conclusioni operative

Considerata l’ampiezza assunta dall’inserimento degli immigrati nel settore, sia come lavoratori dipendenti che come imprenditori, è indispensabile valorizzare questa presenza. In effetti, il lavoro degli immigrati in agricoltura, correttamente impostato, si propone come fattore aggregante, in grado di favorire miglioramenti per quanto riguarda il trattamento degli addetti al settore e la produzione stessa, e quindi di essere di supporto alle strategie di promozione dei prodotti agricoli italiani, senza trovare a priori delle incompatibilità tra i due impegni. In particolare, in applicazione di queste aperture si richiedono approfondimenti specifici della normativa che regola l’inserimento degli immigrati come coltivatori diretti o titolari di cooperative agricole, tenuto conto che è scarsa la conoscenza delle disposizioni in vigore e delle modalità da seguire per la loro applicazione agli immigrati. Questa impostazione deriva da una equilibrata riflessione sui destinatari dei benefici derivanti dall’immigrazione, che riguardano non solo gli immigrati inseriti nel settore, ma anche i rispettivi Paesi e le loro economie. I lavoratori, purtroppo, sono spesso vittime di sfruttamento, e innanzi tutto va eliminata questa stortura che caratterizza negativamente le campagne italiane. Oltre tutto, il rispetto dei diritti va considerato un incentivo alla resa qualitativa e al miglioramento professionale dei lavoratori, con conseguente vantaggio per gli stessi imprenditori.

Per quanto riguarda i Paesi di origine è diffusa la convinzione che gli immigrati, a complemento dell’aiuto prestato attraverso l’invio delle rimesse,  possano mettere a frutto la professionalità acquisita solo al momento del rimpatrio, anche dando vita ad iniziative economiche per lo sviluppo dell’agricoltura locale. Questa è una visione solo in parte fondata, che tra l’altro interessa solo una parte minoritaria dell’immigrazione, considerato che i più si propongono di restare in Italia in maniera stabile. Anche gli immigrati stabilitisi in Italia non sono esclusi dai rapporti di collaborazione, specialmente se imprenditori.

Per quanto riguarda l’Italia, gli immigrati, oltre che sostenere la produzione, possono assicurare un supporto efficace per la commercializzazione dei prodotti agricoli italiani, che costituiscono oggetto dei loro scritti e delle loro telefonate e vengono portati in omaggio in occasione del loro ritorno in patria per le vacanze.  È corretto considerare l’immigrazione come una rete dinamica, che lega in maniera molteplice Paese di partenza e Paese di arrivo. Il legame diventa più professionale quando gli imprenditori operanti in Italia si occupano direttamente di commercializzare i prodotti agricoli italiani o attuano delle joint ventures. Il futuro dell’agricoltura italiana può, quindi, trovare sostegno anche grazie all’informazione di base assicurata dagli immigrati e dalle loro famiglie. Il tema di Expo 2015 (“Nutrire il pianeta – Energia per la vita”) fa pensare a questi sbocchi nei nuovi mercati globali e dissuade dal continuare a parlare dell’immigrazione in termini catastrofici.

  Dialoghi Mediterranei, n.12, marzo 2015
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Franco Pittau, ideatore del Dossier Statistico Immigrazione (il primo annuario di questo genere realizzato in Italia) e suo referente scientifico fino ad oggi, si occupa del fenomeno migratorio dai primi anni ’70, ha vissuto delle esperienze sul campo in Belgio e in Germania, è autore di numerose pubblicazioni specifiche e, come presidente del Centro Sudi e Ricerche IDOS/Immigrazione Dossier Statistico, è intensamente occupato a livello di formazione e sensibilizzazione. Insieme alla sua équipe ha curato nel 2014 la pubblicazione bilingue del volume La comunità marocchina in Italia. Un  ponte  sul  Mediterraneo.

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Antonio Ricci, dottore di ricerca  in “Storia d’Europa: radici culturali e politica internazionale” presso l’Università Sapienza di Roma (2004), è redattore senior presso il Centro Studi e Ricerche IDOS. In oltre quindici anni di esperienza nel mondo della ricerca sociale ha curato numerosi volumi in materia di immigrazione e asilo in Europa, tra cui: IPRIT. Immigrazione Percorsi di Regolarità in Italia. Prospettive di collaborazione italo-marocchina (IDOS, Roma, 2013) e Il Glossario EMN Immigrazione e Asilo, Edizione in lingua araba (IDOS-Sinnos, Roma, 2013).

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